sabato 26 settembre 2009

Dell'autarchia, di un compleanno e di alcune conserve, parte II (tapenade e olive condite)


Come promesso, ecco le ricette delle altre due 'conserve', la tapenade e le olive condite, entrambe tratte da Pausa pranzo, di Stefano Arturi.

Per la tapenade

25o gr. di olive (verdi nella ricetta originale; io ho usato delle taggiasche, perché erano quelle che avevo in casa)
4 filetti di acciughe sottolio
2-3 cucchiai di capperi, ben dissalati
uno spicchio d'aglio
una tazzina da caffè di olio d'oliva
la scorza grattugiata di una mezza arancia
timo fresco (io non l'ho aggiunto)

Niente di più facile: tutti gli ingredienti nel robot da cucina (decidete voi se volete che la consistenza sia più o meno cremosa).
In frigo per alcune ore prima di avventarvici sopra, armati di un pezzo di pane fresco.


per le olive verdi

300 gr. di olive verdi, leggermente 'acciaccate' (come si dice a Roma) con la lama di un coltello
4 spicchi d'aglio, anche loro 'acciaccati'
peperoncino (secco o fresco; decidete voi anche la quantità)
timo fresco (come per la tapenade non l'ho aggiunto perché sprovvista)
succo e scorza di un limone
scorza di un'arancia
2 cucchiai di semi di coriandolo, tostati 1 minuto in un padellino
100 ml di olio d'oliva
pepe nero

Tutti gli ingredienti in una pentola che li contenga con agio.
Scaldate senza far bollire.
Lasciate raffreddare, anche per qualche ora, mescolando spesso.
In frigo, in un barattolo; si conservano per settimane.
L'Arturi consiglia di servirle leggermente intiepidite.


Enjoy!

martedì 22 settembre 2009

Extremely Loud and Incredibly Close di Jonathan Safran Foer

Ho impiegato più di due settimane per leggere questo romanzo e per me due settimane sono tante per leggere un romanzo simile.

Non voglio dire che non mi sia piaciuto, ché anzi molti sono stati i momenti in cui mi sono sentita parte della storia, assorbita dal racconto, partecipe delle vicende dei personaggi.

Difficile non provare delle emozioni di fronte alla storia di Oskar, bambino di 9 anni che perde il padre nella tragedia del World Trade Center.

Nel tentativo di placare i propri sensi di colpa per non aver risposto all'ultimo messaggio che quella mattina, prima di morire, suo padre ha finito per affidare alla segreteria telefonica, accettarne la morte e insieme trovare il modo di sentirlo ancora vicino, vivo e presente, nel suo primo incontro con l'esperienza umanissima e ineluttabile del dolore, Oskar finisce per entrare in contatto con un'umanità variamente dolente, variamente persa e smarrita di fronte alla vita.

Alcune intuizioni e trovate sono assolutamente brillanti (e mi hanno tanto ricordato The History of Love, romanzo da me molto amato di Nicole Krauss, che di Jonathan Safran Foer è la moglie; e si sente) e l'idea di fondo che per accettare la morte bisogna non aver paura della vita e aprirsi ad essa non è certo originale, ma è bene che venga ribadita, e tanto meglio se la cosa avviene nelle pagine di un romanzo.

Rimane, però, la sensazione che l'autore sia un po' troppo preoccupato di scrivere qualcosa di assolutamente originale (a discapito del realismo del racconto) e si compiaccia eccessivamente del suo stile, che personalmente trovo un po' affettato.
E non c'è niente di peggio, per me, che avvertire questo genere di sottile narcisismo tra le pieghe di una storia.


Jonathan Safran Foer, Extremely Loud and Incredibly Close, Penguin Books 2006.


lunedì 21 settembre 2009

Dell'autarchia, di un compleanno e di alcune conserve (un lemon curd e una marmellata di cipolle)


Sono da anni una grande sostenitrice del regalo fai-da-te, e per questioni squisitamente sentimentali e ideali.

Non mi distinguerò di certo per originalità dicendo che l'oggetto nato dalle proprie mani e dalla propria creatività, pensato con in mente i gusti, le inclinazioni, le passioni della persona cui è destinato, sarà veicolo eccellente e graditissimo dei sentimenti che si provano per il suo destinatario, resi concreti e tangibili dall'amore, la cura e l'attenzione che si sono profusi nella creazione del manufatto (qualunque cosa esso sia: una torta, una sciarpa, un biglietto d'auguri).

C'è da dire che quel che più mi affascina nel fare a mano i miei regali è anche l'aspetto 'autarchico' della questione. Da molti anni cerco, e sempre più coscientemente, di perseguire questo ideale, di svincolarmi il più possibile dalla dipendenza nei confronti dei prodotti finiti.
Per questo, più che comprare maglioni preferisco, se posso, comprare la lana e farmeli, faccio il mio pane una volta alla settimana invece di mangiare quello - pur ottimo - del forno qui vicino, disegno da sola i biglietti d'auguri, non metto nel carrello della spesa un pacco di biscotti da almeno 6 anni e assai raramente decido di acquistare una collana che, dopo un'attenta e realistica valutazione delle mie capacità, capisco essere in grado di riprodurre da sola.

Ovviamente, optando per l'autarchia, in molti casi si finisce per risparmiare, ma la cosa non è tanto ovvia e non bisogna comunque darla per scontata: se si scelgono materie prima di alta qualità (cosa che conviene sempre o quasi sempre, visto che ci si prende la briga di far le cose da sé), si può finire per spendere molto più che acquistando un prodotto finito. Ma, come si suol dire, i soldi non son tutto (per quanto, di questi tempi, sono abbastanza...).

Dunque, in occasione del compleanno del mio babbino, che pochi giorni fa ha festeggiato le sue 77 primavere, ho deciso di sfidare le mie insicurezze, i paragoni con la mia mamma mani-d'oro e gli altissimi standard qualitativi paterni quando si parla di cucina, per preparargli una serie di conserve.

Anche perché il mio babbo è uno di quegli esseri infernali a cui è praticamente impossibile fare un regalo: ormai legge assai raramente (e non gli piace praticamente nulla di quel poco che legge, dai romanzi, ai gialli, ai thriller, ai saggi storici, alle inchieste di attualità, alle raccolte di articoli di giornalisti famosi... niente); se non è mai stato particolarmente interessato a ciò che indossa, adesso lo è ancora meno: col maglione di cachemere ci va in campagna a zappare l'orto, perché è caldo ma leggero; in compenso, può benissimo presentarsi ad una cena dalla sua snobissima sorella con la camicia da boscaiolo ormai lisa sul colletto e sui polsini 'perché mi piacciono i colori' (provocando comprensibili crisi isteriche nella mia genitrice).
Ha una grande passione (un po' inquietante ma assolutamente innocua) per i coltelli e le armi da taglio in generale. Ma ne ha di ogni foggia, materiale e prezzo e sinceramente non avrei proprio idea da dove cominciare se decidessi un giorno di comprargliene una (e poi l'idea non mi rende felicissima, per principio).

Dunque, dopo aver pensato e ripensato, ho passato in rassegna i miei libri di cucina e ho scelto quattro diverse conserve: come si evince dalla foto, un lemon curd, una marmellata di cipolle, una tapenade e delle olive condite.

Le prime due ricette le ho prese pari pari da Rachel's Favourite Food at Home di Rachel Allen; le altre due dal sempre amato Pausa pranzo del mio caro Stefano Arturi (che ringrazio ancora e ancora per tutte le idee e le bontà che tanto generosamente decide di condividere con quanti lo vogliano).

Cominciamo dal lemon curd.

Non spaventatevi per gli ingredienti; sono bizzarri, ma la loro combinazione, ve lo garantisco, è paradisiaca. Se vi piace il limone, questa diventerà, ne sono sicura, la vostra 'marmellata' preferita (da gustare con moderazione, come avrete certamente capito da soli).

per un vasetto da 400 gr.

2 uova + 1 rosso
100 gr. di burro
175 gr. di zucchero
la buccia finemente grattugiata e il succo di 3 limoni

Sciogliete a bagnomaria su fuoco dolcissimo il burro, aggiungete lo zucchero, la buccia e il succo dei limoni ed infine le due uova e il rosso, che avrete precedentemente battuto leggermente con una forchetta.
Mescolate per circa 10'.
Quando il composto vela il mestolo di legno, è pronto.
Invasate in un barattolo sterilizzato (in genere io lo lavo con acqua calda e sapone, lo asciugo e, accanto al suo tappo, lo metto in forno a 150° per 10').
Conservate in frigo fino a due settimane.

E questa è invece la marmellata di cipolle, che ovviamente non è pensata per accompagnare il tè delle quattro, ma un bel piatto di bollito, una braciolina di maiale, ma soprattutto un ricco piatto di formaggi saporiti (ma io l'adoro e la mangerei praticamente con qualunque cosa).

per 2 barattoli da 400 gr.

25 gr. di burro
675 gr. di cipolle, tagliate fini (io ne ho usate di bianche)
150 gr. di zucchero
1 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di pepe macinato al momento
100 ml. di aceto balsamico
250 ml. di vino rosso (usate tranquillamente anche i resti di una bottiglia già aperta; se invece siete degli irresponsabili, o non avete nessuna bottiglia di vino aperta a languire in cucina, aprite pure un Bordeaux Château Saint-Germain del 2000)

Sciogliete il burro in una padella, aggiungete le cipolle, lo zucchero, il sale e il pepe.
Incoperchiate e fate cuocere a fuoco dolce, mescolando di tanto in tanto, per circa 30', trascorsi i quali togliete il coperchio e aggiungete l'aceto e il vino.
Fate cuocere per altri 30', questa volta senza coperchio.
La marmellata si sarà ispessita e avrà riempito la vostra cucina di un sublime profumo.
Invasate nei soliti barattoli sterilizzati.
Si conserva per mesi.
Una volta aperta, tenetela in frigo, dove è possibile che il burro si solidifichi un po' (basta però mescolarla, se la cosa vi indispone).

Se decidete di regalare queste due prelibatezze a qualcuno (che si spera meriti tutta questa bontà), spendete cinque minuti in più per fare anche un bigliettino con su scritto gli ingredienti e le modalità di conservazione.
E se proprio non volete farvi mancare quel tocco un po' lezioso-finto country-stile Nonna Papera (per me imprescindibile, ne converrete, dato il mio soprannome), coprite il tappo con uno scampolino di stoffa colorata. Basterà poi dello spago per arrosto (o, se siete un filo più sofisticati di me, un bel nastrino) e il vostro barattolo sarà bellissimo. E unico.

Le altre due, la prossima volta.

Enjoy!

giovedì 10 settembre 2009

Dei legami di sangue e delle affinità elettive, e di una torta di limone e mandorle


Da anni credo di esser arrivata alla conclusione che la famiglia, tradizionalmente intesa, non fa per me.

Sono sempre stata insofferente a quella morale spicciola e piccina per la quale i legami di sangue sono sacri e bisogna farsi piacere, anzi, amare, chi per accidente o per destino si trova a condividere con noi un cognome, un'origine comune.
Ancora più insofferente sono di fronte a quegli obblighi ipocriti per cui bisogna comunque accogliere nella propria vita (anche se solo per le feste comandate, per la rituale telefonata di auguri) la zia dispotica e snob, il cugino borioso dal quale tutto ci divide - dalle idee politiche ai gusti gastronomici -, il fratello o la sorella con i quali si sente di non aver un terreno comune sul quale incontrarsi.

A rischio di apparire patetica, ho sempre confusamente sentito di azzeccare ben poco col resto della mia famiglia e credo che anche i miei familiari abbiano sempre pensato la stessa cosa, benché in modo del tutto inconsapevole (anzi, sono certa che negherebbero energicamente qualunque affermazione di simile tenore).
Se quando ero più giovane la cosa era fonte di struggimenti a volte rancorosi e di malinconiche nostalgie di una famiglia che non avevo mai avuto, ma che, da qualche parte, in qualche luogo, ero certa mi attendeva a braccia aperte, crescendo ho imparato a farmi una ragione di questa mia 'incongruenza', ad accettarla come ho accettato di avere gli occhi castani e non di un bellissimo grigio, come una delle mie sorelle.

La famiglia, per me, la si crea: negli anni, vivendo, intessendo giorno dopo giorno quella rete di affetti e intimità le cui maglie sono (o dovrebbero essere) sempre morbide, elastiche, come quelle delle reti di protezione nei circhi, resistenti per poter ammortizzare gli urti degli acrobati volteggianti, lasche quel tanto per non sentirsi presi in lacci troppo stretti.

La famiglia è dunque, per me, d'elezione: composta per lo più di amici, ma anche (se si è fortunati) di fratelli e parenti, con i quali si dà vita ad un tessuto di condivisione e comunione, con cui si parla un linguaggio comune, spontaneo, aperto, il più possibile aderente al proprio e all'altrui sentire.

Ai rappresentanti di questa famiglia ci si rivolge in primis per piacere, perché è bello vivere con loro e attraverso di loro e, qualche volta, anche per bisogno.

A loro si può chiedere, ad esempio, di accompagnarci alle dieci di sera di una domenica a portare in una clinica veterinaria un gatto moribondo in preda a crisi convulsive che ulula come un licantropo e si piscia addosso, certi che di buon grado si toglieranno il pigiama che avevano già indossato, pregustando una lunga e serena notte di sonno, e si metteranno una polo e un paio di jeans, attendendoci sotto casa con un bel sorriso stampato sulle labbra e distraendoci con discrezione e delicatezza dalla nostra ansia e dalla nostra pena parlandoci di vacanze e di bambini.

Ai rappresentanti di questa famiglia, che alla bisogna e senza alcun risentimento - a volte, anzi, con un gusto divertito del trasformismo - vestono i panni di ambulanzieri, psicologi, muratori, tassisti, tecnici informatici e della tv, architetti e chi più ne ha più ne metta, è giusto, trasformandoci noi stessi in cuochi, preparare con commossa riconoscenza una torta da mangiare a colazione.

Una torta semplice, casalinga, non celebrativa; una di quelle torte oneste che si fanno senza quasi pensarci, per sfamare, appunto, una famiglia.




Torta di limone e mandorle (da Twelve di Tessa Kiros)


per una tortiera a cerniera di 20 cm. di diametro

125 gr. di burro, morbido
125 gr. di zucchero
3 uova, separate
125 gr. di mandorle macinate (non troppo fini)
60 gr. di farina (setacciata)
1 cucchiaino di lievito per dolci
succo e scorza grattugiata di 2 limoni medio-piccoli
zucchero a velo


Preriscaldate il forno a 180°, imburrate e infarinate la tortiera.

Lavorate con la frusta il burro e lo zucchero fino a quando non siano cremosi.
Aggiungete uno alla volta i tre tuorli.
Unite le mandorle, la farina e il lievito.
Ora è la volta del succo e della scorza dei limoni.
Infine aggiungete gli albumi, che avrete montato sofficemente in una ciotola.

Versate il composto nella tortiera e cuocete per 35-40', fino a quando il solito stecchino infilato al centro non esca pulito.

Lasciate riposare su una gratella, poi aprite la cerniera e liberate la torta.

Servite tiepida, spolverata di zucchero a velo (ma è buona anche fredda).

Mangiatela rendendo grazie alla vostra famiglia, qualunque essa sia, che è con voi, soprattutto, si spera, per gioire, ma a volte anche per piangere.

Enjoy!

martedì 8 settembre 2009

A Birillo


Questo non è un post.

E' un piccolo omaggio a Birillo, il gatto buffo dei fumetti che per quasi otto anni ci ha divertiti, coccolati, consolati, intrattenuti, a volte esasperati e tormentati, ma che, soprattutto, ci ha molto, moltissimo amati.

Come noi abbiamo amato lui.

domenica 6 settembre 2009

Le cosmicomiche e Ti con zero di Italo Calvino

Recentemente ho riletto questo libro e il suo 'predecessore', Le cosmicomiche, meravigliandomi, come mi accade ogni volta che riprendo in mano Calvino, del perché io mi ostini a leggere altri autori, quando forse potrei limitarmi a leggere solo lui, tanto infiniti e di qualità eccelsa sono gli stimoli che anche solo una mezza sua pagina è in grado di offrirmi.


Rispetto a Le cosmicomiche, Ti con zero mi sembra porti ancora più all'estremo quel gioco della fantasia e insieme quella sfida tutta cerebrale che molto ha a che fare con l'inesausta ricerca formale e l'eterna fascinazione di Calvino per il pensiero e il gioco 'combinatorio', ed alcuni passaggi sono dei veri e propri viaggi allucinati, delle spericolate acrobazie linguistiche e concettuali, eseguite dall'autore con maestria e leggerezza assolute, come fosse un funambolo che cammina disinvolto su una fune sospesa su un abisso, un sorriso divertito e rilassato sul bel volto virile.


Confesso che a tratti sono stata letteralmente presa da vertigini: penso a certi racconti, come quello che dà il titolo all'intero libro, una riflessione ardita e non priva, come al solito, di arguzia e ironia, sul tempo; o ancora "L'inseguimento", e forse il mio preferito in assoluto dell'intero libro, "Il guidatore notturno", una paradossale e a tratti amara meditazione sulla difficoltà per l'uomo moderno di comunicare in modo incisivo, essenziale ed autentico con i propri simili.


Rispetto a Le Cosmicomiche, per i miei gusti, in questo testo il gioco si fa eccessivamente cerebrale, ed io continuo invece a preferire il Calvino che dà voce agli aspetti più umani e caldi della realtà: quanto abile è nel delineare panorami di incredibile ricchezza e complessità fantastica e tutte le circonvoluzioni della mente, anche le più spinte e arrischiate, tanto è preciso e insieme compassionevole e attento nel ricreare sulla pagina i meccanismi labili e irrazionali dei sentimenti e la fragilità e l'intensità della vita del corpo. E questo penso dipenda dal fatto che, come credo si possa dire di ogni vero, grande scrittore, Calvino è stato prima di tutto, evidentemente, un grande uomo, che ha vissuto con intensità, partecipazione e totale e assoluta adesione, la vita che gli è stata concessa di vivere.


Per me rimane, sempre e comunque, una miniera inesauribile di divertimento, di riflessione e di assoluta e pura delizia: che una mente tanto geniale e tanto curiosa della vita e del mondo abbia voluto metterci a parte delle sue gioiose, libere e coraggiose incursioni nella realtà è, e sarà sempre per me, fonte di stupita e commossa gratitudine.



Italo Calvino, Le cosmicomiche, 1965 e Ti con zero, 1967.





sabato 5 settembre 2009

Della pigrizia, della curiosità e di alcune zucchine tonde farcite



Ciò che non si conosce, si sa, ispira a tutta prima diffidenza.
Se poi si aggiunge anche la forza della consuetudine, l'inerzia e la pigrizia che spingono a scegliere il consueto, il noto e il rassicurante, si capirà perché in quasi 37 anni di vita io non avessi mai mangiato le zucchine tonde.

Poi, una ricetta in Chocolate & Zucchini di Clotilde Dousulier (di lei e del libro ho già parlato qui) mi ha fatto venire una certa curiosità, quel sentimento che può spingere l'uomo tanto a superare gli angusti limiti del proprio orizzonte alla scoperta di nuovi mondi e nuove dimensioni, quanto ad origliare o ad attaccarsi allo spioncino della porta di casa per controllare i movimenti dei vicini sul pianerottolo.

In casa mia, le zucchine sono sempre state lunghe, e sempre cucinate negli stessi modi: con pomodoro e cipolla, una delle mie versioni preferite; a frittata o a sformato.
Ripiene, mai; ripieni erano solo i pomodori, e solo di riso.
Perché?
Bella domanda, alla quale, probabilmente, si sarebbe risposto con un esauriente e articolato "Perché è così e basta", uno dei princìpi sui quali si è basata la mia educazione e la mia vita in famiglia.

Quando ero piccola, noi figli non avevamo la benché minima possibilità di esprimere i nostri desideri riguardanti il cibo: non eravamo interpellati in occasione della spesa settimanale, nessuno ci chiedeva "Che ne dici stasera di mangiare...?" e, come mi pare di aver più spesso raccontato, i nostri gusti non venivano presi in considerazione, ad eccezione che nel giorno del nostro compleanno, in occasione del quale veniva infranta la ferrea regola che la prole, in casa nostra, non decideva niente.
Non ho mai attribuito ai miei genitori una tendenza al sadismo (l'avessi fatto, la mia vita sarebbe forse stata, in passato, più semplice), quanto un'evidente esigenza pratico-logistica (sfamare 4 figli dev'essere un po' un delirio, se è vero che spesso lo è anche sfamarne uno solo) che faceva dimenticare qualsiasi altra considerazione e una particolare ottusità che li induceva a vederci come esseri solo parzialmente umani e più appartenenti al mondo dei cuccioli degli animali e, in quanto tali, privi di qualunque diritto a sindacare le scelte genitoriali.

Per anni, per la mia festa, ho scelto il coniglio fritto alla toscana e le patatine, sempre fritte, 'a cancelletto', tagliate cioè con uno dei tanti, surreali e deliranti attrezzini di cui mio padre è sempre stato inesausto collezionista (un altro grande classico è quello che serve a fare le uova sode quadrate) e che trasformava le fette di patate in tante piccole grate: da ogni tubero se ne ricavavano forse 5 o 6, della stessa dimensione; uno spreco pazzesco, dunque, che, al di là di quell'unico giorno all'anno, non sarebbe stato tollerato per nessuna ragione.

Crescendo, mi sono accorta di quanti cibi i miei genitori non mi abbiano mai fatto assaggiare: e non parlo di piatti raffinati al di là della portata delle loro tasche (ho assaggiato le mie prime ostriche solo nel 2003, durante una vacanza in Bretagna, e un'aragosta due anni fa, a Zanzibar), o esotici (mai entrato un grano di couscous in casa nostra, per non parlare di spezie che non fossero quelle 'canoniche' pepe-noce moscata-bacche di ginepro-chiodo di garofano), ma anche di verdure peraltro abbastanza comuni, come le melanzane violette e le zucchine tonde di cui parlavo in principio.

Se tra i tanti, tantissimi lati positivi di cui mi beo nella mia condizione di adulta annovero proprio la possibilità di scegliere che cosa mangiare, una delle caratteristiche del mio carattere che meno mi dispiace è la mia curiosità e la mia disponibilità a sperimentare (almeno in ambito gastronomico): portatemi in un nuovo ristorante, fatemi assaggiare un piatto di cui non ho mai sentito parlare, iniziatemi alle delizie di una cucina etnica di cui non conosco nulla e mi avrete resa felice.

Dunque, qualche mese fa, mentre concentratissima facevo la spesa al supermercato vicino casa, l'occhio mi è caduto su 4 belle zucchine tonde: erano perfette e sembravano quattro signore pienotte e paciose, belle lustre e serenamente mature. Mi sono ricordata di quella ricetta della Dusoulier che una parte del mio cervello aveva archiviato nella categoria: 'interessante, da provare' e le ho comprate.

Ed eccola, dunque, la ricetta, praticamente identica:



per 2 persone

4 zucchine tonde
100 gr. di bulgur
1 cipolla, tagliata finemente
cannella
peperoncino (se volete)
30 gr. caprino
menta
2 cucchiai di pinoli tostati in un padellino antiaderente

Preriscaldate il forno a 200° e ungete appena una pirofila con dell'olio di oliva.

Dopo averle lavate e asciugate, tagliate le zucchine a circa 1/3 della loro altezza.
Con una svuota meloni rimuovetene la polpa e sistematele nella pirofila. Conditele con mezzo cucchiaio di olio d'oliva, sale e pepe. Fatele cuocere per 25': devono essere morbide ma non sfatte (dovete riconoscerle, diciamo così, non interrogarvi su dove siano andate a finire le vostre belle zucchine tonde e se quella massa informe e dal colore imprecisato e poco attraente nella pirofila abbia con loro la benché remota connessione...).

Intanto, cuocete il bulgur seguendo le istruzioni sul pacchetto. Io lo preparo come il couscous: lo bagno in tanta acqua bollente quanto il suo volume (in questo caso, dunque, per 100 gr. di bulgur circa 100 ml. di acqua) e gliela lascio assorbire per 10-15'.

Nel frattempo soffriggete in poco olio d'oliva la cipolla tagliata fine e lasciatela appassire. Aggiungete la polpa delle zucchine, salate, pepate e incoperchiate (si dice?).
Dopo 5' togliete il coperchio e lasciate cuocere ancora fino a quando non sia rimasto nessun liquido di cottura (direi altri 5'). Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.

Quando avrete tolto i gusci delle zucchine dal forno, disponeteli a testa in giù su un piatto foderato di scottex (lasciate acceso il forno).

In una ciotola capiente mescolate la polpa delle zucchine cotta in padella con la cipolla, il bulgur, una punta di coltello di cannella (io tendo sempre a esagerare, perché la adoro), il peperoncino (se lo volete usare), il caprino, la menta e i pinoli tostati. Assaggiate e, se il caso, aggiustate di sale e pepe.

Riempite con questo composto le quattro zucchine, poi appoggiate su ognuna di queste signore il suo leggiadro cappellino (a me piace metterlo leggermente di sbieco, mi pare dia loro un'aria vagamente impertinente).
Rimette in forno e cuocete per circa 15'.

Sarebbe meglio servirle tiepide, non bollenti, ma anche a temperatura ambiente sono ottime.

Io, la prima volta che le ho mangiate, mi sono ritrovata immersa in interessanti riflessioni riguardo tutte le esperienze alle quali la mia pigrizia, o la mia ignoranza, ancora mi impediscono di abbandonarmi.
Mentre masticavo l'ultimo, saporito boccone, mi sono ripromessa di fare, ogni volta che me ne ricordi o ne abbia l'occasione, qualche nuova 'conoscenza', almeno in campo gastronomico.
Nella peggiore delle ipotesi, ci avrò guadagnato un mal di pancia.
Nella migliore, un piccolo assaggio di felicità sulla terra.

Mi sembra un buon affare comunque.

Enjoy!

venerdì 28 agosto 2009

Patrimonio. Una storia vera di Philip Roth


Ancora una volta, Roth il mago, Roth l'incantatore di serpenti è riuscito ad avvincermi a sé, a ipnotizzarmi fino alla smemoratezza di ogni altra cosa: quando tra le mani ho un suo libro, finisce sempre così. Vengo completamente, inesorabilmente, irresistibilmente risucchiata in qualunque dimensione, storia, atmosfera lui abbia deciso di creare con le parole.

La storia della malattia e della morte del padre, figura complessa e amatissima, è raccontata con partecipazione, commozione, senso dell'umorismo, ironia ed intensa umanità.

Impossibile non riconoscersi nel Roth figlio e non riconoscere nel Roth padre il proprio padre; impossibile non ritrovarsi in quei sentimenti ambivalenti, ancestrali, viscerali che, come al solito, l'autore riesce a districare, analizzare e descrivere con incredibile maestrìa.

Inevitabile la commozione che si prova di fronte a certi gesti tenerissimi e discreti con cui il figlio accudisce chi in passato si è preso cura di lui, inserendosi consapevolmente in quell'eterna, antichissima ruota per cui nella vita tutto torna e tutto si ripete, anche se in forme e modi diversi.

Una delle frasi in cui più intensamente ho sentito di poter riconoscere l'ombra di mio padre è stata questa:

Non era un padre qualunque, era il padre, con tutto ciò che c'è da odiare in un padre e tutto ciò che c'è da amare.

Ma forse, questo, l'avrà pensato chiunque abbia letto questo ennesimo capolavoro di Roth.


Philip Roth, Patrimonio. Una storia vera, Einadi 2007. Traduzione di Vincenzo Mantovani.


giovedì 27 agosto 2009

Del potere salvifico dei libri, del ricominciare una nuova vita e di una torta al limone


C'è una bella frase che Simone de Beauvoir fa pronunciare alla sofisticata protagonista di un suo racconto: "I libri mi hanno salvato dalla disperazione".

Per anni ho pensato che queste parole potessero davvero riassumere, in modo se vogliamo un po' enfatico e spudorato, ma autentico e conciso, il ruolo, l'importanza, la necessità della presenza dei libri nella mia vita.

Continuo a pensarlo, benché, a dire il vero, la mia esistenza negli ultimi tempi sia meno complicata che in passato (e sia reso grazie agli dei per questo, o a chi per loro).
Adesso, la citazione della de Beauvoir potrebbe suonare, per essere ancora un mio motto, "I libri mi hanno anche salvato dalla disperazione".
Cioè, tra le altre cose, oltre all'avermi deliziata, fatta pensare e riflettere e maturare e cambiare, fatta divertire e sconcertata, intrattenuta e ipnotizzata, fatta indignare e commuovere, ridere fino a cader dal divano e spaventare i gatti..., tra le altre cose, dunque, mi hanno anche salvata dalla disperazione.

Forse l'ultimo libro che ho investito di cotanta funzione salvifica è stato How to be a Domestic Goddess della mia cara Nigella Lawson.

Gli sono particolarmente affezionata, perché è entrato nella mia vita in un momento difficile e di transizione, in cui, per l'ennesima volta, dopo quattro anni vissuti all'estero, mi ero ritrovata a traslocare in un altro paese straniero, ancora più lontano dall'Italia, con la prospettiva di dover ricominciare tutto daccapo: ambientarmi, trovare una casa, farmi delle amicizie e ricostruirmi un panorama quotidiano riconoscibile, familiare, a mia misura.
Insomma, vivere.

I primi mesi furono molto difficili; li trascorsi, praticamente sola, in un orrido complesso residenziale composto da quelle che l'agente immobiliare aveva definito 'villette di charme' e che, nella realtà, erano orrendi bunker cubici di cemento armato e dai colori deprimenti (la nostra era di uno squallidissimo bordeaux virante al viola, quello che a Milano si direbbe trasü de ciucc), in mezzo ad aiuolette spelacchiate e inaridite.

Gli interni erano, se possibili, ancora più avvilenti: moquette di un'imprecisata sfumatura di verde ovunque (e dove non c'era, linoleum a enormi scacchi bianchi e neri), tende e copriletti in una pesante stoffa sintetica color salmone, quadri alle pareti a soggetto sahariano.
Ricordo che faceva molto freddo e che passavo intere mattinate senza scambiare parola con essere umano, seduta rigida e impettita sull'orrido divano in finto rasatello color crema, attendendo l'arrivo della Spia come immagino un cane debba attendere quello del padrone: con impazienza, disperazione e una grandissima ansia.

Una sera, la Spia mi portò a cena nel ristorante di un grande albergo, dove doveva incontrarsi con una signora italiana che lavorava per la Banca Mondiale ed era di passaggio in quella città.
La signora era deliziosa, aveva una conversazione brillante e modi affabili e familiari. Cominciammo a parlare di cucina, essendo entrambe cuoche alle prime armi, inesperte, ma assai volenterose di migliorare. Mi disse che aveva ricevuto in regalo un libro fantastico, che era appunto How to be a domestic goddess, che le piaceva molto, anche se le torte proposte, mediamente, erano per lei micidiali per quantità di burro, zucchero e ogni genere di grasso conosciuto in natura (e non). Aggiunse però che, in occasione di una festa di bambini, si era cimentata nella creazione della torta che, in tutto il libro, le era sembrata la più 'innocua' (si espresse proprio così), il banana bread, e che era rimasta piacevolmente stupita dal fatto che era stata spazzolata in un batter d'occhio.

La serata fu piacevole; per me, anche più che piacevole.
Fu una boccata di ossigeno dopo due mesi di cupa solitudine e smarrimento, cui la Spia - che aveva di fronte il mio compito, quello cioè di ambientarsi in un luogo nuovo, esattamente come me, più quello, che a me era risparmiato, di abituarsi anche ad un capo nuovo, un ufficio nuovo, colleghi nuovi - non poteva umanamente offrire rimedio.

La mattina dopo mi feci accompagnare da un taxi sgangherato e che produceva cigolii sinistri e assai poco rassicuranti nel centro commerciale dove mi avevano detto esserci una libreria abbastanza fornita. Chiesi del libro, ne trovai altri, sempre della Lawson. Li comprai tutti, spendendo una cifra vergognosa, probabilmente tre/quattro volte lo stipendio mensile del gentilissimo commesso che mi servì (e la cosa mi fece star male, mesi dopo, quando cominciai ad aprire gli occhi sulla realtà che circondava la mia personale disperazione e dunque, in parte, a guarirne). Tornai nel bunker di cemento armato e cominciai a leggere.

Iniziai da How to be a Domestic Goddess, perché era quello di cui la gentile ospite di quella sera mi aveva parlato e perché sentivo che leggere di torte e dolci e pizze rustiche mi avrebbe messo di buonumore.

Non mi sbagliavo. Lessi per ore, deliziandomi della prosa arguta, brillante, barocca e pomposa della Lawson, divorandomi le fotografie e pregustando l'arrivo del container in cui erano tutti i miei attrezzi di cucina (e che in quel momento, a quanto ne sapevo, era al largo della Somalia; e il solo pensiero mi riempiva di incontenibile angoscia).

La prima torta che feci, qualche mese dopo, rientrata in possesso di tutte le mie cose e in una casa nuova che amavo molto con una bellissima cucina, fu il banana bread. Un po' per omaggiare la signora di quella sera, un po' perché la stessa Nigella lo consiglia come punto di partenza per chi sia alle prime armi.

Lo portai a un sofisticatissimo pranzo organizzato dalla Diplomatic Spouses Association, cui mio malgrado dovetti andare, e vidi con una certa soddisfazione che le signore eleganti e ingioiellate, che insieme a me sciamavano come api sotto il portico della residenza dell'ambasciatore tedesco, lo gradivano molto. Ne rimase una fetta (quel che la mia amata suocera chiamerebbe, con un'espressione che temo non sarebbe stata molto apprezzata in quel contesto, il caghino), che portai a casa, alla Spia.

La seconda torta che feci è quella che ho fatto anche oggi pomeriggio: il lemon-syrup loaf cake, vale a dire, una torta inzuppata di sciroppo di limone. Un classico. La Spia ne va matta. Io anche.

Ecco la ricetta, immutata:

125 gr. burro
175 gr. zucchero
2 uova grandi
scorza grattugiata di un limone
175 gr. di farina autolievitante
pizzico di sale
4 cucchiai di latte

per lo sciroppo:

il succo di 1 limone e 1/2 (circa 4 cucchiai, vale a dire 60 ml.)
100 gr. di zucchero a velo

Preriscaldate il forno a 180 °.

Imburrate e infarinate uno stampo da plum cake 23x13.

Lavorate il burro con lo zucchero, aggiungete le uova (una alla volta), la scorza del limone, quindi il sale e la farina, amalgamandola bene. Infine, unite il latte.

Versate il composto nella teglia e infilate quest'ultima in forno, dove la lascerete per circa 45'.

Mentre la torta cuoce, mettete a fuoco basso in un pentolino il succo di limone e lo zucchero, aspettate che questo si sciolga, mescolando piano.

Appena la torta sarà cotta, tiratela fuori e con uno stecchino lungo (da spiedino), o con un ferro da calza (magari dopo averlo lavato e asciugato), bucherellatene l'intera superficie. Versate dunque lo sciroppo e aspettate che la torta sia del tutto fredda, prima di rimuoverla dalla teglia. Altrimenti vi accadrà quello che sempre accade a me: che si sbriciolerà tutta, perché è zuppa di dolce sciroppo al limone.

Ho fatto questa torta infinite volte, ogni volta mandando un silenzioso ringraziamento a quella signora che non ho più rivisto e che fu l'involontaria tramite di una bella scoperta e della conferma, per me, di una grande verità: che i libri, davvero, possono salvare dalla disperazione.
E quelli di cucina, a volte, anche di più.

Enjoy!

lunedì 24 agosto 2009

Istanbul di Orhan Pamuk


Un'autobiografia degli anni dell'infanzia e della giovinezza di Pamuk, ed insieme un omaggio appassionato e malinconico alla città in cui l'autore è nato e cresciuto, e dalla quale non è mai andato via, in un processo di identificazione assoluta per cui, parlando di sé, egli parla della sua città e viceversa.
Le vestigia (sempre più sbiadite e intristite dal passaggio del tempo e dall'incuria) di un passato splendido, glorioso e raffinato, convivono, ad Istanbul, col volto moderno, 'anfibio' di questa città che dall'Oriente ha sempre guardato all'Occidente in parte con invidia, ammirazione e desiderio di emulazione, in parte con diffidenza e col bisogno feroce e vano di preservare un proprio senso di incerta identità.
Accanto ai ricordi personali di Pamuk, che non riguardano solo il suo affettuoso rapporto con la città, ma anche e soprattutto la sua grande e complessa famiglia, le impressioni, gli aneddoti, le memorie di illustri ospiti di Istanbul, da Balzac a Nerval a Gautier.
Su tutto, una spessa coltre di malinconica rassegnazione di fronte ad un passato sontuoso ucciso secoli fa dalle logiche crudeli della storia e un'atmosfera da purgatorio, grigia e di un'opprimente tristezza, che le belle fotografie in bianco e nero contribuiscono a rendere reale e visibile anche al lettore che a Istanbul non abbia mai messo piede.
Ogni tanto, l'ombra pallida di un sorriso e un accenno di ironia rischiarano un panorama per lo più grigio e di un'opprimente tristezza.
Da evitare se si è in profonda crisi depressiva.

Orhan Pamuk, Istanbul, Einaudi 2006. Traduzione di Şemsa Gezgin.

mercoledì 19 agosto 2009

Dell'estate, dei bassi istinti e di una crema di ricotta al caffè


So già di poter passare per una sbruffona - o per una demente -, ma anche oggi, giorno in cui a Firenze i termometri hanno registrato i 39 gradi, mi sono ben guardata dal tenere inoperoso il mio forno (tanto per richiamarmi al tema dell'ultimo post 'gastronomico').

Ma non di questo volevo scrivere (ché, tra l'altro, si tratta di un esperimento, e solo parzialmente riuscito), quanto di un dolce molto più adatto ai tempi tristi che ci tocca di vivere adesso.
Niente paura, non sto per lanciarmi in un'invettiva contro la decadenza della società contemporanea; alludevo, molto più banalmente, all'estate.

Non ricordo di averla mai amata moltissimo, nemmeno da bambina. Prima di tutto perché in estate non potevo andare a scuola.

A me piaceva andare a scuola, e non tanto perché così sarei stata con i miei amichetti che, a dire il vero, non mi facevano impazzire, anzi.



Non solo studiare, ma anche fare i compiti, tenere i quaderni e i libri ordinati, avere un bell'astuccio con dentro tutto quello che mi sarebbe servito: la matita blu per sottolineare le cose importanti; quella rossa per sottolineare le cose MOLTO importanti; la gomma pane, di cui, a volte, in preda a qualche passeggero attacco di noia o di nervosismo, sbocconcellavo con aria assente gli angoli; la Coccoina, di cui ero ghiottissima, che usavo per incollare le figurine sul quadernone delle ricerche; le penne multicolori che avrebbero dovuto profumare di frutti, e invece emanavano ognuna un diverso fetore dolciastro e sintetico che impestava il mio diario per mesi (ne andavo matta), per scrivere i compiti...


Ero la classica secchiona zelante, che però non passava mai per tale, perché mi mancavano gli occhiali e la erre moscia per rappresentare al meglio, al limite della macchietta, la classica figura della prima della classe, e poi perché, per quanto alti fossero i miei voti e ordinati i miei quaderni e i miei libri, io ero sempre un po' disordinata, con le dita perennemente sporche di inchiostro e un'aria da sciamannata.


Benché, infatti, mia madre si impegnasse strenuamente per farmi indossare ogni mattino un grembiule candido e stirato alla perfezione, io riuscivo, anche solo nel breve tragitto da casa a scuola, a dargli subito un'aria vintage, per così dire, a ciancicarne i polsini, gli orli e il colletto, a sciogliere il fiocco (che naturalmente non ero più capace di annodare nella giusta maniera e finiva sempre per penzolarmi sbilenco sul petto), in questo modo acquistando io stessa quell'aria trasandata e non 'a posto' che, mi piace immaginare, era la stessa che doveva avere spesso la mia adorata Virginia Woolf, di cui qualcuno, un giorno, disse che sembrava fosse sempre appena passata attraverso una siepe.


Naturalmente ero contenta di andare in vacanza, soprattutto in quegli anni felici della mia infanzia in cui trascorrevo tre mesi filati al mare (e mio padre veniva solo nel fine settimana, come nella più classica delle tradizioni italiane: la mamma in campeggio al mare coi figli, il papà in città a lavorare che raggiunge la famiglia il venerdì sera); ma ero ben più contenta di tornare a scuola e ritrovare quelle attenzioni e quelle gratificazioni che mi era tanto facile ricevere lì e che sembravano invece tanto difficili da conquistare in casa mia. Ma questo, come al solito, è un altro discorso...

Ma per tornare al punto, in quest'estate rovente ho sviluppato una vera dipendenza dalla
crema di ricotta al caffè del grande Stefano Arturi, che potete trovare a pag. 189 del suo più volte citato Pausa Pranzo (guardate per esempio qui e qui e anche qui), di cui mai mi stancherò di cantar le lodi.

E' davvero facilissima (sentito, Grazia cara?) e dunque si può fare anche in quei momenti in cui si pensa di non avere nemmeno l'energia per mangiare, figurarsi per prepararsi qualcosa di tutto sommato superfluo (ma quanto ci si sbaglia, al riguardo!) come un dolce.

Eccola qui:

per 3-4 persone:

350 gr. di ricotta
60 gr. di zucchero
2 cucchiai di rum scuro
(io li ho sostituiti con 2 cucchiai di brandy)
70 ml di caffè forte e freddo (per pigrizia e comodità io ho usato due cucchiaini di caffè solubile sciolti in 70 ml di acqua)

Non dovrete far altro che mettere tutti gli ingredienti nel robot da cucina e azionare. Non troppo a lungo. L'Arturi dice addirittura, se si vuole, di usare semplicemente una forchetta. Io preferisco che la crema sia più morbida, ma è questione di gusti, ovviamente.

In teoria, il tutto andrebbe messo in frigo per 10-12 ore.
L'Arturi deve essere evidentemente un uomo virtuoso e con un'invidiabile capacità di contenere i suoi bassi istinti, oltre che un ottimista con una grande fiducia nel genere umano.
Io non riesco mai a resistere per più di qualche ora, ma è vero che il giorno dopo è nettamente più buona, soprattutto se, come viene consigliato, la si serve con una spolverata di cacao e di cannella; in realtà
immagino che sia più buona così, perché appena la tiro fuori dal frigo la divoro in preda ai bassi istinti di cui sopra, e non mi lascio nemmeno il tempo necessario a compiere questa semplice operazione; l'ingordigia però, paradossalmente, mi obbliga a lasciarne sempre un po' per il giorno dopo.

La via della virtù è a volte tortuosa.

Enjoy!

(Che non lo venga a sapere l'Arturi, che lo aborre, ma trovo che nella crema stiano benissimo anche 50 gr. di cioccolato bianco sciolti a bagnomaria con due cucchiai di latte, da aggiungere agli altri ingredienti nella coppa del robot. Volendo evitare di sentirmi troppo in colpa nei suoi confronti, ogni tanto ho optato per del cioccolato fondente, sempre sciolto a bagnomaria).


mercoledì 12 agosto 2009

La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda


Ancora una volta mi sento in imbarazzo nello scrivere un commento. Ho comprato questo libro avendo nei suoi confronti grandi aspettative e mossa da una certa impazienza di leggerlo (e si vede, ché non è uno dei miei soliti tascabili) e ho invece finito per leggerlo dopo qualche anno di tentennamenti, in cui al timore reverenziale si univa anche la sensazione che si trattasse di una lettura impegnativa, forse troppo per me.

Ho cominciato a leggerlo con la serietà e la concentrazione che un'allieva diligente mette nel seguire le lezioni di un professore molto stimato ma da lontano, severo ma di straordinaria e finissima sapienza, che però non fa nulla per raggiungere i suoi studenti, adeguando il suo sapere al loro livello di comprensione e di ricezione: chi c'è c'è, chi mi segue mi segue.

A parte la prima parte dedicata all'infanzia, che ho amato molto (come amo in quasi tutti i libri di memorie i capitoli che parlano dell'autore bambino, ché io, della mia infanzia non ricordo nulla, e spero sempre di ritrovare in quella degli altri qualche barlume che mi restituisca la bambina che sono stata), arrivata intorno a pagina 130 ho cominciato ad annaspare.

Dal momento in cui la Rossanda 20enne scopre la politica, ho avuto l'impressione che il libro si complicasse, si oscurasse, e che pesanti nubi lo avvolgessero, impedendomi di seguire il percorso tracciato fin lì dalla mano ferma, sobria, spartana, aliena da qualunque sentimentalismo e sbavatura emotiva dell'autrice.

Avevo comprato questo libro perché ho sempre avuto curiosità per la Rossanda, perché ne rimasi abbagliata una volta che venne a fare una lezione all'università e la vidi, minuta e seria, seduta accanto alla mia professoressa, per parlare del suo Un viaggio inutile.
Non sarebbe certamente contenta se leggesse che di ciò che disse non ricordo nulla, mentre invece mi rimase impressa la bellezza del suo volto, raramente illuminata da un sorriso.

Speravo che questo libro mi aiutasse a capire alcune cose, ad avvicinarmi ad un percorso personale e politico su cui si può avere delle perplessità, dal quale si può dissentire, ma di cui non si può mettere in discussione la serietà, l'impegno, la passione.

Invece non ho capito nulla, e i moltissimi, continui accenni (non esplicativi, tra l'altro; semplici appigli visibili solo a chi già conosca la strada, a chi già si orienti da solo) a personaggi e fatti della vita politica italiana, alle diatribe interne al partito, alle correnti e sottocorrenti che da sempre hanno contraddistinto la sua vita travagliata, hanno finito per confondermi, per disorientarmi, infine per farmi perdere, in preda all'insofferenza, alla noia e anche, se devo dirla tutta, all'irritazione (il che ha generato in me, e non che ce ne fosse bisogno, riflessioni ben poco incoraggianti sull'effetto che certo mondo della sinistra ha sempre fatto su persone anche e soprattutto bendisposte nei suoi confronti, financo desiderose di sostenerlo e di farne parte, salvo poi allontanarsene in preda, appunto, alla confusione e al nervoso).

Rimangono alcune pagine bellissime, i ritratti severi e appena increspati di affetto dei genitori e della sorella Mimma, della coraggiosa e appassionata zia Frida, della sorniona e ironica zia Alma, la scoperta piena di incanto della giovane Rossanda del mondo dell'arte e della filosofia, alcune profonde meditazioni e brucianti intuizioni, rapide e taglienti come scudisciate, su quel che si potrebbe definire 'lo spirito italiano' e su alcune delle sue manifestazioni meno felici e meno alte che improntarono di sé il ventennio fascista.

Forse per timore di fare di questo libro un'autobiografia (quando invece pare evidente che l'autrice l'abbia inteso come una biografia di quel mondo in cui è nata e cresciuta politicamente), ai sentimenti, alle emozioni, ai rapporti umani sono concessi spazi angusti e rari, e l'atmosfera del libro (almeno di ciò che ne ho letto) è per lo più di una freddezza siderale e calvinista.

Non dico che questo sia un difetto in assoluto; per me, però, è assai di rado un pregio.


Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005.

domenica 9 agosto 2009

Le piccole virtù di Natalia Ginzburg


Questo è il libro di Natalia Ginzburg che amo di più; anche più del suo Lessico familiare.
Sono così tante le pagine in cui la sua voce suona dolcemente familiare al mio orecchio, che la mia copia è piena di sottolineature, punti esclamativi e quelle frecce stortignaccole con cui segno i passaggi per me particolarmente significativi.
Ritrovare i propri pensieri nelle parole di uno scrittore è un’esperienza che ha sempre del miracoloso, non importa quante volte essa si ripeta; è un’emozione simile a quella che si prova quando si conosce una persona che, dall’infinito numero degli sconosciuti e degli estranei, all’improvviso entra, prepotentemente e trionfalmente, nel novero dei nostri amici più intimi e cari.
Ritrovare ancora una volta le mie emozioni, le mie intuizioni, certe idee che nemmeno sapevo di possedere fino a quando non le ho ritrovate lì, espresse dalla voce sommessa ma al tempo stesso chiarissima e vibrante di Natalia Ginzburg, è stato confortante, a tratti commovente.
Perché della Ginzburg a me non piace soltanto ciò che dice, ma anche e soprattutto il modo in cui lo dice. Quel suo personalissimo stile, quella sua ‘cantilena’ (quella che il collega Giorgio Bassani chiamava ‘lagna’) creata dall’uso di frasi spesso brevi e che prediligono la paratassi; quei suoi molti ‘ci sembra’, ‘ci pare’, usati a guisa di intercalare, mi parlano di una persona aperta al dubbio, estranea a certa apoditticità ottusa, aggressiva e boriosa che negli ultimi tempi sembra invece essere l’unico stile comunicativo vigente ovunque (dai giornali, ai libri, alla televisione, alle conversazioni private).
Al tempo stesso, però, la Ginzburg è anche capace di prendere posizioni nette, precise, chiare, di assumersi responsabilità scomode, esponendosi con grande coraggio, determinazione, eppure sempre mantenendo la sua caratteristica e personalissima cifra di modestia, pudore, rispetto per l'interlocutore e repulsione per l’eccesso, che trovo tanto riposante e che associo sempre alla vera forza, alla reale tempra morale di chi non ha bisogno di imporsi con la violenza, perché ha opinioni, idee e valori che si impongono da soli per la loro rettitudine e coerenza.
Ed è un miracolo anche il modo in cui la Ginzburg riesce a muovere i nostri pensieri più alti, le nostre riflessioni più profonde, partendo da spunti spesso assai modesti, utilizzando immagini frequentemente fruste e dimesse (le scarpe sfondate di un bellissimo saggio presente in questo libro, i fratacchioni robusti che mangiano zuppe di erbe nel divertentissimo e al tempo stesso malinconico “Lui e io”, elegia ironica e insieme tenerissima del suo secondo, felice matrimonio con Gabriele Baldini), mostrando senza civetteria e senza leziosità la sua ‘fintotontaggine’, che è invece l’abito di cui si veste la sua straordinaria capacità di dire parole chiare e limpide sulla realtà (e quanto si ha bisogno, soprattutto adesso, di simili parole?).
Nella bella introduzione di Domenico Scarpa ho trovato questa frase che riassume magistralmente, per me, la magia di questo libro:
“E’ molto difficile capire che cosa avviene di tanto straordinario nei saggi di Natalia Ginzburg: come funzionano, che cosa veramente crea quel silenzioso effetto di decollo lirico. Come accade il prodigio per cui, partendo da una verità che sapevano tutti, si arriva a una verità che sa solo lei, anzi, che solo lei sa dire: perché difatti, un istante dopo che l’ha detta lei, ognuno si accorge che la sapeva da sempre, che la sapeva ma che non sarebbe mai stato capace di dirla così”.

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1998 (1962), a cura di Domenico Scarpa.

Del sapersi sacrificare (un po') e di pomodori gratinati


Come ogni estate si fa un gran parlare, nei foodblogs, della poca voglia di cucinare, soprattutto di tenere il forno acceso, perché fa caldo e ci si sente svogliati, inerti, desiderosi di accasciarsi dovunque si possa essere raggiunti dal più tenue refolo di frescura.

Il forno acceso a me non dà noia. E' in cucina, e mentre è in funzione io sono ben libera di accasciarmi altrove, aspettando che suoni il timer topomorfico di nome Ernesto.

Certo, quando si preriscalda, si sta lì e si soffre un po', va bene. Ma è un disagio contenibile, almeno per me, soprattutto tenendo ferma la mente al risultato che si produrrà alla fine. Bisogna sapersi proiettare nel futuro, lo dicono tutti. Bisogna sapersi sacrificare per il bene, anche e soprattutto qualora non sia immediato ma richieda tempo e pazienza, lo dicono in tanti: è il problema del mondo contemporaneo, pare, dominato dall'ansia della soddisfazione immediata di qualunque bisogno o desiderio si imponga alla nostra attenzione (è incredibile come, partendo da un forno, io possa arrivare, senza fatica alcuna, a pontificare su praticamente qualsiasi argomento; è preoccupante, più che incredibile...).

Ho anche comprato di recente un libro francese sulla cucina a crudo, che ho letto in vacanza segnandomi un bel po' di ricette da provare, pensando che non ci sarebbe stato momento migliore di questa estate torrida per sperimentarle. Invece, poi, ogni volta che mi metto a pensare a cosa preparare da mangiare, finisco per scegliere sempre piatti da cuocere in forno.

Dietro questa mia predilezione c'è dunque la convinzione che, la maggior parte delle volte, quando si mette qualcosa in forno (a parte alcune preparazioni particolari) la si dimentica lì, mentre, quando si cuoce qualcosa sul fornello, viene richiesta una certa partecipazione attiva, che si tratti di mescolare ogni tanto o in continuazione.

Ecco, è questa necessità di stare in piedi davanti al fornello che mi inquieta, soprattutto in quest'estate calda e umida, in cui ancora più penoso mi sarebbe lo stare lì a rimestare, raggiunta da bollenti sbuffate di aromatici vapori.

Dunque, all'insegna del 'semplice (o pigro, dipende dai punti di vista) è bello', qualche tempo fa ho provato questi saporiti pomodori ripieni.

Non di riso, che non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti (da piccola avrei mangiato solo i primi chicchi del ripieno, leggermente bruscati, e non riuscivo assolutamente a vincere il disgusto per il pomodoro stesso, sempre un po' acido, e reso molliccio dalla cottura... orrore), ma di pane grattato, pecorino, parmigiano ed erbe aromatiche.

Un attimo farli e un attimo mangiarli. Tra le due operazioni, circa mezz'ora di tempo da passare (possibilmente) svaccata sul divano, a leggere con i gatti una di quelle riviste femminili che ogni tanto mi compro per soddisfare una mia insana e vergognosa tendenza alla fatuità, ahimé dura a morire.

La ricetta è tratta da Twelve, di Tessa Kiros, di cui parlato a più riprese, e risulta come 'pomodori gratinati'.
La presento praticamente inalterata, ma per certi versi è solo una bozza: le varianti immaginabili sono parecchie, a partire dalla scelta delle erbe aromatiche e del formaggio.

Va da sé che non ho mai contato esattamente le foglie della menta o del basilico, così come sono sempre andata ad occhio per la quantità del prezzemolo (che più di una volta non ho messo, essendone in quel momento sprovvista); però a me fa sempre molto piacere trovarmi di fronte una ricetta scritta per filo e per segno: mi sento poi più sicura nel prendermi, eventualmente (e con cautela, ché sono pavida e fondamentalmente rispettosa di certa autorità), delle libertà nei suoi confronti.

per 6 persone:

6 pomodori grandi e maturi
3 cucchiai di prezzemolo tritato
1 spicchio d'aglio, sbucciato e tritato
10 foglie di menta
10 foglie di basilico
1 cucchiaino di origano secco
1 cucchiaio di parmigiano
1 cucchiaio di pecorino
1 cucchiaio e mezzo di pangrattato
8 cucchiai di olio di oliva

Preriscaldate il forno a 180 gradi.

Tagliate i pomodori a metà, svuotateli, tenendo da parte la polpa (e i semi, se volete; io li elimino) che sminuzzerete e metterete in una ciotola.

Disponete i pomodori in un piatto da forno, con la parte tagliata rivolta verso l'alto; salateli leggermente.

Nella ciotola con la polpa aggiungete gli altri ingredienti, 4 degli 8 cucchiai di olio, sale e pepe. Riempite con questo composto i pomodori e zigzagate con l'olio avanzato.

Fateli cuocere in forno 20-30 minuti e serviteli tiepidi, ma anche a temperatura ambiente sono ottimi (e se per questo, io li amo molto anche freddi di frigo, mangiati possibilmente in piedi, di fronte al suddetto elettrodomestico, in equilibrio con le gambe a fenicottero, ma capisco che a molti, in primis alla Spia, tutto ciò faccia orrore).

Enjoy!