mercoledì 10 febbraio 2010

Diario di scuola di Daniel Pennac

Era tanto che non leggevo Pennac.

Sono stata (come moltissimi) fulminata, anni fa, dal suo Malaussène (soprattutto dai primi tre romanzi), ho amato il suo saggio sulla lettura, poi ho smesso di comprare i suoi libri, che mi hanno 'trovata' lo stesso, grazie ad amici generosi che me li hanno prestati.
Ma non ho più rivissuto la magia degli inizi.

Pennac è uno scrittore generoso, un uomo simpatico che emana calore, intelligenza, tolleranza, sensibilità. Questo penso nessuno possa metterlo in dubbio, neanche il più prevenuto dei lettori.

La sua voce, anche in questo suo Diario di scuola, è calda, venata di umorismo, addolcita di comprensione, a volte vibrante di passione indignata per quella scuola in cui ha lavorato e vissuto per venticinque anni. Si sente che ha messo l'anima nel suo lavoro, che ha saputo davvero conoscere e, in qualche caso, cambiare in meglio la vita dei (fortunati) ragazzi che lo hanno avuto come professore.

Però questo libro non mi ha convinta.
Le prime pagine con il ritratto affettuoso e ironico della madre che non riesce a capacitarsi di come il suo figlio più piccolo, ex somaro, poi professore e ora scrittore tra i più osannati e amati in patria e all'estero, sia ormai un uomo di successo, e il cui futuro continua ciò nonostante ad angustiarla, sono deliziose.

Poi, non so che cosa sia successo. Mi sono disamorata. La voce di Pennac, pur simpatica e piacevole, mi ha quasi fatto addormentare.

Dunque, son certa di rendere omaggio a questo autore che un tempo ho tanto amato, abbandonando questo suo libro al suo destino, obbedendo così a due dei suoi diritti imprescindibili del lettore:

II. Il diritto di saltare le pagine
III. Il diritto di non finire un libro.



Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli 2008, traduzione di Yasmina Melaouah.



giovedì 4 febbraio 2010

Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi ha 33 anni, l'età che aveva il padre, Walter, quando fu assassinato a Milano nel 1980 da un gruppuscolo di terroristi rossi. Lei allora, di anni ne aveva 3.
Essendo stato Tobagi freddato sotto casa, colpito alle spalle, la sua bambina fece in tempo a scendere con la madre e a vederne il corpo senza vita, riverso tra il marciapiede e la strada, immerso in una pozzanghera, la nuca sporca di sangue, prima che un cameriere di una trattoria lì vicino lo coprisse pietosamente con una tovaglia bianca.

Per anni la bambina Benedetta penserà di essere stata la crudele responsabile di quella morte, perché pur avendo disperatamente chiesto a tutti i presenti di chiamare un dottore, fu ignorata da tutti, che in parte erano sotto choc e in parte pensavano che, ignorandola, avrebbero potuto distrarla da quel fatto traumatico e crudele.

È difficile scrivere qualcosa su un libro come questo senza scadere immediatamente nel mélo, nel retorico e nel sentimentale. Ancora più difficile sarà stato scriverlo, facendone al tempo stesso una ricognizione puntuale e informata del variegato - per non dire caotico - mondo del terrorismo italiano, una biografia professionale e privata del giornalista Tobagi e uno struggente atto d'amore di una figlia per un padre perso troppo presto, nei confronti del quale, come è scritto nel bellissimo epilogo, Benedetta sente di avere un doppio debito di riconoscenza: perché questo padre l'ha generata e le ha dato poi la forza di nascere una seconda volta, quando il suo esempio e la sua lezione l'hanno spinta, pur in preda al disagio e alla disperazione a cospetto di un vuoto troppo grande, a voler capire, a voler conoscere, a cercare di dare un significato, o quanto meno una ragione, a una perdita tanto crudele. A scegliere, insomma, la vita.

La sofferenza, lo straniamento, il vuoto atroce che una morte così tragica e insensata ha provocato sono raccontati con sincerità e pudore, con accenti accorati ma sobri, in un gioco sapiente e fragilissimo di equilibrismo tra sentimenti e indignazione, pietà e struggimento, analisi storica e ricerca del padre, nel tentativo di restituire alla vita quell'uomo che, circondato dalla retorica e dall'epica dell'eroismo, per troppi anni è apparso alla figlia come Ettore appare al piccolo Astianatte prima di andare in battaglia, nascosto sotto l'elmo che ne fa un essere estraneo e spaventoso e fa scoppiare in lacrime il bambino che non lo riconosce. Spogliando il padre dell'aura perfetta del martire, Benedetta ha finalmente ritrovato l'uomo che visse per il suo lavoro e per la sua famiglia e temeva di morire prima di esser stato capace di "scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa".

Quella riflessione Tobagi non fece in tempo a scriverla, ma le parole che avrebbe probabilmente scelto per essa sono tutte lì, nei suoi articoli lucidi e coraggiosi, nei suoi quaderni privati dove annotava tutto (conversazioni, appunti, meditazioni, spunti) e soprattutto nel modo in cui ha saputo vivere la sua vita, i suoi rapporti di amicizia e d'amore, e trasmettere ai figli un'eredità fatta di fiducia nella capacità degli uomini di "cercare soluzioni realistiche e rispettose, per ricavare il meglio dalla realtà, per trasformare e costruire piuttosto che distruggere".

Bellissima quella pagina in cui Benedetta racconta del ritrovamento di un vecchio nastro, registrato in casa in occasione del penultimo compleanno del padre, in cui lo si sente invitare amorevolmente la piccola 'Bebina', intimidita e messa in ombra dal più esuberante e ciarliero fratello maggiore, a dire qualcosa nel registratore.

"Mio padre tiene a bada Luca e ripetutamente, con pazienza e immensa tenerezza, mi invita a parlare, finché non mi faccio coraggio e affronto il microfono. (...) Ogni tanto penso a quella voce dolce e mi ci avvolgo dentro. Non riesco ad ascoltarla spesso, è un'emozione troppo forte, uguale ogni volta. Un minuscolo caleidoscopio di relazioni. Un minuto e cinquantaquattro secondi che mi hanno fatto capire tante cose.
Lo immagino così, un buon padre: una persona che ti sostiene, ti protegge e ti sollecita, amorevole, affinché trovi il coraggio di tirare fuori la tua voce."

Se questo è un buon padre (ed io tendo a pensare che lo sia), in un modo misterioso e sublime Walter Tobagi lo è stato.


Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre, Einaudi 2009.


domenica 31 gennaio 2010

Delle paturnie o di un dolce ai datteri


Uno dei miei peggiori difetti è che sono decisamente lunatica, caratteristica, tra l'altro, che condivido con tutti i miei parenti più prossimi e che, lo immaginerete, non ha giovato negli anni alla serenità della mia vita familiare.

Sono soggetta a repentini cambiamenti d'umore, forse perché sono molto sensibile all'atmosfera emotiva che mi circonda e riesco a captarne rapidamente anche le più impercettibili variazioni.

Ci vuole davvero pochissimo perché mi ritrovi con le lacrime agli occhi per la commozione (basta una musica che, attraverso qualche misteriosa via, sfiori certi miei tasti sensibili) o ostaggio di inspiegabili e brumose malinconie; ma è ugualmente facile per me essere posseduta all'improvviso da un'altrettanto inspiegabile e indomita allegria o da una fanciullesca, fiduciosa attitudine nei confronti della vita.

Poi ci sono quei momenti - e per fortuna non sono frequenti, ma ahimé più numerosi di quanto vorrei - in cui vago in un limbo emotivo che non conosce né grandi entusiasmi né drammatiche infelicità (né tanto meno una quieta serenità), in cui niente mi soddisfa non so bene neanche io perché; in realtà, in genere, lo so benissimo; è che non mi va di ammetterlo o di dirmelo. Appena lo faccio, quando lo faccio, l'umore malmostoso di solito svanisce.
In quei momenti so di essere una piaga d'Egitto, ma questa consapevolezza non contribuisce a migliorare granché la situazione.

Essendo la mia una famiglia di lunatici, come dicevo poc'anzi, conosciamo tutti benissimo questa molesta condizione dell'anima e la chiamiamo 'avere le paturnie'. Ricordate Holly Golightly, la protagonista di Breakfast at Tiffany's, il film del '61 con la soave Audrey Hepburn? Quando le venivano le paturnie, l'unico modo per ritrovare la serenità era prendere un taxi e recarsi da Tiffany.
C'era un bel dialogo tra Holly e Paul, in cui lei spiegava a lui che differenza ci fosse tra avere le paturnie ed essere tristi. Sei triste quando fuori piove o ti accorgi di essere ingrassata, per esempio, mentre per la paturnie spesso non c'è una vera ragione: è una specie di paura, non si sa bene di cosa.

Sono sicura che prendere un taxi e andare in qualche lussuosa gioielleria non mi gioverebbe affatto in caso di paturnie. Dedicarmi, invece, a qualche attività quieta e solitaria che richieda concentrazione ma non eccessiva destrezza, e sia al tempo stesso rilassante e non troppo impegnativa per i miei due neuroni, mi aiuta molto a ritrovare un po' di equilibrio.

La cucina mi offre uno splendido riparo in queste circostanze.
La mia scarsa (anche se momentanea) propensione a trarre una qualche forma di piacere dalla compagnia dei miei simili può benissimo camuffarsi da necessità di muovermi liberamente e in solitudine nella mia piccola cucina, che detta fuori dai denti vuol dire che in quei momenti è meglio che la Spia mantenga una cauta distanza di sicurezza (diciamo quella che può essere difficilmente coperta da un mestolo lanciato da una donna in preda alle paturnie) ed in genere lo sa benissimo.

Durante uno dei miei ultimi 'attacchi', ho preparato questa torta ai datteri, una delle preferite della Spia (altro elemento per me importante: scegliere di cucinare qualcosa che lui predilige, così se non capisce l'antifona posso sempre dirgli qualcosa del tipo 'Se stai lontano dalla cucina per un po' poi sarai ricompensato').

Devo ammettere che, per una qualche ragione misteriosa (proprio come misteriose sono le paturnie), questa torta mi piace moltissimo anche se non ho mai amato i datteri.

La prima volta che li ho mangiati ero piccola e ammalata. Ero febbricitante e in preda alla nausea e non mangiavo da un po'. Mia madre, allarmatissima (io dico sempre che il giorno in cui i miei cari e i miei amici mi sentiranno dire 'Non ho fame' dovranno seriamente preoccuparsi), insistette per farmene assaggiare uno, sperando che li trovassi di mio gusto.

Non li trovai di mio gusto.
E quello che mi disse mio fratello per spiegarmi come mai quegli strani frutti zuccherini fossero tutti rugosi non mi aiutò a trovarli appetibili. Lo sventurato spiegò quel loro aspetto non proprio attraente dicendomi che erano stati raccolti nel deserto, dove erano stati ciucciati e poi sputati a terra dai cammelli.

Tralasciamo qualsiasi considerazione sulla crudeltà mentale dimostrata in quella e in altre occasioni dal mio venerabile fratello e passiamo direttamente alla ricetta, che è presa da Modern Classics book 2 di Donna Hay.

Si fa un gran parlare delle ricette ipercaloriche di Nigellona, ma ci si dimentica spesso che quelle di Donna Hay non scherzano affatto. Sono buone, però. E quando si hanno le paturnie si ha altro cui pensare che le calorie.

(A proposito. Spero siate avvezzi al sistema cups/spoons, altrimenti la preparazione di questa torta potrebbe farvi venire, invece che farvi passare, un attacco di paturnie. E sarebbe un grande peccato. Vi do dunque un consiglio: la prossima volta che vi capita, acquistate uno di quei set che ormai si trovano praticamente ovunque di cups e spoons. Sono mooooolto comodi qualora ci si trovi a cucinare seguendo delle ricette americane. Altrimenti comprate l'edizione italiana del libro in questione: lo trovate pubblicato da Guido Tommasi).


Date loaf

1 e 1/2 cups di farina
1 cucchiaino e mezzo di lievito per dolci
2/3 cup di zucchero
1 cup di datteri tagliati grossolanamente
1/2 cup di noci pecan tagliate grossolanemente
125 gr. di burro
1/4 cup di latte
2 uova

Preriscaldate il forno a 170° (nella ricetta originale c'è scritto 160°, ma per il mio forno è una temperatura troppo bassa).

In una ciotola mettete tutti gli ingredienti secchi.

Mettete in un pentolino a fuoco dolce il latte e il burro fino a quando quest'ultimo non si sia sciolto.

Versate il composto nella ciotola con la farina e compagnia bella (per dirla alla giovane Holden) e aggiungete anche le uova. Amalgamate.

Versate in una teglia da plumcake imburrata e infarinata e cuocete per circa 1 ora (1 ora e un quarto nella ricetta originale): affidatevi, as usual, alla prova dello stecchino.

La Hay consiglia di mangiare questa torta tagliata a fette e spalmata di burro.
In linea di principio trovo questa pratica aberrante (e totalmente inutile; questo dolce è ricco di suo). Ma non bisogna mai dire mai. Magari al prossimo attacco di paturnie potreste ritrovarmi in cucina, appollaiata sullo sgabello a spalmare di burro una fetta di questa torta.

Speriamo di no.

Enjoy!

domenica 24 gennaio 2010

Della dromofobia, della buona compagnia, o di un'insalata e una zuppa

















Chi mi conosce sa che odio viaggiare e che ci sono poche cose al mondo che mi gettano in uno stato di prostrazione e di ansia quanto la prospettiva di doverlo fare.
Tutte le fasi di un viaggio mi sgomentano, a partire dalla preparazione della valigia, che per me è sempre un incubo.

Non c'è mai stata una volta, dico una sola volta, a memoria d'uomo, che io abbia fatto una valigia in modo sensato, mettendoci dentro cose utili e necessarie. In passato mi portavo dietro la casa intera, nel tentativo inutile e destinato al fallimento di sentirmi ancora tra le sue quattro mura proprio quando ne sarei stata lontana per un periodo più o meno lungo.

Ovviamente, in quella versione leggermente più ristretta della mia casa che cercavo di infilare nei miei valigioni sempre pesantissimi, figuravano proprio gli oggetti più assurdi e incongrui e brillavano per la loro assenza quelli essenziali e opportuni. Se andavo al mare lasciavo a casa il costume, per intenderci, o il telo da spiaggia. Dio solo sa quanti spazzolini e quante paia di ciabatte ho dovuto ricomprare negli anni, per non parlare di mutande e calzini.

Vorrei chiarire, però, un punto essenziale.
Quando dico che odio viaggiare non voglio dire che non mi piaccia scoprire paesi a me sconosciuti, camminare per le vie di città di cui sogno da anni, immergermi in realtà assai lontane dalla mia.
È solo che odio l'idea di spostarmi, di muovermi fisicamente nello spazio per arrivare infine a destinazione. E odio quasi tutti i mezzi di trasporto. Se potessi viaggiare a piedi sarei molto più contenta.

Sono sempre stata terrorizzata dagli aerei e negli ultimi dieci anni ne ho presi molti ma molti più di quanti avevo previsto ne avrei presi in tutta la mia vita. La gamma di reazioni psicosomatiche che scatena in me un viaggio in aereo (tutte sgradevolissime e socialmente imbarazzanti) è ampia e variegata e ve la risparmio. Ma credetemi, su un aereo ci salgo proprio se non c'è alternativa e per tutto il viaggio soffro, soffro, soffro.

Delle navi non parlo nemmeno: probabilmente in qualche vita precedente sono morta annegata, non so. Sta di fatto che a stento riesco ad immaginare situazione per me più ansiogena che un viaggio per mare (uno in aereo, appunto). Appena mi ritrovo su un piroscafo, un traghetto, una barca o un canotto (a volte basta un materassino, giuro), a bordo di qualunque cosa immersa nell'acqua, insomma, vengo presa immantinente da furiosi attacchi di nausea e in genere finisco per accasciarmi da qualche parte, gemendo come un'anima in pena e con la faccia verde. Sono rimasta famosa per aver sofferto il mal di mare su un grosso barcone che però era ancorato in un porto e, mi dicono, perfettamente immobile.

Viaggiare in treno non sarebbe neanche tragico (e infatti è così che viaggio, per lo più) se non fosse per la promiscuità cui condannano i vagoni, dove si è quasi sempre costretti a subire le continue telefonate degli altri viaggiatori, che sembrano non essere capaci di resistere neanche un minuto senza utilizzare compulsivamente il cellulare, o, peggio ancora, le loro conversazioni spesso atroci, e poi anche gli urli, i capricci, i pianti dei bambini e gli smadonnamenti dei loro genitori, per tacere degli annunci deliranti del capotreno (soprattutto quelli che dovrebbero essere in inglese e sono ahimé pronunciati in un idioma sconosciuto e mai sentito), che ripetono senza sosta informazioni che nessuno sente il bisogno di avere. Sto pensando di comprarmi l'ipod esclusivamente per ovviare a questi penosi inconvenienti.

Quanto alla macchina ha i suoi indubbi vantaggi: si può ascoltare la musica, starsene tranquilli (o almeno si spera), ci si può fermare quando si vuole e per quanto si vuole, ma dopo un po' che sto chiusa lì dentro l'abitacolo comincia a sembrarmi un sudario, divento inquieta, mi viene da mangiare ogni genere di schifezza a portata di mano (quintali di caramelle, crackers, biscotti, panini) messa da parte per il viaggio che invece finisce nelle mie fauci dopo neanche mezz'ora aver lasciato la mia casa. E se poi ci sono ingorghi o code, mi riduco in uno stato pietoso, simile a quello della mia versione 'marittima', con in più una dose di insofferenza e di nervosismo che non mi rende, propriamente, la compagna ideale per un viaggio.

Dal momento in cui, però, finalmente, giungo a destinazione, sono felicissima di avere vinto le mie ataviche resistenze all'idea di partire e in genere sono una viaggiatrice infaticabile e del genere 'entusiasta', di quelle che trovano incredibilmente bella e interessante qualunque cosa, dalle fontane ai piccioni, dai marciapiedi ai negozi, dallo stile di guida al modo in cui si veste la gente.
Se posso, mi piace moltissimo interloquire con gli indigeni e, ovviamente, mangiare quello che mangiano loro: tutti i miei viaggi, anche di pochi chilometri, sono per lo più pretesti per avventure e scoperte gastronomiche.

Ovviamente ho bisogno di motivazioni 'forti' per abbandonare la mia cuccia, come per esempio la nostalgia di persone e luoghi a me molto cari, o il desiderio di dare un volto a un'amica 'telematica'. Questa è stata la ragione di un mio recente viaggio in Puglia, viaggio tra l'altro funestato da orrendi ritardi delle ferrovie che mi hanno costretto a passare tre ore e mezzo tra le più miserabili della mia vita in quel girone infernale che è la Stazione Termini. Roba da 'attaccone di squallore' fulminante (per dirla con la mia amica Annalisa).

Non parlerò di quanto felice sia stata la mia settimana in compagnia della mia amica, di quanto accolta e in famiglia mi sia potuta sentire nella sua casa, con la sua famiglia e con i suoi amici, ma di quanto mi sia piaciuta la sua terra. Ho visto campagne splendide e cittadine linde e pinte, sontuosi palazzi barocchi e vicoli da presepe, spiagge raccolte e torri saracene e poi ho mangiato cose paradisiache e che nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate avrei potuto immaginare. Per esempio quella frittella fatta di pasta di pane fritta nell'olio bollente e spalmata di ricotta acida, che detta così sembra una roba tremenda ed è invece una delle sette meraviglie del mondo. Per non parlare poi di quei rettangoli di polenta, ahimè sempre fritti, cosparsi di grani di sale e infilati in un sacchetto, assaporati in preda all'incantamento e all'estasi nei vicoli di Bari vecchia, in una sera freddissima.

Innumerevoli sono state le scoperte gastronomiche in quella settimana, non solo della tradizione locale ma anche della tradizione 'casalinga' della mia cara amica. Adoro essere ospite di qualcuno e vedermi proposto un piatto 'della casa', un cavallo di battaglia, una pietanza la cui ricetta si tramanda di generazione in generazione e, se possibile, sentirmi raccontare la genesi di una ricetta, le storie nate intorno ad essa che a volte coinvolgono vecchie zie zitelle o bisnonne dispostiche, zii eccentrici e con l'amore per la cucina o cugine perse o dimenticate se non fosse per quella loro splendida interpretazione culinaria.

Le due di cui parlo oggi non hanno origini tanto antiche e appartenenti al folklore familiare, ma sono buone, buonissime e ultratestate. Per una di esse, la zuppa di zucca e arancia, violo un mio personale criterio di selezione delle ricette, rispettato fin dall'inizio in questo blog: è la prima di cui scrivo qui che probabilmente non è stata presa da un libro. Dico probabilmente perché se ne ignora l'origine. La splendida cuoca che me l'ha cucinata, la bella Piera, non ricordava più dove l'avesse presa. Io l'ho copiata dal suo quaderno delle ricette.
Eccola qui:

Vellutata di zucca all'arancia (per 4 persone)

400 gr. di zucca già pulita
1 arancia
4 foglie di salvia
20 gr. di farina
8 dl. di latte tiepido
1 porro
noci

In tre cucchiai di olio fate appassire per circa 3' la parte verde del porro, le foglie di salvia spezzettate, un paio di strisce di scorza d'arancia e la zucca tagliata a cubetti.

Aggiungete la farina, poi il latte tiepido.

Coprite e cuocete a fuoco lento per circa 30'.

In un paio di cucchiai di olio ben caldo fate friggere per mezzo minuto la parte bianca del porro tagliata a julienne. Tenete in caldo.

Ripescate dalla zuppa la scorza dell'arancia e frullate. Aggiustate di sale.

Guarnite i piatti con alcuni gherigli di noce spezzettati, il porro a julienne e riccioli di scorza dell'arancia.


Questa, invece, è l'insalata che ha concluso il pranzo; la ricetta è tratta da La grande enciclopedia della cucina di Anne Willan (Rizzoli).

Insalata di salmone, avocado e pompelmo rosa (per 4 persone)

2 pompelmi rosa
90 gr. di rucola (volendo si può usare un misto di rucola e valeriana; io, che in genere non amo la rucola, penso però che qui sia necessaria)
125 gr. di salmone affumicato
2 avocado

Disponete sul piatto di portata la rucola (o il misto di rucola e valeriana), tagliate a straccetti il salmone e adagiatevelo sopra.

Pelate i pompelmi al vivo, tagliateli a cubetti e uniteli al resto degli ingredienti.

Tagliate a fettine sottili gli avocado, spruzzatele di succo di limone, salatele leggermente e disponetele sul piatto di portata.

Non è necessario condire con olio.

Paola ha abbellito l'insalata con riccioli di scorza d'arancia (sempre quella della zuppa) (ERRATA CORRIGE: Leggere il commento di Paola al post; la scorza è quella del pompelmo, scottata in acqua bollente per toglierle l'amaro).

Da mangiare preferibilmente con persone affettuose, intelligenti e vivaci, rendendo grazie per il buon cibo e, soprattutto, sempre sempre sempre per la buona compagnia, in nome della quale si vincono, a volte, le proprie idiosincrasie più radicate.
Ed è giusto che sia così. La buona compagnia è merce rarissima sotto il sole, molto più di quanto si creda, e soprattutto di questi tempi.

Enjoy!

P.S. Ringrazio per le foto Anna e Paola; io, ovviamente, avevo dimenticato di portare con me la macchina fotografica.

domenica 17 gennaio 2010

La vita davanti a sé di Romain Gary

Relazioni sentimentali appassionate hanno scricchiolato ed amicizie decennali e profonde si sono incrinate nell'udire pronunciare la fatidica frase: "Non hai mai letto questo libro? Deeeevi assolutamente leggerlo! Non puoi non averlo letto! E' il libro fondamentale della mia vita!".

Pare una frase innocente, dettata dal sincero e insopprimibile desiderio di condividere tutto con una persona amata, anche e soprattutto ciò che ci ha dato piacere e senso e comunicato bellezza, sapienza, commozione. Si vuole che anche lei faccia l'esperienza che ha cambiato in meglio la nostra vita, che le ha dato maggiore spessore e ricchezza, forse addirittura un nuovo corso (perché, sì, i libri sono capaci anche di questo; i libri veri) e che sicuramente ha aperto nuove finestre e nuovi affacci su di essa, consentendoci di averne una visione più ampia, più distesa, più complessa, più reale.

Invece è una frase tremenda, che non bisognerebbe pronunciare mai. Non ci si può impedire di pensarla, non dico che bisognerebbe censurarsi fino a questo punto - anche perché lo ritengo impossibile. Però credo senz'altro sarebbe necessario eliminarla dal nostro frasario 'sociale', per così dire. Dovremmo tenercela per noi, anche quando incontriamo una persona che ci piace infinitamente e che pensiamo possa davvero accogliere, tra le sue mani, l'offerta forse misera, ma per noi preziosa e vulnerabile, della nostra vita interiore. Dovremmo esprimere il nostro entusiasmo, la nostra gratitudine nei confronti di quel libro, ma mai l'invito a leggerlo. Mai e poi mai, soprattutto, l'ingiunzione a farlo.

E così, quando Paola mi ha porto un pacchetto rosso e aprendolo mi sono trovata di fronte a questo romanzo, ho avuto un brivido di apprensione. Sapevo bene quanto sia attaccata a questo libro, quanto esso significhi per lei e per un attimo sono stata presa da inquietudine e ho pensato: 'E se non mi piacesse? E se non ci vedessi quel che lei ci ha visto? Se non ci trovassi quei tesori che lei ci ha trovato?'.

Poi però, un po' la curiosità, un po' un sesto senso che mi ha fatto immediatamente sentire che qualcosa in quel libro ci avrei trovato comunque, ho vinto la mia riluttanza e mi sono tuffata nella sua lettura. Su un treno deserto che mi riportava a casa, durante un lungo viaggio solitario e meditabondo, proprio alla fine di una settimana trascorsa con lei.

Non potevo non leggerlo senza sentire nella mia testa, insieme alla mia voce, anche la sua. L'ho scorta in molte pagine, ho creduto di intravederne le lacrime e di sentirne il riso. Ho letto questo romanzo insieme a lei, presenza benevola e protettiva come certe fate buone che appaiono nelle fiabe e vegliano sulle sorti del protagonista.

Ma non credo che questo solo abbia contribuito a farmi amare questo romanzo.
Perché questo è un libro davvero speciale e il fatto che per me sia legato indissolubilmente ad una cara amica ha senz'altro reso più intensa e significativa la sua lettura, ma non gli ha donato pregi e virtù che altrimenti non avrebbe avuto.

Ci si commuove molto leggendo la storia di Momò e si ride anche, moltissimo, perché Momò è un bambino, e come tutti i bambini ha un suo linguaggio, personalissimo e buffo e immaginifico, e sue categorie, spesso inusuali ed eccentriche, con le quali interpreta il mondo intorno a sé. Un mondo particolare e che non sembrerebbe affatto adatto ad un bambino: quello di una Belleville multietnica e spesso criminale, negli inquieti e carichi di tensione anni '70.

Momò è insieme l'innocenza dell'infanzia e il cinismo dell'età adulta; ha dentro di sé intatti certi sogni e certe fantasie che abbiamo avuto tutti alla sua età e la consapevolezza, precoce, della bruttura e della spietatezza della vita, della gratuità del male, dell'incomprensibilità della sofferenza umana, della sua ingiustizia.

Ci si commuove, e tanto, perché Gary è riuscito a ricreare, in modo magico e che ha del paranormale, i sentimenti e i pensieri e le paure di un bambino, di tutti i bambini: quella di non essere amati, di rimanere soli, di non essere protetti ma anche di non poter proteggere chi si ama, il senso di inadeguatezza e di impotenza che da piccoli si prova di fronte a un mondo, quello degli adulti, che appare spesso indecifrabile e dominato da leggi assurde e a volte crudeli e nei confronti del quale si prova insieme desiderio e timore, attrazione e repulsione.

Ma soprattutto, leggendo questo romanzo, si incontrano uomini e donne speciali e indimenticabili, prima fra tutti la vecchia e malata Madame Rosa, l'ex prostituta polacca sopravvissuta all'olocausto che ha creato una pensione per i figli delle prostitute (Momò è uno dei suoi pensionati) e tiene un ritratto di Hitler sotto il letto, da contemplare quando si sente infelice, per ritrovare un po' di serenità nella consapevolezza che "era pur sempre una grossa preoccupazione di meno" non dover più avere a che fare con lui.

Da lei Momò impara che cosa significhi amare dell'amore che dovrebbe essere più puro e sublime, quello di una madre. Pur nello squallore e nella povertà, e nel discutibile ed equivoco ambiente in cui Madame Rosa lo fa crescere, tra spacciatori ed eroinomani, estorsori e travestiti, truffatori e pappa, a Momò vengono trasmessi i valori umani fondamentali e imprescindibili: la solidarietà, la compassione, la generosità, la capacità di discernere tra il bene e il male, la comprensione e il superamento delle differenze, la pietà per le debolezze altrui, l'infinito rispetto per la fragilità della vecchiaia e la gratitudine per il bagaglio di sapienza ed esperienza che essa, a volte, sa trasmettere, quando si sia disposti ad ascoltarla.

Grazie a questa eredità di affetti e di calore umano, anche quando Madame Rosa lo lascerà per sempre, il lettore sa che Momò riuscirà a trovare la forza e il coraggio di non chiudersi nel dolore e nella paura e si affaccerà alla vita adulta, forse non con allegria e spensieratezza, ma disposto a credere nella possibilità del bene.

Grazie, Paola cara. Grazie.


Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza 2005, traduzione di Giovanni Bogliolo.

giovedì 14 gennaio 2010

Di altri traumi infantili, del vittimismo e di uno sformato di verza


Recentemente mi sono imbattuta in una bella frase di Theodore Roosevelt che dice, testualmente:

Do what you can, with what you have, where you are.

Ovvero sia:

Fa' quel che puoi, con ciò che possiedi, dove ti trovi.

Penso sia un gran bel motto da tenere presente, soprattutto quando nella cassetta 'a sorpresa' che il produttore biodinamico da cui si rifornisce il nostro GAS ci prepara ogni due settimane (a sorpresa perché sul suo contenuto noi del GAS non possiamo esprimere preferenze, ma accettiamo quello che, nei vari mesi dell'anno, il produttore ha a disposizione) ci si trova davanti un gran bel verzone e si viene presi da momentaneo - e per me comprensibilissimo - sgomento/avvilimento e dal desiderio irrefrenabile di lasciarlo a marcire lì nella cassetta e mangiare per pranzo un panino al salame.

Pure, non si può certo pensare ogni volta di regalare questa verza a qualcuno (e a chi, poi? visto che quasi tutti i nostri amici qui a Firenze fanno parte del nostro GAS e hanno dunque, anche loro, eventualmente, il loro bel da fare a smaltirne la loro quota personale?).

Se c'è qualcosa che proprio non ho mai tollerato è la verza. Ho ricordi traumatici infantili di orridi e brodosi involtini preparati con le sue foglie e ripieni di carne e altrettanto traumatiche memorie di certe padellate di verza stufata all'aceto che in casa mia accompagnavano immancabilmente, alternandosi con i broccoletti, le salsicce.

Ho scritto più volte in questo blog che da anni cerco di portare avanti una sorta di personale programma di rieducazione alimentare, nel tentativo di raddrizzare le numerose storture del gusto cui i miei sadici genitori mi hanno indotto e di vincere certe idiosincrasie che hanno limitato per molto tempo le mie esperienze culinarie.
Questo programma di rieducazione ha avuto, finora, un discreto successo. A parte quelle per i cardi e il cavolfiore lesso, sono orgogliosa di aver vinto molte mie storiche avversioni (ultimamente addirittura quella nei confronti dei finocchi cotti, di cui si favoleggiava nei cinque continenti).
La natura è evidentemente e fortunatamente più saggia di noi e fa in modo che ogni tot i nostri gusti cambino, in armonia con il ricambio delle nostre cellule, forse.

Quel che è difficile cambiare, però, è la propria testa. Se da decenni siamo convinti di non poter sostenere nemmeno la vista di una verza senza automaticamente provare un desiderio di fuga, un istinto omicida nei confronti del povero contadino che l'ha coltivata o dei nostri genitori che ci hanno costretto per anni a cibarcene, o semplicemente un conato di vomito, sarà assai difficile provare a mettere in dubbio questa granitica certezza. I meccanismi cristallizzati che scattano quasi senza che ce se ne accorga sono tra le robe più letali dell'esistenza. Si rimane incastrati in quell'ingranaggio che sembra partire da sé (sembra, e proprio questo è il punto), e ci si ritrova vittime inconsapevoli e passive.

Ora, se c'è una cosa che proprio non sopporto è sentirmi una vittima. E visto che ci sono diverse occasioni che la vita mi offre quotidianamente perché io possa fare questa avvilente esperienza, non voglio proprio metterci del mio e crearmene altre da me, dal nulla.

Dunque, qualche giorno fa, di fronte a quel bel cespone di verza che occhieggiava dal bordo della cassetta, invece di farmi prendere dallo scoramento ho deciso di sedermi in corridoio, per terra, davanti alla libreria su cui trovano posto i miei libri di cucina, alla ricerca di una ricetta che utilizzasse proprio ciò che in quel momento avevo a disposizione, e in abbondanza (do what you can, with what you have etc. etc.), e che, sperabilmente, mi facesse anche cambiare idea sull'argomento.

E siccome chi cerca (quasi sempre) trova - a meno che non sia la Spia, che come gran parte degli uomini ha delle difficoltà intrinseche nel reperire qualunque oggetto, a meno che non si tratti del telecomando del televisore - mi sono imbattuta in una splendida creatura del mio caro Stefano Arturi. Da quella grotta di Alì Babà che è il suo Pausa pranzo, ecco qui uno stupefacente sformato. La ricetta è copiata pari pari, senza variazioni di rilievo.


per 4-6 persone

una verza (un kg circa)
50 gr. di farina
50 gr. di parmigiano grattugiato + 3 cucchiai (io ho usato del pecorino e del parmigiano, in proporzioni che al momento mi sfuggono; più pecorino che parmigiano, comunque)
400 ml di latte intero
60 ml di olio d'oliva
3 cucchiai di farina di mais per polenta
sale e pepe

Scartate le foglie più esterne della verza, tagliatela a metà, poi in quarti. Affettatela sottilmente e lavatela. Mettetela in una capace terrina e versateci sopra dell'acqua bollente. Lasciatela a bagno per circa 5', poi scolatela, passatela sotto l'acqua fredda, scolatela ancora, asciugatela con un canovaccio pulito e tritatela in modo grossolano (sembra complicato, non lo è. Non usate questa scusa per non provare questo sformato!).

Mettetela nella coppa del robot da cucina insieme alla farina, ai 50 gr. di formaggio, al latte e all'olio. Aggiungete sale e pepe. Se volete (ed io lo volli), unite anche un pezzetto di salamella piccante. Ci sta benissimo. Il bell'Arturi suggerisce anche, eventualmente, 50 gr. di groviera o una salsiccia a tocchetti precedentemente rosolata in padella.

Imburrate una tortiera di 28 cm di diametro, spolveratela con un cucchiaio di polenta e uno di parmigiano. Versate il composto di verza, livellate, spolverate con gli altri due cucchiai di polenta e di formaggio, zigzagate con olio e mettete in forno a cuocere per circa 30'-40'.

Lo sformato sarà bello dorato e per la vostra casa si sarà diffuso un profumo invitante che - statene certi - risveglierà l'appetito del più schifiltoso e rompiballe degli ospiti (o di eventuali mariti/compagni/fidanzati/tizietti, ma anche suocere; la mia ne è stata entusiasta e non l'ha neanche trovato cancerogeno).

Come tutti gli sformati che si rispettino, appena uscito dal forno non dà il suo meglio.
Per mangiarlo, aspettate che abbia raggiunto una temperatura che sia inferiore a quella di fusione del criceto (citazione! chissà chi la indovina...).
Il giorno dopo, vi dirò, sarà ancora più buono.

Enjoy!


mercoledì 13 gennaio 2010

Per favore, mi lasci nell'ombra di Carlo Emilio Gadda

"Temperamento piuttosto incline a solitudine, inetto a cicalare con brio, alieno dalla mondanità, io avvicino e frequento i miei simili con una certa fatica e una certa titubanza”.


Una scelta di interviste fatte allo scrittore ingegnere tra il 1950 e il 1972, dalla lettura delle quali emerge l'immagine di un uomo solitario, pieno di manie e piccole e grandi ossessioni, sempre pronto ad allevare sensi di colpa, a scusarsi di mancanze inesistenti, a ritenersi responsabile di varie e orribili nefandezze, ma anche convinto di essere oggetto di cospirazioni e complotti e malato di manie di persecuzione.


Tra reticenze e improvvise aperture, frasi involute e di barocca, spagnoleggiante cortesia, nostalgie e attacchi di furente indignazione, una lettura piacevolissima, a tratti involontariamente comica per via del modo spesso bizzarro e inusuale di esprimersi di Gadda. Per dire che non aveva ancora comprato un volume (perché questo avrebbe significato per lui prendere un autobus e recarsi in qualche libreria del centro, cosa che non amava fare e che lo stancava molto) ecco cosa disse: "per stanchezza fisica e mancanza di possibilità di moto topografico non sono ancora riuscito a procurarlo".


Gustosissimo il lungo pezzo scritto da Alberto Arbasino, La formazione dell'ingegnere, in cui Gadda esprime i suoi giudizi trincianti e spesso crudeli sui grandi della letteratura italiana. Dal Foscolo, odiatissimo per la sua ossessione per le donne e la sua sciocca vanità, che lo induceva a vantarsi di avere un petto villoso e una folta chioma ("Vantarsi del pelo! E' un'opinione da parrucchiere!") al Carducci, un tempo molto amato ma del quale Gadda non ignorava

le pecche e le ingenuità retoriche ai limiti del grottesco e del ridicolo, dal Pascoli (ritenuto troppo piagnucoloso) al Manzoni, fino ad arrivare a D'Annunzio. Pagine divertentissime e ricche di spunti e stimoli.


La mia intervista preferita è però, senza dubbio, quella di Cesare Garboli, Felice chi è diverso, che prende a prestito nel titolo un bellissimo verso di Sandro Penna. E' la mia preferita perché mi sembra che sia l'unica in cui alla giusta ammirazione per il genio e lo scrittore si unisca la nient'affatto inopportuna e sincera pietà per l'uomo Gadda che, dopo aver trascorso con Garboli un pomeriggio, prima di chiudere dietro di sé la porta di casa gli disse: "Lei sentirà dire che io sono un misantropo, in fondo è questo che si pensa di me. Smentisca, la prego, dica che non è vero".




Carlo Emilio Gadda, Per favore, mi lasci nell'ombra. Interviste 1950-1972, Adelphi 1993, a cura di Claudio Vela.



domenica 3 gennaio 2010

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda

Se cercate nei libri la cosiddetta evasione dalla realtà, un modo per rilassarvi immergendovi per un po' in un mondo altro che non richieda particolari sforzi mentali per essere compreso e fruito, allora prendete questo libro e rimettetelo subito sullo scaffale dal quale l'avete preso. Non fa per voi.

Questo romanzo, infatti, impegnerà molta della vostra energia e ogni vostro neurone: non solo quelli preposti al funzionamento del vostro intelletto, ma anche, probabilmente, quelli che sovrintendono al corretto svolgimento delle vostre funzioni più brute. Quando ne avrete letto l'ultima parola, vi sentirete deliziosamente stanchi e svuotati, ma anche misteriosamente corroborati e rinvigoriti, come ci si sente dopo una bella corsa di almeno un'oretta (o almeno così mi dicono ci si senta; io, mai corso in vita mia; figuriamoci se per almeno un'oretta).

Quello che sulla carta si presenta come un giallo (in un condominio 'di signori' si consuma un efferato delitto sul quale si indaga: questa la trama), nella realtà è un canto d'amore e di odio per la città in cui la storia si svolge. Mi chiedo, però, che cosa possa capire di questa storia qualcuno che non abbia avuto la sfortuna (o fortuna, dipende dai punti di vista) di nascere e crescere, o almeno vivere per un po', in quel luogo laocoontico e selvaggio, bizantino e fagocitante, psichedelico e polipesco che è Roma.

In questo romanzo la fa da padrone il dialetto romanesco, quello più becero e popolare parlato nei mercati, nelle portinerie, nelle baracche e nelle campagne spelacchiate e squallide che ancora negli anni '50 circondavano i quartieri più centrali di Roma; quello che si parla in Brutti, sporchi e cattivi, per intendersi. Io, che a Roma ci sono nata e cresciuta, ho avuto qualche problema a capire tutto. E infatti di questa storia non ho capito quasi niente; per esempio, a me pare che, se di un giallo si tratta, si tratti di uno di quelli senza soluzione, in cui alla fatidica domanda: 'Chi è il colpevole?' non si possa che rispondere con un convinto: 'Boh'. Il che però non mi ha impedito di godermi immensamente intere pagine assolutamente incomprensibili, delle quali mi è piaciuto farmi risuonare nel testone la musicalità di certi periodi lunghi e contorti, ingemmati di parole mai sentite e probabilmente create per l'occasione, o tanto vetuste e preziose da apparire incredibili invenzioni dell'autore.

La sperimentazione linguistica è infatti spericolata, audace e felicissima (ed è stata negli anni ampiamente studiata e giustamente celebrata e lodata), totalmente disinibita e noncurante di ogni considerazione di armonia e misura. La complessa e selvaggia commistione di registri linguistici e stilistici crea un caleidoscopio che lascia ipnotizzati e intontiti, in cui tutto si mescola senza soluzioni di continuità. Nella stessa frase possono trovarsi fianco a fianco parole tratte dal dialetto più becero, lemmi sofisticatissimi e arcaici, colti anglicismi o francesismi.

Tutto ciò fa capire come dietro il personaggio austero, timidissimo e sorvegliato dell'ingegnere milanese Carlo Emilio Gadda (sulle cui fobie e manie e sulla cui distanza dal mondo reale sono fiorite, negli anni, infinite leggende metropolitane, in parte da lui stesso create), vivesse un uomo vulcanico, un appassionato e attento osservatore della realtà 'altra' che lo circondava, attratto morbosamente e intensamente dal cosmo degradato e bruto delle periferie romane, quello che, tanto per dire una banalità, esercitò il suo fascino anche su quell'intellettuale raffinato e nordico che fu Pasolini.

A differenza di quest'ultimo, però, Gadda di quel mondo colse gli aspetti meno pittoreschi e più inquietanti, il rovescio della medaglia dell'ingenuità, della primitiva purezza, della bontà evangelica che invece, secondo Pasolini, risiedeva solo nelle anime candide dei proletari, non ancora contaminate dalla corruzione della cultura e dell'ipocrisia borghesi.

Questa umanità incattivita dalla miseria, selvaggiamente attaccata alla vita e in lotta per la sopravvivenza, perennemente tormentata da un'inquieta e inutile fuga dalla fame, raramente si concede bontà e nobili sentimenti. Essa è troppo presa dalla necessità animale di rimanere in vita, di non soccombere; ne è schiacciata al punto di non avere tempo e modo di essere pietosa, caritatevole, altruista, solidale. Non può permettersi simili lussi. Ed è dunque condannata, per lo più, a uno squallore morale irredimibile e spietato, ad una meschina grettezza che spesso si traduce in connotati fisici sbilenchi e deformi (abbondano i freaks, in questo romanzo), secondo l'antica, classica legge della corrispondenza tra panorama interiore ed aspetto esteriore.

Sul borghese e colto Gadda, però, questa povertà affamata, amorale e animalesca deve aver esercitato, a tratti, anche un'attrazione sensuale irresistibile: basti pensare agli inquietanti e conturbanti personaggi femminili di Ines e Tina, magistralmente tratteggiati dall'affascinato autore, che ce ne fa addirittura indovinare l'odore di piccole e selvatiche bestiole, di quelle coi denti ben affilati e taglienti, e il pelo che sarebbe serico e lucente se la polvere e la sporcizia non lo rendessero opaco e appiccicoso.
Fa loro da contraltare la bellezza nobile e classica, pur se estenuata, della povera vittima, l'elegantissima, misericordiosa, malinconica e sublime signora Liliana, la cui ultima immagine, però, ce la presenta con la testa quasi staccata dal collo e incrostata di sangue e le gonne sollevate a scoprire in modo indecente, umiliante e poco pietoso la biancheria, anche se raffinatissima e di seta.
Queste due diverse facce della femminilità, sideralmente lontane tra loro, sono però simili nell'attrarre e conturbare Gadda, e con lui il commissario Don Ciccio Ingravallo, uomo solissimo e malinconico, intelligente e acuto, capace di squisite delicatezze e insieme di brutale veemenza, al quale bisognerebbe dedicare un'intera recensione (tranquilli, non lo faccio).

Una cosa questi due mondi (quello dei poveracci e quello dei signori) hanno in comune: un'infelice solitudine. Questo è l'unico vero campo in cui tutti i personaggi del romanzo potrebbero incontrarsi e riconoscersi simili, a dispetto di ogni differenza di classe, censo, cultura e provenienza. Peccato che nessuno lo faccia.

Insomma, mi pare di esser stata chiara.
Questa non è una lettura di tutto riposo.
Al contrario.
Ma vi fareste un grave torto a privarvene.



Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, 1957 (prima edizione)

mercoledì 30 dicembre 2009

Dell'incapacità di scegliere o della sindrome del "Potevamo" (e di alcuni biscotti [volendo] alla cannella)


La Spia e sua madre non hanno quel che definirei 'un ottimo rapporto'.

O meglio.

La Spia e sua madre hanno un ottimo rapporto, a patto che tra di loro ci siano almeno 333 chilometri, che sono esattamente quelli che, secondo Google Maps, separano la casa dell'una a Milano da quella dell'altro a Firenze.

La Spia e sua madre si sentono regolarmente al telefono. Parlano molto e ridono spesso, si danno reciprocamente consigli (lei viene spesso chiamata per consulti gastronomici - è cuoca sopraffina ma sommamente anarchica; lui viene invece interpellato per le ragioni più varie), si raccontano un sacco di cose, commentano indignati o divertiti notizie di attualità, si scambiano titoli di libri, si segnalano a vicenda film da vedere, musica da ascoltare, spettacoli teatrali cui assistere, programmi interessanti (quando ce ne sono, dato il per lo più desolante panorama televisivo).

La madre della Spia ama sommamente chiamare la Spia e dargli notizie allarmanti che ha letto su un giornale dimenticato in metro da qualcuno o ha sentito durante un programma tv visto a notte fonda con un occhio solo. In entrambi i casi, il ricordo della notizia è vago (sulla metro si distrae per guardare la gente; a notte fonda dormicchia sul divano davanti alla tv e poi si sveglia, guarda 3 minuti di programma e poi si riaddormenta, e poi si sveglia ancora e via così fino a mattina) e i pochi dati buttati giù su un foglietto strappato da qualche parte e annotati con la sua grafia alla Dalì non sono mai molto chiari, ma a lei piace moltissimo, dopo un breve preambolo, tuonare nella cornetta qualcosa del tipo: "Hanno detto che non bisogna più mangiare i mandarini! Sono cancerogeni!".

Questa è la griglia-tipo su cui la madre della Spia, negli anni, si è sbizzarrita a ricamare canovacci sempre diversi (con grande divertimento suo e nostro). Variazioni gustose e che mi sono rimaste impresse sono state (cito a caso):
"Hanno detto che non bisogna surgelare il pane!"
"Hanno detto che non bisogna conservare i cibi nei sacchetti di plastica!"
"Hanno detto che non bisogna lavarsi!"
Chi siano questi 'Hanno detto', cioè le fonti di tali notizie, è sempre cosa assai difficile da appurare. A volte impossibile. Facile da prevedere, invece, la conclusione di ogni nuovo diktat: "E' cancerogeno!".

Quando la Spia e sua madre, invece di parlare al telefono, si incontrano e trascorrono insieme più di 24 ore, sono dolori.
Hanno entrambi la straordinaria capacità di agitarsi a vicenda in modo delirante, portandosi reciprocamente prima alla frenesia e poi all'esasperazione, facendo tutto ciò che sanno irritare l'altro.

Io penso che questo sia il loro modo contorto e involuto di volersi bene, di riconoscersi simili, di fare un po' a pugni per sfogare certe tensioni che risalgono almeno al 1968.

Per chi assista a simili incontri di boxe, lo spettacolo può non essere piacevole.
Ricordo con orrore certe occasioni in passato in cui ho assistito alla creazione delle tipiche, elettriche atmosfere che riescono a prodursi tra i due. Ero sempre molto stupita che non si materializzasse tra le loro teste una nuvolona grigia e pesante di fulmini.

Con gli anni ho imparato a non aver paura di simili tempeste. So che si scatenano periodicamente, che sono terribili a vedersi, ma anche che passano senza quasi lasciare traccia.
Soprattutto ho imparato che non sono affari miei, e il rendermene conto è sempre meravigliosamente confortante.

Io e la madre della Spia abbiamo moltissime cose in comune. La Spia ogni tanto se ne rende conto e ci resta secco. Mi guarda sconvolto e mi dice "Madonna come mi sembri mia madre".
A volte la frase viene pronunciata con una sfumatura di malcelato orgoglio, altre con irritazione o sgomento; altre ancora, e sono la maggior parte, con divertita rassegnazione. La Spia non è certamente il primo uomo che ogni tanto pensa di aver sposato un clone (benché mascherato, benché travestito) di sua madre.

Se c'è una cosa che io e mia suocera abbiamo senz'altro in comune è la sindrome del 'Potevamo'.

Ci tormenta entrambe un'orrida propensione a mantrugiarci per tempi eterni e indefiniti nell'indecisione. L'idea di scegliere e di precluderci un'alternativa ci uccide. La prospettiva di dover ridurre ad un numero ragionevole l'infinita gamma di possibilità che la vita ci offre nelle più svariate occasioni ci rattrista e a volte ci fa arrabbiare. Come sarebbe bello poter fare tutto! Non dover mai scegliere! Poter andare quindici giorni al mare e altrettanti a Parigi quando si ha solo una settimana di vacanza e bisogna decidersi per una meta sola.

Abbiamo milioni di programmi, uno più faraonico e complicato dell'altro e vorremmo realizzarli tutti, indifferenti alla voce (quella della Spia) che ci richiama alla realtà nuda e cruda dei fatti e delle leggi della fisica. Quando infine, dopo estenuante agonia, scegliamo, non siamo mai del tutto persuase della bontà della nostra scelta e saliamo sulla diabolica giostra del 'Potevamo'.

Vi faccio un esempio, per chiarire.

Ci sono poche cose al mondo che ci divertono di più dell'idea di organizzare un pranzo o una cena.
Ma quando lo facciamo, la nostra mente comincia a viaggiare a velocità supersonica, sfogliamo decine di libri, elaboriamo almeno 5 diversi menu che poi scomponiamo, ricomponiamo, modifichiamo, cancelliamo, ripeschiamo.

Alla fine, quando decidiamo cosa fare, siamo già stanchissime anche senza aver toccato un mestolo. Ma ci rimane sempre il rimpianto di quello che avremmo potuto preparare e non abbiamo preparato, il sospetto che se avessimo scelto quel primo e quel contorno, che invece abbiamo deciso infine di non cucinare, il menu sarebbe stato ancora più strabiliante, o più equilibrato, o più raffinato.

Quando la Spia sente me o sua madre pronunciare la fatidica paroletta "Potevamo..." (che prelude a frasi di ogni genere, del tipo: "Potevamo fare i cannelloni invece che i tortellini", "Potevamo andare a passeggio invece che al cinema", "Potevamo farci la doccia invece che il bagno" e via così), comincia a innervosirsi. Sgrana gli occhi azzurri ed espira col naso come se fosse un soffione boracifero.

Il mio ultimo "Potevamo" ha riguardato proprio questo blog.

Volevo fare le cose per benino. Pubblicare qualche post pre-natalizio con ricette e foto suggestive (oddio, che parola grossa; qui ne vedete due esempi: in alto la renna Olga, indispensabile ninnolo natalizio che, a dire il vero, fa bella mostra di sé tutto l'anno [regalo della suocera, tra l'altro]; in basso l'alberello in fil di ferro e perline comprato a Lusaka), magari dare anche qualche (non richiesto) consiglio sui regali di Natale da fare con le proprie sante manine.

Invece niente di niente. Tra l'effettivo delirio festivo che mi ha tenuta lontana dalla tastiera e l'indecisione orrenda su che cosa pubblicare ("no, questa ricetta non mi convince" "nooo, quest'altra non è sufficientemente natalizia" "noooo! questa qui non è abbastanza testata!"), ho finito per non fare nulla (manifestazione naturale e comune, anche se non automatica, della sindrome del "Potevamo").

Ed ora che manca un giorno alla fine di questo 2009, vi scrivo la ricetta dei biscotti che ho regalato un po' in giro, dei semplicissimi biscotti che faccio tutto l'anno ma che, con una semplice aggiunta di cannella (ed eventualmente di zenzero) e una 'pucciata' nel cioccolato fuso, fanno la loro porca figura anche come piccolo regalo.

E' tardi, lo so. E' tardissimo.
Siate pazienti. Come la Spia lo è con me e con sua madre.

I biscotti sono comunque buonissimi, indipendentemente da quando decidiate di farli.


da Feast di Nigella Lawson

per 25-30 biscotti

90 gr. di burro
100 gr. di zucchero
1 uovo
1/2 cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
200 gr. di farina
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
1/2 cucchiaino di sale
(1 cucchiaino di cannella, facoltativo)

Secondo il mio sistema - che dovreste ormai conoscere - mettete tutti gli ingredienti secchi nella coppa del robot da cucina, azionate per una decina di secondi, poi unite l'uovo.

Quando sta per formarsi la cosiddetta palla, tirate fuori l'impasto, dategli due-tre 'smucinate' (termine tecnico ad indicare delle rispettose ma vigorose manate, atte a permettere all'impasto stesso di assumere una qualche compattezza e forma), appiattitelo, avvolgetelo nella pellicola e mettetelo in frigorifero per almeno un'oretta.

Preriscaldate il forno a 180°.

Con il mattarello, stendete l'impasto fino a che raggiunga uno spessore di circa 1/2 cm.

Usate i vostri stampini per biscotti preferiti (ricordate che se decidete di usarne di diverse dimensioni dovrete stare attenti alla cottura: quelli più piccoli cuoceranno, ovviamente, prima di quelli più grandi).

Fate cuocere per 8-12 minuti (la solita storia del 'ogni forno è diverso' e bla bla bla). I biscotti dovranno essere piuttosto pallidi, con i bordi appena dorati.
Fate raffreddare su una gratella.

Sciogliete una tavoletta da 100 gr. di cioccolato fondente e intingetevi i biscotti.
Man mano che li depositate sulla consueta gratella, sotto la quale avrete messo un foglio di carta da forno per raccogliere eventuali sbrodolamenti, mangiatene qualcuno.

Se non lo faceste, dopo averli tutti regalati ai vostri amici, potreste ritrovarvi anche voi a pensare malinconicamente: "Potevamo mangiarne qualcuno..."

Enjoy!

venerdì 18 dicembre 2009

Everyman di Philip Roth

Al centro di questa meditazione sulla vecchiaia e sulla morte, è l'ennesima incarnazione dell'autore, un pubblicitario di successo pluridivorziato e con tre figli, due nati dal primo matrimonio - che non lo hanno mai perdonato per averli abbandonati insieme alla loro madre - una che lo adora, Nancy, avuta con la seconda moglie, la tenera Phoebe. La storia che leggiamo è quella delle vicissitudini mediche del protagonista, la cui vecchiaia viene funestata da una lunga serie di disturbi e operazioni chirurgiche e dalla malattia e dalla morte delle persone che lo circondano.

Altro personaggio chiave è il fratello maggiore del protagonista, Howie, il suo doppio perfetto: atletico, sanissimo, uomo di successo che ha saputo costruirsi una fortuna in modo onesto, senza sacrificare all'impresa l'amore fedele per la moglie e il rapporto intimo e felice con i figli e con il fratello amatissimo.

L'Everyman del titolo fa riferimento a una rappresentazione allegorica quattrocentesca, un classico della prima drammaturgia inglese, che ha per tema la chiamata di tutti i viventi alla morte, recita il risvolto di copertina.

Così come davanti alla morte non esistono i singoli individui, nella loro straziante e forse inutile unicità, ma solo l'umanità tutta, la vita tutta, destinata a passare sotto la sua falce, il protagonista di questo romanzo non ha nome, è una maschera, è l'uomo comune, dotato della sua dose di pregi e difetti, debole di fronte alle tentazioni, incline alla menzogna e al sotterfugio, spesso inconsapevole, per egoismo, per cecità, di far soffrire chi lo ama, non immune da un sentimento meschino come l'invidia (nei confronti di Howie, che lo adora), ma anche capace di provare genuina compassione nei confronti dei suoi simili, di albergare sentimenti di protezione e tenera sollecitudine verso la figlia tanto amata, di trovare una momentanea sospensione estatica, all'indomani della pensione, nella grande passione della sua vita, la pittura, che però, dopo una breve parentesi idilliaca, lo abbandona, appannata anch'essa dall'incombere della malattia e dalla morte e, prima ancora, dalla desolante solitudine che accompagna il declino del protagonista.

Bellissimo, a mio avviso, l'incontro con il vecchio becchino che al protagonista spiega in modo dettagliato la complessa operazione che è poi una sepoltura: nella precisione, nell'attenzione dedicate a un compito tanto ingrato, che quest'uomo svolge (e non è un caso) insieme al figlio (e forte in questo romanzo è l'idea che si continua a vivere attraverso la propria progenie), si respira il civile e sublime rispetto per i propri simili, il desiderio di conceder loro, anche quando ormai sono scivolati nell'oblio e forse non ascoltano e non vedono ciò che si fa per loro e in loro nome, gesti dettati da un'autentica e commovente pietas.



Philip Roth, Everyman, Einaudi 2007, traduzione di Vincenzo Mantovani.

lunedì 14 dicembre 2009

Delle (cosiddette) piccole gioie della vita, del celebrarle e di alcuni muffins


Qualche tempo fa mi sono finalmente liberata della traduzione che mi trascinavo dietro, ridendo e scherzando - si fa per dire - da circa un anno e mezzo, con tutto il suo corollario di nefaste conseguenze per il mio benessere psico-fisico (e per quello della povera Spia).

Mi dispiace dirlo, ma non sono molto contenta del risultato del mio lavoro.
Benché in tutta onestà possa affermare che non avrei potuto fare meglio di quanto ho fatto, la consegna di questo libro non è stata accompagnata da quel senso di soddisfazione mista ad ansia che provo ogni volta che premo il tasto invio e mando alla casa editrice la fatidica mail con il suo corposo allegato (benedetta sia la posta elettronica, che non mi costringe a spedire pacchi e pacchetti).

Detto ciò, ora che mi è concessa una momentanea tregua (con tutta probabilità, infatti, dovrò di nuovo occuparmi di questo stramaledetto libro quando in redazione cominceranno a rileggere la mia traduzione e, inutile dirlo, già pavento quell'istante), cerco di godermi al meglio questa finestra di tempo libero e di ozio, da lungo tempo agognata.

Che la cosa avvenga in prossimità delle feste natalizie è certamente una fortunata coincidenza: mi offre infatti l'opportunità di dedicarmi con agio alla manifattura di regali e biglietti, attività che mi diverte e mi delizia oltre ogni dire. La testa ribolle di idee, le mani la seguono come possono, la casa tutta si trasforma in un enorme, caotico laboratorio ingombro di carte, nastri, gomitoli di lana, fili, perline che le gatte Linda e Matilde mangiano o spargono per ogni dove, costringendomi a trascorrere intere mezz'ore piegata a 90° o carponi sul pavimento a guardare sotto i mobili (e a spaventarmi per la polvere che vi si accumula; ma non soffermiamoci su questo aspetto); la Spia sorride, non si sa se intenerito, rassegnato o come si sorride ai folli, per tenerli buoni nell'attesa che arrivi la neurodeliri.

Per tornare all'argomento di questo post, il giorno in cui ho consegnato la traduzione, pur se tra mille dubbi e perplessità e con uno strisciante senso di incombente tragedia, ho voluto comunque festeggiare l'evento preparando questi muffins, che infatti, in Rachel's Favourite Food at Home di Rachel Allen, risultano come orange and chocolate chip celebratory cupcakes.

Credo sia giusto e sano celebrare anche minimi, microscopici eventi felici della vita quotidiana.
Sono allergica a gran parte delle manifestazioni di ciò che viene sommariamente definito 'pensiero positivo', ma sento che bisognerebbe non sottovalutare mai anche quelle che appaiono come trascurabili e piccole soddisfazioni (a ben guardare non lo sono mai) e assaporare ogni minimo momento di respiro, bellezza e serenità ci venga concesso, per fermarci un attimo e pensare che in fondo la vita non è poi sempre e comunque una rottura di palle, come a volte ci fa perversamente comodo credere che sia.

Al contrario, a me pare che, a chi sappia scorgerle e goderne, essa offra infinite, anche se spesso minime, occasioni di piacere e di felicità. Si tratta di approfittarne e di non farsele scappare. E sempre, sempre, sempre di ringraziare (non so bene chi o cosa, visto che tendenzialmente sono agnostica). E, volendo e potendo, di condividere.

Così io faccio volentieri con voi, passandovi la semplicissima ricetta di questi muffins (del resto tutte le ricette di muffins sono di una semplicità disarmante, quasi sospetta).


per 12 muffins:

2 uova
150 gr. zucchero di canna leggero (io ho usato il golden caster sugar del commercio equo e solidale)
la buccia grattugiata e il succo di due arance
latte
100 gr. di burro, fuso
350 gr. di farina, setacciata
1 cucchiaio di lievito
1/4 di cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale
200 gr. di cioccolato fondente 70%, tagliato a pezzetti

Preriscaldate il forno a 200° e preparate una teglia da 12 muffins (imburratela e infarinatela oppure usate dei pirottini).

Con una frusta mescolate appena le uova, lo zucchero e la buccia delle arance.

In un bricco misuratore versate il succo delle arance. Aggiungete tanto latte quanto vi serve per arrivare ad avere 175 ml. di liquido. Unite il burro fuso e versate il tutto nella ciotola delle uova e dello zucchero.

Aggiungete tutti gli ingredienti secchi e mescolate quel tanto che basta per amalgamare tutto. Come ben sapete, un impasto grumoso, oserei dire abborracciato, produce muffins leggeri e ariosi (è questo il motivo per cui è così bello farli e, a ben guardare, un'ulteriore occasione di gioia e felicità da celebrare: che una cosa tanto buona sia anche tanto facile e rapida da fare).

Cuocete in forno per circa 20-25', passati i quali tirate fuori la teglia, fatela raffreddare per qualche minuto, poi estraete tutti i muffins e metteteli sulla solita gratella.

Mangiate, rendete grazie e soprattutto godete!

Enjoy!

sabato 12 dicembre 2009

Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb

Questo è il primo libro di Amélie Nothomb che leggo. Ovviamente avevo sentito molto parlare di lei: questa scrittrice belga, intorno alla quale si è creato una sorta di culto, non è tipo da passare inosservato, anzi, è decisamente un personaggio folkloristico, sempre vestita di nero e spesso sfoggiante cappelli di una stralunata e lugubre eccentricità che la fanno assomigliare a un personaggio uscito da un film di Tim Burton.

Devo ammettere che in questo romanzo autobiografico non ho trovato molto simpatico il personaggio Amélie, ma non posso impedirmi di riconoscerle un certo qual carisma.
Si capisce perfettamente che ci si trova di fronte ad un individuo originale, animato da sentimenti e idee personalissimi che a tratti però, almeno per me, hanno il sentore di vezzi.

Posso dire che il libro ha pagine divertenti e che per chi, come me, ha vissuto anni all'estero, circondata da persone di diversa nazionalità, suonano molto vere certe osservazioni e riflessioni cui l'autrice si abbandona mentre narra la sua storia. Come potrei non sottoscrivere la seguente affermazione: Il vantaggio delle discussioni con gli stranieri è che si può sempre attribuire l'espressione più o meno costernata dell'altro alla differenza culturale?

La storia d'amore narrata nel libro è solo marginalmente quella con lo studente giapponese Rinri, essendo in primo luogo quella che la Nothomb ha con il Giappone tutto, dove è nata, con la propria infanzia (dimensione spazio-temporale mitica e rimpianta, nella quale cerca sempre spasmodicamente di tornare, con risultati alterni) e, in ultima analisi, con se stessa.

Il libro si chiude con una bella scena (casualmente ambientata il giorno del mio compleanno, cosa che mi ha fatto scioccamente piacere; mi si perdoni l'innocuo e idiota narcisismo), in cui i due ex amanti si scambiano, dopo anni che la loro relazione è finita, l'abbraccio fraterno del samurai, trovando allora, in quel gesto sobrio e virile, di grande intensità, il senso e la bellezza della relazione cui un tempo hanno dato vita.

Questa scena non riesce però, ai miei occhi, a riscattare l'idea di fondo che mi sono fatta della storia e dell'autrice.
Il modo in cui quest'ultima gestisce la fine della sua relazione con Rinri non le fa fare quella che definirei una bellissima figura; c'è di buono che è proprio lei la prima ad ammettere di essersi comportata in modo non proprio elegantissimo e coraggioso e questo in parte riscatta la sua fuga.

In ultima analisi, l'impressione che ho ricavato dalla lettura di questo romanzo è che la Nothomb viva fondamentalmente isolata dal resto del genere umano, cui pur tuttavia appartiene e che, ad eccezione di pochissimi individui (la sorella Juliette in primis), le sue relazioni più appassionate e coinvolgenti siano soprattutto intessute con le cose inanimate: il monte Fuji, il paese che l'ha vista nascere, certi cibi, certi paesaggi, una certa idea di sé.

Non che ci sia niente di male.

Ma per tutto il romanzo mi è sembrato di sentir spirare il vento gelido e impietoso che in una scena intensa e cruciale del romanzo soffia sull'innevato, immoto e glaciale Kumotori Yama e porta quasi alla morte la protagonista. Di tanta perfezione e solitaria, sublime, disumana bellezza si può anche morire.



Amélie Nothomb, Né di Eva né di Adamo, Voland 2007, traduzione di Monica Capuani.

martedì 8 dicembre 2009

Lavorare piace di Alain de Botton


Ci ho provato a leggere questo libro.
Ho letto diligentemente (benché sbadigliando più spesso di quanto avrei voluto) le prime 190 pagine, poi ho cominciato a saltarne qualcuna, a tralasciare interi capitoli, a leggere periodi a caso, finché oggi pomeriggio ho smesso di fare l'ipocrita e mi sono data per vinta.
Questo libro non è scritto (tradotto) male e l'argomento in sé mi interessa molto.
A prenderlo in prestito alla biblioteca del quartiere mi aveva spinta una frase, proprio all'inizio, che spiega che cosa sia questo libro: un'ode all'intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all'orrore del lavoro moderno e, non da ultimo, alla sua straordinaria pretesa di fornirci, insieme all'amore, la fonte principale del senso della vita umana.

Non chiedevo niente di meglio che leggere qualcosa che parlasse proprio di tutto questo.
Peccato che de Botton, autore che sa essere tanto brillante quanto pesantissimo e pedante, in questo ultimo suo libro mi sembra abbia dato voce solo a questo secondo aspetto della sua natura di scrittore.

Non sono riuscita nemmeno per un secondo a trovare interessanti le storie che racconta e che secondo lui dovrebbero rappresentare un ritratto variegato e realistico del moderno mondo del lavoro. Non solo, ho avuto l'impressione che lui per primo, l'autore intendo, sia del tutto indifferente alle storie che narra. La partecipazione alla vita dei personaggi incontrati è praticamente inesistente e anche l'occasionale ironia che risvegliano alcuni tratti decisamente bizzarri di questi uomini e queste donne incrociati via via è stiracchiata e artificiosa.

Secondo me de Botton nello scrivere questo libro si è annoiato tanto quanto io mi sono annoiata leggendolo.
Davvero soporifero.
Come sempre, peccato.



Alain de Botton, Lavorare piace, Guanda 2009, traduzione di Luisa Nera.

sabato 5 dicembre 2009

Un post su commissione o dell'estratto di vaniglia fatto in casa

La mia cara amica Paola mi ha chiesto or ora delle delucidazioni in merito alla ricetta di ieri. Era assai perplessa circa l'estratto di vaniglia da me indicato tra gli ingredienti. Pensava mi riferissi a quegli orrendi preparati chimici e sintetici che si trovano in genere venduti in fialette nei supermercati.

Orrore e abominio! Giammai! Io intendevo l'estratto naturale di vaniglia, che è raro e assai costoso, ma che ci si può molto facilmente preparare da soli, con le proprie manine, a casa propria, come infatti avevo scritto qui, rimandando al post di Clotilde Dusoulier che spiegava tutto per benino.

Paolina però vuole che glielo spieghi io e siccome accontentarla mi fa felice, ecco qui il procedimento, preso alla lettera da Clotilde Dusoulier, però scritto da me.
Va bene così Paolina bella?
:-)



Ingredienti:

3 baccelli di vaniglia
250 ml. di vodka (nella ricetta originale è indicata in alternativa al rum; io la preferisco)

Con un coltello dalla lama affilata tagliate i baccelli nel senso della lunghezza in modo da esporre i semini che sono all'interno. Eventualmente tagliate i baccelli a metà (nel caso in cui non entrassero agevolmente nel barattolo). Infilateli nel barattolo (lavato con acqua calda e sapone e ben asciugato, ça va sans dire) e versateci sopra la vodka (o il rum).

Chiudete il barattolo e riponetelo nella credenza al buio, agitandolo amorevolmente ma fermamente un paio di volte alla settimana o ogni volta che ve ne ricordiate.

Dopo 2 mesi dovreste avere la vostra essenza di vaniglia naturale, che diventerà sempre più scura e un po' torbida. Niente paura. E' così che deve essere.

La cosa bella è che si tratta di qualcosa di praticamente eterno. Man mano che lo usate, quando vedete che il livello della vodka scende di circa il 20%, rabboccate con un altro po' di liquore e agitate.

Io trovo sia un bellissimo regalo di Natale per un'amica o un amico cucinieri.
Scegliete un bel barattolo, magari un po' artistico, cingetelo con un nastro, aggiungete il solito bigliettino con accluse tutte le informazioni che ritenete importanti (quando l'avete preparato, quando sarà pronto all'uso, come 'rinnovarlo' etc. etc.) e rendete felice con poco un altro essere umano.
E anche voi.

Ad esser buoni si fa felici prima di tutto se stessi.

Enjoy!