Non posso non ascoltare questa canzone di Alanis Morissette (e le altre contenute nel bel cd da cui è tratta, registrato durante un suo concerto acustico per MTV) senza pensare agli anni che io e la Spia abbiamo trascorso a Cipro.
Nella mia memoria associo quegli anni, soprattutto i primi, ad un mio personale senso di inadeguatezza provato di fronte praticamente a qualunque nuova esperienza.
Ricordo per esempio quanto sia stato paralizzante, all'inizio, ritrovarmi in un luogo in cui nessuno, a parte la Spia, parlava la mia lingua e quanta fatica abbia dovuto fare per imparare a comunicare e a esprimermi per essere in grado di ascoltare e capire il mondo intorno a me e perché quel mondo potesse, a sua volta, ascoltarmi e capirmi.
Allora era forse troppo presto per esserne consapevole, ma più tardi ho riconosciuto il grande dono che mi è stato fatto in quegli anni: essere obbligata ad uscire dal mio piccolo mondo per ritrovarmi catapultata in un altro, estraneo e sconosciuto, essermi sentita tanto inadeguata di fronte a tutto quel nuovo, è stato proprio ciò che mi ha spinto a crescere, ad ampliare i miei orizzonti (umani, culturali, intellettuali), ad acquisire conoscenze che non avevo e che oggi sono la mia gioia, ad aprire il guscio in cui avevo vissuto fino ad allora, a cominciare ad essere la persona che voglio e posso essere.
La ragazza che in un pomeriggio rovente di giugno lasciò quell'isola era molto diversa da quella che, quattro anni prima, ci era arrivata; insieme a un marito appena sposato, tre gatti e un imprecisato numero di valigie e borse, portava con sé anche un prezioso bagaglio: l'esaltante consapevolezza che la fragilità può diventare un punto di forza, che una mancanza può trasformarsi in stimolo costruttivo e creativo e che la vita non si ferma mai e noi con lei.
Non credo che sia andata così, ma nel mio ricordo quella ragazza, mentre si avviava sulla pista di decollo, pronta a volare dall'altra parte del pianeta, canticchiava proprio i versi di questa canzone.
