Sono da anni convinta che, a parte casi eccezionali, la cosa migliore che possano fare due persone civilizzate che si amano sia vivere in due case separate.
Che non mi si fraintenda. Questo sottrarsi alla convivenza non significa certamente voler evitare un impegno serio o una progettualità di coppia. Significa, al contrario, voler salvaguardare e mantenere in vita nel migliore dei modi possibili una relazione.
Ci sono persone che sono evidentemente fatte l'una per l'altra, che quando vanno a vivere insieme raggiungono livelli di armonia e compatibilità quasi paranormali e danno il meglio di loro stesse proprio nella quotidiana condivisione anche di uno spazio fisico.
E ce ne sono altre che invece, in una convivenza, magari di fronte a un bagno devastato (l'altro ne è appena uscito dopo essersi fatto la doccia o essersi anche soltanto lavato i denti) o a una cucina in cui sembra essere esplosa una bomba (l'altro si è versato un bicchiere d'acqua o si è preparato un piatto di pasta al burro), di fronte a un cassetto in cui regna il delirio (l'altro si è vestito) o all'ennesimo calzino trovato per terra in corridoio invece che nella cesta del bucato sporco (l'altro si è spogliato), si ritrovano a pensare a quanto sarebbe bello se potessero semplicemente uscire da quella casa, lasciando il bagno devastato, la cucina esplosa, il cassetto nel delirio e il calzino in corridoio, e tornarsene nella loro bella casa ordinata, dove il bagno è un bagno e non la scena di un disastro nucleare, la cucina una cucina e non il set di Apocalypse Now, i cassetti sono cassetti e non la dimostrazione di qualche ardito teorema fisico sull'entropia e i calzini sporchi sono là dove dovrebbero essere, nel cesto della biancheria.
Io temo di appartenere a questa seconda categoria di persone. Purtroppo.
La maggior parte delle volte, per fortuna, ci rido su. La tentazione di lasciare tutto com'è c'è, e forte. Poi mi dico che in questa casa ci vivo anche io e che sono io fondamentalmente ad avere problemi con i calzini abbandonati o i bagni devastati e dunque sta a me pensare a porvi rimedio.
Il fatto spiacevole è che spunta sempre fuori una vocina importuna che dice più o meno: "Certo, è un problema tuo. E lui lo sa. E se ne approfitta. Tanto sa benissimo che tu non potrai resistere 10 minuti con un calzino sporco in mezzo al corridoio. E si risparmia la fatica di mettercelo lui, nella cesta del bucato".
La meschinità di un ragionamento del genere si commenta da sola. Pure...
Ma ci sono altre occasioni in cui il fantasma di una relazione senza convivenza si presenta ai miei occhi come estremamente desiderabile.
Non posso mai o quasi mai ascoltare certi cd quando è in casa la Spia. Pena i suoi sguardi sgomenti o i suoi commenti sardonici o le sue manifestazioni di disgusto (se un giorno lo incontrate, provate anche solo a dirgli 'Jordi Savall' oppure 'Michael Nyman' e prendete nota delle sue reazioni).
Certo, il discorso è assolutamente reversibile. Io dopo venti minuti di ascolto della sua vecchissima cassetta di Donovan comincio ad avere pensieri suicidi (che dopo mezz'ora diventano omicidi).
Ma uno dei paragrafi più tristi di questo capitolo già assai triste è proprio il cibo.
Come rimediare alle idiosincrasie alimentari non condivise?
Che cosa può fare una povera disgraziata che ama i peperoni ma ha anche un marito che non ne tollera l'odore?
E se sempre quella povera disgraziata ha una passione smodata per il gorgonzola ma anche un marito che di fronte ad una semplice fotografia di un pezzo di gorgonzola si riempie di bolle e dice di sentirne la puzza? (la puzza, sì, dice proprio la puzza, che Dio lo perdoni).
Se poi quel marito non ama che la povera disgraziata mangi i cetrioli, per un certo qual effetto, non proprio gradevole a quanto pare, che queste cucurbitacee avrebbero sul suo alito, capirete il perché di certe sue riflessioni (della povera disgraziata).
Per fortuna, sia la povera disgraziata (che ovviamente sarei io) sia il marito (che ovviamente sarebbe la Spia) non hanno problemi con le cipolle, note per non aver nessun tipo di effetto nefasto sull'alito di chi ne mangi, a differenza dei cetrioli (Spia, se mi leggi: ma sei proprio sicuro di questo?).
Questo post, tra l'altro, è dedicato ad un caro amico, che io e la Spia abbiamo conosciuto nei nostri anni africani insieme alla sua bella moglie (ora la famiglia è cresciuta di due unità, con l'aggiunta di due bellissimi e fortunati bambini), cuoco appassionato e curioso, con cui mi capita di intrattenere, di quando in quando, interessanti scambi epistolari a soggetto culinario-gastronomico.
E' dedicato a lui non solo perché insieme alla sua dolce metà egli forma una di quelle coppie che paiono composte, appunto, come dicevo all'inizio, da persone fatte l'una per l'altra (ma chissà se anche lui devasta il bagno o la cucina e lei si dispera davanti al calzino derelitto in corridoio...), ma soprattutto perché questo nostro amico mi ha detto, recentemente, di avere problemi con la pasta brisée e sono sicura che dopo aver letto questa ricetta si lancerà invece intrepido e vincente nella preparazione di innumerevoli torte.
La prima volta che ho fatto questa quiche ho triplicato le dosi: ne preparai una gigantesca per un pranzo di Natale quando eravamo in Africa. Peccato che durante la penosa operazione di pulizia e taglio delle cipolle la luce andò via per circa 6 ore e il tutto venne fatto a lume di candela.
La cottura avvenne in due tempi (sempre per problemi di elettricità); ciononostante, la torta venne meravigliosamente. Ed è stato così tutte le (innumerevoli) volte in cui l'ho preparata.
Federico! A te!
per una tortiera di 23 cm.
per la pasta:
120 gr. di farina
60 gr. di burro freddo
1 rosso d'uovo, leggermente sbattuto con un pizzico di sale e 1 cucchiaino di panna (se non avete la panna, non vi strappate i capelli; viene benissimo anche senza)
acqua fredda q.b. (tenetene sempre in frigo una bottiglietta; serve)
per il ripieno:
30 gr. di burro
olio d'oliva
500 gr. di cipolle, tagliate finissime (consiglio vivamente l'uso della mandolina o, meglio ancora, del robot da cucina)
1-2 cucchiaini di zucchero
4 cucchiai di Marsala
2 uova intere + 1 rosso
300 ml di panna (nella ricetta originale è la crème fraîche; di panna liquida se ne può usare meno, direi anche 270 ml; se ne usate 300 vi avanzerà un po' di crema)
noce moscata
Sistema nigellonico per preparare la pasta: pesate farina e burro (preferibilmente tagliato in cubetti di 1cm. circa) in una ciotola e infilate quest'ultima con il suo contenuto in freezer per 10', trascorsi i quali mettete il tutto nella coppa del robot da cucina: fatelo andare fino a quando farina e burro non siano sbriciolati.
Sempre con il motore acceso, unite il rosso d'uovo; se la pasta non dovesse cominciare ad ammassarsi, con cautela, aggiungete l'acqua fredda, cucchiaino per cucchiaino. Dipende dal tipo di farina che usate, dunque regolatevi in base a ciò che vedete. Appena la pasta inizia a fare la palla, spegnete tutto, tiratela fuori, schiacciatela, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo per una ventina di minuti.
Nel frattempo, sciogliete insieme a una goccia d'olio il burro in una padella, aggiungete le cipolle, salatele leggermente e cuocetele a fuoco basso per circa 12', quindi unitevi lo zucchero, coprite bene la padella con un foglio di carta d'argento e proseguite la cottura a fuoco bassissimo per 20', fino a quando le cipolle non siano morbidissime e dorate. Rimuovete il foglio d'argento, alzate il fuoco (moderato), aggiungete il Marsala (sentirete che profumo) e cuocete per altri 8'. Aggiustate di sale e pepe e fate raffreddare.
Preriscaldate il forno a 200°, ricordandovi di metterci una teglia che sia abbastanza larga per contenere la tortiera (consiglio valido ogni volta che si fa una quiche, a meno che non vogliate passare ore, dopo, a pulire l'occasionale - per me inevitabile e classico - schizzo di ripieno bollente sul fondo del forno).
Tirate fuori dal frigo la tortiera, coprite la pasta con un foglio di carta da forno cosparso di fagioli secchi o riso e fate cuocere per 15'. Rimuovete carta e fagioli e fate cuocere la pasta da sola per altri 12'. Tirate fuori dal forno e fate raffreddare un po'. Abbassate la temperatura a 180°.
In una terrina (o meglio ancora in un grosso bricco dosatore) sbattete le uova, il rosso d'uovo, la panna e mezzo cucchiaino di sale. Aggiungete pepe e abbondante noce moscata.
Trasferite nel guscio di pasta le cipolle e versateci sopra la crema; consiglio: eventualmente mettete la tortiera nel forno e con cautela, senza ustionarvi e senza far danni, aggiungete, magari aiutandovi con un cucchiaio, tutta la crema che potete (probabilmente sarà leggermente abbondante [v. parentesi su agli ingredienti]; Nigellona non è famosa certo per essere parca). Ovviamente la crema non dovrebbe debordare, altrimenti la pasta potrebbe inzupparsi (a me è successo, più di una volta, e devo confessare che non solo nessuno se ne è accorto ma che il risultato finale non ne ha minimamente risentito).
Date un'ultima grattatina di noce moscata, se così vi dice l'istinto, e poi fate cuocere per 30-40'.
Mangiate la quiche accompagnandola con un'insalata un po' amaragnola: questo il consiglio di Nigellona. Consiglio azzeccato: la torta è dolce, ma non stucchevole, e l'amaro della verdura le farà da giusto contrasto.
E d'altra parte (e qui apro una parentesi da fiera della banalità), non sta proprio qui il segreto delle coppie ben riuscite: creare insieme non la fusione di due spiriti identici, ma l'armonia che nasce da un giusto contrasto?
Io e la Spia non ci riusciamo sempre. Ma quando ci riusciamo, è il paradiso in terra.
Enjoy!