sabato 3 aprile 2010

Del sincretismo e di una crostata di ricotta


Un mio vecchio fidanzato aveva l'abitudine di definirmi, con un tocco di divertito e compiaciuto snobismo, "un'animista sincretica".

Della mia indubbia propensione all'animismo ho già parlato in un altro post; quanto al sincretismo, quel signore alludeva alla mia spiccata tendenza a prendere dalla realtà gli elementi che in qualche modo 'parlano' alla mia sensibilità, anche se provenienti da dimensioni e territori diversi e a volte apparentemente inconciliabili, e ad associarli in nuove combinazioni che hanno senso magari (anzi, molto spesso) anche solo per me, e magari solo per un periodo della mia vita; combinazioni si spera armoniose che rispondano ad uno dei miei bisogni più sentiti, più genuini e vitali: trarre il meglio dalle mille realtà che mi trovo tra le mani ogni giorno.

La vita, però, non si piega sempre a queste operazioni combinatorie, più o meno ardite, cui spesso la sottopongo. Ci sono davvero alcune situazioni ed occasioni in cui ciò non è possibile. Credo che la mia personale idea di saggezza sia, tra le altre cose, la capacità di distinguere caso per caso, il capire quando mi è concesso uno spazio di manovra e quando invece mi viene chiesto di fare i conti con la mia impossibilità di modificare il reale e con la necessità di accettarlo per quello che è.

Per fortuna, la natura, la sorte, gli dei o chi per loro, mi hanno concesso un temperamento che si entusiasma e si compiace anche di piccoli, piccolissimi successi, e non si sente immiserito dall'applicazione di questa naturale tendenza al sincretismo anche agli ambiti più prosaici, modesti e quotidiani dell'esistenza.

Ultimamente, per esempio, sono stata scioccamente fiera di una crostata di ricotta, nata dall'elaborazione di tre diverse ricette, ma soprattutto dal desiderio di ricreare il gusto di una delle torte che amo di più e che mia madre mi faceva molto spesso per merenda quando ero piccola.

Negli ultimi anni, però, la ricetta che per anni ha dato vita ad infiniti e sublimi bocconi è stata sostituita da un'altra, altrettanto buona ma per me fatalmente meno 'suggestiva'.
Benché abbia tentato più volte di recuperare l'originale, non ci sono riuscita (la memoria di mia madre è quella che è e, data quella della figlia, la cosa non dovrebbe sorprendere affatto).

Poi, però, sono andata a prendere un tè nella fantasmagorica casa della mia amica Piera, un appartamento magico e fiabesco, labirintico e misterioso nel centro di Firenze, con una terrazza arrampicata sui tetti e una mansarda sospesa sulla città, piena di libri, gatti, fotografie e ricordi. Sono sicura che a casa di Piera entrando in un armadio si può accedere ad altri regni e di notte, per le scale, salgono e scendono benevoli folletti che la proteggono.

Nella sua cucina, con la gatta Lilly a ronfare sulle mie ginocchia, ho ascoltato con grande partecipazione il racconto (che intuisco essere solo un 'antipasto') della sua vita.

Sul tavolo di quella cucina, ad un certo punto, Piera mi ha messo di fronte una vecchia copia del ricettario della sua mamma, Il talismano della felicità di Ada Boni. Libro feticcio, libro culto di generazioni di donne italiane, libro che in alcune famiglie faceva parte della dote con cui si mandava in sposa una fanciulla, con quel bel titolo, un po' pretenzioso e un po' ingenuo, che alludeva a quotidianità serene ed operose, allietate da goduriosi ma legittimi piaceri casalinghi.
Che contrasto stridente tra il destino di questo libro, presente in tutti i tinelli e in tutte le cucine d'Italia da quasi ottant'anni, e il tono distaccato, assai poco simpatico e caloroso dell'autrice, che immagino essere stata tutto tranne una bonaria casalinga desiderosa di condividere i suoi segreti con altre 'colleghe'.

Un libro di cucina di famiglia, insomma, di quelli vecchi e marcati dal segno lasciato dal fondo di un bicchierino sporco di caffé, bevuto magari pensando a cosa fare per cena, con infilati tra le sue pagine liste della spesa e foglietti di appunti scarabocchiati di corsa per non dimenticare la variante della zia, dell'amica o della suocera, passato di madre in figlia. Forse ciò che più si avvicina alla mia personale idea di 'casa'. Non è un caso che io non ne abbia neanche uno.

Ma tenere in mano questo, che pure non è mio ma parla comunque, e a voce alta e in modo commovente e poetico, di una vita trascorsa anche in cucina, a far da mangiare a tanti figli e a tanti amici, è pur sempre un'esperienza emotiva di grande intensità e consolazione per me. E per questo ringrazio Piera, che forse intuendo il mio disagio nel custodire - anche se temporaneamente - un oggetto tanto prezioso appartenente ad altri e così poco in risonanza con la mia effettiva storia familiare, ha affettuosamente insistito perché io lo prendessi in prestito e lo sfogliassi, offrendomi il dono di vivere anche io un po' di quelle belle atmosfere.

Ecco dunque la ricetta di oggi: un misto della Super crostata di ricotta di Ada Boni, di una torta, sempre di ricotta ma al cioccolato di Tessa Kiros (di cui ho utilizzato anche le dosi per la pasta frolla), e della ricetta 'moderna' e 'spuria' della mia mamma.

Un tentativo quasi filosofico, appunto, di ricreare, da tutte queste suggestioni, una delle esperienze gastronomiche più appaganti della mia infanzia.


Crostata di ricotta (sincretica) di Ada Boni, Tessa Kiros e della mamma smemorata di Duck

pasta frolla:

250 gr. di farina
125 gr. di burro
125 gr. di zucchero
1 uovo intero + 1 tuorlo

per la crema:

300 gr. di ricotta
3 uova, separate
3 cucchiai di zucchero
cannella
scorza di un'arancia
100 gr. di cioccolato fondente, tagliato a pezzi (per me non troppo piccoli, grazie)

Per la pasta frolla, potete seguire un metodo assai poco ortodosso ma a mio parere ottimo e sperimentato (ne parla, ad esempio, anche l'ottimo Stefano Arturi nel suo English Puddings, di cui ho parlato qui).

Preparatela nel robot da cucina, usando burro tagliato a dadini e freddissimo (tenetelo in freezer per circa 15'): lavoratelo rapidamente, usando la funzione pulse, insieme alla farina e allo zucchero, in modo da ottenere qualcosa di simile alla sabbia umida.

Aggiungete poi l'uovo intero e il tuorlo e, sempre usando la funzione pulse, aspettate che il composto arrivi quasi al punto di creare un'unica palla. A quel punto tirate fuori l'impasto, compattatelo senza strapazzarlo troppo, schiacciatelo e avvolgetelo nella pellicola.
Lasciatelo riposare in frigo per una mezz'oretta.

Accendete il forno a 180° e stendete la frolla nella tortiera (per me un'impresa epica; sono una frana assoluta in questo e lo si nota dal bordo sfrangiato - che pare mangiato dai topi - della mia crostata).

Preparate la crema. Lavorate con la frusta i tre rossi con i tre cucchiai di zucchero, aggiungete la ricotta, la cannella, la buccia di arancia e la cioccolata. Infine le chiare montate a neve.

Versate la crema nel guscio di frolla (forse si può cospargere leggermente quest'ultimo di pan grattato per assorbire un po' l'umido della crema? La prossima volta ci provo); dedicatevi poi amabilmente alla creazione del motivo grigliato con gli avanzi della pasta. Io, per evitare di avere una crisi di pianto, chiamo in mio soccorso la Spia (quella di fare i cordoncini di pasta è un'altra operazione capace di ridurmi in lacrime per la frustrazione e il nervoso; non so perché).

Mettete in forno e cuocete per circa 35'-40'.

Potete servire la crostata dopo averla cosparsa di zucchero a velo (la quantità di zucchero nella crema è in effetti piuttosto misera; tenete presente che nella ricetta originale della Boni, insieme alla crema di ricotta, è prevista anche una bella dose di crema pasticcera), ma io la trovo perfetta anche così.

Mangiate, preferibilmente per merenda, con un bicchiere di latte freddo e ascoltando il disco di Walt Disney di Alice nel paese delle meraviglie.

Oppure, come ho fatto io qualche giorno fa, per colazione, il giorno dopo.

Ancora più buona.

Ancora più consolatoria e sincretica.

Enjoy!


8 commenti:

  1. Ma che delizia questa crostata: ingredienti molto semplici per un dolce dleicato e comunque gustoso!
    un bacione e tanti auguri di Buona Pasqua

    RispondiElimina
  2. Ottima davvero la crostata. E non c'è bisogno di essere animisti e sincretisti per apprezzarla. Garantisco che può piacere - e molto - anche a un anarco-immanentista incallito.

    RispondiElimina
  3. non spingete,non spingete! uno per volta, per favore.!ma insomma, son tutti qui a volerti salutare, gatti e folletti.
    carissima, ma un pezzettino di questa meraviglia lo potrò assaggiare?
    mi hai fatto ritornare in mente un film che adoro 'insalata russa' di un folle regista russo-francese,iurij mamim, lo vidi al festival del cinema a città di castello, e lì sai c'è davvero una porta che si apre di notte su..un altro mondo! e c'è il gattone che è quattro volte la lilly. non ti dico nulla se non l'hai visto. vieni a casa mia una sera, lo vediano inisieme?
    ti prepararò un tè vero..vero vero.ciao, amica mia, piera.

    RispondiElimina
  4. Oh, eccoti qui!
    La crostata, ahimé, è finita nelle mie e in altrui fauci già da un po', ma so quale dolce portare il giorno in cui verrò a vedere il film a casa tua.
    Saluti a tutti, ai folletti e ai gatti.
    :-)

    RispondiElimina
  5. ciao papera
    adesso pero', a onore di storiografia culinaria, dovresti pubblicare anche la versione originale di A Boni, verbatim. (e nelle note dire tue modifiche). ciao e grazie. stefano

    RispondiElimina
  6. Agli ordini!
    Appena posso...
    :-)

    RispondiElimina
  7. Io per non dover fare i cordoncini di pasta ho trovato la seguente soluzione: uso le formine dei biscotti (quadri fiori picche cuori) e metto le formine sulla superficie in ordine sparso o seguendo una griglia. Una specie di "negativo" della griglia di cordoncini. Grazie per la ricetta la provero' presto (anche se con la ricotta che vendono in UK, il risultato non e' mai lo stesso....)

    RispondiElimina
  8. Benvenuta e grazie per il consiglio!
    In effetti credo in questo modo potrei ovviare al problema della mia quasi totale assenza di abilità nel creare i cordoncini di pasta.
    Immagino che la ricotta in UK non sia proprio quella cui siamo abituati. Ma hai mai provato a farla da te? Quando vivevo in Africa e la ricotta era solo un miraggio e un rimpianto, la facevo con un litro di latte e un cucchiaio di succo di limone. Non assomiglierà comunque alla ricotta che potresti comprare qui in Italia, ma non penso sarà molto diversa da quella che potresti trovare nei negozi inglesi e quanto meno avrai la soddisfazione di essertela fatta con le tue mani.
    Ultima cosa: ho provato a entrare nel tuo blog ma splinder mi dice che l'indirizzo è errato. Sbaglio qualcosa?
    Grazie ancora e a presto!

    RispondiElimina