Dico sempre scherzando che ci sono pochi uomini per cui mi prenderei la briga di mettere le corna a mio marito, e che tra di loro c'è sicuramente Michele Serra.
Non so, a me piace qualunque cosa dica o scriva quest'uomo, dalle sue Amache su Repubblica, ai suoi testi narrativi, alle rare sue incursioni in tv, mi sembra riesca sempre a dire ciò che penso.
Quando lo sento parlare o lo leggo, che si tratti di un intervento spiritoso o di un'opinione meditata su un importante fatto di cronaca, è come se fossi di fronte a una versione molto più intelligente, articolata e profonda dei miei stessi sentimenti, delle mie stesse opinioni.
Mi piace questo suo riuscire ad unire sempre complessità del pensiero e fluida chiarezza dell'esposizione, quel suo tocco personalissimo che spesso è ironico e arguto, ma si fa a volte accorato e vibrante di passione senza mai essere patetico o retorico.
Mi piace che abbia sempre delle idee sue, che si sente nascono proprio da lui, distillate dalla sua propria esperienza, trasformate dal suo vissuto e non semplicemente un rimasticamento di cose sentite altrove e parzialmente metabolizzate e fatte proprie.
La verità è che più che l'amante, se proprio fosse possibile, di Michele Serra io vorrei essere la figlia.
E visto che si parla di padri e di figli, ecco la poesia di oggi.
È lunga e densa, non una poesia "da blog", sicuramente, ma se la leggerete comunque ho la presunzione di credere che non ve ne pentirete.
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Natività
Natale 1992
Grotta ospedale, asino medico, bue infermiere
(il fiato che ho visto io era grigiastro
fiato da quarantesima emme-esse)
la madre sconquassata dalle doglie
(per una primipara circa dieci ore)
i camici inzuppati di sudore
e finalmente dalle cosce sfianche
sbuca questo tipetto sconosciuto
né rosa, né paffuto, né bello
con la testa sformata dal passaggio
dentro quel famosissimo budello
che muove il mondo, dicono, ma ora
sembra un cratere di granata. Il bambinello
è sporco di sangue, di placenta, "interiors"
una specie di fagotto sbrodolato
ridicolo, imbarazzante. La scena
più che un presepe ricorda i filmati
di Quark sul parto dello gnù.
Annichilitti tutti (madre, padre, personale
medico e paramedico, nonostante l'abitudine)
da questo arrivo irrimediabile
che sovrasta, annienta, terrorizza
perché niente può impedirgli di uscire
a questo teppistello di natura
stupratore della sua genitrice-nutrice
e la cosa più pazzesca è la felicità animale
di fronte a questo mostro imprevedibile
cieco, brutto, informe, dai gesti sconnessi
inumano, assolutamente inumano
questo astronauta delle viscere
che atterra proprio là dove ti trovi
(e anche se scappi, non hai scampo
perché lui atterra dal di dentro, il tuo dentro).
Hai un bel non credere ai marziani
ma quando lo lavano (era ora) e gli guardi le mani
i piedi, il naso e tutto il resto
ti accorgi che non sei tu, è un altro:
un implacabile alieno.
E ancora non sai che ti succhierà la vita
la maledetta blatta, diventando carino
(per giunta) in proporzione diretta
a ciò che riesce a rubarti: il tempo,
il sonno, l'amore, la protezione, il cibo
lo fanno bello, lo formano, lo crescono.
Nemmeno l'ombra di un presepe
addolcisce la vera natività
la cui sconvolgente cruenza, infine,
è proprio ciò che ti impedisce di reagire,
meravigliato come un pastorello
davanti a questo livido macello
che non ha niente di divino né di casto
e proprio niente di rasserenante.
Finalmente qualcosa che è più forte di te
questo sì, questo è decisivo
un amore impossibile da trattare
un amore coatto, obbligatorio:
finalmente, per la prima volta nella vita
qualcosa che non è da discutere.
La nascita è nemica del dibattito
per sua natura è poco democratica.
Non è un che fare. È un fatto.
Poi viene la Chicco: per contratto.
(da Poetastro. Poesie per incartare l'insalata, 1993)
