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domenica 14 marzo 2010

Cani neri di Ian McEwan

Ho letto diverse recensioni di questo romanzo su aNobii e se non ricordo male ve ne erano almeno un paio il cui senso era più o meno: dicono che questo sia un grande romanzo, ma evidentemente deve essermi sfuggita la ragione di questa sua grandezza.

E pensavo al fatto che, secondo me, dei libri capiamo tutto quello che, in quel momento, ci serve capire, tutto quello che di essi può tradursi, più o meno felicemente, nella nostra vita vissuta.
Questa è la cosa importante, e basta: che ciò che leggiamo diventi davvero parte del tessuto della nostra vita. Il resto, tutto ciò che non capiamo, che non cogliamo, che non sentiamo vibrare dentro di noi, non è importante, non ci è 'utile'. Magari lo sarà più in là, quando altre esperienze avranno aperto in noi altri occhi e altre orecchie per vedere e sentire cose che adesso non vediamo e non sentiamo. Magari no. E va benissimo così.


Quanto a me, ogni nuovo libro di McEwan che incrocia la mia strada è un incontro con quello che, ora posso ben dirlo dopo aver letto diversi suoi romanzi, è sicuramente uno dei miei scrittori di riferimento e insieme un'occasione, ogni volta differente ma ugualmente significativa e importante e preziosa, di riflessioni su temi assai vicini alla mia sensibilità.

Il mio amico Alberto mi chiedeva se quel giorno in cui ho sfilato dallo scaffale della biblioteca questo smilzo volume dell'Einaudi sapessi già qualcosa della storia o se invece mi sia imbattuta in Cani neri esclusivamente in base a quella sincronicità* che spesso invoco quando cerco di spiegare certi incontri misteriosamente 'tempestivi' con alcuni libri.

Non riesco a convincermi che sia stato un puro caso che questo romanzo di cui, incredibile a dirsi, non avevo mai sentito parlare, mi sia quasi caduto in grembo proprio in un momento in cui mi interrogavo, non senza strazio e intensità, su molte questioni in esso affrontate e fondamentali nella mia esistenza, non ultima le differenze profonde tra me e colui cui ora mi accompagno.

In molte pagine ho avuto la straniante sensazione che McEwan avesse scritto questa storia pensando proprio a noi, alle nostre spesso inconciliabili filosofie di vita, alla fatica che facciamo per raggiungerci superando i baratri che, in alcune occasioni, ci si aprono sotto i piedi e ci troviamo, io da una parte lui dall'altra, a guardare alla stessa realtà da prospettive diametralmente opposte, giungendo dunque a conclusioni diversissime e patendo il senso di solitudine e di impotenza che ci assale quando, con malinconia, ci rendiamo conto che l'altro, per quanti sforzi faccia e per quanto desideri vedere il mondo con i nostri stessi occhi, non può farlo.

È evidente quanto i due protagonisti di questa storia siano dei personaggi di gran lunga più estremi e interessanti e 'pittoreschi' di quanto possiamo esserlo (anche nelle nostre giornate peggiori; o migliori, dipende dai punti di vista) io e il mio compagno.
June e Bernard si innamorano durante la seconda guerra mondiale e scoprono nello stesso momento l'esaltazione dell'amore e della passione politica condivisa per il comunismo.
Durante la loro luna di miele in Francia, tra passeggiate nelle campagne e soste in piccole locande, i due giovani discutono per ore infervorati di politica e di idee, progettano entusiasti e pieni di speranza un futuro comune, fatto di impegno sociale, operosità, cambiamenti, eccitanti prospettive.

Ma durante una delle loro lunghe escursioni accade qualcosa che cambia radicalmente il loro destino e scava una distanza che con gli anni si farà sempre più profonda e incolmabile e li porterà, infine, a decidere di vivere separati, ognuno abbracciando una visione della vita diametralmente opposta e inconciliabile con quella dell'altro.

In quella mattina accecata dal sole, June, per la prima volta in vita sua, accede a quella dimensione spirituale dell'esistenza cui è sempre stata cieca e insensibile: la sua è un'esperienza intensa, traumatica e terrorizzante, e vissuta in piena solitudine, dunque in definitiva incomunicabile, come spesso è ogni incontro tra l'umano e il divino (qualunque cosa questo termine abusato e vago possa significare per ognuno di noi), che demolisce ogni legame con il passato e con quelle che, ai suoi occhi, sono diventate idee limitate e false della realtà.
Bernard, che è rimasto escluso da quell'esperienza della quale, dunque, non ha vissuto la violenza e la potenza trasformatrice, interpreta questa profonda metamorfosi della donna che ama come un tradimento personale e una delusione profonda.

Il baratro che si scava tra i due è tale da costringerli a separarsi fisicamente: June rimarrà in quella terra francese dove ha vissuto la sua personale esperienza di illuminazione e vivrà una vita di raccoglimento e meditazione; Bernard tornerà in Inghilterra e si dedicherà attivamente e generosamente alla politica. Per i successivi cinquant'anni, i due continueranno a combattere una personalissima guerra senza quartiere, nel disperato e aspro tentativo di conquistare l'altro alle proprie ragioni e alle proprie convinzioni, senza riuscirci mai. Pur continuando ad amarsi e a considerarsi, in fondo, interlocutori privilegiati, quest'uomo e questa donna non saranno più capaci, in tutta la loro lunga vita, e nonostante la presenza dei figli, di vivere insieme, ma neanche di smettere di amarsi e di essere ossessionati l'uno dall'altra.

Il contrasto quasi epico tra queste due opposte visioni della vita è, però, solo uno dei temi portanti del romanzo, ed ogni volta è per me fonte di ammirata sorpresa accorgermi di quanto un autore come McEwan (o come Roth, a mio avviso) riesca, in poche pagine, a costruire non solo una storia perfettamente autonoma e credibile e coinvolgente, ma anche a porgere al lettore una quantità di stimoli incredibile, tutti di grande spessore e, quel che ha del miracoloso, tutti perfettamente inseriti nel racconto.

C'è infatti un altro, per me interessantissimo, tema centrale nel romanzo, la riflessione affidata alla voce narrante, quella di Jeremy, che di June e Bernard ha sposato la figlia, trovando in questa vecchia coppia di estremisti quei genitori che un incidente automobilistico gli ha sottratto all'età di otto anni.

Molte sono le pagine in cui questo personaggio si fa portavoce di riflessioni a tratti malinconiche, a tratti invece di obiettiva e spartana lucidità, su quello che significa crescere senza il sostegno e la protezione che due genitori dovrebbero garantire ai loro figli, su quanto questa mancanza, quest'assenza incida, in modi spesso inaspettati e apparentemente irrelati, non solo sul proprio modo di vivere i rapporti, ma anche sulla visione della vita che durante il proprio percorso ci si costruisce e su come non sia impossibile, benché di sicuro sia doloroso e difficile, curare se stessi prendendosi amorevolmente cura dei propri figli, per sanare, amandoli, le ferite che da bambini abbiamo patito.

Come già in Bambini nel tempo, dalla penna di McEwan fluiscono pensieri e immagini che si sente essere nati da un autentico, sincero sentimento di compassione e di comprensione per il mondo in fondo misterioso e assai frainteso dell'infanzia che questo scrittore approccia sempre con grande garbo, con vero e raro rispetto, senza nessuno smielato sentimentalismo di maniera.


*(da Wikipedia:

La sincronicità è un termine introdotto da Carl Jung nel 1950 per descrivere una connessione fra eventi, psichici o oggettivi, che avvengono in modo sincrono, cioè nello stesso tempo, e tra i quali non vi è una relazione di causa-effetto ma una evidente comunanza di significato. La sincronicità è relativa quindi alle 'coincidenze significative'.)



Ian McEwan, Cani neri, Einaudi 1993, traduzione di Susanna Basso.

sabato 25 aprile 2009

Chesil Beach di Ian McEwan

Avevo visto Ian McEwan parlare di questo suo libro da Fazio e mi aveva molto incuriosita, così quando l'altro giorno, in biblioteca, in preda alla consueta smemoratezza che mi coglie quando ci vado (ho una lista dei libri che vorrei leggere sulla mia agenda, che però, 9 volte su 10, dimentico a casa in qualche borsa che non è mai quella che prendo per uscire), i miei occhi che scorrevano le coste dei libri lo hanno individuato, non ci ho pensato due volte.

Ad ogni pagina si sente la tenerezza che Mcewan prova per i suoi due protagonisti, due giovani innamorati in un'Inghilterra non ancora toccata dal cataclisma portato dalla rivoluzione sessuale, due giovani intelligenti, ognuno a modo suo con un temperamento forte e una sua originalità, lei violinista talentuosa e appassionata che sogna di metter su un quartetto d'archi di successo, lui che vorrebbe diventare uno storico.

Il libro parla della loro notte di nozze, con excursus nel passato di entrambi; parla della paura di fallire di lui e della paura del sesso di lei, racconta di come due giovani che pur si amano non riescano a trovarsi, a capirsi, e si perdano per un soffio.

Se la loro notte di nozze fosse stata anche solo un anno dopo, suggerisce l'autore, se l'atmosfera intorno a loro avesse già subito la corroborante scossa della liberazione dei costumi che avrebbe fatto di quel decennio i mitici anni '60, forse la loro storia non sarebbe andata a finire così.

Come in tutte le meditazioni sul passato all'insegna dei 'se...', in questo libro, per me di sublime bellezza, si respira un'aria leggera di gentile malinconia.

Come sempre, McEwan dimostra non solo di essere un grande scrittore, ma soprattutto di essere capace di grande empatia nei confronti dei suoi simili; raccontando la storia del fallimento sentimentale di due ragazzi lontani da noi nel tempo e nello spazio, racconta, con rispettosa tenerezza e partecipazione, la storia di noi tutti.