Le 4 stelle aNobiiane sono per l'affetto che ho per Stefania Bertola e
per la riconoscenza che nutro per lei, che negli anni mi ha regalato ore
e ore di sereno, intelligente, spensieratissimo sghignazzo, ma questo
romanzo è davvero deboluccio, secondo me.
La Bertola è di solito
maestra nel costruire romanzi corali, all'interno dei quali si
intrecciano, in maniera quasi sempre surreale e ridicola ma anche
perfettamente organica alla storia nel suo complesso, le vicende di
molti personaggi, tutti sempre ben delineati e caratterizzati.
Anche questo è in teoria un romanzo corale e i protagonisti sono gli
improbabili studenti di un ancor più improbabile corso di una settimana
per imparare a scrivere il romanzo rosa perfetto.
Dico in teoria
perché, stavolta, la Bertola ha scelto di dare un altro taglio al
racconto: ha abbandonato la sua consueta posizione di narratore
onnisciente e ha affidato a uno dei personaggi il ruolo di voce narrante
e poi ha fatto soprattutto della metanarrativa, divertendosi
probabilmente molto a parodiare, in modo intelligente e impietoso (ma è
come sparare sulla croce rossa!), il genere letterario del romanzo
sentimentale da edicola.
Peccato che così facendo si sia persa
per strada proprio i personaggi, che invece sa costruire sempre con
grande finezza e mestiere, che in questo caso risultano sfuocati,
indistinti, poco più che macchiette con poco spessore.
Per il resto, qualche sghignazzata di gusto la riserva anche questo Romanzo rosa,
soprattutto se, come me, anche voi, durante la lunga interminabile
estate-senza-vacanze dei vostri 11 anni avete trascorso diverse ore al
giorno leggendo i libri Harmony di vostra sorella maggiore.
Riconoscerete tutte le assurde e grottesche convenzioni che regolano
l'universo delirante dei cosiddetti "romanzi rosa", che già a 11 anni mi
sembravano, a volte (ma solo a volte! ero una discreta zucchina a
quell'età), stucchevoli e irreali.
Come dice la cara Oriana, una
scivolata ogni tanto, a chi mi ha fatto finora solo tanto tanto bene,
si perdona, eccome se si perdona; il prossimo libro della Bertola, però,
lo prendo in biblioteca – hai visto mai.
La Bertola è di solito maestra nel costruire romanzi corali, all'interno dei quali si intrecciano, in maniera quasi sempre surreale e ridicola ma anche perfettamente organica alla storia nel suo complesso, le vicende di molti personaggi, tutti sempre ben delineati e caratterizzati.
Anche questo è in teoria un romanzo corale e i protagonisti sono gli improbabili studenti di un ancor più improbabile corso di una settimana per imparare a scrivere il romanzo rosa perfetto.
Dico in teoria perché, stavolta, la Bertola ha scelto di dare un altro taglio al racconto: ha abbandonato la sua consueta posizione di narratore onnisciente e ha affidato a uno dei personaggi il ruolo di voce narrante e poi ha fatto soprattutto della metanarrativa, divertendosi probabilmente molto a parodiare, in modo intelligente e impietoso (ma è come sparare sulla croce rossa!), il genere letterario del romanzo sentimentale da edicola.
Peccato che così facendo si sia persa per strada proprio i personaggi, che invece sa costruire sempre con grande finezza e mestiere, che in questo caso risultano sfuocati, indistinti, poco più che macchiette con poco spessore.
Per il resto, qualche sghignazzata di gusto la riserva anche questo Romanzo rosa, soprattutto se, come me, anche voi, durante la lunga interminabile estate-senza-vacanze dei vostri 11 anni avete trascorso diverse ore al giorno leggendo i libri Harmony di vostra sorella maggiore.
Riconoscerete tutte le assurde e grottesche convenzioni che regolano l'universo delirante dei cosiddetti "romanzi rosa", che già a 11 anni mi sembravano, a volte (ma solo a volte! ero una discreta zucchina a quell'età), stucchevoli e irreali.
Come dice la cara Oriana, una scivolata ogni tanto, a chi mi ha fatto finora solo tanto tanto bene, si perdona, eccome se si perdona; il prossimo libro della Bertola, però, lo prendo in biblioteca – hai visto mai.
Stefania Bertola, Romanzo rosa, Einaudi 2012.