domenica 29 novembre 2009

Di cose curiose e insolite, di egocentrismo e narcisismo e dell'ennesimo giochino (l'ultimo)


Tiziana di t-time mi ha recentemente coinvolta in un altro gioco, al momento in circolazione nella cosiddetta blogosfera.

Dopo il meme cui ho aderito su richiesta di Wenny, mi sembrava brutto esimermi dal rispondere a questo invito.

Dunque, oggi niente ricette, niente recensioni, ma un po' di sano e morboso narcisismo!

Sarà difficile trovare 10 cose insolite e curiose su di me, ma ci proverò.

1. Per anni ho balbettato, cosa che oggi, per chi mi conosce, sembra cosa impossibile (ho una discreta logorrea e in un minuto riesco a pronunciare un numero di parole spropositato).
Ancora adesso, però, la balbuzie può tornar fuori, soprattutto al telefono, mezzo di comunicazione che non amo, o se sono molto ma molto emozionata (o arrabbiata).

2. La balbuzie era il risultato del mio mancinismo corretto. Impedendomi di usare la sinistra per scrivere, la mia maestra delle elementari (che motivò il suo atto scellerato ai miei genitori affermando che la sinistra era 'la mano del diavolo'; e badate bene che non sono andata alle elementari durante la prima guerra mondiale, ma nei rivoluzionari e alternativi anni '70), causò un piccolo pandemonio nei miei emisferi cerebrali, con conseguenze nefaste sulle mie capacità linguistiche, di coordinamento spaziale, più varie ed eventuali. (Va bene, la maestra era una demente; ma i miei genitori? Perché non le hanno fatto una sonora pernacchia e non le hanno impedito di torturarmi con il braccio sinistro legato dietro la schiena con il suo foulard? Mistero. Quando anni dopo ho chiesto loro ragione di questa nefandezza, mi hanno risposto serafici: 'Ah sì?').

3. A 19 anni, stanca di cambiare grafia ogni 10 minuti (la perdita dell'identità grafica è un'altra tipica conseguenza del mancinismo corretto) e avendo problemi all'università perché firmavo i verbalini degli esami in modo sempre diverso, ne parlai con lo zio neurologo del mio fidanzato di allora, che mi consigliò di ricominciare a scrivere con la sinistra. Dopo 13 anni, dunque, con pazienza e vergognandomi come un ladro, cominciai a tenere un quaderno sul quale esercitarmi. Ci sono voluti circa 3 anni per riacquistare una grafia 'decente' (per un bel po' scrissi infatti come una bambina di 6 anni, una cosa piuttosto imbarazzante quando si è all'università).
Adesso scrivo come un vecchio signore (ma quando sono molto stanca o nervosa, mi viene da scrivere con la destra).




4. Due delle mie più grandi paure sono:
- diventare incontinente (paura che mi ha sicuramente trasmesso la mia mamma)
- restare senza benzina (al punto che preferisco non avere del tutto la macchina)

5. Da piccola avevo, come molti bambini, un amico immaginario, senza nome, col quale dividevo ogni cosa che mangiavo. Per questo ero felice se nel piatto mi ritrovavo 16 rigatoni invece che 17 o 6 polpette invece che 5. A dire il vero, ancora oggi, quando mi servo, tendo a scegliere 6 polpette invece che 5. I rigatoni, invece, ho smesso di contarli.

6. Non mi piacciono i luoghi molto affollati, molto illuminati e molto rumorosi.
Forse l'immagine per me più vicina a quella di un luogo infernale è un centro commerciale pieno di luci, musica a tutto volume e gente che sciama in ogni dove. In genere reagisco con furiosi mal di testa.

7. Ho una paura assurda dei ragni. Anche quelli piccoli e che so essere assolutamente innocui mi gettano in uno stato di terrore assoluto. Gli anni trascorsi in Africa non mi hanno certo aiutato, in questo senso.

8. Faccio collezione di posate per l'insalata.

9. Le sagre di paese mi fanno una tristezza allucinante e mi provocano quelli che la mia amica Annalisa definisce 'attacconi di squallore'.
La visione invece delle bande musicali di paese mi fa commuovere. Non so perché, ma vedere quei complessi composti dal farmacista, dal maestro in pensione, dal vecchietto novantenne che suonano insieme al bambino di 6 anni, alla ragazza di 15, all'universitario di 22, mi fa venire da piangere.

10. Questa sono io (autoscatto in bagno davanti allo specchio, e si vede).


Delusi?
Sopravvissuti allo spavento?

Ora dovrei passare, come al solito, la palla.
La tiro in direzione di Alfonso, aspettandomi anche che non voglia giocare (basta che non me la tiri addosso).

Enjoy!

mercoledì 25 novembre 2009

Della convivenza e dei suoi tormenti e di (un'altra) quiche di cipolle



Sono da anni convinta che, a parte casi eccezionali, la cosa migliore che possano fare due persone civilizzate che si amano sia vivere in due case separate.

Che non mi si fraintenda. Questo sottrarsi alla convivenza non significa certamente voler evitare un impegno serio o una progettualità di coppia. Significa, al contrario, voler salvaguardare e mantenere in vita nel migliore dei modi possibili una relazione.

Ci sono persone che sono evidentemente fatte l'una per l'altra, che quando vanno a vivere insieme raggiungono livelli di armonia e compatibilità quasi paranormali e danno il meglio di loro stesse proprio nella quotidiana condivisione anche di uno spazio fisico.

E ce ne sono altre che invece, in una convivenza, magari di fronte a un bagno devastato (l'altro ne è appena uscito dopo essersi fatto la doccia o essersi anche soltanto lavato i denti) o a una cucina in cui sembra essere esplosa una bomba (l'altro si è versato un bicchiere d'acqua o si è preparato un piatto di pasta al burro), di fronte a un cassetto in cui regna il delirio (l'altro si è vestito) o all'ennesimo calzino trovato per terra in corridoio invece che nella cesta del bucato sporco (l'altro si è spogliato), si ritrovano a pensare a quanto sarebbe bello se potessero semplicemente uscire da quella casa, lasciando il bagno devastato, la cucina esplosa, il cassetto nel delirio e il calzino in corridoio, e tornarsene nella loro bella casa ordinata, dove il bagno è un bagno e non la scena di un disastro nucleare, la cucina una cucina e non il set di Apocalypse Now, i cassetti sono cassetti e non la dimostrazione di qualche ardito teorema fisico sull'entropia e i calzini sporchi sono là dove dovrebbero essere, nel cesto della biancheria.

Io temo di appartenere a questa seconda categoria di persone. Purtroppo.

La maggior parte delle volte, per fortuna, ci rido su. La tentazione di lasciare tutto com'è c'è, e forte. Poi mi dico che in questa casa ci vivo anche io e che sono io fondamentalmente ad avere problemi con i calzini abbandonati o i bagni devastati e dunque sta a me pensare a porvi rimedio.

Il fatto spiacevole è che spunta sempre fuori una vocina importuna che dice più o meno: "Certo, è un problema tuo. E lui lo sa. E se ne approfitta. Tanto sa benissimo che tu non potrai resistere 10 minuti con un calzino sporco in mezzo al corridoio. E si risparmia la fatica di mettercelo lui, nella cesta del bucato".

La meschinità di un ragionamento del genere si commenta da sola. Pure...

Ma ci sono altre occasioni in cui il fantasma di una relazione senza convivenza si presenta ai miei occhi come estremamente desiderabile.

Non posso mai o quasi mai ascoltare certi cd quando è in casa la Spia. Pena i suoi sguardi sgomenti o i suoi commenti sardonici o le sue manifestazioni di disgusto (se un giorno lo incontrate, provate anche solo a dirgli 'Jordi Savall' oppure 'Michael Nyman' e prendete nota delle sue reazioni).

Certo, il discorso è assolutamente reversibile. Io dopo venti minuti di ascolto della sua vecchissima cassetta di Donovan comincio ad avere pensieri suicidi (che dopo mezz'ora diventano omicidi).

Ma uno dei paragrafi più tristi di questo capitolo già assai triste è proprio il cibo.

Come rimediare alle idiosincrasie alimentari non condivise?
Che cosa può fare una povera disgraziata che ama i peperoni ma ha anche un marito che non ne tollera l'odore?
E se sempre quella povera disgraziata ha una passione smodata per il gorgonzola ma anche un marito che di fronte ad una semplice fotografia di un pezzo di gorgonzola si riempie di bolle e dice di sentirne la puzza? (la puzza, sì, dice proprio la puzza, che Dio lo perdoni).

Se poi quel marito non ama che la povera disgraziata mangi i cetrioli, per un certo qual effetto, non proprio gradevole a quanto pare, che queste cucurbitacee avrebbero sul suo alito, capirete il perché di certe sue riflessioni (della povera disgraziata).

Per fortuna, sia la povera disgraziata (che ovviamente sarei io) sia il marito (che ovviamente sarebbe la Spia) non hanno problemi con le cipolle, note per non aver nessun tipo di effetto nefasto sull'alito di chi ne mangi, a differenza dei cetrioli (Spia, se mi leggi: ma sei proprio sicuro di questo?).

E dunque, dopo la torta di qualche post fa, oggi vi parlo di questa quiche, sempre di cipolle, sempre di Nigellona, tratta dal suo How to Eat, la cui lettura non posso che consigliarvi caldamente; ahimé in inglese, ché nessun editore italiano ha avuto mai il coraggio finora di tradurre alcunché della mia Nigellona, - nonostante io mi sia adoprata, nel mio piccolo piccolissimo, in tal senso - nemmeno la Luxury Books, che mesi fa pareva invece essere sul punto di lanciare la pubblicazione in italiano del suo How to Be a Domestic Goddess; c'è qualcuno che sa dirmi che cosa sia successo, by the way?

Questo post, tra l'altro, è dedicato ad un caro amico, che io e la Spia abbiamo conosciuto nei nostri anni africani insieme alla sua bella moglie (ora la famiglia è cresciuta di due unità, con l'aggiunta di due bellissimi e fortunati bambini), cuoco appassionato e curioso, con cui mi capita di intrattenere, di quando in quando, interessanti scambi epistolari a soggetto culinario-gastronomico.

E' dedicato a lui non solo perché insieme alla sua dolce metà egli forma una di quelle coppie che paiono composte, appunto, come dicevo all'inizio, da persone fatte l'una per l'altra (ma chissà se anche lui devasta il bagno o la cucina e lei si dispera davanti al calzino derelitto in corridoio...), ma soprattutto perché questo nostro amico mi ha detto, recentemente, di avere problemi con la pasta brisée e sono sicura che dopo aver letto questa ricetta si lancerà invece intrepido e vincente nella preparazione di innumerevoli torte.

La prima volta che ho fatto questa quiche ho triplicato le dosi: ne preparai una gigantesca per un pranzo di Natale quando eravamo in Africa. Peccato che durante la penosa operazione di pulizia e taglio delle cipolle la luce andò via per circa 6 ore e il tutto venne fatto a lume di candela.
La cottura avvenne in due tempi (sempre per problemi di elettricità); ciononostante, la torta venne meravigliosamente. Ed è stato così tutte le (innumerevoli) volte in cui l'ho preparata.

Federico! A te!


per una tortiera di 23 cm.

per la pasta:

120 gr. di farina
60 gr. di burro freddo
1 rosso d'uovo, leggermente sbattuto con un pizzico di sale e 1 cucchiaino di panna (se non avete la panna, non vi strappate i capelli; viene benissimo anche senza)
acqua fredda q.b. (tenetene sempre in frigo una bottiglietta; serve)

per il ripieno:

30 gr. di burro
olio d'oliva
500 gr. di cipolle, tagliate finissime (consiglio vivamente l'uso della mandolina o, meglio ancora, del robot da cucina)
1-2 cucchiaini di zucchero
4 cucchiai di Marsala
2 uova intere + 1 rosso
300 ml di panna (nella ricetta originale è la crème fraîche; di panna liquida se ne può usare meno, direi anche 270 ml; se ne usate 300 vi avanzerà un po' di crema)
noce moscata

Sistema nigellonico per preparare la pasta: pesate farina e burro (preferibilmente tagliato in cubetti di 1cm. circa) in una ciotola e infilate quest'ultima con il suo contenuto in freezer per 10', trascorsi i quali mettete il tutto nella coppa del robot da cucina: fatelo andare fino a quando farina e burro non siano sbriciolati.

Sempre con il motore acceso, unite il rosso d'uovo; se la pasta non dovesse cominciare ad ammassarsi, con cautela, aggiungete l'acqua fredda, cucchiaino per cucchiaino. Dipende dal tipo di farina che usate, dunque regolatevi in base a ciò che vedete. Appena la pasta inizia a fare la palla, spegnete tutto, tiratela fuori, schiacciatela, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo per una ventina di minuti.

Nel frattempo, sciogliete insieme a una goccia d'olio il burro in una padella, aggiungete le cipolle, salatele leggermente e cuocetele a fuoco basso per circa 12', quindi unitevi lo zucchero, coprite bene la padella con un foglio di carta d'argento e proseguite la cottura a fuoco bassissimo per 20', fino a quando le cipolle non siano morbidissime e dorate. Rimuovete il foglio d'argento, alzate il fuoco (moderato), aggiungete il Marsala (sentirete che profumo) e cuocete per altri 8'. Aggiustate di sale e pepe e fate raffreddare.

Tirata la pasta fuori dal frigo, stendetela (Federico: stendila tra un foglio di carta da forno che poi ti servirà per cuocere in bianco il guscio di pasta e la pellicola nella quale l'hai messa per farla riposare in frigo) e rimettetela in frigo per 15-20'.

Preriscaldate il forno a 200°, ricordandovi di metterci una teglia che sia abbastanza larga per contenere la tortiera (consiglio valido ogni volta che si fa una quiche, a meno che non vogliate passare ore, dopo, a pulire l'occasionale - per me inevitabile e classico - schizzo di ripieno bollente sul fondo del forno).

Tirate fuori dal frigo la tortiera, coprite la pasta con un foglio di carta da forno cosparso di fagioli secchi o riso e fate cuocere per 15'. Rimuovete carta e fagioli e fate cuocere la pasta da sola per altri 12'. Tirate fuori dal forno e fate raffreddare un po'. Abbassate la temperatura a 180°.

In una terrina (o meglio ancora in un grosso bricco dosatore) sbattete le uova, il rosso d'uovo, la panna e mezzo cucchiaino di sale. Aggiungete pepe e abbondante noce moscata.
Trasferite nel guscio di pasta le cipolle e versateci sopra la crema; consiglio: eventualmente mettete la tortiera nel forno e con cautela, senza ustionarvi e senza far danni, aggiungete, magari aiutandovi con un cucchiaio, tutta la crema che potete (probabilmente sarà leggermente abbondante [v. parentesi su agli ingredienti]; Nigellona non è famosa certo per essere parca). Ovviamente la crema non dovrebbe debordare, altrimenti la pasta potrebbe inzupparsi (a me è successo, più di una volta, e devo confessare che non solo nessuno se ne è accorto ma che il risultato finale non ne ha minimamente risentito).
Date un'ultima grattatina di noce moscata, se così vi dice l'istinto, e poi fate cuocere per 30-40'.

Mangiate la quiche accompagnandola con un'insalata un po' amaragnola: questo il consiglio di Nigellona. Consiglio azzeccato: la torta è dolce, ma non stucchevole, e l'amaro della verdura le farà da giusto contrasto.

E d'altra parte (e qui apro una parentesi da fiera della banalità), non sta proprio qui il segreto delle coppie ben riuscite: creare insieme non la fusione di due spiriti identici, ma l'armonia che nasce da un giusto contrasto?

Io e la Spia non ci riusciamo sempre. Ma quando ci riusciamo, è il paradiso in terra.

Enjoy!

domenica 22 novembre 2009

Il re e il cadavere di Heinrich Zimmer

Ci sono alcuni libri per così dire self-service.

Libri che si possono leggere un po' a piacere. Una pagina qui, un'altra lì, un capitolo adesso ed un altro magari tra un anno.

Anche se letti in questo modo selvaggio ed arbitrario, non perdono un'oncia della loro potenza, della loro intensità, della loro capacità di investire il lettore con il loro carico di sapienza, saggezza, illuminazione.

A me pare che questo testo di Zimmer, curato da Joseph Campbell e pubblicato postumo nel 1948, sia uno di questi libri.

Dopo averne letto poco più della metà, arrivata alla parte in cui tratta dei miti indù, l'ho chiuso, dicendomi 'Finirò di leggerlo un'altra volta', per niente in preda ai sensi di colpa o all'inadeguatezza.

Invece poi ho spiluccato ancora, saltando paragrafi e soffermandomi su altri, in parte in modo del tutto casuale (ma che esista il caso, per me, è ancora tutto da dimostrare; soprattutto quando ci si imbatte in un libro come Il re e il cadavere), in parte seguendo qualche labile traccia, un nome, un rimando, una suggestione.

Ho tratto da questo libro ciò che mi serviva in questo momento. Riflessioni, immagini, citazioni, intuizioni. Trascritte tutte diligentemente in un quaderno (il libro è della biblioteca), for future reference, come dicono gli inglesi.

Innumerevoli le pagine che mi hanno colpita.

Parlando del mito e della sua perenne attualità (scrittura figurata che in un certo periodo fu la depositaria del nutrimento spirituale dei nostri antenati), Zimmer scrive che le generazioni passate che gli hanno dato vita sono ancora presenti in noi, non solo in senso spirituale ma anche fisico.

Sono nelle nostre ossa - a noi ignote; e quando ascoltiamo, anch'esse ascoltano. Mentre leggiamo, forse un qualche vago io ancestrale del quale non siamo consapevoli annuisce con approvazione all'udire di nuovo la sua vecchia storia, e si rallegra di riconoscere ancora una volta ciò che un tempo faceva parte della sua antica sapienza.
Questa continuità, questa eterna compresenza in noi di quanti ci hanno preceduti e del loro bagaglio inestimabile di conoscenza, sapienza, sensibilità, coraggio, mi ha colpita tantissimo.

Lo trovo un pensiero di grande consolazione e di grande conforto. Una conferma, per me, di quella certa bellezza che ha il mondo e che deriva dall'esistenza di un senso e di un significato. E dal nostro non essere mai veramente soli e spersi di fronte alla vita.

Raccomandato a tutti. Come una buona psicoterapia.

Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, Adelphi 1983, traduzione di Fabrizia Baldissera.

sabato 14 novembre 2009

Della paura del rifiuto, del parlare di sé e di un gioco

Quando ero piccola, mi guardavo bene dall'avvicinarmi a qualsiasi bambino o bambina pronunciando la fatidica frase: "Giochiamo insieme?".
Piuttosto mi sarei fatta scorticare viva.
Pur di non rischiare un rifiuto o una risposta poco entusiastica, preferivo starmene da sola a leggere una favola o a parlare con qualche pupazzo.

Se però qualcuno mi si avvicinava rivolgendomi lo stesso identico invito, rispondevo sempre contentissima di sì. A tutti. (Unica eccezione, che io mi ricordi, in tutta la mia infanzia: un bambino di nome Danilo, obeso e dai capelli rossi, che trovai immediatamente tanto repellente dal punto di vista fisico e intollerabile da quello caratteriale da rifiutare il suo invito senza neanche sforzarmi troppo di motivare il mio no in modo convincente).

Per fortuna con l'età ho imparato ad avvicinarmi ai miei simili, fregandomene il giusto delle possibili reazioni poco entusiastiche (che in genere non ci sono, se agli altri ci si accosta con garbo e misura), quanto meno non dandole per scontate al punto da farmi rinunciare.
Da bambini il rifiuto da parte degli altri ci trova inermi: gli altri sono tutto.
Da adulti si spera di avere altri stimoli, oltre al bisogno (naturale, giusto e bellissimo) della condivisione e, soprattutto, altre risorse per far fronte - eventualmente - ad un due di picche.

Tutto questo per dire che quando stamattina ho trovato un messaggio di Sara di Wennycara che mi invitava a giocare con lei e con altri bambini, mi sono immediatamente ritrovata bambina e ho risposto subito di sì.

Ecco il gioco:


1. 6 nomi con cui ti chiamano

Il primo è il mio, Alessia.
Poi viene senz'altro Pisi (abbreviazione di Pisellina), appannaggio esclusivo di mia sorella Sabina; presente anche nel mio indirizzo di posta elettronica, questo nomignolo viene regolarmente preso per il mio cognome: per molte persone, dunque, io sono la Signora Pisi.
Per molti amici sono la Papera.
Esistono poi gli innumerevoli e sempre nuovi soprannomi con cui mi apostrofa la Spia.
I primi che mi vengono in mente sono Pipi, Parolis e Pallini.


2. 3 cose che indossi in questo momento

Non farò la mia miglior figura, ma tant'è.
Ho indosso una tuta nera, un cardigan acquistato forse venticinque anni fa a Porta Portese da mia madre, bianco con dei bellissimi bottoni argentati e maniche ahimé troppo corte e una sciarpa grigia regalatami anni fa da una mia carissima amica.


3. 3 cose che hai fatto stanotte, ieri e oggi

Stanotte, non so voi, credo di aver decisamente dormito.
Ieri, tra le altre cose, ho anche lavorato a maglia uno scaldacollo grigio, da regalare ad un amico che vedrò la prossima settimana a Milano.
Oggi, se c'è una cosa che sicuramente farò, è lavorare.


4. 2 cose che hai mangiato
Stamattina fette biscottate con marmellata di frutti esotici del commercio equo e solidale; prima di pranzo, una noce brasiliana (le adoro).


5. 2 persone a cui hai telefonato oggi
Per ora una soltanto, la mia amica Rosalia, per avere una consulenza gastronomico-culinaria (pasta con le cime di rapa).
Prevedo una telefonata più tardi alla momma.


6. 2 cose che farai oggi
La pausa per la consueta tazza di tè verde intorno alle cinque e mezzo e forse una visita in erboristeria per rifornirmi di Yogi Tea.


7. 3 bibite preferite
Prima tra tutte l'acqua, di rubinetto, possibilmente fresca.
Poi il tè.
Infine, in dosi omeopaticissime, il chinotto.


8. 3 cose che desideri intensamente

Che le persone che amo siano felici e serene.
Che io riesca finalmente a capire che cosa voglio fare da grande.
Essere sempre e comunque me stessa, nel bene e nel male.
(Baro, ma devo assolutamente aggiungerne una quarta, futile ma per me, al momento, motivo di ossessione: la vetrinetta Granemo, che all'Ikea di Firenze, per qualche oscura volontà del fato, non esiste).

A questo punto dovrei passare la palla a 4 persone.

Premettendo ovviamente che sono assolutamente libere di rifiutarsi di giocare con me (e sarà forse, allora, la vendetta tardiva del su citato Danilo, schifato quella mattina di giugno di tanti anni fa sulla spiaggia perché giudicato brutto e un po' rompiballe) e ammesso che leggano questo mio invito, vorrei coinvolgere

Artemisia di AAA
T di T-time
Rossella di Holynow
Titti di Tittirossa

che ringrazio fin da ora, nel caso in cui invece risponderanno sì.

Enjoy!

sabato 7 novembre 2009

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson

Nel sito della casa editrice che ha pubblicato questo romanzo e sul risvolto di copertina ho visto scritto: una delle più esilaranti e tenere commedie inglesi mai scritte.

Ora, una frase del genere io potrei associarla, che so, a The Importance of Being Earnest di Oscar Wilde, oppure a Three Men in a Boat di Jerome K. Jerome (che non ho letto, mea culpa; ma mi baso sulla fama del libro e sulle risate incontenibili che la sua lettura ha saputo strappare alla Spia, persona che più volte ho descritto come discreta nelle sue manifestazioni e refrattaria ad eccessivi e scomposti entusiasmi, a meno che non si parli di un piatto di spaghettini al pomodoro), o ancora al meraviglioso My family and Other Animals di Gerald Durrell, da leggere e rileggere ad oltranza.

Non certo a Un giorno di gloria per Miss Pettigrew.

Io capisco che una casa editrice generalmente sofisticata come Neri Pozza non possa decidere di pubblicare un romanzo che, tolte le chiacchiere che se ne sono fatte, è fondamentalmente un Harmony (vi ricordate? quei romanzetti rosa pubblicati praticamente su carta igienica dove il lui e la lei, entrambi bellissimi e fighissimi, all'inizio si odiano, poi si amano alla follia ma non si capiscono, infine, quando tutto sembra compromesso, si ritrovano e vivono per sempre felici e contenti e che, insieme alle mie sorelle, leggevo avidamente d'estate quando avevo 10 anni), senza cercare di intortarci su parlando di capolavoro di sofisticato umorismo (secondo nientepopodimeno che il Guardian).

Che il libro sia stato pubblicato nel 1938 si sente, e molto. Non so se sia stata una precisa scelta editoriale quella di mantenere ed enfatizzare questo suo essere datato, probabilmente sì. Lo spero.

L'ambiente tratteggiato è quello della bella vita nella Londra degli anni '30, dove le donne sono tutte sofisticatissime e vestono solo abiti impalpabili di seta e gli uomini sono tutti aitanti, dallo sguardo intenso, la mascella volitiva, i capelli folti, la voce imperiosa (e già questa assoluta uniformità e piattezza la dice lunga sulla leziosità del romanzo).
Insieme, questi uomini e queste donne non fanno che passare da una festa a un night club, perennemente tracannando liquori e champagne o fumando sigarette, intessendo flirt e intrighi amorosi che l'autrice vorrebbe farci passare per appassionati e appassionanti e che invece risultano (almeno a me) assolutamente insignificanti e privi di succo e soprattutto sentimento.
Il tutto ad orari impossibili.

In questo ambiente vacuo, splendido e vagamente immorale, la Miss Pettigrew del titolo c'entra come un cavolo a merenda. Più bambinaia che istitutrice, appena quarantenne ma già sfiorita da una vita segnata dalle privazioni, dalle umiliazioni e dalla più totale mancanza della più piccola gioia, avviata ad una mezza età solitaria, squallida e sacrificata, per un banale equivoco Miss Pettigrew si ritrova catapultata in una serie di avventure tanto eccitanti per lei quanto inverosimili e noiose per il lettore.

Il messaggio che Winifred Watson ha voluto veicolare attraverso la sua Miss Pettigrew è ovviamente quello che nella vita non si può mai dire, che esiste sempre un'occasione di riscatto e di salvezza per tutti, che basta un attimo perché anche l'esistenza più triste e apparentemente priva del benché minimo barlume di grazia trovi la sua redenzione e, anzi, addirittura la sua gloria, che bisogna non perdere mai la speranza e mantenersi disponibili, aperti al cambiamento e all'amore.

Messaggio indubbiamente condivisibile. Non originalissimo, ne convengo, ma a me particolarmente caro.

Che però una donna tanto incolore, insipida e banale come Miss Pettigrew (perché è così che la Watson ce la presenta) possa, nel giro di 24 ore, trasformarsi in una signora dall'aspetto sofisticato, fare innamorare di sé un aitante e maturo miliardario e diventare una sorta di guru di un gruppo di fanciulli e fanciulle ricchissimi, sofisticati e spregiudicati (che però sono in realtà dei bravissimi e delle bravissime ragazze, ovviamente, a parte il cattivo-cattivo, che invece è non solo cattivo ma anche un codardo) che sono ipnotizzati dal suo buon senso piccolo-borghese e la considerano, non si sa bene in base a cosa, una sorta di oracolo umano, ha davvero dell'incredibile.

Io non ho niente in contrario alle storie fantastiche o inverosimili. Non sono una forzata del realismo, della verosimiglianza, del documentaristico. Le storie possono anche essere assurde, bizzarre e improponibili.
Ma i personaggi pretendo siano credibili, umani, veri. Voglio che mi parlino, che prendano corpo e voce, che diventino tanto reali da sentirne quasi il peso sul letto su cui sono sdraiata a leggere la loro storia. Non importa che vengano da un'altra epoca, da paesi dove non sono mai stata e di cui non so nulla, che parlino una lingua che non so nemmeno che suono abbia. Non importa, al limite, che vengano da mondi addirittura inesistenti, da un passato remotissimo e senza testimoni o da un futuro solo immaginato. Devono essere vivi e veri e vibranti di umanità.

Le fanciulle divine e alla moda, i maschi virili e bellocci di Winifred Watson, ed anche la più modesta e apparentemente più reale Miss Pettigrew, sono solo manichini: dalle loro bocche non esce una parola che mi suoni vera e autentica. Delle loro vite, non una sola azione, né un solo episodio, mi appare credibile e mi emoziona.

Peccato.



Winifred Watson, Un giorno di gloria per Miss Pettigrew, traduzione di Isabella Zani, Neri Pozza 2008.

martedì 3 novembre 2009

Dell'apparenza, di passioni colpevoli e segrete, dell'amicizia e di una torta di cipolle


Quante volte ci siamo sentiti dire 'L'apparenza inganna'?
E quante altre l'abbiamo detto noi, magari agitando l'indice stile maestrina, o scoccando al nostro interlocutore uno di quegli sguardi che dicono 'Ascolta me che sulla vita ne so a pacchi'?

Pure, viviamo in un mondo in cui l'apparenza è tenuta in così alta considerazione che, sebbene a parole ne si condanni il culto, in realtà (proprio obbedendo alle sue leggi), le si sacrifica spesso e volentieri la sostanza, la verità, la sincerità.

Chi tra di noi può affermare, in perfetta buona fede, di fregarsene altamente di come appare agli altri? Quante persone conoscete che davvero vivono non curandosi del proprio aspetto, ma concentrandosi esclusivamente sulla propria 'sostanza', per così dire? Quanto vi preoccupate, voi, di quanto gli altri pensano siate magri/grassi/alti/bassi/belli/brutti/eleganti/sciatti?

Ma non bisogna limitarsi a questa sola dimensione della questione.
L'apparenza non riguarda soltanto l'aspetto fisico di una persona, ma anche quanto intelligente o sensibile o efficiente o ironica o quant'altro vuole apparire. Si può essere preoccupati di non sembrare abbastanza colti o fighi, trasgressivi o rispettabili, simpatici o inquieti, comprensivi o tolleranti. Esiste una gamma pressoché infinita di caratteristiche che si può voler far pensare agli altri di possedere.

Personalmente, conosco ben poche persone che si presentano esattamente per quello che sono, che non costruiscono (consapevolmente o no) nessun personaggio intorno a loro stesse, esaltando alcuni lati del loro carattere, rimuovendone ed occultandone altri, minimizzandone altri ancora.

Io, di certo, non faccio parte della categoria. Benché da tempo mi riprometta di vivere il più possibile aderendo a quella che sento essere la mia vera 'essenza' (che però è spesso in movimento e cambia e si modifica un poco a seconda delle esperienze che nel frattempo faccio e delle persone che incrociano la mia strada, o meglio, si mette gradualmente sempre più a fuoco, divenendo sempre più chiara e dunque apparendo a volte leggermente diversa da quella che appariva anche solo un'ora fa), confesso che molte sono le volte in cui darle voce mi imbarazza, mi mette in difficoltà, mi crea problemi.

Per esempio, come dire a qualcuno che ti ha appena regalato un oggetto che tu reputi mostruoso e che sai già non potrai assolutamente tenerti in casa, pena un attacco fulmineo di squallore che ti getterà in abissi di sconforto e prostrazione ogniqualvolta gli occhi ti ci cadranno sopra, che, grazie molte del regalo, ma quella cosa lì tu non la vuoi tenere, anzi, non la PUOI tenere?

Io non sono mai stata in grado di dire una cosa del genere. In passato, ritenevo fuori discussione anche solo disfarmi dell'oggetto in questione, sentendomi tremendamente in colpa per il solo fatto di non averlo trovato di mio gusto.

Negli anni (complici anche quattro traslochi in poco più di otto anni e dunque l'esigenza di fare periodicamente un bel repulisti), sono giunta invece ad una sorta di compromesso per me assai soddisfacente. Ringrazio molto la persona che mi ha fatto omaggio della mostruosità, poi, in un esercizio sempre molto utile in generale, mi concentro sui lati positivi della suddetta mostruosità (magari anche solo sul colore, e se non si salva nemmeno quello sul materiale, e se anche quello è da buttar via 'la butto in caciara', come si dice a Roma, vale a dire che cerco di trarne spunto per rimbambire l'altra persona di chiacchiere e non farle capire che il suo dono mi ha letteralmente lasciata basita). Infine, appena posso, serenamente e senza alcun complesso e senso di colpa, me ne disfo: lo do a qualcun altro, in genere, ché il mondo è bello perché è vario (e ce ne dimentichiamo troppo spesso), e ciò che io trovo repellente o squallido può davvero mandare in visibilio un'altra persona. Annullo i sensi di colpa perché in cuor mio e a parole ho davvero ringraziato chi mi ha fatto il regalo, dunque non rifiuto il pensiero, non rifiuto il sentimento che è dietro il dono, anzi, lo onoro e me ne sento onorata. Rifiuto l'oggetto, di cui non ho bisogno, che non apprezzo, e lo rimetto in circolo.

Da qui a dire all'altra persona 'Sai, la cosa che mi hai regalato la trovo davvero repellente, però ho apprezzato moltissimo il pensiero e l'attenzione nei miei confronti che hai voluto esprimermi tanto gentilmente attraverso di esso; ho apprezzato talmente tanto e ne sono stata talmente felice che ho voluto dare questa gioia a qualcun altro e il tuo regalo l'ho dato a Tizio, che ne è stato entusiasta', ce ne vuole. Infatti questo secondo passaggio in genere non lo faccio mai. Ma spesso non c'è bisogno di renderne partecipe 'il donatore'. Nel caso sia una persona a me intima, il problema non si pone: difficilmente ricevo regali mostruosi da chi davvero mi conosce bene; nel caso invece sia una persona con cui ho tutto sommato poca confidenza non è necessario esplicitare il concetto. E' una cosa tra me e me.

Un altro caso per me penoso di gestione del mio 'vero me', per dirla un po' alla burina, è costituito dai miei gusti gastronomici, che spesso sono di una rozzezza e di una dozzinalità che io per prima trovo sconcertanti.

Da adolescente avevo una passione colpevole per i fast food. Appena avevo due lire in tasca, scappavo nel primo McDonald's per mangiarmi un hamburger e bermi con incredibile soddisfazione un milk shake alla fragola.
Poi, ai tempi delle superiori, frequentando un liceo gremito di aristofreaks, in cui per vezzo e per moda si disdegnavano simili cibi e si andava in deliquio o per il riso integrale col tamari (se si era aristo) o per una classica rosetta con la mortadella (se si era semplicemente freaks), mai mi sarei fatta sorprendere anche solo in prossimità di un fast food, figuriamoci dentro e magari con un panino in bocca e un'espressione di beatitudine sulla faccia.

Lo dico a rischio di perdere quel po' di stima che mi sono conquistata nel tempo presso alcuni dei lettori di questo blog, ma anche in questo istante, se mi si mettesse sotto il naso uno di quegli orridi panini mosci con su quattro-semi-quattro di sesamo (per dargli un'aria vagamente salutista?) con dentro un hamburger di dubbissima origine, il cetriolino sottoaceto d'ordinanza e magari un bel ricciolo di senape, lo addenterei con un certo gusto. Oh, l'ho detto!

E poi mi piacciono i dolci un po' ignoranti, esagerati, alieni da qualsiasi concetto di sobrietà e misura. Pan di spagna farciti di etti di crema al burro, glasse spesso un dito e lucide fino alla volgarità di cioccolato fondente, montagne di panna montata, dischi di meringa sovrapposti e intervallati da strati di mousse al cioccolato. Attentati alla salute, più che dolci.

E, parlando di piatti salati, mi piace qualunque cosa abbia tra i suoi ingredienti del formaggio. Tanto, se possibile. Meglio se saporito e magari filante. A volte, benché non sia previsto nella ricetta, e anche se non c'entra niente col resto degli ingredienti, lo aggiungo io. Cerco di mantenermi nei limiti della decenza e del commestibile, ma a volte sono pericolosamente vicina al superarli.

Riguardo alla ricetta di oggi, fa parte a pieno titolo di quel genere che non si potrebbe assolutamente definire né elegante, né sofisticato, né, probabilmente, decente. Tanto per capirsi, io se fossi in voi non preparerei questo piatto la sera in cui, per la prima volta, invitate a cena a casa vostra i futuri suoceri o il capufficio e volete impressionarli. Ecco.

Se invece vi capitano tra capo e collo degli amici fraterni, di quelli con i quali escono fuori serate casalinghe all'insegna del cazzeggio e della stupidera (le mie preferite, per inciso) e coi quali in passato avete fatto gare di rutti e vacanze spericolate e hanno visto davvero il peggio - e il meglio - di voi, allora questo piatto è perfetto.

A me piace moltissimo.
Date le premesse, non dovrebbe sorprendere che questa ricetta proviene da un libro della nostra cara Nigellona, precisamente How to Be a Domestic Goddess.
Si tratta di una torta di cipolle, una supper onion pie, molto semplice, una specie di tarte tatin.
Nigella introduce la ricetta con queste parole:

Questo è proprio ciò che ho voglia di mangiare a cena quando fa buio presto e sono stanca.

Mi pare un'ottima introduzione.


per una tortiera di 24 cm di diametro

4 cipolle rosse (circa 750 gr.)
1 cucchiaio di olio d'oliva
25 gr. circa di burro
3-4 rametti di timo fresco (o 1/2 cucchiaino di timo secco)
150 gr. di formaggio grattato (nella ricetta originale è previsto il Cheddar o il Groviera; io in genere uso quello che trovo in frigo, avanzi, per lo più, ma sempre sempre sempre deve esserci una bella quantità di pecorino, che adoro, e magari un formaggio meno saporito, come l'Asiago o un formaggio vaccino)

per la pasta:
250 gr. di farina
1 cucchiaino scarso di lievito
1 cucchiaino di sale
100 ml di latte
40 gr di burro, fuso (questa volta l'ho dimenticato; l'ho fuso diligentemente nel pentolino, ma poi non l'ho aggiunto agli altri ingredienti; non mi pare che la ricetta nel complesso ne abbia risentito, anzi; dunque io quasi quasi lo eviterei tout court, una volta tanto che si può rinunciare a un po' di calorie senza compromettere irrimediabilmente l'equilibrio di una ricetta)
1 cucchiaino scarso di senape inglese in polvere
1 uovo

Preriscaldare il forno a 200°.

Pulite e tagliate le cipolle a metà; tagliate ogni metà in 4-6 spicchi.

Cuocetele in una padella in cui avrete fatto sciogliere il burro e l'olio, a fuoco medio, mescolando regolarmente, per circa 30'. Devono essere morbide, altrimenti (come ho già detto altrove) le digerirete a Pasqua.

Salatele e pepatele, aggiungete il timo, trasferitele nella tortiera e ricopritele con 50 dei 150 gr. di formaggio grattugiato.

Fate la pasta: schiaffate tutto nella coppa del robot da cucina. Quando gli ingredienti cominciano a fare la palla, tirate fuori tutto e, sul piano infarinato o su un foglio di carta da forno (se siete un po' Furio come me), con il mattarello stendete l'impasto fino a ricavare un disco poco più grande della tortiera. Adagiatelo sulle cipolle e sul formaggio, rimboccatene i bordi, così da 'sigillare' le cipolle.

Mettete in forno per 15', poi abbassate la temperatura a 180° e fate cuocere per altri 10': la pasta sarà dorata e croccante.

Tirate fuori dal forno, aspettate un paio di minuti, poi, con disinvoltura e sprezzo del pericolo, rovesciate la torta su un piatto da portata.

Servite e mangiate, condividendo con i vostri commensali qualche vostro orrendo e imbarazzante segreto (o meglio, quello che voi reputate essere un vostro orrendo e imbarazzante segreto; fa una bella differenza). Quando eravate piccole eravate innamorate di Sandro Giacobbe? Vi piacerebbe ancora andare in giro con le spalline sotto i maglioni come negli infausti anni ottanta ma non avete il coraggio di dirlo a nessuno? (oddio, questo è davvero molto grave).
Con questa torta di cipolle nello stomaco sarà un gioco da ragazzi liberarvi di questi pesi e confessare i vostri torbidi segreti agli amici.
Che vi amano esattamente per quello che siete, passione per Sandro Giacobbe e spalline stile Mazinga compresa.

Enjoy!

sabato 31 ottobre 2009

Non avevo capito niente di Diego De Silva

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che ha da poco superato i 40.
Ha un divorzio alle spalle, con Nives, che fa la psicologa e lo psicoanalizza ogni due per tre, facendolo sempre sentire inadeguato e idiota, con cui ogni tanto, però, finisce a letto.

Ha due figli, Alfredo e Alagia (figlia di Nives con un altro uomo) che ama con appassionato pudore.
Alfredo ha 15 anni, è mingherlino e intelligente e porta avanti da un po' una sua personale indagine sulla microcriminalità. Ogni volta che in strada vede scippare una vecchia o pestare qualcuno o rubare un motorino, si avvicina al delinquente e cerca di intervistarlo. Non ha paura, perché, dice lui, le cose, quando ci vai vicino, sono sempre meno peggio di come le raccontano.
Ovviamente finisce sempre per farsi pestare a sangue. Il che non gli impedisce di continuare nella sua indagine.

Alagia è all'università e con Vincenzo si incontra all'aeroporto per mangiare di nascosto degli orridi cheeseburger (che solo al fast food dell'aeroporto fanno come Cristo comanda, belli unti e malsani), in modo che Nives, fissata con l'alimentazione salutista, non lo venga a sapere.

Vincenzo viene scelto dalla camorra per difendere Mimmo o' Burzone, uno di quei tanti che fanno parte della manovalanza camorrista, un operaio specializzato, per così dire, che si occupa di far sparire i cadaveri di quanti hanno dato fastidio. Li fa a pezzi nel suo garage, li mette in grosse borse (da qui il soprannome) e poi va in giro per le campagne a sotterrarne una mano lì, un piede là.

Dopo aver cercato di esimersi, Vincenzo alla fine accetta, quasi suo malgrado, quasi senza accorgersene. Per questo, per tutto il romanzo avrà alla calcagna Tricarico, un energumeno alto un metro e mezzo con le braccia da orango e una forza sovrumana, che un po' lo controlla un po' gli fa da angelo custode, pestando chiunque venga ritenuto disturbare o importunare il suo protetto.

Vincenzo ha una collega, Alessandra Persiano, una bellissima donna (che come tutte le belle donne sa un po' di frutta) che tra tutti quelli che le fanno le bave dietro, sceglie proprio lui e se ne innamora.

Perché Vincenzo è il tipico antieroe, tendenzialmente un po' sfigato: guadagna poco, non ha fatto carriera, è stato mollato dalla moglie, insomma ce l'avrebbe tutte per passare non solo inosservato, ma anche per essere girato alla larga da una donna.
Invece, come molte donne sanno, questo tipo di uomo, se ha anche senso dell'umorismo, una spiccata tendenza a filosofeggiare un po' su tutto (dalle fasi dell'amore alla musica rock, da Alone, again di Gilbert O'Sullivan all'arredamento tipico di certi bar della camorra), un'insopprimibile tenerezza nei confronti dei veri deboli e un'altrettanto insopprimibile indignazione nei confronti dei falsi potenti e degli arroganti e non ha paura di mostrarsi un po' Paperino, è un richiamo irresistibile per una buona parte del genere femminile.

Se è anche un impulsivo che agisce spesso seguendo solo l'intuito e la passione del momento, certi slanci forti di generosità anche un po' suicida, la frittata è fatta. Di un uomo così ci si innamora, eccome.

Io, per lo meno, me ne sono innamorata. Anche se Vincenzo Malinconico è un personaggio di carta, come non ci si può innamorare di uno che dice cose del genere?
Leggete:

Non so perché quando accendo la tv di mattina metto sempre il notiziario di Canale 5. Io lo odio, il notiziario di Canale 5. Soprattutto la sigla. Quella sigla tremenda che pare fatta per ricordarti le cose terribili che succedono là fuori. Secondo me la musica catastrofica del notiziario mattutino di Canale 5 è studiata per farvi venire paura di uscire, così puoi rimanere a casa a guardare i programmi di Canale 5.

Non sopporto le persone che rispondono a monosillabi e poi non dicono più una fetente di parola. Roba che, dopo un po' che quel silenzio di merda ristagna fra te e loro, ti viene voglia di dirgli: "Ehi, vaffanculo".

Alle parole a volte pacate, a volte frementi di sana incazzatura di Vincenzo Malinconico, De Silva affida anche una bella analisi del fenomeno della camorra. Dietro l'ironia, il gusto per il paradosso e la leggerezza con cui è porta questa riflessione, si legge benissimo la malinconica, stanca tristezza che un campano deve provare per come sono state ridotte la sua terra e la sua gente.

Prendiamo uno degli aspetti più noti della gestione del potere camorristico: il controllo del territorio. Fino a qualche anno fa era impensabile morire ammazzati per un telefonino, o per quattro soldi prelevati dieci minuti prima a un bancomat. La vigenza rigorosa di un sistema normativo occulto, che non consentiva il compimento di alcun atto delinquenziale al di fuori di quelli previsti o specificamente autorizzati dalla camorra, era una condizione imprescindibile dell'esercizio del suo potere.
Oggi, per le strade, scorrazza una criminalità indistinta, genericamente camorristica, sostanzialmente irresponsabile, che pratica una violenza assolutamente sperequata rispetto ai suoi obiettivi delinquenziali. E tu puoi venire sparato per una rapina da quattro soldi, o perché hai reagito alla provocazione di un bulletto esaltato in cerca di rogne, o semplicemente perché hai avuto il torto di guardare qualcuno in un modo che ha capito solo lui.
Al che uno si domanda: dov'è la camorra? Perché non interviene? Ha trasferito altrove i suoi interessi? Il territorio ha smesso di importarle? Dov'è che esercita adesso?
Se la camorra non può essere sconfitta, liberi almeno la cittadinanza dalla barbarie della criminalità disorganizzata. Non abbandoni le sue vittime. Che torni in trincea, rendendo praticabili le strade.
Vogliamo una camorra sostenibile.

Fatevi un regalo, uno di questi giorni.
Leggetevi questo libro.
Innamoratevi anche voi di Vincenzo Malinconico.



Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi 2007.


domenica 25 ottobre 2009

L'amico delle donne di Diego Marani

Ho letto recensioni contrastanti su questo ultimo romanzo di Diego Marani.
Alcune, scritte da donne, molto molto critiche. Altre, scritte per lo più da uomini, molto più generose (e la cosa, di per sé, mi sembra già molto interessante. Un giorno che ho più tempo mi riprometto di rifletterci per benino).

Quanto a me, sinceramente non so bene che cosa pensarne. E' un libro che mi ha suscitato molte riflessioni, senz'altro, ma dalla lettura per me assai poco amena e che ho trovato, a tratti, di una pesantezza micidiale e indigesta.

Comincio col dire, forse contraddicendomi, che Diego Marani mi fa simpatia; prima di tutto uno che si inventa una lingua nuova, l'europanto, con il quale ha tenuto per anni una rubrica su un giornale svizzero, non può non starmi simpatico.
Poi perché è nato a Ferrara, e a me quelli che sono nati in Emilia (ma anche in Romagna) mi stanno simpatici d'ufficio.
Hanno quasi sempre, oltre a quella parlata irresistibile, quei bei faccioni sereni, quell'atteggiamento benevolo nei confronti della vita e del prossimo, eppure sono anche persone spesso capaci di appassionati slanci, utopistici e ideali.
E' un'immagine oleografica e pittoresca, lo so. Ci saranno anche rispettabilissimi figli 'ntrocchia tra quei simpaticoni, non lo metto in dubbio (io, però, non ne ho mai incontrati, a dire il vero). E' fatale. E' la vita.
Ma per me gli emiliani e i romagnoli sono tutti così: bonari, bendisposti, sempre pronti a risolver tutto con uno gnocco fritto o un piatto di tortelli e ad offrire con generosità un bicchiere di Lambrusco.

Per tornare al romanzo, penso che la sua cifra caratteristica sia lo squallore.
Non quello morale che pure ho visto attribuire al protagonista, in molte di quelle recensioni femminili cui accennavo all'inizio. Lo squallore in generale.
Ambientato a Trieste, città che credo chiunque potrebbe definire in molti modi, ma che si potrebbe difficilmente caratterizzare come 'squallida', il romanzo riesce nell'impresa di presentarcene gli aspetti meno romantici e attraenti, introducendoci in case semi fatiscenti, coi muri offesi dall'umidità, i mobili velati di polvere, le cucine in cui muffiscono strofinacci e spugnette per i piatti e portandoci in strade periferiche e ingrigite da una sonnolenta malinconia.

Il protagonista di questo romanzo si chiama Ernesto e quella Trieste tanto triste e sottotono in cui si muove è il suo, se così si può dire, correlativo oggettivo.
Ernesto è professore in un liceo e conduce un'esistenza opaca e tutto sommato solitaria.
E' un uomo ossessionato dalle donne. Non riesce a vivere senza di loro, senza il brivido che gli dà l'innamorarsene e il conquistarle. Per farlo, si ingegna, attinge ad ogni sua risorsa: inventa gentilezze, premure, attenzioni che ogni donna vorrebbe vedersi riservate; crea, ogni volta, un Ernesto nuovo, un personaggio fittizio, fatto su misura per la donna di turno.

Non è mai diretto nei suoi approcci, Ernesto. La prende alla larga, si insinua piano piano nel cuore delle sue donne: le studia, le osserva, ne memorizza gusti, simpatie, idiosincrasie, ne diventa amico, ne conquista la fiducia, le lusinga, le fa sentire speciali, uniche, dee, le ubriaca di attenzioni, fa loro intravedere paradisi di romanticismo e delicatezze, sempre mantenendosi corretto, rispettoso, mai volgare, mai rapace.
Le porta quasi all'esasperazione, con il suo modo di fare la corte al tempo stesso esplicito e sfuggente; sono quasi sempre loro che alla fine gli si buttano addosso. Quello è il suo momento di trionfo: quando la donna del momento, vagheggiata fino allo spasimo e alla demenza, 'circuita' con garbata tenacia, infine si arrende all'assedio, anzi, si lancia direttamente dalle mura della città tra le braccia del suo implacabile e appassionato assediante.

Ma subito dopo, appena le ha fatte sue, altrettanto alla larga, Ernesto le sue donne comincia ad abbandonarle. E qui, alcune recensioni femminili hanno detto di lui peste e corna: è uno sfruttatore, una sanguisuga, uno squallido sciupafemmine; insomma, uno di quei figuri un po' tristi, un po' criminali, che quasi tutte le donne, almeno una volta nella vita, si sono trovate di fronte e dai quali, più spesso di quanto avrebbero voluto, si sono fatte anche portare in giro, magari per un bel po'.

Io non credo sia questo il punto. Ernesto non è un conquistatore seriale, se così si può dire; non è un narcisista, un egocentrico, e nemmeno un eterno Peter Pan. Non è uno squalo sempre alla ricerca di una nuova preda, di carne fresca da straziare. Non è un forzato della conquista, un Don Giovanni di provincia che si vanta del proprio carniere.

E' un uomo solo, incapace di entrare realmente in contatto con se stesso e con il mondo. Non è che si stufi delle donne perché alla fin fine lo annoiano o lo deludono.
E' solo che non è capace di appassionarsi realmente a nulla: non al suo lavoro, non ai suoi studenti, nemmeno a quelle donne che, pure, per qualche mese, quelli in cui egli cerca di conquistarle, riescono a fargli vivere gli stati estremi del desiderio, dello struggimento, della poesia.

Non so capire se Ernesto si appassioni solo a se stesso.
Forse sì, forse è questa la sua unica, grande, infinita, vera storia d'amore e, se si innamora, si innamora solo del suo modo appassionato e fasullo di innamorarsi, di quell'Ernesto cavaliere delle fiabe, gentile e insieme ardito, cortese e trepidante come un trovatore provenzale, creatura fittizia che induce le sue donne a credere reale e nella cui esistenza, alla fine, crede anche lui, come un'illusionista che finisca per incantare anche se stesso, oltre agli spettatori.
O forse no, ché alla fine queste donne si riprendono, tornano alla vita, vanno avanti, si vogliono bene; mentre lui, invece, rimane sempre ostaggio delle proprie fantasie, scollate dalla realtà, si nega alla vita e all'amore, dunque non si vuole bene, non si ama e non si piace.

Delle uniche due donne che in fondo gli sfuggono e si sottraggono al suo abbraccio avvolgente e al suo lento ma inesorabile ritrarsi, la giovanissima Lucia (con cui pure ha un'appassionata e torrida relazione sessuale) e la slovena Jasna (che si fa brancicare un po' sui sedili posteriori di una corriera solo per aiutare il suo fidanzato carrozziere cui Ernesto porta, di contrabbando, alcuni fanali di auto [tanto per parlare di squallore...]), Ernesto fa in fondo un'unica donna, alla quale infatti manda la stessa identica lettera, in duplice copia, nella quale scrive, con accenti ispirati e malinconica mestizia, di quella vita che insieme avrebbero potuto avere e non hanno avuto, di quell'amore bello e immortale, appena intravisto, che avrebbe potuto unirli e non li ha uniti.

Una storia trita e ritrita, insomma, già vista e sentita infinite volte, da tutti noi.
E molto triste.


Diego Marani, L'amico delle donne, Bompiani 2008.

giovedì 22 ottobre 2009

Di biblioteche e ricerche, della contorta mentalità femminile e dell'ennesima torta al cioccolato



Chi mi conosce sa molto bene che in questo periodo sto traducendo un libro che mi crea un po' di problemi (me ne lamento in continuazione stile piaga, per dirla tutta).

Non entrerò nei particolari (sono tediosi); mi limiterò a dire che è un libro scritto dolorosamente male, cui sto cercando di restituire un minimo di grazia e che, trattandosi di un'opera con velleità accademiche, e dunque traboccante di citazioni tratte da ogni genere di testo (con una predilezione per astrusi trattati di argomento esoterico risalenti, per lo più, al periodo ellenistico; tanto per darvi un'idea di quanto mi stia divertendo), mi costringe a recarmi più spesso di quanto vorrei alla Biblioteca Nazionale e a trascorrerci dentro intere mattinate.

Anche perché l'autore del suddetto libro (o, più probabilmente, il redattore incaricato di seguirne la pubblicazione per la casa editrice inglese per i cui tipi è uscito) non si è premurato di verificare un'ultima volta la correttezza dei molteplici rimandi bibliografici, dunque confonde, come se niente fosse, gli Annali di Tacito con le sue Storie (ma sì, che differenza fa?!), tanto per dirne una, e mi manda ai pazzi facendomi cercare ciò che devo cercare lì dove è sicuro che io non possa trovarlo, perché in realtà è da un'altra parte.
Disorientati? Bene, è come mi sento io.

Credo di non aver mai perso tanto tempo come in questi giorni, se si escludono i mesi che anni e anni fa trascorsi, sempre alla Biblioteca Nazionale (ma di Roma), per la mia laurea, alla ricerca di orridi libri sull'emigrazione femminile.

Non so per quale motivo queste grandi biblioteche abbiano sempre delle regole cervellotiche che disciplinano il prestito e la consultazione in modi che dovrebbero, in teoria, favorire entrambe le parti in causa (i bibliotecari e gli utenti) e che invece a entrambe finiscono per far venire un esaurimento nervoso.

Come che sia, da quella bolgia dantesca non riesco ad andarmene mai prima dell'ora di pranzo. Per fortuna la Biblioteca non è lontana da casa. Il tempo di avvertire per telefono la Spia che tra qualche minuto sarò di ritorno e sono già lì.

La Spia, che è un uomo gentile e tendenzialmente alieno da certe perversioni del pensiero machista per cui un vero uomo non entra in cucina se non per aprire il frigorifero e ingurgitare qualcosa, ieri ha pensato bene di farmi trovare il pranzo pronto. E non un pranzo qualsiasi: gnocchi.

Se non che, qualcosa è andato terribilmente storto. Quando sono entrata in casa e l'ho salutato, ho sentito provenire dalla cucina un grugnito poco rassicurante.
L'ho trovato sull'orlo di una crisi isterica, in una cucina letteralmente devastata, con gnocchi attaccati sugli occhiali, sulle sopracciglia e sul maglione (oltre che su quasi qualunque superficie lì intorno), a bofonchiare improperi: ci ho messo almeno un paio di minuti per capire che ce l'aveva con chi ci aveva venduto le patate: lo aveva rassicurato, a suo tempo, che fossero adatte per fare gli gnocchi.

'Adatte per attaccare i manifesti per le strade!' sbuffava la Spia.
In effetti, quell'ammasso colloso e bozziforme che, nell'attesa di essere calato nell'acqua bollente, faceva bella mostra di sé un po' ovunque, tutto sembrava tranne che degli gnocchi.
La Spia mi ha raccontato la sua odissea, di come avesse perso più di un'ora cercando di far assumere a quell'impasto appiccicoso una parvenza di consistenza e di come, per farlo, avesse finito per usare circa mezzo chilo di farina per quattro etti di patate (!).

'Saranno immangiabili!', tuonava in preda alla disperazione.
La mia Spia io la conosco bene e so che non c'è niente di meglio, per rabbonirlo in simili situazioni, che compatirlo un po'.
Qualche minuto di 'Povera Spia, lo fanno arrabbiare, ce l'hanno tutti con lui' ed eravamo entrambi impegnati a salvare il salvabile, facendoci finanche dell'umorismo (con cautela, sempre con cautela, ché ci vuole un attimo a ripiombare nel dramma).

C'è stato un altro momento di crisi quando, osservando i primi gnocchi riemersi dall'acqua, la Spia si è fatto prendere dallo sconforto notando che non c'era traccia del 'ricciolino' (che aveva impiegato tanto tempo a creare con la forchetta su ogni singolo grumo di impasto); ma l'abbiamo superato, concentrandoci invece sul sugo di pomodoro fresco, che pareva assai promettente.

In definitiva, posso affermare con tranquillità che quella cosa che abbiamo mangiato ieri a pranzo non era affatto malvagia.
Che non fossero degli gnocchi di patate era fuori discussione, ma qualunque cosa fosse, con quel buon sugo di pomodoro e un'abbondante dose di pecorino, si è fatto mangiare con piacere.

Nel pomeriggio, volendo risarcire la povera Spia con una crostata (me ne chiede una da qualche settimana), mi sono accorta, però, che eravamo senza farina: il famoso mezzo chilo da lui utilizzato per gli gnocchi era l'ultimo.

Dovendo dunque usare quella autolievitante, ho deciso di fare la torta che effettivamente avevo già pensato di fare da un po', e che avrei comunque trovato il modo di fare, benché avessi promesso da tempo alla Spia di fargli la crostata (sembra complicato e cervellotico, ma è solo il modo in cui, qualche volta, noi donne otteniamo quello che vogliamo, facendo però finta di non volerlo ottenere).

E dunque, ecco la ricetta di questo post, che non è quella degli gnocchi (sia mai), né quella della crostata, ma di una strana torta della cara Nigellona, che lei chiama store-cupboard chocolate-orange cake (vale a dire una torta di cioccolato e arancio da fare con cose che si trovano in dispensa), molto densa e profumata.

La ricetta è tratta da How To Be a Domestic Goddess

per una teglia di 20 cm. di diametro

125 gr. burro
100 gr. di cioccolato fondente
300 gr. di marmellata d'arancia (Nigellona intima di usarne una senza pezzi di buccia o polpa; io ne ho usato una proprio così, invece, e credo non sia male affatto)
150 gr. di zucchero
sale
2 uova grandi, leggermente battute
150 gr. di farina autolievitante

Preriscaldate il forno a 180°. Imburrate e infarinate lo stampo.

In un pentolino e a fuoco dolce mettete a fondere il burro.
Quando è quasi del tutto sciolto aggiungete il cioccolato a pezzi e mescolate per qualche secondo; poi spegnete il fuoco, allontanate il pentolino dal fornello e continuate a mescolare fino a quando il cioccolato e il burro non siano del tutto fusi e amalgamati.

Versateli in una ciotola, aggiungete la marmellata, lo zucchero, il sale e le uova e mescolate.

Unite la farina, un poco per volta.

Quando tutto è ben amalgamato, trasferite nella tortiera e fate cuocere per 50'-un'ora (il famoso stecchino deve uscire pulito).

Togliete la tortiera dal forno, aspettate 10', quindi liberate la torta e cospargetela di zucchero a velo.

Godetevi la riconoscenza di chi se ne vedrà offerta una fetta e ancora di più lo sconcerto che si dipingerà sul suo volto quando gli direte che dentro c'è quasi un vasetto di marmellata di arance.
Non si sa per quale motivo (o forse sì...), tutte le persone cui ho detto questa cosa hanno fatto facce stranissime e perplesse.
Il che non ha impedito loro di riservirsi di una seconda fetta, pur continuando a brontolare, un po' assenti e tra sé e sé: 'Marmellata di arance! Roba da matti!'.

Enjoy!

martedì 13 ottobre 2009

Sabato di Ian McEwan

Henry Perowne è un neurochirurgo di successo, con una splendida casa nel centro di Londra, una bella moglie della quale è innamorato come il primo giorno, una figlia ventenne amatissima (con la quale non fa altro che polemizzare) dal brillante avvenire di poetessa e un figlio diciottenne enfant prodige del blues britannico. E', insomma, un uomo fortunato, che sembra avere tutto.

Nella sua vita quieta, ma intensa e ricca di sfide e soddisfazioni professionali, tutto è ben regolato e programmato.
Il sabato mattina, che viene dopo una settimana di lavoro spesso massacrante, è dedicato alla partita settimanale di squash con l'anestesista del suo reparto.
Per non arrivare tardi a questo gradito appuntamento, il giorno in cui si svolge tutto il romanzo Perowne ha un banale incidente automobilistico, dalle conseguenze drammatiche, ma non immediate. Si intuisce che questo mortale baciato dagli dèi non se la caverà così a buon mercato (come sembra all'inizio), si capisce che prima o poi una qualche forma di nemesi lo colpirà e gli farà pagare il fio della sua vita perfetta e quasi immemore della disperazione e dello squallore del mondo che lo circonda, dominato dalla paranoia di essere sotto costante minaccia di possibili attacchi terroristici.

Per gran parte del romanzo si segue con crescente angoscia lo scorrere delle ore, in attesa di una catastrofe che però sembra non giungere mai.
Nel frattempo, McEwan vaga con il suo personaggio per le vie di Londra (e noi con lui): lo accompagna a fare la spesa per preparare, quella sera stessa, una cena sontuosa a base di pesce, durante la quale bisognerà ricucire, con tatto e diplomazia, lo strappo che è avvenuto nella relazione tra la figlia poetessa e il nonno materno, gloria della poesia nazionale, ma in crisi creativa da decenni.
Poi fa visita alla madre, Lily, che, da quando ha cominciato a dare segni di demenza senile, vive in un istituto, in una dimensione per lo più serena ma autoriferita e totalmente scollata dalla realtà.

Intanto ci si continua a preparare a qualcosa di orribile che si sa sta per accadere: la tensione sale pagina dopo pagina, ma McEwan ci tormenta con lunghe e soporifere digressioni, a volte decisamente ipertecnicistiche, descrivendoci nei minimi dettagli raccapriccianti operazioni chirurgiche, infinite partite di squash, o compiacendosi nel rendere a parole l'esecuzione di uno strascicato pezzo di blues composto dal giovane Perowne, che sembra non dover mai finire.

Poi il dramma esplode. Finalmente! si è tentati di esclamare, trionfanti, quando si arriva alla pagina in cui tutto accade. E dopo, tutto torna come prima. O forse no.

Nella vita perfetta di Perowne, dopo la deflagrazione provocata dall'irruzione della bruttura e della disperazione del mondo, lo strappo sembra ricucirsi quasi in maniera indolore, tutte le tessere tornano al loro posto ricostruendo nuovamente l'immagine della sua vita armoniosa e risolta.
Ma non è proprio così.

L'uomo che ha aperto il romanzo affacciandosi alla finestra della sua camera da letto, sulla piazza addormentata in piena notte, non è lo stesso che, di nuovo alla finestra, 24 ore dopo, fatica ad abbandonarsi al sonno dopo una giornata allucinante, che lo ha visto toccare con mano la possibilità di veder distrutta, in una frazione di secondo, la sua vita e tutto ciò che ama.

E' un uomo che finalmente, nonostante vi sia a contatto tutti i giorni, ora sa che la morte non è mai troppo lontana da noi e con essa la disperazione e il male e la fragilità degli uomini, e ha capito questa verità sulla sua pelle. Quando si capisce questo, quando veramente si tocca con mano quanto la vita possa essere atroce e spietata e in pericolo, si esce per sempre dall'Eden, ma si incontra veramente l'uomo e, nei casi migliori, si apprende l'arte della compassione.

Il Perowne che nell'ultima riga, disfatto dal sonno e dalla stanchezza, si arrende finalmente all'oblio e alla propria mortalità, ha imparato la sua lezione.



Ian McEwan, Sabato, Einaudi 2005, traduzione di Susanna Basso.

lunedì 12 ottobre 2009

Della creatività, della conoscenza di sé e di un pane con fichi secchi e rosmarino


A parte, forse, una breve parentesi infantile, non sono mai stata una persona creativa, uno di quegli individui talentuosi che riescono a produrre qualcosa che prima non esisteva, nato dalla loro mente, dal loro mondo interiore e che porta per questo, impresso in sé, il loro personalissimo, originale e unico suggello (pur parlando, nei casi più felici, alla sensibilità di tutti).

Si badi bene, però, che all'aggettivo 'creativo' io attribuisco un significato piuttosto ampio.
Non lo applico, infatti, esclusivamente alla sfera artistica. Quando lo uso, non penso alla produzione di un dipinto, una canzone, un libro.
Non solo, quantomeno.

Creativa era, per esempio, Tiziana, un architetto conosciuto anni fa, che con gusto e genialità riusciva ad arredare una casa con materiali di scarto, che non avrebbero detto niente a nessuno e che invece, in qualche modo misterioso e felice, le 'parlavano'.

Creativa era anche Mariza, la cognata di un mio fidanzato, che da un frigorifero semideserto tirava fuori un pranzo e produceva un dessert da leccarsi i baffi partendo da un barattolo di latte condensato e alcune pesche sulla via della pensione.

Creativa è la nostra amica Francesca, che ha la capacità visionaria di capire che, con qualche piccolo ritocco, quella gonna anonima o quel golfino insignificante potrebbero diventare qualcosa di diverso, di assolutamente unico e desiderabile: un orlo più corto o più lungo, qualche ricamo lì, una perlina là e dalle sue mani escono fuori pezzi da boutique che tutti le chiedono dove ha acquistato e che le stanno benissimo (e qui si apre un discorso a me molto caro, quello su quanto bene ci si conosce e quanto bene ci si vuole; Francesca evidentemente ottiene buoni voti in entrambe le materie: si conosce, sa che cosa le piace, ha un gusto suo personale che non viene mai offuscato dalla moda o dai condizionamenti esterni, e si vuole bene abbastanza per volersi vestire come vuole, estranea a qualunque altra considerazione che non riguardi il suo benessere e il piacere che trae dall'indossare qualcosa che la rappresenta in pieno).

Ecco, inteso in questo senso, l'aggettivo 'creativo' non penso proprio mi si possa applicare.
Io sono soltanto un'onesta e discreta esecutrice.
Datemi un modello, qualcosa da copiare, una ricetta, un disegno, un maglione ed io ve lo riprodurrò, con una certa fedeltà e anche con una certa bravura, nei miei giorni più ispirati.
Ma non chiedetemi di inventare qualcosa: nella migliore delle ipotesi ne uscirà fuori qualcosa che ricorderà qualcos'altro; nella peggiore, un'assoluta schifezza.

Quel che mi manca, credo, è proprio la capacità visionaria di cui parlavo prima: la capacità, cioè, di proiettare nello spazio e nel tempo qualcosa che ancora non esiste, ma che potrebbe esistere, e di immaginarlo già esistente e reale, e che in qualche modo sento essere legata ad una fondamentale fiducia nella perfettibilità del mondo, a quell'atteggiamento ottimista per cui il bicchiere è sempre mezzo pieno e tutto può essere migliorato e che, forse in modo semplicistico e arbitrario, attribuisco ad un felice debutto sul palcoscenico della vita.

Anni fa, riconoscere di non possedere questa qualità mi avrebbe addolorata molto.
Per molto tempo, in gioventù, ho coltivato infatti (tra le tante altre!) la fantasia di essere una persona creativa.
Adesso, invece, complice l'età e (si spera) una maggiore conoscenza di me stessa, accetto questo dato di fatto con maggiore serenità.
E mi godo l'estrosità altrui, dei cui frutti mi beo.

In cucina, certo, la creatività può anche esprimersi con piccole, piccolissime cose.
Un abbinamento cui nessuno ha mai pensato, per esempio, il caso più classico.
O anche un'associazione non particolarmente originale, ma cui TU non hai mai pensato, e che ti appare per questo un miracolo di genialità.
E in fondo lo è.

Quando penso alla creatività, mi viene sempre in mente qualcuno con cui parlavo, un pomeriggio d'estate di molti anni fa, di Andy Warhol e della sua famosa serie di dipinti dei barattoli di zuppa Campbell.

Questo qualcuno (molto più anziano di me), ne era entusiasta; mi parlava del valore liberatorio, dissacratorio che avevano quelle latte di zuppa; io (allora molto giovane), con la spocchia e l'arroganza degli ignoranti e degli inconsapevoli, sostenevo che quella non era arte.
"Chiunque avrebbe potuto fare una cosa del genere!" dicevo con vigore, "persino io potrei farlo!".
"Sì, è vero. Però nessuno ci aveva pensato prima di Warhol. TU non ci hai pensato. Lui sì", rispose conciliante e vittorioso il mio paziente interlocutore.
Fine della discussione.

Questo dialogo mi è tornato in mente qualche tempo fa, mentre preparavo questo pane/torta salata con fichi secchi e rosmarino.
Non è un abbinamento estroso e inaudito; pure, quando ho addentato la prima fetta, mi sono ricordata di ciò che mi disse quel gentile signore.
Nessuno, che io sapessi, ci aveva pensato prima.
IO, di sicuro, non ci avevo pensato.
Lei sì.


Pane con fichi secchi e rosmarino da Cakes maison di Ilona Chovancova

150 gr. di farina integrale
150 gr. di farina di farro
3 uova
25 cl. di latte fermentato (io ho usato del latte parzialmente scremato, ma si potrebbe anche optare per dello yogurt magro, o per del latte fresco al quale si sia aggiunta qualche goccia di succo di limone o di aceto)
7 cl. di olio vegetale
2 pugni di fichi secchi tagliati a dadini
1 mazzetto di rosmarino fresco, finemente tritato
sale
1 sacchetto di lievito chimico (2 cucchiaini)


Preriscaldate il forno a 180°. Imburrate e infarinate una teglia da plumcake.
Battete leggermente le uova con il latte fermentato (o lo yogurt magro) e l'olio.
Aggiungete le due farine, i fichi e il rosmarino.
Salate, mescolate, incorporate delicatamente il lievito, versate nella teglia.
Lasciate cuocere per circa 50', poi fate raffreddare su una gratella.

La cosa brutta di questo pane è che si può mangiare con quasi qualunque cosa.
Affettati e formaggi sono i primi abbinamenti che mi vengono in mente.
Insalate, verdure e qualche zuppa sono valide alternative.
Ma penso anche a del semplice burro (e per i più audaci e dadaisti anche qualche marmellata?).
E poi, ovviamente, il modo migliore (almeno per me): da solo, da mangiare in piedi, in cucina, guardando fuori dalla finestra il grande abete nel cortile, che scuote pazientemente la sua cima, a volte a gentile rimprovero, altre ad affettuoso incoraggiamento.

Enjoy!

martedì 6 ottobre 2009

Io avevo paura di Virginia Woolf di Richard Kennedy


Questo di Richard Kennedy (in Inghilterra notissimo illustratore di libri per ragazzi, morto nel 1989) è un agile libretto che si legge in un batter d'occhio.

Se vi si cercano tracce sostanziose di Virginia Woolf, se ne resta però delusi.
La scrittrice appare, sì, ogni tanto; quasi sempre di sfuggita, in brevi flash, sotto forma di una risata argentina, un moto di nervosismo, una battuta salace pronunciata ad uno dei ricevimenti cui amava tanto partecipare.

Il 16enne Kennedy, inesperto e molto lontano per educazione e temperamento dall'atmosfera cerebrale e sofisticata del circolo di Bloomsbury, in quei quattro anni in cui lavorò come 'factotum totemico più che reale' (come gli disse un bizzarro personaggio che era transitato, anche lui, per lo scantinato umido e maleodorante in cui erano i locali della Hogarth Press) collezionò molteplici gaffes, dando prova di assoluta ingenuità intellettuale, ma non mancava di spirito di osservazione.
Della Woolf, ad un certo punto, scrive: "Credo che sia piuttosto crudele, nonostante quel modo di guardarti gentile e un po' sognante". Impressione azzeccata, come sa chi ha letto decine di biografie su di lei (e il suo epistolario e parte dei suoi diari, una miniera a volte di tremende cattiverie e pettegolezzi velenosissimi su amici e conoscenti).

Molto gustosi gli schizzi, che con pochi tratti ricostruiscono fisionomie, atmosfere e ambienti che a me, dopo anni di 'frequentazione' del mondo di Virginia Woolf, sono noti e cari come se fossero ritratti di famiglia.


Richard Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf, Guanda 2009, traduzione di Alba Bariffi.

lunedì 5 ottobre 2009

Racconti d'inverno di Karen Blixen


E' un luogo comune, ma è verissimo, che Karen Blixen aveva il talento di un'affabulatrice, il fascino magnetico, antico e asessuato di chi, in una notte buia, il viso in parte illuminato dalle fiamme di un fuoco all'aperto o di un camino, racconta storie senza tempo che parlano di uomini e donne appartenenti a mondi lontani, ma le cui vicende hanno il sapore dell'atemporalità e dell'universalità dei miti.

Questa donna non bella, dal carattere difficile, che mai suscitò in chi la incontrò sentimenti tiepidi ma sempre estremi, di adorazione o di odio, narrava molte di queste storie su richiesta del suo adorato Denys Finch Hatton, durante le lunghe notti che seguivano alle raffinatissime ed eleganti cene da lei organizzate (essendo una grande cuoca e possedendo un gusto personalissimo e insieme classico per la mise en place).

Posso solo immaginare quale forza, quale fascinazione esse dovessero avere ascoltate direttamente dalla sua voce, che mi piace pensare risuonasse roca e profonda, con il suo inglese appena indurito dall'accento danese, nell'oscura, profumatissima e sussurrante notte africana.

Alcuni di questi racconti d'inverno - la cui lettura non è sicuramente facile, per il ritmo narrativo disteso e spesso sospeso, quasi immobile - sono a metà tra la fiaba e il racconto gotico, altri sono invece esempi finissimi di racconto ottocentesco, di impianto tradizionale benché percorsi da brividi e inquietudini assolutamente novecenteschi (penso al malinconico, ma anche agghiacciante, in tutti i sensi, Peter e Rosa o allo struggente Gli invincibili padroni di schiavi).

Numerose le divagazioni e le riflessioni filosofiche, sull'uomo, su Dio, sulla vita, sulla natura, condotte con il piglio e lo stile di un moralista del settecento.

Forse il mio preferito in assoluto, tra tutti questi racconti, è però Il campo del dolore, il cui solo attacco è per me una pagina di pura perfezione:

"Il basso e ondulato paesaggio danese era silenzioso e sereno, misteriosamente desto nell'ora che precede il levar del sole. Non c'era una nube nel cielo pallido, non un'ombra nel perlaceo crepuscolo che avvolgeva i prati, le colline e i boschi. La bruma si stava alzando dalle valli e dalle gole, l'aria era fresca, l'erba e le foglie stillanti di rugiada. Non guardata dagli occhi dell'uomo, e non disturbata dalla sua attività, la campagna respirava una vita senza tempo, per la quale le parole erano inadeguate".


Karen Blixen, Racconti d'inverno, Adelphi 1980, traduzione di Adriana Motti.

venerdì 2 ottobre 2009

Dei giochi dell'infanzia, di un kit di sopravvivenza e di una torta al cioccolato


Da piccola, ricordo che giocavo molto spesso da sola.
I miei due fratelli maggiori, quando io andavo alle elementari, stavano per concludere il liceo. Finito, per loro, il tempo di giocare.
Dalla sorella che mi precede mi separano tre anni, che adesso non sono niente, ma durante la mia infanzia hanno rappresentato un baratro incolmabile tra noi due. Neanche lei è stata mai la mia compagna di giochi, se non da adulta (e rendo grazie al cielo per questo).
Amici nel quartiere non ricordo di averne mai avuti fino alla prima media, quando divenni l'amichetta del cuore della mia compagna di banco, una ragazzotta ruspante e assai poco sofisticata che un mio (perfido) fidanzato avrebbe visto bene, da grande, alla fiera del croccante di qualche paese dei castelli romani, con un camioncino munito di generatore e macchina per fare lo zucchero filato.

Sono stata dunque una bambina solitaria, con una fervida, oserei dire ipertrofica, fantasia.
Non so dire se questa familiarità con la solitudine sia un bene o un male in assoluto.
La mia modesta opinione è che sia necessario, anche da bambini, abituarsi a stare da soli, purché si riesca, quando è il momento, a uscir fuori dallo spazio individuale nel quale si è abituati a vivere, per potersi concedere la meravigliosa esperienza della condivisione. La quadratura del cerchio, obietterete voi.
Non è così immediato questo passaggio, ne convengo, ma sono sempre stata fiduciosa circa la possibilità di imparare a farlo, con gli anni, l'esperienza, l'amore per gli altri e degli altri e l'amore di sé.

Nell'infanzia, i miei giochi erano quasi esclusivamente mentali e silenziosi (a casa non erano ammessi schiamazzi, urli e 'scalmanamenti').
Intrattenevo conversazioni affettuose con gli oggetti che per qualche motivo mi erano simpatici (in particolare una sediolina impagliata, divenuta poi possedimento inalienabile del gatto Nando, e la rotella nera con i manici bianchi che mia madre, subito dopo ogni gravidanza, usava per fare gli addominali la mattina) e compivo quotidianamente una serie di gesti che avrei imparato, da adulta, a classificare come gli atti scaramantici e apotropaici, dalla funzione rassicurante, tipici degli ansiosi: classici erano, tra gli altri, non camminare nel corridoio oltrepassando con il piede le giunture tra le grosse mattonelle di graniglia del pavimento e posare la tazza della colazione in modo da sovrapporla esattamente ad una macchia tondeggiante (forse una vecchia bruciatura) sul tavolo di formica verde della cucina.

Un altro gioco bellissimo era chiudermi in bagno e fare la Signorina Buonasera, l'annunciatrice della RAI: cercando di guardare il meno possibile il TV Sorrisi e Canzoni che tenevo in mano e puntando gli occhi sul portasciugamani di fronte a me, sussurravo (per non farmi sentire dagli altri) con voce impostata e un rassicurante sorriso sulle labbra i programmi televisivi della giornata.
Sempre dal bagno mi piaceva moltissimo osservare per ore la casa del Generale, un signore decrepito che viveva con la sua governante al piano terra di un'elegante palazzina dall'altra parte del cortile e passava spesso le sue giornate tra il giardino e il salotto che su quel giardino si affacciava, sempre seduto su una poltrona, le ginocchia coperte, estate come inverno, da un plaid. Ne immaginavo il passato, la famiglia (della quale non c'era traccia), le abitudini.
Nel palazzo accanto, invece, la mia casa preferita era quella di un'anziana professoressa di inglese in pensione, che ogni pomeriggio, nel suo femminilissimo studio, su una poltrona accanto ad un sécrétaire dai mille cassetti dove immaginavo, un tempo, avesse tenuto i compiti in classe dei suoi allievi, leggeva per qualche ora alla luce di una lampada con un paralume di seta rosa antico. Per lei fantasticavo un marito ormai defunto ricchissimo e galante e orde di adoratori che tentavano inutilmente di espugnare il suo algido e soddisfatto cuore di vedova.

Avevo inventato, poi, dei giochi di carattere 'linguistico': scomponevo ogni parola in blocchi sillabici da mettere in ordine alfabetico, creando così una lingua tutta mia.
Questo gioco mi piaceva moltissimo, perché gli attribuivo anche la magica capacità di farmi capire se qualcuno fosse buono o cattivo. Se il suo nome e il suo cognome, scomposti secondo le mie regole, risultavano essere già perfettamente in ordine alfabetico, la persona era indubbiamente buona, altrimenti no. Ovviamente, vi lascio immaginare in quale dei due gruppi mi inserissi io.

Non mi vergogno a dire che ancora adesso mi viene spontaneo, in certi momenti in cui sono sovrappensiero, giocare a questo gioco.
Ascoltando parlare qualcuno, posso inavvertitamente ritrovarmi a scomporre ogni singola parola che dice, finendo poi per perdere completamente il filo del suo discorso, passando, nella migliore e più benevola delle ipotesi, per una persona distratta e assente; nella peggiore, per una maleducata o una demente.

Tra gli altri miei giochi c'era (e c'è ancora) anche quello del kit di sopravvivenza.
Immaginavo di comporne uno mio, personale, con dentro tutto quello che ritenevo essenziale e fondamentale per la mia vita e il mio benessere.
Questo kit si trasformava in continuazione, seguendo puntualmente i miei innamoramenti e i miei entusiasmi e registrando, con spietata puntualità, anche i miei repentini cambiamenti di gusti.
C'è stato un periodo in cui suo elemento essenziale era la nave dei pirati dei Playmobil, insieme a un orrendo portamonete di plastica rosso di Hello Kitty e un altrettanto orrendo paio di zoccoletti di vernice bianca, compratimi (sa il cielo perché) da mia madre, ai quali ero attaccata morbosamente.
Qualche anno dopo, invece, non avrei potuto fare a meno di Camera con vista di Edward Morgan Forster, dei dischi degli Smiths, di uno zaino peruviano beige e grigio e di un paio di pantaloni neri comprati al mercatino dell'usato che portai fino allo sfinimento, fino a quando l'austera professoressa di matematica del liceo mi proibì di presentarmi in classe con indosso 'quegli stracci indecenti', pena una nota disciplinare.

Il kit di sopravvivenza non ha mai compreso solo oggetti materiali, ma anche stati d'animo, sensazioni, atmosfere, ricordi.
La visione, per esempio, di me seduta sul divano, in un pomeriggio autunnale limpido e fresco, che leggo un bel libro con una tazza di tè verde al gelsomino a portata di mano e almeno una gatta mollemente sdraiata accanto a me, ha la capacità di calmarmi istantaneamente: ha la forza del ricordo di tanti e tanti momenti simili e piacevolissimi, da me già vissuti, e dell'anticipazione di tutti quelli che verranno. La gratificazione e la consolazione sono immediate.

Negli anni, il mio kit ha avuto la tendenza a stabilizzarsi: ci sono delle cose che da tempo ne fanno parte e ne costituiscono il nucleo essenziale. Oltre, ovviamente, alle persone cui sono legata, ci sono i libri, le mie due gatte, i lavori manuali cui mi dedico, lo spazzolino elettrico e almeno un litro di latte nel frigo, dovunque io vada.

Ultimamente, si è aggiunta anche questa ricetta di torta al cioccolato.
E' facilissima e riesce sempre: basta seguire le istruzioni e non si può sbagliare, e poi anche solo una fettina ridicola lascia soddisfatti e appagati.
E' una torta che si presta a infinite varianti: può essere farcita, glassata, e all'impasto si può sicuramente aggiungere della farina di mandorle, del caffè, della frutta secca, un paio di cucchiai di liquore e via così.
Io la preferisco così com'è e se ci riesco cerco di mangiarla il giorno dopo, quando tutto il profumo del cioccolato fondente comincia a farsi sentire in modo più intenso e deciso.

da Twelve di Tessa Kiros:

per una torta di 24 cm di diametro

200 gr. di cioccolato fondente
6 cucchiai di latte
100 gr. di burro
4 uova, separate
150 gr. di zucchero
50 gr. di farina
1 cucchiaino e 1/2 di lievito

Preriscaldate il forno a 180°.
Imburrate e infarinate una teglia.
Fate fondere a bagnomaria il cioccolato insieme al latte e al burro.
Montate i 4 tuorli con lo zucchero. Unitevi il cioccolato.
Aggiungete la farina setacciata insieme al levito.
Montate a neve soffice le chiare e aggiungetele delicatamente al composto.
Infornate e fate cuocere per 35', facendo la prova stecchino.
Servite con dello zucchero a velo o con un po' di panna montata non zuccherata.

Enjoy!