A dispetto di un'apparenza cordiale e rilassata - almeno così mi dicono - sono di una timidezza feroce.
Sono timida, insicura, tendenzialmente tremebonda.
Mi salva la curiosità nei confronti dei miei simili che mi spinge quasi sempre a far capolino, ad avvicinarmi e ad accogliere con cauta benevolenza chi mi si avvicina.
Fino ad ora non ho mai trovato il coraggio di esporre le mie "creature" in un mercatino: l'idea di trovarmi con le mie cose sotto lo sguardo di chiunque passi di lì mi sgomenta abbastanza.
Un conto è proporre quel che si fa via internet (nella fattispecie nel mio negozio su etsy): ci sono, sì, le statistiche, che possono dare un'idea del livello di interesse che suscita il proprio lavoro, ma le statistiche si possono non leggere, oppure leggere e subito dopo dimenticare.
Uno sguardo perplesso gettato su una propria creazione o, peggio ancora, nessuno sguardo, è invece un dato difficile con cui fare i conti.
Ecco perché non ho mai pensato di poter affrontare un evento come un mercatino, una mostra, un'esposizione.
Stavolta, però, lo faccio: giovedì 11 e venerdì 12 ottobre parteciperò ad una mostra mercato organizzata dalla Ailo, la American International League of Florence.
Lo faccio perché parte del ricavato della vendita dei miei manufatti andrà a sostegno di Artemisia, un'associazione di Firenze che dal 1991 si prende cura di donne e bambini vittime di abusi domestici.
Lo faccio perché non sarò sola, ma con altre donne, artigiane come me, e perché non si tratterà soltanto di vendere, ma di partecipare e contribuire.
Lo faccio perché mi piace l'idea di fare qualcosa per altre donne, meno fortunate di me, e di farlo attraverso i canali che, pur nei dubbi e nelle insicurezze, mi sono più naturali e più cari, mettendo in gioco qualcosa di me che a dispetto della paura sento essere prezioso, bello, e vitale.
Sarebbe bello incontrare qualcuno di voi!
***************
Qui, altre informazioni sull'evento e qui la pagina creata su facebook (in inglese)
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mercoledì 10 ottobre 2012
sabato 1 ottobre 2011
Di vincitori (senza vinti)
Ed ecco dunque la vincitrice, il numero 5, cioè Dede.
Devo ammettere che ho provato una qualche emozione nell'inserire i numeri e nel vedere apparire, in un nanosecondo, quello selezionato.
Come da tradizione, stasera preparerò la confezione nella quale spedire il bracciale (la suocera direbbe "la vestina") e poi, con la consueta trepidazione ma anche con molta gioia, libererò anche questa mia creatura per le vie del mondo!
Dede, ricordami di scriverti il tuo indirizzo!
Grazie a tutte per avere partecipato e soprattutto grazie per aver raccontato qualcosa di voi: ho gustato ogni vostra storia, davvero. Mi avete fatto capire, ancora una volta, che benché sia io qui a parlare e a scrivere, a cantarmela e a suonarmela, mi piace assai di più starvi ad ascoltare.
sabato 24 settembre 2011
Di un anniversario, di cose nuove e di un giveaway
Qualche giorno fa, mi sono accorta che c'era stato un anniversario, passato sotto silenzio.
Un po' perché ho una memoria non corta, cortissima (e di questi tempi mi sembra si sia ulteriormente accorciata).
Un po' perché sono appena tornata dalle vacanze, che per me, anche se brevi brevi come queste appena fatte, segnano sempre un'interruzione della quotidianità - per quanto gradita - dopo la quale è difficile riprendere le fila del discorso; come quando, durante una conversazione, aprite una parentesi - e anche più di una, se siete come me - e dopo un po' non ricordate più che cosa stavate dicendo, non vi raccapezzate e fate la figura della vispa Teresa.
Ecco, appunto. Dicevamo?
L'anniversario, già.
L'anniversario del piccolo shop che, secondo Etsy, ho aperto esattamente il 20 settembre di un anno fa.
Io però ricordo bene che quel giorno, su Etsy, ho semplicemente aperto il mio account.
È seguito poi un periodo imprecisato - almeno una settimana, forse anche di più - in cui ho cercato di capire come funzionasse tutto l'ambaradan, compresi annessi e connessi. Ne parlavo qui.
Dunque per me questo anniversario deve ancora arrivare ed essendo il primo penso vada festeggiato, anche perché quest'anno che è trascorso è stato molto interessante e fruttuoso.
Prima di tutto perché sono entrata in contatto con molte persone, e non solo clienti, che mi hanno incoraggiata, consigliata, hanno espresso opinioni, gusti, perplessità, dubbi, curiosità e mi hanno nel frattempo raccontato ricordi, storie, condividendo pensieri, intimità, vita.
A tutte queste persone dico grazie, semplicemente: il loro contributo è davvero incommensurabile, ed io voglio che lo sappiano.
Poi perché ho imparato molte cose, e non solo come fare monachelle o chiusure: ho imparato quanto ci sia da imparare ogni giorno, quanto mi piaccia avere ogni giorno qualcosa da imparare, quanto ogni cosa, anche una piccola piccola come questa mia piccolissima attività, se solo lo si voglia, possa diventare una fonte pressoché inesauribile di crescita.
E questo compensa tutti quei momenti - per fortuna pochissimi - in cui mi pare di smarrire un po' la direzione e il senso di ciò che sto facendo, perché ci sono anche questi momenti e forse è giusto così, per controbilanciare quelli in cui il divertimento che provo nel fare queste cose è tale da inchiodarmi al tavolo da lavoro anche ore ed ore, facendomi quasi dimenticare di mangiare - quasi - e la mia proverbiale impazienza.
E allora, per festeggiare questo primo anno di persone, cose ed esperienze nuove, ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto, un giveaway - ma che brutto nome, ammettiamolo - con un bracciale nuovo nuovo, nato in giorni di grandi pensamenti (diciamo pippe mentali e facciamo prima) e patimenti (piacerà? sarà comodo? sarà portabile? si romperà dopo 20 minuti?), la cui visione e progettazione mi ha accompagnato durante tutta la mia vacanza, mentre facevo il bagno e mentre leggevo i racconti di Cechov (che meraviglia; chiusa parentesi), mentre mangiavo il gelato e mentre guardavo le barche nel porto al tramonto, e la cui realizzazione mi ha fatto penare un po'.
Ma ora è qui, mi piace talmente tanto che ho già deciso che ne farò una collana che metterò nello shop, ed è esattamente come volevo che fosse: volevo che avesse a che fare con l'autunno, la mia stagione preferita (la decorazione-chiusura a forma di foglia; il verde marcio del nastro di alcantara e della rondella di acquamarina); volevo che fosse semplice, essenziale e soprattutto volevo che fosse una cosa che non avevo mai fatto.
Mi piace imparare, l'ho detto.
E mi piacciono le novità. Anche se all'inizio le accolgo sempre con incertezza (con paura, a volte, e diffidenza), pensando subito di non riuscire ad affrontarle e poi quasi sempre mi faccio prendere dall'entusiasmo e mi butto a capofitto, incosciente.
Lasciate un commento e, se vi va, raccontate di qualcosa di nuovo che avete fatto per la prima volta quest'anno: e non vi preoccupate se non avete al vostro attivo imprese epiche (ma se sì, raccontate, raccontate!): a me - e dovrebbe esser chiaro - piacciono soprattutto le storie piccole, domestiche, quotidiane.
Il 1 di ottobre estrarrò il vincitore (sempre se capisco come funzionano quei generatori random che in genere vengono usati in queste circostanze; magari qualcuno può darmi qualche indicazione, così facciamo prima?).
Ed ora vi lascio: il tavolo da lavoro mi chiama.
giovedì 2 giugno 2011
Che cosa combino nella stanza accanto: processi creativi erratici
Ma quanto mi piace passare i pomeriggi nella mia stanza, il tavolo da lavoro ingombro fino all'inverosimile di perle, perline, fili, pinze e tronchesini, cercando di ritrovarmi tra le mani qualcosa che mi piaccia.
A volte, ma è raro, parto con un'idea già in testa - idea che, come spesso accade, esce fuori così, inopinatamente, nei momenti meno opportuni, ultimamente soprattutto all'alba: mi sveglio e penso qualcosa tipo "Ecco come fare!" - e c'è solo da raccogliere tutti gli ingredienti necessari e mettersi al lavoro assemblandoli.
Per lo più, però, l'idea è vaghissima e magari si limita a un colore, oppure ad un particolare tipo di perla che voglio usare ma non so come e per cosa e con che cosa.
E allora il processo è tortuoso e assolutamente non lineare e a volte è questione di aggiustamenti minimi, ma necessari: quella perlina che invece di star qui è meglio stia lì o accanto a quella e non a questa, un cordino invece di un altro.
Ma non è facile capirlo subito, o almeno non lo è per me, e a volte per fare un paio di orecchini ci metto anche una settimana di tentativi anche perché accosto, provo, faccio, sfaccio, riprovo, riaccosto, metto al collo e alle orecchie, valuto, giudico, smonto e ricomincio e nel frattempo vado in cucina, faccio merenda, vado nello studio della Spia a fare quattro chiacchiere, do l'acqua ai fiori, carezzo le gatte, cucino, parlo al telefono con qualche amica, insomma, vivo.
Vorrei avere dei processi creativi più lineari, più disciplinati, meno casuali (e soprattutto meno dispersivi e che richiedano meno tempo) ma pare per me sia assai raramente possibile. E pace, esistono problemi più seri.
Ieri pomeriggio, comunque, ho avuto una di queste "sessioni" creative intensive, a metà della quale sono dovuta uscire per andare dal ferramenta, il mio ferramenta di fiducia, dove quando arrivo i commessi fanno finta di imboscarsi perché li faccio diventare matti.
Spesso non conosco il nome di ciò che voglio, o se lo so lo so in inglese e allora cerco di descriverlo, con risultati che vanno dal surreale allo psichedelico; a volte, invece, semplicemente non so che cosa voglio e vado dal ferramenta in cerca di idee ed è in questa versione, soprattutto, che divento particolarmente molesta e nociva per i poveri commessi.
In entrambi i casi, questi commessi con me sono tanto pazienti, ma pazienti che non vi dico, e sempre molto sorridenti, di quei sorrisi che in genere si riservano alle vecchiette svaporate che si capisce non vogliono tormentare nessuno intenzionalmente, però finiscono per farlo, e con metodo, caparbietà, costanza.
E poi arriva sempre il momento in cui sfoggiando io il mio miglior sorriso chiedo "Non è che mi farebbe passare dietro il bancone che da qui non vedo bene?" e allora davanti a tutti quei cassettini pieni di robine interessanti mi sento un po' come quando sono in libreria e tutti quei libri, quella scelta quasi illimitata, mi mettono letteralmente in uno stato di frenesia euforica.
Tantissime idee mi vengono in mente quando sono dal ferramenta e se non mi vengono (ma è raro), mi viene sicuramente il buonumore - che è persino più importante, a volte, delle idee.
Come che sia, alla fine sono tornata a casa e ho capito che cosa mancava alla collana che stava cercando di materializzarsi sul mio piano di lavoro: delle schegge di pietre dure zambiane, che ovviamente non ho preso dal ferramenta, ma che con quello che ho comprato lì e certe perle strane di vetro grigio acquistate non ricordo nemmeno dove secondo me stanno molto bene.
Eccola qui, la collana che volevo.
Una con granati per me e una con ametisti per lo shop.
A volte, ma è raro, parto con un'idea già in testa - idea che, come spesso accade, esce fuori così, inopinatamente, nei momenti meno opportuni, ultimamente soprattutto all'alba: mi sveglio e penso qualcosa tipo "Ecco come fare!" - e c'è solo da raccogliere tutti gli ingredienti necessari e mettersi al lavoro assemblandoli.
Per lo più, però, l'idea è vaghissima e magari si limita a un colore, oppure ad un particolare tipo di perla che voglio usare ma non so come e per cosa e con che cosa.
E allora il processo è tortuoso e assolutamente non lineare e a volte è questione di aggiustamenti minimi, ma necessari: quella perlina che invece di star qui è meglio stia lì o accanto a quella e non a questa, un cordino invece di un altro.
Ma non è facile capirlo subito, o almeno non lo è per me, e a volte per fare un paio di orecchini ci metto anche una settimana di tentativi anche perché accosto, provo, faccio, sfaccio, riprovo, riaccosto, metto al collo e alle orecchie, valuto, giudico, smonto e ricomincio e nel frattempo vado in cucina, faccio merenda, vado nello studio della Spia a fare quattro chiacchiere, do l'acqua ai fiori, carezzo le gatte, cucino, parlo al telefono con qualche amica, insomma, vivo.
Vorrei avere dei processi creativi più lineari, più disciplinati, meno casuali (e soprattutto meno dispersivi e che richiedano meno tempo) ma pare per me sia assai raramente possibile. E pace, esistono problemi più seri.
Ieri pomeriggio, comunque, ho avuto una di queste "sessioni" creative intensive, a metà della quale sono dovuta uscire per andare dal ferramenta, il mio ferramenta di fiducia, dove quando arrivo i commessi fanno finta di imboscarsi perché li faccio diventare matti.
Spesso non conosco il nome di ciò che voglio, o se lo so lo so in inglese e allora cerco di descriverlo, con risultati che vanno dal surreale allo psichedelico; a volte, invece, semplicemente non so che cosa voglio e vado dal ferramenta in cerca di idee ed è in questa versione, soprattutto, che divento particolarmente molesta e nociva per i poveri commessi.
In entrambi i casi, questi commessi con me sono tanto pazienti, ma pazienti che non vi dico, e sempre molto sorridenti, di quei sorrisi che in genere si riservano alle vecchiette svaporate che si capisce non vogliono tormentare nessuno intenzionalmente, però finiscono per farlo, e con metodo, caparbietà, costanza.
E poi arriva sempre il momento in cui sfoggiando io il mio miglior sorriso chiedo "Non è che mi farebbe passare dietro il bancone che da qui non vedo bene?" e allora davanti a tutti quei cassettini pieni di robine interessanti mi sento un po' come quando sono in libreria e tutti quei libri, quella scelta quasi illimitata, mi mettono letteralmente in uno stato di frenesia euforica.
Tantissime idee mi vengono in mente quando sono dal ferramenta e se non mi vengono (ma è raro), mi viene sicuramente il buonumore - che è persino più importante, a volte, delle idee.
Come che sia, alla fine sono tornata a casa e ho capito che cosa mancava alla collana che stava cercando di materializzarsi sul mio piano di lavoro: delle schegge di pietre dure zambiane, che ovviamente non ho preso dal ferramenta, ma che con quello che ho comprato lì e certe perle strane di vetro grigio acquistate non ricordo nemmeno dove secondo me stanno molto bene.
Eccola qui, la collana che volevo.
Una con granati per me e una con ametisti per lo shop.
lunedì 4 aprile 2011
Che cosa combino nella stanza accanto: semplicità e perline africane
Non ricordo più chi abbia detto che la semplicità è la più alta forma di sofisticazione, una frase che trovo molto vera ma che non mi pare sia particolarmente di moda, soprattutto negli ultimi anni e soprattutto se applicata ad alcuni ambiti.
Ma alla semplicità, quando non si sia nati con una naturale vocazione per essa (e fortunato chi ce l'ha, questa vocazione), ci si può avvicinare: la mia esperienza personale sembra dire che sia un processo, questo, che si innesca naturalmente, con il passare degli anni e soprattutto con l'aumentata consapevolezza di sé: più ci si conosce più la propria vita si semplifica più si restringe il numero delle cose di cui davvero si ha bisogno per sentirsi a proprio agio nel mondo.
Le forme semplici sono anche tra le più attraenti, per me: il quadrato, il rettangolo, il cerchio, il triangolo.
Ma riprodurle con filo di rame e pinze non è sempre altrettanto facile.
È già da parecchio tempo che, di pomeriggio, mi dedico a questo e il cestino africano sotto la mia scrivania si è riempito spesso di numerosi aborti e anche un po' della mia frustrazione.
Ultimamente, però, ho trovato in un libro delle istruzioni più chiare e mi sto sbizzarrendo, con risultati che cominciano a soddisfarmi.
Sono particolarmente affezionata agli orecchini rettangolari con le perle blu: sono perle di ceramica che un tempo facevano parte di una lunga collana acquistata al mercatino dell'artigianato che si teneva mensilmente nel quartiere in cui abitavo, quando vivevo a Lusaka.
Non ricordo come si chiamasse l'artigiano sempre sorridente che, sulla terra battuta, ogni mese sistemava su un lenzuolo le sue creature di ceramica: brocche, teiere, portasaponi, lattiere, ciotole per l'insalata, portacandele, tutti oggetti di un senso del colore squisito, di gusto a volte naïf, quasi ludico, surreale - come il portasapone a forma di vasca da bagno che rallegra, anche se un po' conciato, il mio lavandino (è sopravvissuto a due traslochi, ma non alla Spia).
Ricordo però, questo sì, quanto fosse ogni volta lusingato e sinceramente deliziato dall'apprezzamento che gli dimostravo e come ripetesse, senza alcuna leziosità, "Signora, lei è trooooooppo gentile", ridendo in quel modo timido e rispettoso che è spesso il modo di ridere degli africani davanti ai loro antichi e moderni sfruttatori e che spesso mi ha stretto il cuore di pena e di sensi di colpa.
Chissà come sarebbe contento, oggi, di vedere che ho usato le sue perle per questi orecchini.
Ma alla semplicità, quando non si sia nati con una naturale vocazione per essa (e fortunato chi ce l'ha, questa vocazione), ci si può avvicinare: la mia esperienza personale sembra dire che sia un processo, questo, che si innesca naturalmente, con il passare degli anni e soprattutto con l'aumentata consapevolezza di sé: più ci si conosce più la propria vita si semplifica più si restringe il numero delle cose di cui davvero si ha bisogno per sentirsi a proprio agio nel mondo.
Le forme semplici sono anche tra le più attraenti, per me: il quadrato, il rettangolo, il cerchio, il triangolo.
Ma riprodurle con filo di rame e pinze non è sempre altrettanto facile.
È già da parecchio tempo che, di pomeriggio, mi dedico a questo e il cestino africano sotto la mia scrivania si è riempito spesso di numerosi aborti e anche un po' della mia frustrazione.
Ultimamente, però, ho trovato in un libro delle istruzioni più chiare e mi sto sbizzarrendo, con risultati che cominciano a soddisfarmi.
Sono particolarmente affezionata agli orecchini rettangolari con le perle blu: sono perle di ceramica che un tempo facevano parte di una lunga collana acquistata al mercatino dell'artigianato che si teneva mensilmente nel quartiere in cui abitavo, quando vivevo a Lusaka.
Non ricordo come si chiamasse l'artigiano sempre sorridente che, sulla terra battuta, ogni mese sistemava su un lenzuolo le sue creature di ceramica: brocche, teiere, portasaponi, lattiere, ciotole per l'insalata, portacandele, tutti oggetti di un senso del colore squisito, di gusto a volte naïf, quasi ludico, surreale - come il portasapone a forma di vasca da bagno che rallegra, anche se un po' conciato, il mio lavandino (è sopravvissuto a due traslochi, ma non alla Spia).
Ricordo però, questo sì, quanto fosse ogni volta lusingato e sinceramente deliziato dall'apprezzamento che gli dimostravo e come ripetesse, senza alcuna leziosità, "Signora, lei è trooooooppo gentile", ridendo in quel modo timido e rispettoso che è spesso il modo di ridere degli africani davanti ai loro antichi e moderni sfruttatori e che spesso mi ha stretto il cuore di pena e di sensi di colpa.
Chissà come sarebbe contento, oggi, di vedere che ho usato le sue perle per questi orecchini.
lunedì 14 marzo 2011
Che cosa combino nella stanza accanto: lavorare con le Delica (e con pazienza)
Quando le persone vedono la bigiotteria che creo commentano quasi sempre dicendo "Eh ma che pazienza che devi avere!".
In effetti alcune tecniche che mi piace usare ne richiedono una discreta dose.
Guardate ad esempio queste microscopiche perline giapponesi, le Delica, che vengono soprattutto utilizzate per le cosiddette tecniche di tessitura - cioè con ago e filo: sono piccolissime e lavorarci a volte significa davvero sguerciarsi, anche solo per infilare l'ago, che ha una cruna sottile sottile, quasi invisibile; e poi bisogna stare attenti ed evitare che il filo speciale utilizzato per questi lavori non si annodi e non si aggrovigli - cosa che purtroppo a volte capita.
Nella malaugurata ipotesi che questo infausto evento si verifichi non si può che tagliare, sfare e rifare tutto (magari dopo aver smadonnato un po').
Nella malaugurata ipotesi che questo infausto evento si verifichi non si può che tagliare, sfare e rifare tutto (magari dopo aver smadonnato un po').
La cosa buffa è che chiunque mi conosca un po' sa che non sono affatto una persona paziente, al contrario!
La Spia vede in questo lato del mio carattere una sorta di residuo dell'infanzia e ama prendermi in giro sfidandomi a rimandare a tempo indefinito cose che invece voglio fare subito; per esempio, quando ricevo con la posta un libro ordinato su Internet (faccio fatica a immaginare evento più elettrizzante per me), immancabilmente mi provoca: "Perché non aspetti e non apri questo pacco domani?", sapendo già che molto spesso comincio a sbranarlo - è il termine adatto - direttamente sulle scale.
In realtà, è proprio perché non sono paziente che mi piace dedicarmi a questi lavori da certosino, che per me hanno anche un valore terapeutico: mi inducono a fare le cose con lentezza, con cura e attenzione, e a combattere il desiderio un po' idiota di consumare subito l'esperienza e passare ad altro (ho sempre paura di non avere abbastanza tempo e di non riuscire a fare tutto quello che devo e voglio fare).
Ed ecco dunque i miei ultimi lavori, fatti in questi giorni in cui mi trascino per casa malaticcia e un po' assente, stile ectoplasma, preda di un raffreddore e di una tossetta fastidiosi ma indecisi (i peggiori, per me): grazie a loro, in questi ultimi pomeriggi, ho passato delle ore serene e piacevolmente concentrate.
Li trovate ovviamente nel mio shop.
lunedì 28 febbraio 2011
Che cosa combino nella stanza accanto: esperimenti con il rame
Di solito, se mi è possibile, preferisco dedicare le mattine ai lavori di tipo intellettuale (una parola grossa, nel mio caso, ma insomma, come si dice a Roma "famo a capisse").
Se ho qualche libro da tradurre o da leggere e studiare, è in genere di mattina che lavoro con più concentrazione e con migliori risultati.
Nel pomeriggio, invece, sento di aver bisogno non solo di far riposare i già affaticati e sparuti neuroni, ma anche di usare le mani e se non cucino (fare i cosiddetti lavori di casa è raramente un'opzione che contemplo, ahimé) passo qualche ora a lavorare con perle e perline.
Ho la fortuna di avere a disposizione due spazi ben distinti: uno studio con libri, dizionari, computer e tutto quello che può servirmi per leggere, scrivere e studiare e una stanza dove invece posso dedicarmi ai lavori manuali.
In questa stanza, negli ultimi tempi sto facendo esperimenti con il filo di rame.
Mi piacciono le sue diverse sfumature: quella brillante e aranciata che ha naturalmente e quella opaca e più scura che si ottiene semplicemente avvicinandolo a una fonte di calore (nel mio caso, il fornello della cucina) e poi usando, con mano leggera e senza troppe pretese di perfezione, della finissima carta vetrata.
Tra l'altro mi pare che in quest'ultima versione stia bene con praticamente quasi ogni colore.
Sento già che sto per piombare allegramente nel meraviglioso gorgo di una nuova ossessione...
Potete trovare questi ed altri miei esperimenti nel mio shop, proprio qui.
lunedì 14 febbraio 2011
Che cosa combino nella stanza accanto: una collana rossa
È cosa risaputa che io abbia inclinazioni animiste, che tenda cioè a credere che anche gli oggetti abbiano una loro sensibilità (ne ho parlato, per esempio, qui).
È una cosa che mi viene dall'infanzia, da quando trovavo grande conforto nell'immaginare che - per esempio - il tavolo, la sedia, la vecchia radio a cassettone che era nella mia camera, il giradischi arancione e la tazza della colazione fossero, invece che semplici oggetti muti e indifferenti, miei alleati ed amici.
Intrattenevo con loro lunghe e per lo più silenziose conversazioni, attribuendogli sentimenti e idiosincrasie e persino una certa libertà d'azione (come quella volta che il pentolino del latte cadde "inspiegabilmente" dalla credenza: non era stato sistemato al posto giusto e non era a suo agio lì dove si trovava, tutto qui).
Mi facevano molta pena tutti gli oggetti che per qualche ragione mi sembravano esclusi o emarginati, magari perché spaiati: l'ultimo cucchiaino da caffè di un vecchio servizio ormai andato perso; l'unico bottone di madreperla sopravvissuto ad una camicia che da tempo era stata trasformata in straccio per la polvere; un vecchio orecchino di mia sorella che aveva perso il gemello chissà dove.
Tendevo a conservare tutti questi derelitti in qualche mia scatolina segreta, tutti insieme, perché si facessero compagnia e si sentissero meno infelici - secondo il ben noto principio del "mal comune etc etc" - che oggi, detto per inciso, mi lascia piuttosto perplessa, ma che da bambina trovavo giustissimo.
A dire il vero non sono cambiata molto da questo punto di vista.
Sebbene sia diventata più selettiva nel mio accumulare oggetti apparentemente inutili (per non dire che son diventata spietata nell'eliminarli), pure ho una particolare predilezione per gli "spaiati".
Nella vetrina rossa dove conservo tutti i materiali che uso per fare i miei orecchini, ce ne sono molti di questi cani sciolti: rimasugli e avanzi di altre realizzazioni cui non ho trovato ancora un utilizzo e che rimangono lì, in qualche bustina o scatolina - ho un debole per i contenitori di ogni foggia e misura - in attesa di poter diventare parte di qualcosa.
Qualche giorno fa, dunque, mi sono accorta che avevo voglia di fare qualcosa di rosso, una collana per la precisione, proprio utilizzando molti di questi "orfanelli" e alcune perline di vetro rosse che un tempo erano infilate in una collana con una lunga storia: ricordate l'amico ritardatario della tragicomica cena di questo post? Ecco, quella collana me la portò lui da Damasco, ma poi mi si ruppe (la storia non è in effetti poi tanto lunga, a ben pensarci).
Volevo che fosse una collana asimmetrica e un po' bislacca, che portasse anche nella forma l'impronta di tutti i suoi elementi spaiati e singoli.
Ci ho messo un bel po' per arrivare a un risultato che mi soddisfacesse, ma alla fine, ieri pomeriggio, credo di esserci riuscita.
Ora, guardandola adagiata sul mio collo, mi sento un po' come una benefattrice: non più sole, tutte queste perline si fanno una bella compagnia, e grazie a me.
Adesso mi piacerebbe trovarle un nome a questa collana: è da almeno una settimana che ci parlo, sarà prima o poi il caso di darglielo.
Magari potete pensarci voi.
Nel frattempo, la potete trovare ovviamente qui.
È una cosa che mi viene dall'infanzia, da quando trovavo grande conforto nell'immaginare che - per esempio - il tavolo, la sedia, la vecchia radio a cassettone che era nella mia camera, il giradischi arancione e la tazza della colazione fossero, invece che semplici oggetti muti e indifferenti, miei alleati ed amici.
Intrattenevo con loro lunghe e per lo più silenziose conversazioni, attribuendogli sentimenti e idiosincrasie e persino una certa libertà d'azione (come quella volta che il pentolino del latte cadde "inspiegabilmente" dalla credenza: non era stato sistemato al posto giusto e non era a suo agio lì dove si trovava, tutto qui).
Mi facevano molta pena tutti gli oggetti che per qualche ragione mi sembravano esclusi o emarginati, magari perché spaiati: l'ultimo cucchiaino da caffè di un vecchio servizio ormai andato perso; l'unico bottone di madreperla sopravvissuto ad una camicia che da tempo era stata trasformata in straccio per la polvere; un vecchio orecchino di mia sorella che aveva perso il gemello chissà dove.
Tendevo a conservare tutti questi derelitti in qualche mia scatolina segreta, tutti insieme, perché si facessero compagnia e si sentissero meno infelici - secondo il ben noto principio del "mal comune etc etc" - che oggi, detto per inciso, mi lascia piuttosto perplessa, ma che da bambina trovavo giustissimo.
A dire il vero non sono cambiata molto da questo punto di vista.
Sebbene sia diventata più selettiva nel mio accumulare oggetti apparentemente inutili (per non dire che son diventata spietata nell'eliminarli), pure ho una particolare predilezione per gli "spaiati".
Nella vetrina rossa dove conservo tutti i materiali che uso per fare i miei orecchini, ce ne sono molti di questi cani sciolti: rimasugli e avanzi di altre realizzazioni cui non ho trovato ancora un utilizzo e che rimangono lì, in qualche bustina o scatolina - ho un debole per i contenitori di ogni foggia e misura - in attesa di poter diventare parte di qualcosa.
Qualche giorno fa, dunque, mi sono accorta che avevo voglia di fare qualcosa di rosso, una collana per la precisione, proprio utilizzando molti di questi "orfanelli" e alcune perline di vetro rosse che un tempo erano infilate in una collana con una lunga storia: ricordate l'amico ritardatario della tragicomica cena di questo post? Ecco, quella collana me la portò lui da Damasco, ma poi mi si ruppe (la storia non è in effetti poi tanto lunga, a ben pensarci).
Volevo che fosse una collana asimmetrica e un po' bislacca, che portasse anche nella forma l'impronta di tutti i suoi elementi spaiati e singoli.
Ci ho messo un bel po' per arrivare a un risultato che mi soddisfacesse, ma alla fine, ieri pomeriggio, credo di esserci riuscita.
Ora, guardandola adagiata sul mio collo, mi sento un po' come una benefattrice: non più sole, tutte queste perline si fanno una bella compagnia, e grazie a me.
Adesso mi piacerebbe trovarle un nome a questa collana: è da almeno una settimana che ci parlo, sarà prima o poi il caso di darglielo.
Magari potete pensarci voi.
Nel frattempo, la potete trovare ovviamente qui.
venerdì 12 febbraio 2010
Delle orecchie a sventola e di una manualità ritrovata
Qualche tempo fa, la Spia, in un dopo pranzo silenzioso e assorto, se n'è uscito dicendo, come se riprendesse una conversazione interrotta pochi istanti prima (che invece non era mai iniziata):
"Tra l'altro nel tuo blog non scrivi mai delle cose che fai con le perline, la lana etc."
Mi ha presa in contropiede e ho dovuto dargli ragione (di solito, pur di non dargli questa soddisfazione, mi produco in circonvoluzioni mentali degne di un contorsionista, ma ho bisogno di un minimo preavviso).
In effetti, in questo blog, che porta addirittura nel titolo un'indicazione della mia passione per la manualità, di manualità si parla ben poco. Per non dire che non se ne parla affatto, se si esclude quella che si esplica in cucina (e che poi, ad essere sinceri, è poca cosa, considerato che evito come la peste qualunque ricetta richieda la minima destrezza).
Perché il problema è che io, sì, mi dedico con grande divertimento ed entusiasmo alle mie innumerevoli attività manuali, ma non sono molte le volte in cui sono davvero soddisfatta di ciò che alla fine riesco a combinare e l'idea di mostrare le mie 'creature', soprattutto in uno spazio come questo, mi ha sempre lasciata piuttosto perplessa (se avete voglia, date un'occhiata a qualcuno dei blog che segnalo e capirete che cosa intendo).
Non per fare la piccola fiammiferaia che cerca di impietosirvi, ma per fare la piccola fiammiferaia che cerca di impietosirvi vi racconterò un illuminante aneddoto, nella cui eloquenza confido.
Per molti, moltissimi anni, ho avuto il complesso delle orecchie a sventola.
Da piccola pregavo i miei genitori perché mi dessero il permesso di farmi crescere i capelli, così da parzialmente occultare quelle due foglie di verza che pensavo di avere al posto delle orecchie.
I miei, ovviamente, si guardavano bene dall'accontentarmi ("I capelli corti sono più pratici e igienici, e poi stanno bene a tutti!"), continuavano a portarmi regolarmente dal barbiere di mio padre (specializzato nel taglio 'a carciofo') e minimizzavano il mio complesso, salvo poi unirsi ai cori scherzosi dei miei fratelli che mi chiamavano Dumbo o Andreotti o Glemp (un cardinale polacco che quando ero piccola era un giorno sì e l'altro pure in tv, non ricordo il motivo).
Intorno ai 14 anni, mi svegliai dal mio torpore e decisi che dal barbiere non ci sarei più andata. Punto e basta.
Ricordo ancora la sera in cui lo comunicai, tremebonda, ai miei. Mi aspettavo chissà quali furibonde reazioni. Invece niente, annuirono distrattamente e tornarono a dedicarsi alla loro cena (allora avrei dovuto trarre da quel fatto conclusioni più generali che invece ho impiegato anni a trarre, ma lasciamo stare).
Ci son voluti anni perché io mi liberassi, in un pomeriggio, di un complesso del quale, ora ne sono perfettamente consapevole, posso fare a meno di soffrire.
Io ho tante cose che non vanno, ma non ho le orecchie a sventola, non le ho mai avute. Però sono stata per tantissimi anni convinta di averle, perché così mi era stato detto e io ci ho creduto, perché, come diceva l'eroina di non ricordo più quale film, è più facile credere alle cattiverie che ai complimenti (o qualcosa del genere).
Così, ci sono voluti anni perché io mi liberassi - e solo parzialmente - anche della convinzione di non essere capace di fare nulla con le mani. In una famiglia composta di persone assai dotate da questo punto di vista, io ero l'eccezione, quella che sapeva a malapena allacciarsi le scarpe.
Poi, quando ero all'università, quasi di nascosto e vergognandomene, con aria da cospiratrice, un pomeriggio chiesi a mia madre di insegnarmi a lavorare ai ferri.
Fu un incubo.
Sotto lo sguardo allibito della mia genitrice, in qualche ora riuscii a creare qualcosa che non aveva una forma conosciuta né in natura né in geometria, su cui proliferava una fitta vegetazione di fili aggrovigliati, crateri, gnocchi, maglie perse per strada o magicamente moltiplicatesi per partenogenesi.
Ci misi dei mesi per produrne una, orrida e sbilenca (e, essendo fatta di scarti e rimasugli, dai colori raccapriccianti). Lui ne fu commosso fino alla demenza, che Dio lo benedica, ma sua madre - che per altro mi adorava, ricambiata - gli impedì tassativamente di indossarla, cosa per la quale neanche allora fui capace di biasimarla (lui la indossò un paio di volte, di nascosto, per la cronaca. Poi fui io stessa a pregarlo di bruciarla).
Ho impiegato quasi un decennio per cominciare a produrre qualcosa, non dico di bello, ma di riconoscibile ("questo è indubbiamente e incontrovertibilmente un maglione"), e un altro decennio per creare con le mie mani qualcosa che non mi vergognassi di regalare.
Benché spesso frustrata e insoddisfatta dei risultati e innervosita fino alle lacrime da schemi che non capivo, maglie che sparivano, punti che non venivano etc etc., non ho desistito. Novella Penelope, ho fatto, sfatto e rifatto infinite volte maglioni, sciarpe, scialli e coperte, tutto senza la supervisione materna. Quando si vive a migliaia di chilometri di distanza, non è facile farsi spiegare per telefono come si chiudono le maglie o come si fa una cucitura invisibile. E si ricorre ai libri (che Dio benedica anche loro).
Sono contenta di averlo fatto. Molto contenta. Contenta di aver perseverato, di non essermi arresa, di aver continuato a coltivare, con pazienza, con dedizione, in silenzio, quella manualità di cui sentivo una grande nostalgia e un grande bisogno. Di aver liberato una parte di me repressa e per anni negletta, finendo, così, davvero per risvegliarla.
Ovviamente, siccome tendenzialmente sono una maniaca, quando mi infervoro per qualche nuova tecnica devo possedere:
a. tutti i libri che sono stati scritti sull'argomento
b. tutto il materiale necessario (soprattutto quello accessorio e facoltativo)
c. un luogo specifico e dedicato per mettere tutta questa roba - al momento la stanza degli ospiti, dove ora campeggia trionfalmente la famosa vetrina dell'Ikea, oggetto del mio desiderio su cui, at last!, ho potuto (rocambolescamente) mettere sopra le mani.
Nelle foto che vedete sparse nel post ci sono alcune delle cose che ho fatto di recente.
Vado particolarmente fiera del microscopico scaldacuore (un modello che faccio da anni per tutte le mie amiche che aspettano un bambino, una specie di maglione portafortuna) e soprattutto delle prime, primissime cose che ho cucito.
La macchina per cucire, modello dismesso dalla mamma, mi intimidisce.
Non so perché ma ho il terrore di romperla, e ogni volta che mi accingo ad usarla, per un lungo istante, mi passano davanti agli occhi scene raccapriccianti e apocalittiche di aghi spezzati, spolette aggrovigliate, clangori sinistri provenienti dal motore, tecnici basiti che scuotono la testa e mi dicono "In tanti anni che faccio questo mestiere non ho mai visto niente del genere".
Poi, la paura che questa catastrofe accada (e proprio a me, e proprio in questo momento) lascia il posto a un po' di ragionevolezza. Potrebbe accadere, certo. Ma potrebbe anche non accadere. E allora, nell'incertezza, perché intanto non provare?
Enjoy!
giovedì 5 febbraio 2009
Blog di 'perlinomani' francesi e negozi di Firenze...
Ieri ho trascorso tutto il pomeriggio su Internet, alla ricerca di blog di 'perlinomani'. Ho scoperto che esiste un nutrito gruppo di signore e signorine francesi (sempre loro!) che hanno creato una vera e propria consorteria; alcune di loro si conoscono anche, mi sembra di capire, si attribuiscono premi a vicenda e si scambiano carinerie sui rispettivi blog.
A leggerli, a volte, fanno anche un po' ridere: hanno il gusto un po' sdolcinato che a volte assume il carattere francese e quindi è tutto un trionfo di bisous, mimi, chouette, mignon e via dicendo.
Ogni tanto queste perlinomani si mandano per posta dei regali, ma la cosa non è così semplice come appare: si decide che cosa si crea e per chi, si formano le coppie e poi si manda la propria creazione a chi deve riceverla. Quindi Tizia e Caia si scambiano un anello, Sempronia e Ipazia si inviano un bracciale e così via, e sui rispettivi post trova spazio la foto del regalo ricevuto e la consueta valanga di j'adore!, ça c'est mignon!, tu es adorable! etc. etc.
A parte questo aspetto un po' melenso, queste signore d'oltralpe mi mettono in soggezione.
Raramente ho visto gioielli più belli, elaborati (a volte fin troppo), raffinati, curati e ben fatti. Sembrano tutte opere di professioniste, quando invece si tratta di semplici appassionate. Anche le foto dei vari profili personali mostrano spesso visi sorridenti di segretarie di dentisti, bibliotecarie, casalinghe, commesse di mercerie, qualche volta anche 'stagionate' e dall'aria simpaticamente campagnola, ritratte durante viaggi organizzati.
Alcune di loro sono particolarmente generose: non fanno difficoltà a mettere in rete gli schemi delle loro creazioni. Ma anche solo guardare le foto è una fonte di grandissima ispirazione; inoltre c'è una ricca messe di informazioni su altri blog sparsi per il mondo che queste signore ritengono di particolare utilità e bellezza (mi sembra che vadano forti anche le ungheresi).
Insomma, alla fine, ieri sono rimasta per ore incollata al pc, cosa che in genere mi lascia di cattivo umore (penso sempre che avrei potuto leggere, o cucinare, o fare qualcosa di più creativo che farmi ipnotizzare da quel serpente incantatore che è la rete).
Ed ho aggiunto una quantità assurda di loro blog alla lista dei miei preferiti, perché intendo seguirli con assiduità, benché la visione di tali e tanti capolavori al tempo stesso mi esalti e mi abbatta.
Al di là dei gusti personali, ho molta strada da fare prima di giungere a simili vette di perfezione. Per ora, mi limito a realizzare piccole cose, come per esempio questo anello - fotografato in bagno!Non si sa quanti problemi mi crei il mio rapporto nevrotico con la macchina fotografica. Fondamentalmente non la so usare, e non ho la pazienza di leggere le istruzioni (ammesso che riesca a ritrovarle), quindi, invece di esplorare le sue possibilità, mi limito a spostarmi per la casa, alla ricerca della migliore luce e delle migliori condizioni per scattare una fotografia decente.
Comunque, l'anello si trova in The Beader's Palette, libro senza autore della casa editrice Ondori, che è giapponese ma ha pubblicato alcuni testi anche in inglese, come questo.
L'ho ordinato presso la Paperback Exchange Bookstore di Firenze, dove lavora la mia amica Lelia (grazie Lelia per la collaborazione!), un posto molto grazioso e molto cosy in pieno centro, proprio dietro il Duomo, l'unico ormai a Firenze (o quasi, per quel che ho visto) dove si possano comprare libri inglesi o americani.
L'ho acquistato tramite loro perché mi davano la certezza che sarebbe arrivato e in breve tempo: tutto vero, il servizio è assolutamente affidabile e la cortesia di casa, valeva la pena di spendere qualche euro in più.Il libro in sé non è dei migliori, ma le foto sono belle e gli schemi, benché disegnati con mano tremolante e un po' infantile (avrebbe potuto farli mia nipote Martina), sono chiarissimi. Inoltre, ci sono alcuni anelli davvero notevoli, uno in particolare di cui cercavo da tempo lo schema (non è quello della fotografia!): l'avevo visto al dito della gentilissima signora giapponese che lavora nel negozio che ho sotto casa presso il quale spesso mi rifornisco di materiali.
Il negozio si chiama Agomago ed è stato uno dei motivi per cui ho deciso di prendere in affitto l'appartamento in cui ora vivo con la Spia (non scherzo!). Un posto così sotto casa, ma quando mi sarebbe ricapitata una simile fortuna?
Agomago è nato da e per appassionate di patchwork e quindi ha un'incredibile scelta di tessuti, fili, aghi, libri (molti giapponesi, bellissimi!) e tutto quello che serve per realizzare con questa tecnica trapunte, borse, pannelli e quant'altro, oltre ad organizzare corsi più volte l'anno. Ma è anche un luogo di incontro. Molte volte, clienti e amiche si ritrovano in negozioL'ambiente è piacevolissimo, luminoso e tutto arredato in legno, con gran gusto. Insomma, è un posto dove si va e si sta volentieri. Io, ovviamente, passo ore a scegliere cristalli e conterie o gomitoli di lana.
Qui ho comprato, appunto, le perle color crema dell'anello (quelle rosa antico, misura 8, le ho comprate a Lusaka): erano in offerta e vendute in uno scatolino, ma non so di quale marca siano. Pur essendo di plastica, sono fatte bene: speriamo solo che non si 'spellino'.

La tecnica è semplicissima, ed è intuibile (spero) anche dalla semplice osservazione di questa foto: si parte infilando in un metro circa di filo di nylon una perlina rosa, una perla color crema ed una perlina rosa, quindi un'altra perla color crema in cui si fanno passare, incrociati, entrambi i capi del filo. E così si va avanti fino a raggiungere la larghezza adatta al dito, quindi si passa di nuovo uno dei due capi del filo nella prima perlina rosa infilata e si ricomincia. In questo modo, la seconda fila di perle e perline si troverà sfalsata rispetto alla prima. Giunti all'altezza della prima perla color crema sia della prima sia della seconda fila (sono incolonnate), si procede con altre tre 'combinazioni' (ognuna composta da una perla color crema e due perline rosa), quindi si fa un nodino con i due capi del filo che vanno poi infilati a zigzag per un po' di perline prima di essere tagliati.
L'anello è terminato!
The Beader's Palette, Ondori, Tokyo 2003.
lunedì 12 gennaio 2009
Lacy Gemstone Ring

Oggi è stata una giornata bellissima, fredda e pungente ma con un cielo limpido e pulito. Uno di quei giorni in cui mi piace uscire la mattina e godermi una passeggiata fino in centro, beandomi, come sempre, della bellezza di Firenze, cui non sono ancora abituata.
Stamattina, però, niente passeggiata! Sono rimasta a casa a fare questo anello.
E' una variazione su tema del 'Lacy Gemstone Ring' di Samejima Takako, una straordinaria designer di gioielli giapponese. In italiano i suoi libri non sono mai stati tradotti (e che peccato!), ma per mia fortuna esistono in inglese, pubblicati dalla Japan Publications Trading Co. Il modello di questo anello lo si può trovare in Bead Fantasies, che si può facilmente ordinare online (il mio, a suo tempo, fu acquistato su www.amazon.co.uk, ma è possibile ordinarlo, per esempio, anche qui).
Quando ho cominciato a cimentarmi con la creazione di gioielli fatti di perline, vivevo in Africa, e trovare gli strumenti e i materiali giusti per completare un progetto era sempre difficilissimo. Esistevano un paio di posti dove potevo trovare bustine polverose di conteria varia, proveniente per lo più dall'India o dalla Cina e di qualità piuttosto scadente. Le perline erano assai irregolari, di misure diverse, spesso senza buco o con qualche altro vistoso difetto. I miei primi tentativi furono davvero un disastro! Soprattutto perché mi ostinavo a voler fare lavori di tessitura (o beadweaving), che invece richiedono perline praticamente perfette, che si dispongano l'una accanto all'altra in modo uniforme, così da creare una sorta di tessuto, appunto. Le varianti sul tema, dunque, erano all'ordine del giorno, ed anche oggi, che riesco quasi sempre a reperire ciò che mi serve, ogni tanto mi piace modificare i modelli.
In questo caso, ci sono stata praticamente costretta: mi è stato impossibile trovare perline della stessa identica grandezza, il che significa che sono saltati tutti i calcoli relativi al numero delle perline necessarie per la creazione dell'anello. Ma mi sembra di essermela cavata abbastanza bene: il risultato non mi dispiace affatto, anche se è molto più vistoso (un po' volgarotto, forse, ma ho sempre avuto un debole per gli anelloni!) e meno sobriamente elegante dell'originale (questo talento naturale che gran parte dei giapponesi ha per la raffinatezza, evidentemente, non è acqua...). Un giorno scriverò con abbondanza di particolari e notizie sui libri giapponesi di craft: per me sono praticamente perfetti. Da quelli per la creazione di gioielli come quelli di Samejima Takako o della casa editrice Ondori (alcuni di questi pubblicati in inglese), a quelli che propongono vestiti da cucire da sé sono tutti bellissimi.
La cifra che li contraddistingue è la loro semplice eleganza, una sobrietà sofisticata e insieme noncurante che trovo sempre di grande fascino.
Sono troppo pochi i libri giapponesi di craft tradotti e pubblicati in inglese; non riesco a capire come le case editrici specializzate inglesi, francesi, italiane, americane non si rendano conto della loro eccellente qualità. Le istruzioni, nel caso dei beading books (uso questo termine invece che 'libri per la creazione di gioielli fatti con le perline' perché è molto più semplice e veloce), sono stringate, ma corredate da diagrammi chiarissimi.
Fiduciosa di ciò, ho ordinato un paio di mesi fa due libri tramite la libreria giapponese di Firenze, direttamente dal Giappone, quindi in giapponese! Sono piuttosto curiosa. Di sicuro sarà una bella sfida!
Samejima Takako, Bead Fantasies, Japan Publications Trading Co., Tokyo 2003
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