mercoledì 30 dicembre 2009

Dell'incapacità di scegliere o della sindrome del "Potevamo" (e di alcuni biscotti [volendo] alla cannella)


La Spia e sua madre non hanno quel che definirei 'un ottimo rapporto'.

O meglio.

La Spia e sua madre hanno un ottimo rapporto, a patto che tra di loro ci siano almeno 333 chilometri, che sono esattamente quelli che, secondo Google Maps, separano la casa dell'una a Milano da quella dell'altro a Firenze.

La Spia e sua madre si sentono regolarmente al telefono. Parlano molto e ridono spesso, si danno reciprocamente consigli (lei viene spesso chiamata per consulti gastronomici - è cuoca sopraffina ma sommamente anarchica; lui viene invece interpellato per le ragioni più varie), si raccontano un sacco di cose, commentano indignati o divertiti notizie di attualità, si scambiano titoli di libri, si segnalano a vicenda film da vedere, musica da ascoltare, spettacoli teatrali cui assistere, programmi interessanti (quando ce ne sono, dato il per lo più desolante panorama televisivo).

La madre della Spia ama sommamente chiamare la Spia e dargli notizie allarmanti che ha letto su un giornale dimenticato in metro da qualcuno o ha sentito durante un programma tv visto a notte fonda con un occhio solo. In entrambi i casi, il ricordo della notizia è vago (sulla metro si distrae per guardare la gente; a notte fonda dormicchia sul divano davanti alla tv e poi si sveglia, guarda 3 minuti di programma e poi si riaddormenta, e poi si sveglia ancora e via così fino a mattina) e i pochi dati buttati giù su un foglietto strappato da qualche parte e annotati con la sua grafia alla Dalì non sono mai molto chiari, ma a lei piace moltissimo, dopo un breve preambolo, tuonare nella cornetta qualcosa del tipo: "Hanno detto che non bisogna più mangiare i mandarini! Sono cancerogeni!".

Questa è la griglia-tipo su cui la madre della Spia, negli anni, si è sbizzarrita a ricamare canovacci sempre diversi (con grande divertimento suo e nostro). Variazioni gustose e che mi sono rimaste impresse sono state (cito a caso):
"Hanno detto che non bisogna surgelare il pane!"
"Hanno detto che non bisogna conservare i cibi nei sacchetti di plastica!"
"Hanno detto che non bisogna lavarsi!"
Chi siano questi 'Hanno detto', cioè le fonti di tali notizie, è sempre cosa assai difficile da appurare. A volte impossibile. Facile da prevedere, invece, la conclusione di ogni nuovo diktat: "E' cancerogeno!".

Quando la Spia e sua madre, invece di parlare al telefono, si incontrano e trascorrono insieme più di 24 ore, sono dolori.
Hanno entrambi la straordinaria capacità di agitarsi a vicenda in modo delirante, portandosi reciprocamente prima alla frenesia e poi all'esasperazione, facendo tutto ciò che sanno irritare l'altro.

Io penso che questo sia il loro modo contorto e involuto di volersi bene, di riconoscersi simili, di fare un po' a pugni per sfogare certe tensioni che risalgono almeno al 1968.

Per chi assista a simili incontri di boxe, lo spettacolo può non essere piacevole.
Ricordo con orrore certe occasioni in passato in cui ho assistito alla creazione delle tipiche, elettriche atmosfere che riescono a prodursi tra i due. Ero sempre molto stupita che non si materializzasse tra le loro teste una nuvolona grigia e pesante di fulmini.

Con gli anni ho imparato a non aver paura di simili tempeste. So che si scatenano periodicamente, che sono terribili a vedersi, ma anche che passano senza quasi lasciare traccia.
Soprattutto ho imparato che non sono affari miei, e il rendermene conto è sempre meravigliosamente confortante.

Io e la madre della Spia abbiamo moltissime cose in comune. La Spia ogni tanto se ne rende conto e ci resta secco. Mi guarda sconvolto e mi dice "Madonna come mi sembri mia madre".
A volte la frase viene pronunciata con una sfumatura di malcelato orgoglio, altre con irritazione o sgomento; altre ancora, e sono la maggior parte, con divertita rassegnazione. La Spia non è certamente il primo uomo che ogni tanto pensa di aver sposato un clone (benché mascherato, benché travestito) di sua madre.

Se c'è una cosa che io e mia suocera abbiamo senz'altro in comune è la sindrome del 'Potevamo'.

Ci tormenta entrambe un'orrida propensione a mantrugiarci per tempi eterni e indefiniti nell'indecisione. L'idea di scegliere e di precluderci un'alternativa ci uccide. La prospettiva di dover ridurre ad un numero ragionevole l'infinita gamma di possibilità che la vita ci offre nelle più svariate occasioni ci rattrista e a volte ci fa arrabbiare. Come sarebbe bello poter fare tutto! Non dover mai scegliere! Poter andare quindici giorni al mare e altrettanti a Parigi quando si ha solo una settimana di vacanza e bisogna decidersi per una meta sola.

Abbiamo milioni di programmi, uno più faraonico e complicato dell'altro e vorremmo realizzarli tutti, indifferenti alla voce (quella della Spia) che ci richiama alla realtà nuda e cruda dei fatti e delle leggi della fisica. Quando infine, dopo estenuante agonia, scegliamo, non siamo mai del tutto persuase della bontà della nostra scelta e saliamo sulla diabolica giostra del 'Potevamo'.

Vi faccio un esempio, per chiarire.

Ci sono poche cose al mondo che ci divertono di più dell'idea di organizzare un pranzo o una cena.
Ma quando lo facciamo, la nostra mente comincia a viaggiare a velocità supersonica, sfogliamo decine di libri, elaboriamo almeno 5 diversi menu che poi scomponiamo, ricomponiamo, modifichiamo, cancelliamo, ripeschiamo.

Alla fine, quando decidiamo cosa fare, siamo già stanchissime anche senza aver toccato un mestolo. Ma ci rimane sempre il rimpianto di quello che avremmo potuto preparare e non abbiamo preparato, il sospetto che se avessimo scelto quel primo e quel contorno, che invece abbiamo deciso infine di non cucinare, il menu sarebbe stato ancora più strabiliante, o più equilibrato, o più raffinato.

Quando la Spia sente me o sua madre pronunciare la fatidica paroletta "Potevamo..." (che prelude a frasi di ogni genere, del tipo: "Potevamo fare i cannelloni invece che i tortellini", "Potevamo andare a passeggio invece che al cinema", "Potevamo farci la doccia invece che il bagno" e via così), comincia a innervosirsi. Sgrana gli occhi azzurri ed espira col naso come se fosse un soffione boracifero.

Il mio ultimo "Potevamo" ha riguardato proprio questo blog.

Volevo fare le cose per benino. Pubblicare qualche post pre-natalizio con ricette e foto suggestive (oddio, che parola grossa; qui ne vedete due esempi: in alto la renna Olga, indispensabile ninnolo natalizio che, a dire il vero, fa bella mostra di sé tutto l'anno [regalo della suocera, tra l'altro]; in basso l'alberello in fil di ferro e perline comprato a Lusaka), magari dare anche qualche (non richiesto) consiglio sui regali di Natale da fare con le proprie sante manine.

Invece niente di niente. Tra l'effettivo delirio festivo che mi ha tenuta lontana dalla tastiera e l'indecisione orrenda su che cosa pubblicare ("no, questa ricetta non mi convince" "nooo, quest'altra non è sufficientemente natalizia" "noooo! questa qui non è abbastanza testata!"), ho finito per non fare nulla (manifestazione naturale e comune, anche se non automatica, della sindrome del "Potevamo").

Ed ora che manca un giorno alla fine di questo 2009, vi scrivo la ricetta dei biscotti che ho regalato un po' in giro, dei semplicissimi biscotti che faccio tutto l'anno ma che, con una semplice aggiunta di cannella (ed eventualmente di zenzero) e una 'pucciata' nel cioccolato fuso, fanno la loro porca figura anche come piccolo regalo.

E' tardi, lo so. E' tardissimo.
Siate pazienti. Come la Spia lo è con me e con sua madre.

I biscotti sono comunque buonissimi, indipendentemente da quando decidiate di farli.


da Feast di Nigella Lawson

per 25-30 biscotti

90 gr. di burro
100 gr. di zucchero
1 uovo
1/2 cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
200 gr. di farina
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
1/2 cucchiaino di sale
(1 cucchiaino di cannella, facoltativo)

Secondo il mio sistema - che dovreste ormai conoscere - mettete tutti gli ingredienti secchi nella coppa del robot da cucina, azionate per una decina di secondi, poi unite l'uovo.

Quando sta per formarsi la cosiddetta palla, tirate fuori l'impasto, dategli due-tre 'smucinate' (termine tecnico ad indicare delle rispettose ma vigorose manate, atte a permettere all'impasto stesso di assumere una qualche compattezza e forma), appiattitelo, avvolgetelo nella pellicola e mettetelo in frigorifero per almeno un'oretta.

Preriscaldate il forno a 180°.

Con il mattarello, stendete l'impasto fino a che raggiunga uno spessore di circa 1/2 cm.

Usate i vostri stampini per biscotti preferiti (ricordate che se decidete di usarne di diverse dimensioni dovrete stare attenti alla cottura: quelli più piccoli cuoceranno, ovviamente, prima di quelli più grandi).

Fate cuocere per 8-12 minuti (la solita storia del 'ogni forno è diverso' e bla bla bla). I biscotti dovranno essere piuttosto pallidi, con i bordi appena dorati.
Fate raffreddare su una gratella.

Sciogliete una tavoletta da 100 gr. di cioccolato fondente e intingetevi i biscotti.
Man mano che li depositate sulla consueta gratella, sotto la quale avrete messo un foglio di carta da forno per raccogliere eventuali sbrodolamenti, mangiatene qualcuno.

Se non lo faceste, dopo averli tutti regalati ai vostri amici, potreste ritrovarvi anche voi a pensare malinconicamente: "Potevamo mangiarne qualcuno..."

Enjoy!

venerdì 18 dicembre 2009

Everyman di Philip Roth

Al centro di questa meditazione sulla vecchiaia e sulla morte, è l'ennesima incarnazione dell'autore, un pubblicitario di successo pluridivorziato e con tre figli, due nati dal primo matrimonio - che non lo hanno mai perdonato per averli abbandonati insieme alla loro madre - una che lo adora, Nancy, avuta con la seconda moglie, la tenera Phoebe. La storia che leggiamo è quella delle vicissitudini mediche del protagonista, la cui vecchiaia viene funestata da una lunga serie di disturbi e operazioni chirurgiche e dalla malattia e dalla morte delle persone che lo circondano.

Altro personaggio chiave è il fratello maggiore del protagonista, Howie, il suo doppio perfetto: atletico, sanissimo, uomo di successo che ha saputo costruirsi una fortuna in modo onesto, senza sacrificare all'impresa l'amore fedele per la moglie e il rapporto intimo e felice con i figli e con il fratello amatissimo.

L'Everyman del titolo fa riferimento a una rappresentazione allegorica quattrocentesca, un classico della prima drammaturgia inglese, che ha per tema la chiamata di tutti i viventi alla morte, recita il risvolto di copertina.

Così come davanti alla morte non esistono i singoli individui, nella loro straziante e forse inutile unicità, ma solo l'umanità tutta, la vita tutta, destinata a passare sotto la sua falce, il protagonista di questo romanzo non ha nome, è una maschera, è l'uomo comune, dotato della sua dose di pregi e difetti, debole di fronte alle tentazioni, incline alla menzogna e al sotterfugio, spesso inconsapevole, per egoismo, per cecità, di far soffrire chi lo ama, non immune da un sentimento meschino come l'invidia (nei confronti di Howie, che lo adora), ma anche capace di provare genuina compassione nei confronti dei suoi simili, di albergare sentimenti di protezione e tenera sollecitudine verso la figlia tanto amata, di trovare una momentanea sospensione estatica, all'indomani della pensione, nella grande passione della sua vita, la pittura, che però, dopo una breve parentesi idilliaca, lo abbandona, appannata anch'essa dall'incombere della malattia e dalla morte e, prima ancora, dalla desolante solitudine che accompagna il declino del protagonista.

Bellissimo, a mio avviso, l'incontro con il vecchio becchino che al protagonista spiega in modo dettagliato la complessa operazione che è poi una sepoltura: nella precisione, nell'attenzione dedicate a un compito tanto ingrato, che quest'uomo svolge (e non è un caso) insieme al figlio (e forte in questo romanzo è l'idea che si continua a vivere attraverso la propria progenie), si respira il civile e sublime rispetto per i propri simili, il desiderio di conceder loro, anche quando ormai sono scivolati nell'oblio e forse non ascoltano e non vedono ciò che si fa per loro e in loro nome, gesti dettati da un'autentica e commovente pietas.



Philip Roth, Everyman, Einaudi 2007, traduzione di Vincenzo Mantovani.

lunedì 14 dicembre 2009

Delle (cosiddette) piccole gioie della vita, del celebrarle e di alcuni muffins


Qualche tempo fa mi sono finalmente liberata della traduzione che mi trascinavo dietro, ridendo e scherzando - si fa per dire - da circa un anno e mezzo, con tutto il suo corollario di nefaste conseguenze per il mio benessere psico-fisico (e per quello della povera Spia).

Mi dispiace dirlo, ma non sono molto contenta del risultato del mio lavoro.
Benché in tutta onestà possa affermare che non avrei potuto fare meglio di quanto ho fatto, la consegna di questo libro non è stata accompagnata da quel senso di soddisfazione mista ad ansia che provo ogni volta che premo il tasto invio e mando alla casa editrice la fatidica mail con il suo corposo allegato (benedetta sia la posta elettronica, che non mi costringe a spedire pacchi e pacchetti).

Detto ciò, ora che mi è concessa una momentanea tregua (con tutta probabilità, infatti, dovrò di nuovo occuparmi di questo stramaledetto libro quando in redazione cominceranno a rileggere la mia traduzione e, inutile dirlo, già pavento quell'istante), cerco di godermi al meglio questa finestra di tempo libero e di ozio, da lungo tempo agognata.

Che la cosa avvenga in prossimità delle feste natalizie è certamente una fortunata coincidenza: mi offre infatti l'opportunità di dedicarmi con agio alla manifattura di regali e biglietti, attività che mi diverte e mi delizia oltre ogni dire. La testa ribolle di idee, le mani la seguono come possono, la casa tutta si trasforma in un enorme, caotico laboratorio ingombro di carte, nastri, gomitoli di lana, fili, perline che le gatte Linda e Matilde mangiano o spargono per ogni dove, costringendomi a trascorrere intere mezz'ore piegata a 90° o carponi sul pavimento a guardare sotto i mobili (e a spaventarmi per la polvere che vi si accumula; ma non soffermiamoci su questo aspetto); la Spia sorride, non si sa se intenerito, rassegnato o come si sorride ai folli, per tenerli buoni nell'attesa che arrivi la neurodeliri.

Per tornare all'argomento di questo post, il giorno in cui ho consegnato la traduzione, pur se tra mille dubbi e perplessità e con uno strisciante senso di incombente tragedia, ho voluto comunque festeggiare l'evento preparando questi muffins, che infatti, in Rachel's Favourite Food at Home di Rachel Allen, risultano come orange and chocolate chip celebratory cupcakes.

Credo sia giusto e sano celebrare anche minimi, microscopici eventi felici della vita quotidiana.
Sono allergica a gran parte delle manifestazioni di ciò che viene sommariamente definito 'pensiero positivo', ma sento che bisognerebbe non sottovalutare mai anche quelle che appaiono come trascurabili e piccole soddisfazioni (a ben guardare non lo sono mai) e assaporare ogni minimo momento di respiro, bellezza e serenità ci venga concesso, per fermarci un attimo e pensare che in fondo la vita non è poi sempre e comunque una rottura di palle, come a volte ci fa perversamente comodo credere che sia.

Al contrario, a me pare che, a chi sappia scorgerle e goderne, essa offra infinite, anche se spesso minime, occasioni di piacere e di felicità. Si tratta di approfittarne e di non farsele scappare. E sempre, sempre, sempre di ringraziare (non so bene chi o cosa, visto che tendenzialmente sono agnostica). E, volendo e potendo, di condividere.

Così io faccio volentieri con voi, passandovi la semplicissima ricetta di questi muffins (del resto tutte le ricette di muffins sono di una semplicità disarmante, quasi sospetta).


per 12 muffins:

2 uova
150 gr. zucchero di canna leggero (io ho usato il golden caster sugar del commercio equo e solidale)
la buccia grattugiata e il succo di due arance
latte
100 gr. di burro, fuso
350 gr. di farina, setacciata
1 cucchiaio di lievito
1/4 di cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale
200 gr. di cioccolato fondente 70%, tagliato a pezzetti

Preriscaldate il forno a 200° e preparate una teglia da 12 muffins (imburratela e infarinatela oppure usate dei pirottini).

Con una frusta mescolate appena le uova, lo zucchero e la buccia delle arance.

In un bricco misuratore versate il succo delle arance. Aggiungete tanto latte quanto vi serve per arrivare ad avere 175 ml. di liquido. Unite il burro fuso e versate il tutto nella ciotola delle uova e dello zucchero.

Aggiungete tutti gli ingredienti secchi e mescolate quel tanto che basta per amalgamare tutto. Come ben sapete, un impasto grumoso, oserei dire abborracciato, produce muffins leggeri e ariosi (è questo il motivo per cui è così bello farli e, a ben guardare, un'ulteriore occasione di gioia e felicità da celebrare: che una cosa tanto buona sia anche tanto facile e rapida da fare).

Cuocete in forno per circa 20-25', passati i quali tirate fuori la teglia, fatela raffreddare per qualche minuto, poi estraete tutti i muffins e metteteli sulla solita gratella.

Mangiate, rendete grazie e soprattutto godete!

Enjoy!

sabato 12 dicembre 2009

Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb

Questo è il primo libro di Amélie Nothomb che leggo. Ovviamente avevo sentito molto parlare di lei: questa scrittrice belga, intorno alla quale si è creato una sorta di culto, non è tipo da passare inosservato, anzi, è decisamente un personaggio folkloristico, sempre vestita di nero e spesso sfoggiante cappelli di una stralunata e lugubre eccentricità che la fanno assomigliare a un personaggio uscito da un film di Tim Burton.

Devo ammettere che in questo romanzo autobiografico non ho trovato molto simpatico il personaggio Amélie, ma non posso impedirmi di riconoscerle un certo qual carisma.
Si capisce perfettamente che ci si trova di fronte ad un individuo originale, animato da sentimenti e idee personalissimi che a tratti però, almeno per me, hanno il sentore di vezzi.

Posso dire che il libro ha pagine divertenti e che per chi, come me, ha vissuto anni all'estero, circondata da persone di diversa nazionalità, suonano molto vere certe osservazioni e riflessioni cui l'autrice si abbandona mentre narra la sua storia. Come potrei non sottoscrivere la seguente affermazione: Il vantaggio delle discussioni con gli stranieri è che si può sempre attribuire l'espressione più o meno costernata dell'altro alla differenza culturale?

La storia d'amore narrata nel libro è solo marginalmente quella con lo studente giapponese Rinri, essendo in primo luogo quella che la Nothomb ha con il Giappone tutto, dove è nata, con la propria infanzia (dimensione spazio-temporale mitica e rimpianta, nella quale cerca sempre spasmodicamente di tornare, con risultati alterni) e, in ultima analisi, con se stessa.

Il libro si chiude con una bella scena (casualmente ambientata il giorno del mio compleanno, cosa che mi ha fatto scioccamente piacere; mi si perdoni l'innocuo e idiota narcisismo), in cui i due ex amanti si scambiano, dopo anni che la loro relazione è finita, l'abbraccio fraterno del samurai, trovando allora, in quel gesto sobrio e virile, di grande intensità, il senso e la bellezza della relazione cui un tempo hanno dato vita.

Questa scena non riesce però, ai miei occhi, a riscattare l'idea di fondo che mi sono fatta della storia e dell'autrice.
Il modo in cui quest'ultima gestisce la fine della sua relazione con Rinri non le fa fare quella che definirei una bellissima figura; c'è di buono che è proprio lei la prima ad ammettere di essersi comportata in modo non proprio elegantissimo e coraggioso e questo in parte riscatta la sua fuga.

In ultima analisi, l'impressione che ho ricavato dalla lettura di questo romanzo è che la Nothomb viva fondamentalmente isolata dal resto del genere umano, cui pur tuttavia appartiene e che, ad eccezione di pochissimi individui (la sorella Juliette in primis), le sue relazioni più appassionate e coinvolgenti siano soprattutto intessute con le cose inanimate: il monte Fuji, il paese che l'ha vista nascere, certi cibi, certi paesaggi, una certa idea di sé.

Non che ci sia niente di male.

Ma per tutto il romanzo mi è sembrato di sentir spirare il vento gelido e impietoso che in una scena intensa e cruciale del romanzo soffia sull'innevato, immoto e glaciale Kumotori Yama e porta quasi alla morte la protagonista. Di tanta perfezione e solitaria, sublime, disumana bellezza si può anche morire.



Amélie Nothomb, Né di Eva né di Adamo, Voland 2007, traduzione di Monica Capuani.

martedì 8 dicembre 2009

Lavorare piace di Alain de Botton


Ci ho provato a leggere questo libro.
Ho letto diligentemente (benché sbadigliando più spesso di quanto avrei voluto) le prime 190 pagine, poi ho cominciato a saltarne qualcuna, a tralasciare interi capitoli, a leggere periodi a caso, finché oggi pomeriggio ho smesso di fare l'ipocrita e mi sono data per vinta.
Questo libro non è scritto (tradotto) male e l'argomento in sé mi interessa molto.
A prenderlo in prestito alla biblioteca del quartiere mi aveva spinta una frase, proprio all'inizio, che spiega che cosa sia questo libro: un'ode all'intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all'orrore del lavoro moderno e, non da ultimo, alla sua straordinaria pretesa di fornirci, insieme all'amore, la fonte principale del senso della vita umana.

Non chiedevo niente di meglio che leggere qualcosa che parlasse proprio di tutto questo.
Peccato che de Botton, autore che sa essere tanto brillante quanto pesantissimo e pedante, in questo ultimo suo libro mi sembra abbia dato voce solo a questo secondo aspetto della sua natura di scrittore.

Non sono riuscita nemmeno per un secondo a trovare interessanti le storie che racconta e che secondo lui dovrebbero rappresentare un ritratto variegato e realistico del moderno mondo del lavoro. Non solo, ho avuto l'impressione che lui per primo, l'autore intendo, sia del tutto indifferente alle storie che narra. La partecipazione alla vita dei personaggi incontrati è praticamente inesistente e anche l'occasionale ironia che risvegliano alcuni tratti decisamente bizzarri di questi uomini e queste donne incrociati via via è stiracchiata e artificiosa.

Secondo me de Botton nello scrivere questo libro si è annoiato tanto quanto io mi sono annoiata leggendolo.
Davvero soporifero.
Come sempre, peccato.



Alain de Botton, Lavorare piace, Guanda 2009, traduzione di Luisa Nera.

sabato 5 dicembre 2009

Un post su commissione o dell'estratto di vaniglia fatto in casa

La mia cara amica Paola mi ha chiesto or ora delle delucidazioni in merito alla ricetta di ieri. Era assai perplessa circa l'estratto di vaniglia da me indicato tra gli ingredienti. Pensava mi riferissi a quegli orrendi preparati chimici e sintetici che si trovano in genere venduti in fialette nei supermercati.

Orrore e abominio! Giammai! Io intendevo l'estratto naturale di vaniglia, che è raro e assai costoso, ma che ci si può molto facilmente preparare da soli, con le proprie manine, a casa propria, come infatti avevo scritto qui, rimandando al post di Clotilde Dusoulier che spiegava tutto per benino.

Paolina però vuole che glielo spieghi io e siccome accontentarla mi fa felice, ecco qui il procedimento, preso alla lettera da Clotilde Dusoulier, però scritto da me.
Va bene così Paolina bella?
:-)



Ingredienti:

3 baccelli di vaniglia
250 ml. di vodka (nella ricetta originale è indicata in alternativa al rum; io la preferisco)

Con un coltello dalla lama affilata tagliate i baccelli nel senso della lunghezza in modo da esporre i semini che sono all'interno. Eventualmente tagliate i baccelli a metà (nel caso in cui non entrassero agevolmente nel barattolo). Infilateli nel barattolo (lavato con acqua calda e sapone e ben asciugato, ça va sans dire) e versateci sopra la vodka (o il rum).

Chiudete il barattolo e riponetelo nella credenza al buio, agitandolo amorevolmente ma fermamente un paio di volte alla settimana o ogni volta che ve ne ricordiate.

Dopo 2 mesi dovreste avere la vostra essenza di vaniglia naturale, che diventerà sempre più scura e un po' torbida. Niente paura. E' così che deve essere.

La cosa bella è che si tratta di qualcosa di praticamente eterno. Man mano che lo usate, quando vedete che il livello della vodka scende di circa il 20%, rabboccate con un altro po' di liquore e agitate.

Io trovo sia un bellissimo regalo di Natale per un'amica o un amico cucinieri.
Scegliete un bel barattolo, magari un po' artistico, cingetelo con un nastro, aggiungete il solito bigliettino con accluse tutte le informazioni che ritenete importanti (quando l'avete preparato, quando sarà pronto all'uso, come 'rinnovarlo' etc. etc.) e rendete felice con poco un altro essere umano.
E anche voi.

Ad esser buoni si fa felici prima di tutto se stessi.

Enjoy!

venerdì 4 dicembre 2009

Del combattere gli sprechi, dell'amicizia fra donne e di un altro banana bread


In realtà questo post doveva parlare di tutt'altro.
Ora vi racconto com'è andata.

Con il nostro GAS, io e la Spia compriamo regolarmente i prodotti del commercio equo e solidale, tra i quali anche ananas e banane. La Spia non ama le banane. Io sì, ma, terrorizzata all'idea di ingrassare di nuovo, ne mangio una ogni 10 giorni, cumulativamente.
Nel senso che ne addento un pezzetto e poi la lascio lì, mutilata, ad annerirsi, sperando che la Spia la utilizzi per prepararsi uno dei suoi famosi frullati (o papponi, dipende dal punto di vista). Cosa che puntualmente la Spia fa, benché sbuffando, perché, appunto, lui le banane non le ama, ma detesta gli sprechi.

Ogni due settimane, dunque, in casa nostra c'è sempre la stessa discussione. Io compro le banane e lui mi dice: 'Ma che cosa le compri a fare? E perché ne compri così tante? Poi finisce sempre che mi tocca mangiarmele e a me non piacciono nemmeno'. Mi secca ammetterlo, ma il pover'uomo, almeno su questo, ha ragione (per la legge dei grandi numeri ci sta che ogni tanto abbia ragione anche lui).

Qualche giorno fa, dunque, vedendo tre banane parcheggiate da giorni sulla fruttiera e ormai sulla via della pensione, ho preparato un banana bread (ricordate? ne avevo parlato già qui) e l'ho portato a casa di una mia cara amica, dalla quale sono andata dopo pranzo per chiacchierare un po', perché costituisse il pezzo forte della nostra merenda (per quanto, si può parlare di merenda alle 3 del pomeriggio?). Il che spiega anche il perché delle due misere foto di oggi (voglio dire, ancora più misere del consueto), scattate prima di andare a casa della mia amica, dove ovviamente mi sono ben guardata dallo scattarne qualcuna alla torta tagliata. Oggi vi si chiede un ulteriore sforzo di immaginazione; fatelo per amor mio.

Se non che, ultimamente mi sono imbattuta in più di un blog in cui si parlava di dolci con le banane (andate per esempio a vedere qui, e mi ringrazierete) e mi sono chiesta se fosse proprio necessario che anche io scrivessi un post sullo stesso argomento. Dunque avevo pensato di parlare di alcuni muffins buonissimi al cioccolato e all'arancia (d'accordo, l'abbinamento non è dei più originali, ma sono davvero molto molto buoni e facilissimi; ne riparleremo).

Poi mi sono detta che questo banana bread è leggermente diverso dagli altri di cui ho letto (la ricetta è tratta da How to Be a Domestic Goddess di Nigellona) e soprattutto che è un pretesto per celebrare quel che per me è una conquista relativamente recente: l'amicizia con le donne.

Ho sempre avuto qualche problema ad avere legami d'amicizia sereni e duraturi con rappresentanti del mio sesso. A parte un caso eccezionale che resiste al tempo, alla distanza e alle differenze caratteriali (Claudia, sto parlando di te!), ho sempre avuto rapporti conflittuali dall'andamento altalenante, che in due casi particolarmente infelici si sono conclusi in modo piuttosto burrascoso. Peccato.

Adesso sono in una fase della mia vita in cui ho molte amiche, tutte diverse tra loro e tutte 'nuove' o quasi. Conosciute in questo ultimo anno e mezzo trascorso a Firenze, per lo più, ma anche incontrate in rete, alcune delle quali mai viste di persona, con cui intrattengo rapporti di diversa intensità, ma tutti ugualmente sinceri ed affettuosi. Una situazione inusuale, per me, e che mi piace molto.

Una volta, sul suo diario, la mia adorata Virginia scrisse: 'Women only stir my imagination'. Vale a dire, solo le donne stimolano la mia immaginazione. Al di là delle facili battute che si possono fare circa l'omosessualità della Woolf, comincio a pensare che la cosa sia vera anche per me.

Trovo che le mie amiche siano mediamente molto ma molto più interessanti di quasi tutti gli uomini che conosco. Sono più complesse, più sfaccettate, in molti casi decisamente più affascinanti. Vivono in un mondo più intenso, che abbraccia un campo maggiore di esperienza e di vita, si trovano spesso a partecipare di dimensioni diversissime tra loro (molte sono madri, mogli, lavorano) e questo fa di loro creature dalle molteplici identità, in grado di entrare e uscire da queste diverse dimensioni con minore o maggiore disinvoltura, ma sempre con grande slancio e sentimento e passione.

Molte di loro sono dotate di un senso dell'umorismo irresistibile, cinico o stralunato, e mi riducono spesso a un essere gemebondo in preda al fou rire; altre hanno invece doti non comuni di analisi, straordinarie capacità intuitive, e tra le cose individuano nessi, rapporti e legami che danno al mondo maggiore coesione e maggiore senso. Tutte mi offrono prospettive inedite e diverse dalle quali guardare alla mia vita e lo fanno con generosità e tatto, acume e tenerezza.

Sono certa che le mie amiche sapranno riconoscersi in questo ritratto collettivo che ne ho fatto.
A loro è dedicato questo dolce, un modesto tributo alla loro bellezza e intelligenza - di cui sono spesso inconsapevoli - e un pegno della mia riconoscenza e della mia gratitudine, per ringraziarle di rendere la mia vita più bella, più ricca e più allegra.

A tutte voi, amiche carissime!

175 gr. di farina
2 cucchiaini di lievito per dolci
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale
125 gr. di burro, fuso
150 gr. di zucchero
2 uova grandi
3 banane di media grandezza (300 gr. circa pesate senza buccia), schiacciate con la forchetta
60 gr. di noci grossolanamente tagliate
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
(Nella ricetta originale sono previsti anche 100 gr. di uvetta sultanina lasciati ammorbidire in 75 ml di bourbon o rum scuro. Io, odiando e l'uvetta e preferendo evitare i liquori nei dolci, ho eliminato entrambi gli ingredienti. A voi la scelta di utilizzarli. Nel qual caso, metteteli entrambi in un pentolino e portate a bollore. Spegnete il fuoco e lasciate riposare per circa un'ora o fino a quando l'uvetta avrà assorbito quasi tutto il liquore. Scolatele e mettetele da parte.)

Preriscaldate il forno a 170°, imburrate e infarinate una teglia da plumcake 23x13.

Riunite in una terrina la farina, il lievito, il bicarbonato e il sale.

In un'altra, più capiente, mescolate il burro fuso con lo zucchero utilizzando le fruste.

Aggiungete un uovo alla volta, poi le banane ridotte in purea, le noci (se avete usato l'uvetta aggiungetela adesso) e l'estratto di vaniglia. Infine incorporate con cura la miscela di farina, lievito e sale.

Versate il composto nello stampo e fate cuocere per circa un'ora o poco più (fate, come d'abitudine, la prova empirica e infallibile dello stecchino). Indi fate raffreddare su una gratella.

(Nigellona suggerisce, e io vi passo volentieri il consiglio, una variante al cioccolato che, incredibile ma vero, non ho mai provato: sostituire 25 gr. di farina con altrettanti di cacao amaro e aggiungere all'impasto 100 gr. di cioccolato fondente tagliato a pezzetti).

... e pazienza se sulla blogosfera circolerà l'ennesima ricetta di banana bread. Un'altra versione di questo buonissimo dolce non può che essere una felice aggiunta, così come lo è sempre una nuova amica.

Enjoy!

domenica 29 novembre 2009

Di cose curiose e insolite, di egocentrismo e narcisismo e dell'ennesimo giochino (l'ultimo)


Tiziana di t-time mi ha recentemente coinvolta in un altro gioco, al momento in circolazione nella cosiddetta blogosfera.

Dopo il meme cui ho aderito su richiesta di Wenny, mi sembrava brutto esimermi dal rispondere a questo invito.

Dunque, oggi niente ricette, niente recensioni, ma un po' di sano e morboso narcisismo!

Sarà difficile trovare 10 cose insolite e curiose su di me, ma ci proverò.

1. Per anni ho balbettato, cosa che oggi, per chi mi conosce, sembra cosa impossibile (ho una discreta logorrea e in un minuto riesco a pronunciare un numero di parole spropositato).
Ancora adesso, però, la balbuzie può tornar fuori, soprattutto al telefono, mezzo di comunicazione che non amo, o se sono molto ma molto emozionata (o arrabbiata).

2. La balbuzie era il risultato del mio mancinismo corretto. Impedendomi di usare la sinistra per scrivere, la mia maestra delle elementari (che motivò il suo atto scellerato ai miei genitori affermando che la sinistra era 'la mano del diavolo'; e badate bene che non sono andata alle elementari durante la prima guerra mondiale, ma nei rivoluzionari e alternativi anni '70), causò un piccolo pandemonio nei miei emisferi cerebrali, con conseguenze nefaste sulle mie capacità linguistiche, di coordinamento spaziale, più varie ed eventuali. (Va bene, la maestra era una demente; ma i miei genitori? Perché non le hanno fatto una sonora pernacchia e non le hanno impedito di torturarmi con il braccio sinistro legato dietro la schiena con il suo foulard? Mistero. Quando anni dopo ho chiesto loro ragione di questa nefandezza, mi hanno risposto serafici: 'Ah sì?').

3. A 19 anni, stanca di cambiare grafia ogni 10 minuti (la perdita dell'identità grafica è un'altra tipica conseguenza del mancinismo corretto) e avendo problemi all'università perché firmavo i verbalini degli esami in modo sempre diverso, ne parlai con lo zio neurologo del mio fidanzato di allora, che mi consigliò di ricominciare a scrivere con la sinistra. Dopo 13 anni, dunque, con pazienza e vergognandomi come un ladro, cominciai a tenere un quaderno sul quale esercitarmi. Ci sono voluti circa 3 anni per riacquistare una grafia 'decente' (per un bel po' scrissi infatti come una bambina di 6 anni, una cosa piuttosto imbarazzante quando si è all'università).
Adesso scrivo come un vecchio signore (ma quando sono molto stanca o nervosa, mi viene da scrivere con la destra).




4. Due delle mie più grandi paure sono:
- diventare incontinente (paura che mi ha sicuramente trasmesso la mia mamma)
- restare senza benzina (al punto che preferisco non avere del tutto la macchina)

5. Da piccola avevo, come molti bambini, un amico immaginario, senza nome, col quale dividevo ogni cosa che mangiavo. Per questo ero felice se nel piatto mi ritrovavo 16 rigatoni invece che 17 o 6 polpette invece che 5. A dire il vero, ancora oggi, quando mi servo, tendo a scegliere 6 polpette invece che 5. I rigatoni, invece, ho smesso di contarli.

6. Non mi piacciono i luoghi molto affollati, molto illuminati e molto rumorosi.
Forse l'immagine per me più vicina a quella di un luogo infernale è un centro commerciale pieno di luci, musica a tutto volume e gente che sciama in ogni dove. In genere reagisco con furiosi mal di testa.

7. Ho una paura assurda dei ragni. Anche quelli piccoli e che so essere assolutamente innocui mi gettano in uno stato di terrore assoluto. Gli anni trascorsi in Africa non mi hanno certo aiutato, in questo senso.

8. Faccio collezione di posate per l'insalata.

9. Le sagre di paese mi fanno una tristezza allucinante e mi provocano quelli che la mia amica Annalisa definisce 'attacconi di squallore'.
La visione invece delle bande musicali di paese mi fa commuovere. Non so perché, ma vedere quei complessi composti dal farmacista, dal maestro in pensione, dal vecchietto novantenne che suonano insieme al bambino di 6 anni, alla ragazza di 15, all'universitario di 22, mi fa venire da piangere.

10. Questa sono io (autoscatto in bagno davanti allo specchio, e si vede).


Delusi?
Sopravvissuti allo spavento?

Ora dovrei passare, come al solito, la palla.
La tiro in direzione di Alfonso, aspettandomi anche che non voglia giocare (basta che non me la tiri addosso).

Enjoy!

mercoledì 25 novembre 2009

Della convivenza e dei suoi tormenti e di (un'altra) quiche di cipolle



Sono da anni convinta che, a parte casi eccezionali, la cosa migliore che possano fare due persone civilizzate che si amano sia vivere in due case separate.

Che non mi si fraintenda. Questo sottrarsi alla convivenza non significa certamente voler evitare un impegno serio o una progettualità di coppia. Significa, al contrario, voler salvaguardare e mantenere in vita nel migliore dei modi possibili una relazione.

Ci sono persone che sono evidentemente fatte l'una per l'altra, che quando vanno a vivere insieme raggiungono livelli di armonia e compatibilità quasi paranormali e danno il meglio di loro stesse proprio nella quotidiana condivisione anche di uno spazio fisico.

E ce ne sono altre che invece, in una convivenza, magari di fronte a un bagno devastato (l'altro ne è appena uscito dopo essersi fatto la doccia o essersi anche soltanto lavato i denti) o a una cucina in cui sembra essere esplosa una bomba (l'altro si è versato un bicchiere d'acqua o si è preparato un piatto di pasta al burro), di fronte a un cassetto in cui regna il delirio (l'altro si è vestito) o all'ennesimo calzino trovato per terra in corridoio invece che nella cesta del bucato sporco (l'altro si è spogliato), si ritrovano a pensare a quanto sarebbe bello se potessero semplicemente uscire da quella casa, lasciando il bagno devastato, la cucina esplosa, il cassetto nel delirio e il calzino in corridoio, e tornarsene nella loro bella casa ordinata, dove il bagno è un bagno e non la scena di un disastro nucleare, la cucina una cucina e non il set di Apocalypse Now, i cassetti sono cassetti e non la dimostrazione di qualche ardito teorema fisico sull'entropia e i calzini sporchi sono là dove dovrebbero essere, nel cesto della biancheria.

Io temo di appartenere a questa seconda categoria di persone. Purtroppo.

La maggior parte delle volte, per fortuna, ci rido su. La tentazione di lasciare tutto com'è c'è, e forte. Poi mi dico che in questa casa ci vivo anche io e che sono io fondamentalmente ad avere problemi con i calzini abbandonati o i bagni devastati e dunque sta a me pensare a porvi rimedio.

Il fatto spiacevole è che spunta sempre fuori una vocina importuna che dice più o meno: "Certo, è un problema tuo. E lui lo sa. E se ne approfitta. Tanto sa benissimo che tu non potrai resistere 10 minuti con un calzino sporco in mezzo al corridoio. E si risparmia la fatica di mettercelo lui, nella cesta del bucato".

La meschinità di un ragionamento del genere si commenta da sola. Pure...

Ma ci sono altre occasioni in cui il fantasma di una relazione senza convivenza si presenta ai miei occhi come estremamente desiderabile.

Non posso mai o quasi mai ascoltare certi cd quando è in casa la Spia. Pena i suoi sguardi sgomenti o i suoi commenti sardonici o le sue manifestazioni di disgusto (se un giorno lo incontrate, provate anche solo a dirgli 'Jordi Savall' oppure 'Michael Nyman' e prendete nota delle sue reazioni).

Certo, il discorso è assolutamente reversibile. Io dopo venti minuti di ascolto della sua vecchissima cassetta di Donovan comincio ad avere pensieri suicidi (che dopo mezz'ora diventano omicidi).

Ma uno dei paragrafi più tristi di questo capitolo già assai triste è proprio il cibo.

Come rimediare alle idiosincrasie alimentari non condivise?
Che cosa può fare una povera disgraziata che ama i peperoni ma ha anche un marito che non ne tollera l'odore?
E se sempre quella povera disgraziata ha una passione smodata per il gorgonzola ma anche un marito che di fronte ad una semplice fotografia di un pezzo di gorgonzola si riempie di bolle e dice di sentirne la puzza? (la puzza, sì, dice proprio la puzza, che Dio lo perdoni).

Se poi quel marito non ama che la povera disgraziata mangi i cetrioli, per un certo qual effetto, non proprio gradevole a quanto pare, che queste cucurbitacee avrebbero sul suo alito, capirete il perché di certe sue riflessioni (della povera disgraziata).

Per fortuna, sia la povera disgraziata (che ovviamente sarei io) sia il marito (che ovviamente sarebbe la Spia) non hanno problemi con le cipolle, note per non aver nessun tipo di effetto nefasto sull'alito di chi ne mangi, a differenza dei cetrioli (Spia, se mi leggi: ma sei proprio sicuro di questo?).

E dunque, dopo la torta di qualche post fa, oggi vi parlo di questa quiche, sempre di cipolle, sempre di Nigellona, tratta dal suo How to Eat, la cui lettura non posso che consigliarvi caldamente; ahimé in inglese, ché nessun editore italiano ha avuto mai il coraggio finora di tradurre alcunché della mia Nigellona, - nonostante io mi sia adoprata, nel mio piccolo piccolissimo, in tal senso - nemmeno la Luxury Books, che mesi fa pareva invece essere sul punto di lanciare la pubblicazione in italiano del suo How to Be a Domestic Goddess; c'è qualcuno che sa dirmi che cosa sia successo, by the way?

Questo post, tra l'altro, è dedicato ad un caro amico, che io e la Spia abbiamo conosciuto nei nostri anni africani insieme alla sua bella moglie (ora la famiglia è cresciuta di due unità, con l'aggiunta di due bellissimi e fortunati bambini), cuoco appassionato e curioso, con cui mi capita di intrattenere, di quando in quando, interessanti scambi epistolari a soggetto culinario-gastronomico.

E' dedicato a lui non solo perché insieme alla sua dolce metà egli forma una di quelle coppie che paiono composte, appunto, come dicevo all'inizio, da persone fatte l'una per l'altra (ma chissà se anche lui devasta il bagno o la cucina e lei si dispera davanti al calzino derelitto in corridoio...), ma soprattutto perché questo nostro amico mi ha detto, recentemente, di avere problemi con la pasta brisée e sono sicura che dopo aver letto questa ricetta si lancerà invece intrepido e vincente nella preparazione di innumerevoli torte.

La prima volta che ho fatto questa quiche ho triplicato le dosi: ne preparai una gigantesca per un pranzo di Natale quando eravamo in Africa. Peccato che durante la penosa operazione di pulizia e taglio delle cipolle la luce andò via per circa 6 ore e il tutto venne fatto a lume di candela.
La cottura avvenne in due tempi (sempre per problemi di elettricità); ciononostante, la torta venne meravigliosamente. Ed è stato così tutte le (innumerevoli) volte in cui l'ho preparata.

Federico! A te!


per una tortiera di 23 cm.

per la pasta:

120 gr. di farina
60 gr. di burro freddo
1 rosso d'uovo, leggermente sbattuto con un pizzico di sale e 1 cucchiaino di panna (se non avete la panna, non vi strappate i capelli; viene benissimo anche senza)
acqua fredda q.b. (tenetene sempre in frigo una bottiglietta; serve)

per il ripieno:

30 gr. di burro
olio d'oliva
500 gr. di cipolle, tagliate finissime (consiglio vivamente l'uso della mandolina o, meglio ancora, del robot da cucina)
1-2 cucchiaini di zucchero
4 cucchiai di Marsala
2 uova intere + 1 rosso
300 ml di panna (nella ricetta originale è la crème fraîche; di panna liquida se ne può usare meno, direi anche 270 ml; se ne usate 300 vi avanzerà un po' di crema)
noce moscata

Sistema nigellonico per preparare la pasta: pesate farina e burro (preferibilmente tagliato in cubetti di 1cm. circa) in una ciotola e infilate quest'ultima con il suo contenuto in freezer per 10', trascorsi i quali mettete il tutto nella coppa del robot da cucina: fatelo andare fino a quando farina e burro non siano sbriciolati.

Sempre con il motore acceso, unite il rosso d'uovo; se la pasta non dovesse cominciare ad ammassarsi, con cautela, aggiungete l'acqua fredda, cucchiaino per cucchiaino. Dipende dal tipo di farina che usate, dunque regolatevi in base a ciò che vedete. Appena la pasta inizia a fare la palla, spegnete tutto, tiratela fuori, schiacciatela, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo per una ventina di minuti.

Nel frattempo, sciogliete insieme a una goccia d'olio il burro in una padella, aggiungete le cipolle, salatele leggermente e cuocetele a fuoco basso per circa 12', quindi unitevi lo zucchero, coprite bene la padella con un foglio di carta d'argento e proseguite la cottura a fuoco bassissimo per 20', fino a quando le cipolle non siano morbidissime e dorate. Rimuovete il foglio d'argento, alzate il fuoco (moderato), aggiungete il Marsala (sentirete che profumo) e cuocete per altri 8'. Aggiustate di sale e pepe e fate raffreddare.

Tirata la pasta fuori dal frigo, stendetela (Federico: stendila tra un foglio di carta da forno che poi ti servirà per cuocere in bianco il guscio di pasta e la pellicola nella quale l'hai messa per farla riposare in frigo) e rimettetela in frigo per 15-20'.

Preriscaldate il forno a 200°, ricordandovi di metterci una teglia che sia abbastanza larga per contenere la tortiera (consiglio valido ogni volta che si fa una quiche, a meno che non vogliate passare ore, dopo, a pulire l'occasionale - per me inevitabile e classico - schizzo di ripieno bollente sul fondo del forno).

Tirate fuori dal frigo la tortiera, coprite la pasta con un foglio di carta da forno cosparso di fagioli secchi o riso e fate cuocere per 15'. Rimuovete carta e fagioli e fate cuocere la pasta da sola per altri 12'. Tirate fuori dal forno e fate raffreddare un po'. Abbassate la temperatura a 180°.

In una terrina (o meglio ancora in un grosso bricco dosatore) sbattete le uova, il rosso d'uovo, la panna e mezzo cucchiaino di sale. Aggiungete pepe e abbondante noce moscata.
Trasferite nel guscio di pasta le cipolle e versateci sopra la crema; consiglio: eventualmente mettete la tortiera nel forno e con cautela, senza ustionarvi e senza far danni, aggiungete, magari aiutandovi con un cucchiaio, tutta la crema che potete (probabilmente sarà leggermente abbondante [v. parentesi su agli ingredienti]; Nigellona non è famosa certo per essere parca). Ovviamente la crema non dovrebbe debordare, altrimenti la pasta potrebbe inzupparsi (a me è successo, più di una volta, e devo confessare che non solo nessuno se ne è accorto ma che il risultato finale non ne ha minimamente risentito).
Date un'ultima grattatina di noce moscata, se così vi dice l'istinto, e poi fate cuocere per 30-40'.

Mangiate la quiche accompagnandola con un'insalata un po' amaragnola: questo il consiglio di Nigellona. Consiglio azzeccato: la torta è dolce, ma non stucchevole, e l'amaro della verdura le farà da giusto contrasto.

E d'altra parte (e qui apro una parentesi da fiera della banalità), non sta proprio qui il segreto delle coppie ben riuscite: creare insieme non la fusione di due spiriti identici, ma l'armonia che nasce da un giusto contrasto?

Io e la Spia non ci riusciamo sempre. Ma quando ci riusciamo, è il paradiso in terra.

Enjoy!

domenica 22 novembre 2009

Il re e il cadavere di Heinrich Zimmer

Ci sono alcuni libri per così dire self-service.

Libri che si possono leggere un po' a piacere. Una pagina qui, un'altra lì, un capitolo adesso ed un altro magari tra un anno.

Anche se letti in questo modo selvaggio ed arbitrario, non perdono un'oncia della loro potenza, della loro intensità, della loro capacità di investire il lettore con il loro carico di sapienza, saggezza, illuminazione.

A me pare che questo testo di Zimmer, curato da Joseph Campbell e pubblicato postumo nel 1948, sia uno di questi libri.

Dopo averne letto poco più della metà, arrivata alla parte in cui tratta dei miti indù, l'ho chiuso, dicendomi 'Finirò di leggerlo un'altra volta', per niente in preda ai sensi di colpa o all'inadeguatezza.

Invece poi ho spiluccato ancora, saltando paragrafi e soffermandomi su altri, in parte in modo del tutto casuale (ma che esista il caso, per me, è ancora tutto da dimostrare; soprattutto quando ci si imbatte in un libro come Il re e il cadavere), in parte seguendo qualche labile traccia, un nome, un rimando, una suggestione.

Ho tratto da questo libro ciò che mi serviva in questo momento. Riflessioni, immagini, citazioni, intuizioni. Trascritte tutte diligentemente in un quaderno (il libro è della biblioteca), for future reference, come dicono gli inglesi.

Innumerevoli le pagine che mi hanno colpita.

Parlando del mito e della sua perenne attualità (scrittura figurata che in un certo periodo fu la depositaria del nutrimento spirituale dei nostri antenati), Zimmer scrive che le generazioni passate che gli hanno dato vita sono ancora presenti in noi, non solo in senso spirituale ma anche fisico.

Sono nelle nostre ossa - a noi ignote; e quando ascoltiamo, anch'esse ascoltano. Mentre leggiamo, forse un qualche vago io ancestrale del quale non siamo consapevoli annuisce con approvazione all'udire di nuovo la sua vecchia storia, e si rallegra di riconoscere ancora una volta ciò che un tempo faceva parte della sua antica sapienza.
Questa continuità, questa eterna compresenza in noi di quanti ci hanno preceduti e del loro bagaglio inestimabile di conoscenza, sapienza, sensibilità, coraggio, mi ha colpita tantissimo.

Lo trovo un pensiero di grande consolazione e di grande conforto. Una conferma, per me, di quella certa bellezza che ha il mondo e che deriva dall'esistenza di un senso e di un significato. E dal nostro non essere mai veramente soli e spersi di fronte alla vita.

Raccomandato a tutti. Come una buona psicoterapia.

Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, Adelphi 1983, traduzione di Fabrizia Baldissera.

sabato 14 novembre 2009

Della paura del rifiuto, del parlare di sé e di un gioco

Quando ero piccola, mi guardavo bene dall'avvicinarmi a qualsiasi bambino o bambina pronunciando la fatidica frase: "Giochiamo insieme?".
Piuttosto mi sarei fatta scorticare viva.
Pur di non rischiare un rifiuto o una risposta poco entusiastica, preferivo starmene da sola a leggere una favola o a parlare con qualche pupazzo.

Se però qualcuno mi si avvicinava rivolgendomi lo stesso identico invito, rispondevo sempre contentissima di sì. A tutti. (Unica eccezione, che io mi ricordi, in tutta la mia infanzia: un bambino di nome Danilo, obeso e dai capelli rossi, che trovai immediatamente tanto repellente dal punto di vista fisico e intollerabile da quello caratteriale da rifiutare il suo invito senza neanche sforzarmi troppo di motivare il mio no in modo convincente).

Per fortuna con l'età ho imparato ad avvicinarmi ai miei simili, fregandomene il giusto delle possibili reazioni poco entusiastiche (che in genere non ci sono, se agli altri ci si accosta con garbo e misura), quanto meno non dandole per scontate al punto da farmi rinunciare.
Da bambini il rifiuto da parte degli altri ci trova inermi: gli altri sono tutto.
Da adulti si spera di avere altri stimoli, oltre al bisogno (naturale, giusto e bellissimo) della condivisione e, soprattutto, altre risorse per far fronte - eventualmente - ad un due di picche.

Tutto questo per dire che quando stamattina ho trovato un messaggio di Sara di Wennycara che mi invitava a giocare con lei e con altri bambini, mi sono immediatamente ritrovata bambina e ho risposto subito di sì.

Ecco il gioco:


1. 6 nomi con cui ti chiamano

Il primo è il mio, Alessia.
Poi viene senz'altro Pisi (abbreviazione di Pisellina), appannaggio esclusivo di mia sorella Sabina; presente anche nel mio indirizzo di posta elettronica, questo nomignolo viene regolarmente preso per il mio cognome: per molte persone, dunque, io sono la Signora Pisi.
Per molti amici sono la Papera.
Esistono poi gli innumerevoli e sempre nuovi soprannomi con cui mi apostrofa la Spia.
I primi che mi vengono in mente sono Pipi, Parolis e Pallini.


2. 3 cose che indossi in questo momento

Non farò la mia miglior figura, ma tant'è.
Ho indosso una tuta nera, un cardigan acquistato forse venticinque anni fa a Porta Portese da mia madre, bianco con dei bellissimi bottoni argentati e maniche ahimé troppo corte e una sciarpa grigia regalatami anni fa da una mia carissima amica.


3. 3 cose che hai fatto stanotte, ieri e oggi

Stanotte, non so voi, credo di aver decisamente dormito.
Ieri, tra le altre cose, ho anche lavorato a maglia uno scaldacollo grigio, da regalare ad un amico che vedrò la prossima settimana a Milano.
Oggi, se c'è una cosa che sicuramente farò, è lavorare.


4. 2 cose che hai mangiato
Stamattina fette biscottate con marmellata di frutti esotici del commercio equo e solidale; prima di pranzo, una noce brasiliana (le adoro).


5. 2 persone a cui hai telefonato oggi
Per ora una soltanto, la mia amica Rosalia, per avere una consulenza gastronomico-culinaria (pasta con le cime di rapa).
Prevedo una telefonata più tardi alla momma.


6. 2 cose che farai oggi
La pausa per la consueta tazza di tè verde intorno alle cinque e mezzo e forse una visita in erboristeria per rifornirmi di Yogi Tea.


7. 3 bibite preferite
Prima tra tutte l'acqua, di rubinetto, possibilmente fresca.
Poi il tè.
Infine, in dosi omeopaticissime, il chinotto.


8. 3 cose che desideri intensamente

Che le persone che amo siano felici e serene.
Che io riesca finalmente a capire che cosa voglio fare da grande.
Essere sempre e comunque me stessa, nel bene e nel male.
(Baro, ma devo assolutamente aggiungerne una quarta, futile ma per me, al momento, motivo di ossessione: la vetrinetta Granemo, che all'Ikea di Firenze, per qualche oscura volontà del fato, non esiste).

A questo punto dovrei passare la palla a 4 persone.

Premettendo ovviamente che sono assolutamente libere di rifiutarsi di giocare con me (e sarà forse, allora, la vendetta tardiva del su citato Danilo, schifato quella mattina di giugno di tanti anni fa sulla spiaggia perché giudicato brutto e un po' rompiballe) e ammesso che leggano questo mio invito, vorrei coinvolgere

Artemisia di AAA
T di T-time
Rossella di Holynow
Titti di Tittirossa

che ringrazio fin da ora, nel caso in cui invece risponderanno sì.

Enjoy!

sabato 7 novembre 2009

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson

Nel sito della casa editrice che ha pubblicato questo romanzo e sul risvolto di copertina ho visto scritto: una delle più esilaranti e tenere commedie inglesi mai scritte.

Ora, una frase del genere io potrei associarla, che so, a The Importance of Being Earnest di Oscar Wilde, oppure a Three Men in a Boat di Jerome K. Jerome (che non ho letto, mea culpa; ma mi baso sulla fama del libro e sulle risate incontenibili che la sua lettura ha saputo strappare alla Spia, persona che più volte ho descritto come discreta nelle sue manifestazioni e refrattaria ad eccessivi e scomposti entusiasmi, a meno che non si parli di un piatto di spaghettini al pomodoro), o ancora al meraviglioso My family and Other Animals di Gerald Durrell, da leggere e rileggere ad oltranza.

Non certo a Un giorno di gloria per Miss Pettigrew.

Io capisco che una casa editrice generalmente sofisticata come Neri Pozza non possa decidere di pubblicare un romanzo che, tolte le chiacchiere che se ne sono fatte, è fondamentalmente un Harmony (vi ricordate? quei romanzetti rosa pubblicati praticamente su carta igienica dove il lui e la lei, entrambi bellissimi e fighissimi, all'inizio si odiano, poi si amano alla follia ma non si capiscono, infine, quando tutto sembra compromesso, si ritrovano e vivono per sempre felici e contenti e che, insieme alle mie sorelle, leggevo avidamente d'estate quando avevo 10 anni), senza cercare di intortarci su parlando di capolavoro di sofisticato umorismo (secondo nientepopodimeno che il Guardian).

Che il libro sia stato pubblicato nel 1938 si sente, e molto. Non so se sia stata una precisa scelta editoriale quella di mantenere ed enfatizzare questo suo essere datato, probabilmente sì. Lo spero.

L'ambiente tratteggiato è quello della bella vita nella Londra degli anni '30, dove le donne sono tutte sofisticatissime e vestono solo abiti impalpabili di seta e gli uomini sono tutti aitanti, dallo sguardo intenso, la mascella volitiva, i capelli folti, la voce imperiosa (e già questa assoluta uniformità e piattezza la dice lunga sulla leziosità del romanzo).
Insieme, questi uomini e queste donne non fanno che passare da una festa a un night club, perennemente tracannando liquori e champagne o fumando sigarette, intessendo flirt e intrighi amorosi che l'autrice vorrebbe farci passare per appassionati e appassionanti e che invece risultano (almeno a me) assolutamente insignificanti e privi di succo e soprattutto sentimento.
Il tutto ad orari impossibili.

In questo ambiente vacuo, splendido e vagamente immorale, la Miss Pettigrew del titolo c'entra come un cavolo a merenda. Più bambinaia che istitutrice, appena quarantenne ma già sfiorita da una vita segnata dalle privazioni, dalle umiliazioni e dalla più totale mancanza della più piccola gioia, avviata ad una mezza età solitaria, squallida e sacrificata, per un banale equivoco Miss Pettigrew si ritrova catapultata in una serie di avventure tanto eccitanti per lei quanto inverosimili e noiose per il lettore.

Il messaggio che Winifred Watson ha voluto veicolare attraverso la sua Miss Pettigrew è ovviamente quello che nella vita non si può mai dire, che esiste sempre un'occasione di riscatto e di salvezza per tutti, che basta un attimo perché anche l'esistenza più triste e apparentemente priva del benché minimo barlume di grazia trovi la sua redenzione e, anzi, addirittura la sua gloria, che bisogna non perdere mai la speranza e mantenersi disponibili, aperti al cambiamento e all'amore.

Messaggio indubbiamente condivisibile. Non originalissimo, ne convengo, ma a me particolarmente caro.

Che però una donna tanto incolore, insipida e banale come Miss Pettigrew (perché è così che la Watson ce la presenta) possa, nel giro di 24 ore, trasformarsi in una signora dall'aspetto sofisticato, fare innamorare di sé un aitante e maturo miliardario e diventare una sorta di guru di un gruppo di fanciulli e fanciulle ricchissimi, sofisticati e spregiudicati (che però sono in realtà dei bravissimi e delle bravissime ragazze, ovviamente, a parte il cattivo-cattivo, che invece è non solo cattivo ma anche un codardo) che sono ipnotizzati dal suo buon senso piccolo-borghese e la considerano, non si sa bene in base a cosa, una sorta di oracolo umano, ha davvero dell'incredibile.

Io non ho niente in contrario alle storie fantastiche o inverosimili. Non sono una forzata del realismo, della verosimiglianza, del documentaristico. Le storie possono anche essere assurde, bizzarre e improponibili.
Ma i personaggi pretendo siano credibili, umani, veri. Voglio che mi parlino, che prendano corpo e voce, che diventino tanto reali da sentirne quasi il peso sul letto su cui sono sdraiata a leggere la loro storia. Non importa che vengano da un'altra epoca, da paesi dove non sono mai stata e di cui non so nulla, che parlino una lingua che non so nemmeno che suono abbia. Non importa, al limite, che vengano da mondi addirittura inesistenti, da un passato remotissimo e senza testimoni o da un futuro solo immaginato. Devono essere vivi e veri e vibranti di umanità.

Le fanciulle divine e alla moda, i maschi virili e bellocci di Winifred Watson, ed anche la più modesta e apparentemente più reale Miss Pettigrew, sono solo manichini: dalle loro bocche non esce una parola che mi suoni vera e autentica. Delle loro vite, non una sola azione, né un solo episodio, mi appare credibile e mi emoziona.

Peccato.



Winifred Watson, Un giorno di gloria per Miss Pettigrew, traduzione di Isabella Zani, Neri Pozza 2008.

martedì 3 novembre 2009

Dell'apparenza, di passioni colpevoli e segrete, dell'amicizia e di una torta di cipolle


Quante volte ci siamo sentiti dire 'L'apparenza inganna'?
E quante altre l'abbiamo detto noi, magari agitando l'indice stile maestrina, o scoccando al nostro interlocutore uno di quegli sguardi che dicono 'Ascolta me che sulla vita ne so a pacchi'?

Pure, viviamo in un mondo in cui l'apparenza è tenuta in così alta considerazione che, sebbene a parole ne si condanni il culto, in realtà (proprio obbedendo alle sue leggi), le si sacrifica spesso e volentieri la sostanza, la verità, la sincerità.

Chi tra di noi può affermare, in perfetta buona fede, di fregarsene altamente di come appare agli altri? Quante persone conoscete che davvero vivono non curandosi del proprio aspetto, ma concentrandosi esclusivamente sulla propria 'sostanza', per così dire? Quanto vi preoccupate, voi, di quanto gli altri pensano siate magri/grassi/alti/bassi/belli/brutti/eleganti/sciatti?

Ma non bisogna limitarsi a questa sola dimensione della questione.
L'apparenza non riguarda soltanto l'aspetto fisico di una persona, ma anche quanto intelligente o sensibile o efficiente o ironica o quant'altro vuole apparire. Si può essere preoccupati di non sembrare abbastanza colti o fighi, trasgressivi o rispettabili, simpatici o inquieti, comprensivi o tolleranti. Esiste una gamma pressoché infinita di caratteristiche che si può voler far pensare agli altri di possedere.

Personalmente, conosco ben poche persone che si presentano esattamente per quello che sono, che non costruiscono (consapevolmente o no) nessun personaggio intorno a loro stesse, esaltando alcuni lati del loro carattere, rimuovendone ed occultandone altri, minimizzandone altri ancora.

Io, di certo, non faccio parte della categoria. Benché da tempo mi riprometta di vivere il più possibile aderendo a quella che sento essere la mia vera 'essenza' (che però è spesso in movimento e cambia e si modifica un poco a seconda delle esperienze che nel frattempo faccio e delle persone che incrociano la mia strada, o meglio, si mette gradualmente sempre più a fuoco, divenendo sempre più chiara e dunque apparendo a volte leggermente diversa da quella che appariva anche solo un'ora fa), confesso che molte sono le volte in cui darle voce mi imbarazza, mi mette in difficoltà, mi crea problemi.

Per esempio, come dire a qualcuno che ti ha appena regalato un oggetto che tu reputi mostruoso e che sai già non potrai assolutamente tenerti in casa, pena un attacco fulmineo di squallore che ti getterà in abissi di sconforto e prostrazione ogniqualvolta gli occhi ti ci cadranno sopra, che, grazie molte del regalo, ma quella cosa lì tu non la vuoi tenere, anzi, non la PUOI tenere?

Io non sono mai stata in grado di dire una cosa del genere. In passato, ritenevo fuori discussione anche solo disfarmi dell'oggetto in questione, sentendomi tremendamente in colpa per il solo fatto di non averlo trovato di mio gusto.

Negli anni (complici anche quattro traslochi in poco più di otto anni e dunque l'esigenza di fare periodicamente un bel repulisti), sono giunta invece ad una sorta di compromesso per me assai soddisfacente. Ringrazio molto la persona che mi ha fatto omaggio della mostruosità, poi, in un esercizio sempre molto utile in generale, mi concentro sui lati positivi della suddetta mostruosità (magari anche solo sul colore, e se non si salva nemmeno quello sul materiale, e se anche quello è da buttar via 'la butto in caciara', come si dice a Roma, vale a dire che cerco di trarne spunto per rimbambire l'altra persona di chiacchiere e non farle capire che il suo dono mi ha letteralmente lasciata basita). Infine, appena posso, serenamente e senza alcun complesso e senso di colpa, me ne disfo: lo do a qualcun altro, in genere, ché il mondo è bello perché è vario (e ce ne dimentichiamo troppo spesso), e ciò che io trovo repellente o squallido può davvero mandare in visibilio un'altra persona. Annullo i sensi di colpa perché in cuor mio e a parole ho davvero ringraziato chi mi ha fatto il regalo, dunque non rifiuto il pensiero, non rifiuto il sentimento che è dietro il dono, anzi, lo onoro e me ne sento onorata. Rifiuto l'oggetto, di cui non ho bisogno, che non apprezzo, e lo rimetto in circolo.

Da qui a dire all'altra persona 'Sai, la cosa che mi hai regalato la trovo davvero repellente, però ho apprezzato moltissimo il pensiero e l'attenzione nei miei confronti che hai voluto esprimermi tanto gentilmente attraverso di esso; ho apprezzato talmente tanto e ne sono stata talmente felice che ho voluto dare questa gioia a qualcun altro e il tuo regalo l'ho dato a Tizio, che ne è stato entusiasta', ce ne vuole. Infatti questo secondo passaggio in genere non lo faccio mai. Ma spesso non c'è bisogno di renderne partecipe 'il donatore'. Nel caso sia una persona a me intima, il problema non si pone: difficilmente ricevo regali mostruosi da chi davvero mi conosce bene; nel caso invece sia una persona con cui ho tutto sommato poca confidenza non è necessario esplicitare il concetto. E' una cosa tra me e me.

Un altro caso per me penoso di gestione del mio 'vero me', per dirla un po' alla burina, è costituito dai miei gusti gastronomici, che spesso sono di una rozzezza e di una dozzinalità che io per prima trovo sconcertanti.

Da adolescente avevo una passione colpevole per i fast food. Appena avevo due lire in tasca, scappavo nel primo McDonald's per mangiarmi un hamburger e bermi con incredibile soddisfazione un milk shake alla fragola.
Poi, ai tempi delle superiori, frequentando un liceo gremito di aristofreaks, in cui per vezzo e per moda si disdegnavano simili cibi e si andava in deliquio o per il riso integrale col tamari (se si era aristo) o per una classica rosetta con la mortadella (se si era semplicemente freaks), mai mi sarei fatta sorprendere anche solo in prossimità di un fast food, figuriamoci dentro e magari con un panino in bocca e un'espressione di beatitudine sulla faccia.

Lo dico a rischio di perdere quel po' di stima che mi sono conquistata nel tempo presso alcuni dei lettori di questo blog, ma anche in questo istante, se mi si mettesse sotto il naso uno di quegli orridi panini mosci con su quattro-semi-quattro di sesamo (per dargli un'aria vagamente salutista?) con dentro un hamburger di dubbissima origine, il cetriolino sottoaceto d'ordinanza e magari un bel ricciolo di senape, lo addenterei con un certo gusto. Oh, l'ho detto!

E poi mi piacciono i dolci un po' ignoranti, esagerati, alieni da qualsiasi concetto di sobrietà e misura. Pan di spagna farciti di etti di crema al burro, glasse spesso un dito e lucide fino alla volgarità di cioccolato fondente, montagne di panna montata, dischi di meringa sovrapposti e intervallati da strati di mousse al cioccolato. Attentati alla salute, più che dolci.

E, parlando di piatti salati, mi piace qualunque cosa abbia tra i suoi ingredienti del formaggio. Tanto, se possibile. Meglio se saporito e magari filante. A volte, benché non sia previsto nella ricetta, e anche se non c'entra niente col resto degli ingredienti, lo aggiungo io. Cerco di mantenermi nei limiti della decenza e del commestibile, ma a volte sono pericolosamente vicina al superarli.

Riguardo alla ricetta di oggi, fa parte a pieno titolo di quel genere che non si potrebbe assolutamente definire né elegante, né sofisticato, né, probabilmente, decente. Tanto per capirsi, io se fossi in voi non preparerei questo piatto la sera in cui, per la prima volta, invitate a cena a casa vostra i futuri suoceri o il capufficio e volete impressionarli. Ecco.

Se invece vi capitano tra capo e collo degli amici fraterni, di quelli con i quali escono fuori serate casalinghe all'insegna del cazzeggio e della stupidera (le mie preferite, per inciso) e coi quali in passato avete fatto gare di rutti e vacanze spericolate e hanno visto davvero il peggio - e il meglio - di voi, allora questo piatto è perfetto.

A me piace moltissimo.
Date le premesse, non dovrebbe sorprendere che questa ricetta proviene da un libro della nostra cara Nigellona, precisamente How to Be a Domestic Goddess.
Si tratta di una torta di cipolle, una supper onion pie, molto semplice, una specie di tarte tatin.
Nigella introduce la ricetta con queste parole:

Questo è proprio ciò che ho voglia di mangiare a cena quando fa buio presto e sono stanca.

Mi pare un'ottima introduzione.


per una tortiera di 24 cm di diametro

4 cipolle rosse (circa 750 gr.)
1 cucchiaio di olio d'oliva
25 gr. circa di burro
3-4 rametti di timo fresco (o 1/2 cucchiaino di timo secco)
150 gr. di formaggio grattato (nella ricetta originale è previsto il Cheddar o il Groviera; io in genere uso quello che trovo in frigo, avanzi, per lo più, ma sempre sempre sempre deve esserci una bella quantità di pecorino, che adoro, e magari un formaggio meno saporito, come l'Asiago o un formaggio vaccino)

per la pasta:
250 gr. di farina
1 cucchiaino scarso di lievito
1 cucchiaino di sale
100 ml di latte
40 gr di burro, fuso (questa volta l'ho dimenticato; l'ho fuso diligentemente nel pentolino, ma poi non l'ho aggiunto agli altri ingredienti; non mi pare che la ricetta nel complesso ne abbia risentito, anzi; dunque io quasi quasi lo eviterei tout court, una volta tanto che si può rinunciare a un po' di calorie senza compromettere irrimediabilmente l'equilibrio di una ricetta)
1 cucchiaino scarso di senape inglese in polvere
1 uovo

Preriscaldare il forno a 200°.

Pulite e tagliate le cipolle a metà; tagliate ogni metà in 4-6 spicchi.

Cuocetele in una padella in cui avrete fatto sciogliere il burro e l'olio, a fuoco medio, mescolando regolarmente, per circa 30'. Devono essere morbide, altrimenti (come ho già detto altrove) le digerirete a Pasqua.

Salatele e pepatele, aggiungete il timo, trasferitele nella tortiera e ricopritele con 50 dei 150 gr. di formaggio grattugiato.

Fate la pasta: schiaffate tutto nella coppa del robot da cucina. Quando gli ingredienti cominciano a fare la palla, tirate fuori tutto e, sul piano infarinato o su un foglio di carta da forno (se siete un po' Furio come me), con il mattarello stendete l'impasto fino a ricavare un disco poco più grande della tortiera. Adagiatelo sulle cipolle e sul formaggio, rimboccatene i bordi, così da 'sigillare' le cipolle.

Mettete in forno per 15', poi abbassate la temperatura a 180° e fate cuocere per altri 10': la pasta sarà dorata e croccante.

Tirate fuori dal forno, aspettate un paio di minuti, poi, con disinvoltura e sprezzo del pericolo, rovesciate la torta su un piatto da portata.

Servite e mangiate, condividendo con i vostri commensali qualche vostro orrendo e imbarazzante segreto (o meglio, quello che voi reputate essere un vostro orrendo e imbarazzante segreto; fa una bella differenza). Quando eravate piccole eravate innamorate di Sandro Giacobbe? Vi piacerebbe ancora andare in giro con le spalline sotto i maglioni come negli infausti anni ottanta ma non avete il coraggio di dirlo a nessuno? (oddio, questo è davvero molto grave).
Con questa torta di cipolle nello stomaco sarà un gioco da ragazzi liberarvi di questi pesi e confessare i vostri torbidi segreti agli amici.
Che vi amano esattamente per quello che siete, passione per Sandro Giacobbe e spalline stile Mazinga compresa.

Enjoy!

sabato 31 ottobre 2009

Non avevo capito niente di Diego De Silva

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che ha da poco superato i 40.
Ha un divorzio alle spalle, con Nives, che fa la psicologa e lo psicoanalizza ogni due per tre, facendolo sempre sentire inadeguato e idiota, con cui ogni tanto, però, finisce a letto.

Ha due figli, Alfredo e Alagia (figlia di Nives con un altro uomo) che ama con appassionato pudore.
Alfredo ha 15 anni, è mingherlino e intelligente e porta avanti da un po' una sua personale indagine sulla microcriminalità. Ogni volta che in strada vede scippare una vecchia o pestare qualcuno o rubare un motorino, si avvicina al delinquente e cerca di intervistarlo. Non ha paura, perché, dice lui, le cose, quando ci vai vicino, sono sempre meno peggio di come le raccontano.
Ovviamente finisce sempre per farsi pestare a sangue. Il che non gli impedisce di continuare nella sua indagine.

Alagia è all'università e con Vincenzo si incontra all'aeroporto per mangiare di nascosto degli orridi cheeseburger (che solo al fast food dell'aeroporto fanno come Cristo comanda, belli unti e malsani), in modo che Nives, fissata con l'alimentazione salutista, non lo venga a sapere.

Vincenzo viene scelto dalla camorra per difendere Mimmo o' Burzone, uno di quei tanti che fanno parte della manovalanza camorrista, un operaio specializzato, per così dire, che si occupa di far sparire i cadaveri di quanti hanno dato fastidio. Li fa a pezzi nel suo garage, li mette in grosse borse (da qui il soprannome) e poi va in giro per le campagne a sotterrarne una mano lì, un piede là.

Dopo aver cercato di esimersi, Vincenzo alla fine accetta, quasi suo malgrado, quasi senza accorgersene. Per questo, per tutto il romanzo avrà alla calcagna Tricarico, un energumeno alto un metro e mezzo con le braccia da orango e una forza sovrumana, che un po' lo controlla un po' gli fa da angelo custode, pestando chiunque venga ritenuto disturbare o importunare il suo protetto.

Vincenzo ha una collega, Alessandra Persiano, una bellissima donna (che come tutte le belle donne sa un po' di frutta) che tra tutti quelli che le fanno le bave dietro, sceglie proprio lui e se ne innamora.

Perché Vincenzo è il tipico antieroe, tendenzialmente un po' sfigato: guadagna poco, non ha fatto carriera, è stato mollato dalla moglie, insomma ce l'avrebbe tutte per passare non solo inosservato, ma anche per essere girato alla larga da una donna.
Invece, come molte donne sanno, questo tipo di uomo, se ha anche senso dell'umorismo, una spiccata tendenza a filosofeggiare un po' su tutto (dalle fasi dell'amore alla musica rock, da Alone, again di Gilbert O'Sullivan all'arredamento tipico di certi bar della camorra), un'insopprimibile tenerezza nei confronti dei veri deboli e un'altrettanto insopprimibile indignazione nei confronti dei falsi potenti e degli arroganti e non ha paura di mostrarsi un po' Paperino, è un richiamo irresistibile per una buona parte del genere femminile.

Se è anche un impulsivo che agisce spesso seguendo solo l'intuito e la passione del momento, certi slanci forti di generosità anche un po' suicida, la frittata è fatta. Di un uomo così ci si innamora, eccome.

Io, per lo meno, me ne sono innamorata. Anche se Vincenzo Malinconico è un personaggio di carta, come non ci si può innamorare di uno che dice cose del genere?
Leggete:

Non so perché quando accendo la tv di mattina metto sempre il notiziario di Canale 5. Io lo odio, il notiziario di Canale 5. Soprattutto la sigla. Quella sigla tremenda che pare fatta per ricordarti le cose terribili che succedono là fuori. Secondo me la musica catastrofica del notiziario mattutino di Canale 5 è studiata per farvi venire paura di uscire, così puoi rimanere a casa a guardare i programmi di Canale 5.

Non sopporto le persone che rispondono a monosillabi e poi non dicono più una fetente di parola. Roba che, dopo un po' che quel silenzio di merda ristagna fra te e loro, ti viene voglia di dirgli: "Ehi, vaffanculo".

Alle parole a volte pacate, a volte frementi di sana incazzatura di Vincenzo Malinconico, De Silva affida anche una bella analisi del fenomeno della camorra. Dietro l'ironia, il gusto per il paradosso e la leggerezza con cui è porta questa riflessione, si legge benissimo la malinconica, stanca tristezza che un campano deve provare per come sono state ridotte la sua terra e la sua gente.

Prendiamo uno degli aspetti più noti della gestione del potere camorristico: il controllo del territorio. Fino a qualche anno fa era impensabile morire ammazzati per un telefonino, o per quattro soldi prelevati dieci minuti prima a un bancomat. La vigenza rigorosa di un sistema normativo occulto, che non consentiva il compimento di alcun atto delinquenziale al di fuori di quelli previsti o specificamente autorizzati dalla camorra, era una condizione imprescindibile dell'esercizio del suo potere.
Oggi, per le strade, scorrazza una criminalità indistinta, genericamente camorristica, sostanzialmente irresponsabile, che pratica una violenza assolutamente sperequata rispetto ai suoi obiettivi delinquenziali. E tu puoi venire sparato per una rapina da quattro soldi, o perché hai reagito alla provocazione di un bulletto esaltato in cerca di rogne, o semplicemente perché hai avuto il torto di guardare qualcuno in un modo che ha capito solo lui.
Al che uno si domanda: dov'è la camorra? Perché non interviene? Ha trasferito altrove i suoi interessi? Il territorio ha smesso di importarle? Dov'è che esercita adesso?
Se la camorra non può essere sconfitta, liberi almeno la cittadinanza dalla barbarie della criminalità disorganizzata. Non abbandoni le sue vittime. Che torni in trincea, rendendo praticabili le strade.
Vogliamo una camorra sostenibile.

Fatevi un regalo, uno di questi giorni.
Leggetevi questo libro.
Innamoratevi anche voi di Vincenzo Malinconico.



Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi 2007.