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mercoledì 12 gennaio 2011

Le poesie del mercoledì: 1964 - Jorge Luis Borges

Ci sono autori, molti autori, nei confronti dei quali nutro da sempre un timore reverenziale.

Scrittori le cui opere sento richiedere una maturità, una concentrazione, un accumulo di esperienze di vita che mi pare di non poter ancora attribuirmi.

Scrittori per i quali da tempo mi preparo, senza sentirmi pronta, senza neanche saperlo.

In passato invidiavo quanti li avessero già conosciuti, amati, chi avesse potuto annoverarli tra i suoi numi tutelari.

Adesso invece sono contenta che ci siano ancora così tante voci, così tanta ricchezza di vita ancora a mia disposizione, tutta da scoprire e di cui far tesoro, come le pagine fragranti di un libro nuovo nuovo, appena acquistato.

Tra questi autori c'è sicuramente Jorge Luis Borges: da anni attendo trepidante di incontrarlo.

Nel frattempo, prima di affrontare la sua vertiginosa produzione narrativa e saggistica, mi godo qualche sua poesia, in una manovra dolcissima e avvolgente, apparentemente distratta e casuale, di avvicinamento reciproco.
Così mi appare meno titanico e distante.
Più facile mi sembra conoscerlo.
E inevitabile già amarlo.


****


1964

I

Non più magico è il mondo. Ti han lasciato.
Non condividerai la chiara luna
Più né i lenti giardini. Non c'è luna
Ormai che non sia specchio del passato,
Vero a chi è solo, sole del morente.
Addio alle mutue mani, addio alle tempie
Che amore avvicinava. Non hai più
Che il fedele ricordo e i vuoti giorni.
Non si perde (ripeti vanamente)
Che quanto non si ha e non s'è avuto
Mai, ma non basta l'intimo coraggio
Per imparare l'arte dell'oblio.
Un simbolo, una rosa può ferirti,
Un accordo di chitarra straziarti.

(da L'altro, lo stesso - 1964)