domenica 24 gennaio 2010

Della dromofobia, della buona compagnia, o di un'insalata e una zuppa

















Chi mi conosce sa che odio viaggiare e che ci sono poche cose al mondo che mi gettano in uno stato di prostrazione e di ansia quanto la prospettiva di doverlo fare.
Tutte le fasi di un viaggio mi sgomentano, a partire dalla preparazione della valigia, che per me è sempre un incubo.

Non c'è mai stata una volta, dico una sola volta, a memoria d'uomo, che io abbia fatto una valigia in modo sensato, mettendoci dentro cose utili e necessarie. In passato mi portavo dietro la casa intera, nel tentativo inutile e destinato al fallimento di sentirmi ancora tra le sue quattro mura proprio quando ne sarei stata lontana per un periodo più o meno lungo.

Ovviamente, in quella versione leggermente più ristretta della mia casa che cercavo di infilare nei miei valigioni sempre pesantissimi, figuravano proprio gli oggetti più assurdi e incongrui e brillavano per la loro assenza quelli essenziali e opportuni. Se andavo al mare lasciavo a casa il costume, per intenderci, o il telo da spiaggia. Dio solo sa quanti spazzolini e quante paia di ciabatte ho dovuto ricomprare negli anni, per non parlare di mutande e calzini.

Vorrei chiarire, però, un punto essenziale.
Quando dico che odio viaggiare non voglio dire che non mi piaccia scoprire paesi a me sconosciuti, camminare per le vie di città di cui sogno da anni, immergermi in realtà assai lontane dalla mia.
È solo che odio l'idea di spostarmi, di muovermi fisicamente nello spazio per arrivare infine a destinazione. E odio quasi tutti i mezzi di trasporto. Se potessi viaggiare a piedi sarei molto più contenta.

Sono sempre stata terrorizzata dagli aerei e negli ultimi dieci anni ne ho presi molti ma molti più di quanti avevo previsto ne avrei presi in tutta la mia vita. La gamma di reazioni psicosomatiche che scatena in me un viaggio in aereo (tutte sgradevolissime e socialmente imbarazzanti) è ampia e variegata e ve la risparmio. Ma credetemi, su un aereo ci salgo proprio se non c'è alternativa e per tutto il viaggio soffro, soffro, soffro.

Delle navi non parlo nemmeno: probabilmente in qualche vita precedente sono morta annegata, non so. Sta di fatto che a stento riesco ad immaginare situazione per me più ansiogena che un viaggio per mare (uno in aereo, appunto). Appena mi ritrovo su un piroscafo, un traghetto, una barca o un canotto (a volte basta un materassino, giuro), a bordo di qualunque cosa immersa nell'acqua, insomma, vengo presa immantinente da furiosi attacchi di nausea e in genere finisco per accasciarmi da qualche parte, gemendo come un'anima in pena e con la faccia verde. Sono rimasta famosa per aver sofferto il mal di mare su un grosso barcone che però era ancorato in un porto e, mi dicono, perfettamente immobile.

Viaggiare in treno non sarebbe neanche tragico (e infatti è così che viaggio, per lo più) se non fosse per la promiscuità cui condannano i vagoni, dove si è quasi sempre costretti a subire le continue telefonate degli altri viaggiatori, che sembrano non essere capaci di resistere neanche un minuto senza utilizzare compulsivamente il cellulare, o, peggio ancora, le loro conversazioni spesso atroci, e poi anche gli urli, i capricci, i pianti dei bambini e gli smadonnamenti dei loro genitori, per tacere degli annunci deliranti del capotreno (soprattutto quelli che dovrebbero essere in inglese e sono ahimé pronunciati in un idioma sconosciuto e mai sentito), che ripetono senza sosta informazioni che nessuno sente il bisogno di avere. Sto pensando di comprarmi l'ipod esclusivamente per ovviare a questi penosi inconvenienti.

Quanto alla macchina ha i suoi indubbi vantaggi: si può ascoltare la musica, starsene tranquilli (o almeno si spera), ci si può fermare quando si vuole e per quanto si vuole, ma dopo un po' che sto chiusa lì dentro l'abitacolo comincia a sembrarmi un sudario, divento inquieta, mi viene da mangiare ogni genere di schifezza a portata di mano (quintali di caramelle, crackers, biscotti, panini) messa da parte per il viaggio che invece finisce nelle mie fauci dopo neanche mezz'ora aver lasciato la mia casa. E se poi ci sono ingorghi o code, mi riduco in uno stato pietoso, simile a quello della mia versione 'marittima', con in più una dose di insofferenza e di nervosismo che non mi rende, propriamente, la compagna ideale per un viaggio.

Dal momento in cui, però, finalmente, giungo a destinazione, sono felicissima di avere vinto le mie ataviche resistenze all'idea di partire e in genere sono una viaggiatrice infaticabile e del genere 'entusiasta', di quelle che trovano incredibilmente bella e interessante qualunque cosa, dalle fontane ai piccioni, dai marciapiedi ai negozi, dallo stile di guida al modo in cui si veste la gente.
Se posso, mi piace moltissimo interloquire con gli indigeni e, ovviamente, mangiare quello che mangiano loro: tutti i miei viaggi, anche di pochi chilometri, sono per lo più pretesti per avventure e scoperte gastronomiche.

Ovviamente ho bisogno di motivazioni 'forti' per abbandonare la mia cuccia, come per esempio la nostalgia di persone e luoghi a me molto cari, o il desiderio di dare un volto a un'amica 'telematica'. Questa è stata la ragione di un mio recente viaggio in Puglia, viaggio tra l'altro funestato da orrendi ritardi delle ferrovie che mi hanno costretto a passare tre ore e mezzo tra le più miserabili della mia vita in quel girone infernale che è la Stazione Termini. Roba da 'attaccone di squallore' fulminante (per dirla con la mia amica Annalisa).

Non parlerò di quanto felice sia stata la mia settimana in compagnia della mia amica, di quanto accolta e in famiglia mi sia potuta sentire nella sua casa, con la sua famiglia e con i suoi amici, ma di quanto mi sia piaciuta la sua terra. Ho visto campagne splendide e cittadine linde e pinte, sontuosi palazzi barocchi e vicoli da presepe, spiagge raccolte e torri saracene e poi ho mangiato cose paradisiache e che nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate avrei potuto immaginare. Per esempio quella frittella fatta di pasta di pane fritta nell'olio bollente e spalmata di ricotta acida, che detta così sembra una roba tremenda ed è invece una delle sette meraviglie del mondo. Per non parlare poi di quei rettangoli di polenta, ahimè sempre fritti, cosparsi di grani di sale e infilati in un sacchetto, assaporati in preda all'incantamento e all'estasi nei vicoli di Bari vecchia, in una sera freddissima.

Innumerevoli sono state le scoperte gastronomiche in quella settimana, non solo della tradizione locale ma anche della tradizione 'casalinga' della mia cara amica. Adoro essere ospite di qualcuno e vedermi proposto un piatto 'della casa', un cavallo di battaglia, una pietanza la cui ricetta si tramanda di generazione in generazione e, se possibile, sentirmi raccontare la genesi di una ricetta, le storie nate intorno ad essa che a volte coinvolgono vecchie zie zitelle o bisnonne dispostiche, zii eccentrici e con l'amore per la cucina o cugine perse o dimenticate se non fosse per quella loro splendida interpretazione culinaria.

Le due di cui parlo oggi non hanno origini tanto antiche e appartenenti al folklore familiare, ma sono buone, buonissime e ultratestate. Per una di esse, la zuppa di zucca e arancia, violo un mio personale criterio di selezione delle ricette, rispettato fin dall'inizio in questo blog: è la prima di cui scrivo qui che probabilmente non è stata presa da un libro. Dico probabilmente perché se ne ignora l'origine. La splendida cuoca che me l'ha cucinata, la bella Piera, non ricordava più dove l'avesse presa. Io l'ho copiata dal suo quaderno delle ricette.
Eccola qui:

Vellutata di zucca all'arancia

(per 4 persone)

400 gr. di zucca già pulita
1 arancia
4 foglie di salvia
20 gr. di farina
8 dl. di latte tiepido
1 porro
noci

In tre cucchiai di olio fate appassire per circa 3' la parte verde del porro, le foglie di salvia spezzettate, un paio di strisce di scorza d'arancia e la zucca tagliata a cubetti.

Aggiungete la farina, poi il latte tiepido.

Coprite e cuocete a fuoco lento per circa 30'.

In un paio di cucchiai di olio ben caldo fate friggere per mezzo minuto la parte bianca del porro tagliata a julienne. Tenete in caldo.

Ripescate dalla zuppa la scorza dell'arancia e frullate. Aggiustate di sale.

Guarnite i piatti con alcuni gherigli di noce spezzettati, il porro a julienne e riccioli di scorza dell'arancia.


Questa, invece, è l'insalata che ha concluso il pranzo; la ricetta è tratta da La grande enciclopedia della cucina di Anne Willan (Rizzoli).

Insalata di salmone, avocado e pompelmo rosa

(per 4 persone)

2 pompelmi rosa
90 gr. di rucola (volendo si può usare un misto di rucola e valeriana; io, che in genere non amo la rucola, penso però che qui sia necessaria)
125 gr. di salmone affumicato
2 avocado

Disponete sul piatto di portata la rucola (o il misto di rucola e valeriana), tagliate a straccetti il salmone e adagiatevelo sopra.

Pelate i pompelmi al vivo, tagliateli a cubetti e uniteli al resto degli ingredienti.

Tagliate a fettine sottili gli avocado, spruzzatele di succo di limone, salatele leggermente e disponetele sul piatto di portata.

Non è necessario condire con olio.

Paola ha abbellito l'insalata con riccioli di scorza d'arancia (sempre quella della zuppa) (ERRATA CORRIGE: Leggere il commento di Paola al post; la scorza è quella del pompelmo, scottata in acqua bollente per toglierle l'amaro).

Da mangiare preferibilmente con persone affettuose, intelligenti e vivaci, rendendo grazie per il buon cibo e, soprattutto, sempre sempre sempre per la buona compagnia, in nome della quale si vincono, a volte, le proprie idiosincrasie più radicate.
Ed è giusto che sia così. La buona compagnia è merce rarissima sotto il sole, molto più di quanto si creda, e soprattutto di questi tempi.

Enjoy!

P.S. Ringrazio per le foto Anna e Paola; io, ovviamente, avevo dimenticato di portare con me la macchina fotografica.

6 commenti:

  1. commossa, ringrazio! :-)

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  2. Non dirò di quanto averti qui abbia confermato ed aumentato quella sensazione di gradevolezza e simpatia che chiunque prova, leggendoti.
    Né di quanto sia stato facile, divertente, immediato, intrecciare -dal vivo- i fili che questa magica rete a volte fa incontrare.
    Dirò, invece, che sono spudoratamente felice (e grata) che tu abbia voluto vincere tutte quelle ritrosie e quei disagi per venire qui.
    ...E che l'insalata, in realtà, è guarnita da una julienne della buccia degli stessi pompelmi rosa, velocemente scottata in acqua bollente per eliminarne l'amaro. Salmone e avocado, invece, sono ben conditi con succo di limone.
    Grazie ancora, per tutto! :-)
    Paola

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  3. ooops! elimina pure il riferimento al succo di limone nel mio post, l'importante è che ci sia sull'avocado, e tu lo hai scritto! Baci :-)
    Paola

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  4. @ Piera: commossa quanto te dalla tua zuppa, ringrazio anche io! :-)

    @ Paola: grazie per le precisazioni e per le parole affettuose. Come direbbe Furio: "Lo vedi che la cosa è reciproca"! :-)

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  5. Io entro in agitazione.
    Mi piace molto viaggiare, diversamente da te amo l'aereo ma come te ho un rapportuccio con i galleggianti :) (sarà che so a mala pena galleggiare, per l'appunto?); eppure ogni volta mi faccio cogliere dall'ansia da prestazione nel preparare quanto necessario allo spostamento...
    E' molto bello quello che hai scritto a proposito della tua migrazione in terra di Puglia, grazie di aver condiviso l'esperienza :)
    Un abbraccio,

    wenny

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  6. Cara Wenny, il bello è che io so galleggiare eccome! Sono una nuotatrice esperta, direi. Ma ciò non mi impedisce di tremare di terrore su qualunque canotto!
    L'ansia di prestazione nella preparazione delle valigie ovviamente non so dove sia di casa. Negli anni (grazie ai numerosi, troppi viaggi fatti per necessità), ho imparato qualcosa in più circa ciò che serve mettere in valigia, ma dimentico ancora troppe cose importanti quando mi sposto. Da Paola, per esempio, ho scordato lo spazzolino (oltre alla macchina fotografica!)
    :-)

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