
Chi capita su questo blog, una tantum o con maggiore regolarità, si sarà accorto di sicuro di alcune cose, (
"Per esempio che chi lo scrive è affetta da logorrea". L'avete sentito anche voi? Era la Spia che interloquiva dalla sala), per esempio, dicevo, che non si tratta propriamente di un blog di cucina.
Prima di tutto perché pare ormai essere una caratteristica pressoché irrinunciabile di qualsiasi blog di cucina la presenza di foto bellissime, che invece qui brillano tragicamente per la loro assenza; poi perché tutte le ricette qui presenti non sono frutto né della mia inventiva, né delle mie audaci esplorazioni gastronomiche (
"L'altra sera ero stanca morta quando sono tornata dal lavoro e aprendo il frigorifero ci ho trovato soltanto un limone muffito, un vasetto di yogurt e una crosta di formaggio. Ma pensa che ti ripensa mi è venuta l'idea per una ricettina stuzzicante e facile facile etc. etc."), ma della mia passione per i libri di cucina, che amo collezionare come altre fanciulle collezionano scarpe, borse o spasimanti (io trovo già impegnativo conservarmene uno, figuriamoci una collezione).
Altra cosa che non sarà sfuggita è che assai di rado in questi lunghissimi post è possibile imbattersi in ricette di inaudita originalità. Anzi, tanto per dirla tutta, quelle che propongo qui sono tutte straviste e strasentite. Sono quelle che faccio nella mia vita di tutti i giorni, quando ho voglia di cucinare e quando ne ho meno, quando ho il frigo straripante di cose belle appena acquistate e quando invece è quasi vuoto perché non ho voglia di andare al supermercato.
Sono le ricette di una principiante che ha cominciato a cucinare da relativamente poco tempo e che cucina soprattutto per mangiare, e poi anche perché la cosa spesso e volentieri la diverte.
Ho scritto
altrove dei miei disastrosi esordi come cuoca e delle mie deliranti e tragicomiche esperienze con il riso, anche se la prima cosa in assoluto che io abbia mai preparato per la Spia è stato un dolce.
Vivevamo insieme, da meno di un mese, nella nostra bella casina a Roma con il suo romantico giardino pensile profumato dai gelsomini rampicanti (e dai vapori di un ristorante cinese lì vicino, ma lasciamo perdere) e un pomeriggio ebbi la brillante idea di preparargli una bella merenda, in attesa che tornasse dall'ufficio.
Sapevo bene che il mio eroe ha quel che gli inglesi chiamano
a sweet tooth, vale a dire un debole per i dolci, e dunque cominciai a pensare a quale fosse quello più facile da fare, vista la mia pressoché nulla abilità in cucina.

Dopo attente riflessioni, chiamai la mia mamma e mi feci dare la ricetta del suo crumble. Anche la cuoca analfabeta che ero aveva intuito che si trattava di qualcosa alla mia portata. L'intuizione era effettivamente buona: molti anni e molti crumbles dopo, ora mi sento di dire che avevo scelto la ricetta giusta per cimentarmi per la prima volta nella preparazione di un dolce.
Segnate diligentemente dosi e procedura, mi misi all'opera, probabilmente canticchiando e sospirando, anticipando già con la fantasia il momento in cui la Spia, dopo una dura giornata di lavoro, avrebbe aperto la porta di casa e sarebbe stato accolto da un invitante e delizioso profumo di frutta e pasta frolla dorata e avrebbe pensato che di fronte a sé, con grembiulino e sorriso di ordinanza, aveva la più soave e preziosa delle donne, la sua.
Ma la faccio breve (perché avrete senz'altro capito che c'è un colpo di scena, e non dei più felici).
Forse fu colpa della smemoratissima madre, forse la responsabilità fu dell'ignorantissima figlia, nessuno lo saprà mai, ma quella cosa che alla fine uscì dal forno chiaramente non era un crumble.
Era un oggetto misterioso e inquietante come i giganti dell'Isola di Pasqua, solo più pesante.
Sopra la frutta si stendeva, infatti, uno strato compatto e granuloso, apparentemente inscalfibile, di qualcosa che aveva la consistenza e il peso specifico del cemento armato.
Ormai era troppo tardi per prepararne un altro (e poi ero già sfinita dall'ansia di prestazione per potermi dedicare ad un'altra impresa simile), dunque la Spia tornò dall'ufficio e mi trovò seduta al tavolo della cucina, con davanti quell'oggetto enigmatico e sul viso un'espressione piuttosto avvilita.
Se racconto spesso questa storia (e chiedo scusa a chi l'ha sentita più e più volte) è perché quel giorno ho capito che la Spia è un uomo con tanti difetti e manie e nevrosi - e sicuramente in numero superiore alla media - al quale spesso e volentieri ho la tentazione di spaccare un intero servizio di piatti in testa (zuppiera e salsiera comprese), ma che è anche e soprattutto un uomo gentile.
Non solo si mostrò debitamente riconoscente del pensiero amorevole che avevo avuto nei suoi confronti; non solo non si scompose di fronte all'evidente difficoltà che presentava anche solo servire quel dolce (ci volle tutta la sua forza maschia per riuscire a 'scolpire' due porzioni da quel blocco granitico); non solo riuscì a mangiarsi quel che aveva nel piatto, ma trovò anche la faccia e la voce giuste per dirmi che sì, la consistenza del
topping era effettivamente 'particolare', ma lo strato alla frutta era assolutamente delizioso, una delle cose più deliziose che avesse mai mangiato.
Per quanto mi sforzassi di credergli, non potei non giungere alla conclusione che quella roba, qualunque cosa fosse, era soprattutto una schifezza indifendibile che meritava di finire direttamente nella pattumiera. Mi dispiaceva enormemente aver per giunta sprecato farina, zucchero e burro per creare una tale mostruosità (e temevo molto che la Spia se ne dispiacesse, ché è uomo che odia gli sprechi).

A quel punto, con la sua voce pacata e gli occhi ridenti e affettuosi dietro gli occhiali, il mio eroe mi rincuorò e mi disse che non dovevo aver paura che quel crumble andasse sprecato, perché avremmo sempre potuto usarlo come fermaporta.
Lo disse con gentile, amorevole e bonaria ironia e all'inizio quasi non capii che si trattava di una battuta; mi limitai ad assentire distratta e contrita. Poi scoppiai in una di quelle risate che lasciano le persone che non mi conoscono bene (e a volte anche quelle che invece mi conoscono da una vita) piuttosto dubbiose e perplesse circa la mia sanità mentale.
Da quel giorno di dieci anni fa, preparare un crumble è per me qualcosa di più che preparare un crumble. È ritrovare quel momento, quello sguardo e quella voce. È capire che se in questa storia c'è qualcosa di realmente enigmatico e misterioso quanto i giganti dell'Isola di Pasqua non si tratta certamente di quella cosa uscita quel pomeriggio dal mio forno, ma del sentimento che periodicamente si rinnova e si rigenera, a dispetto di ogni appannamento e incertezza, e che mi lega a quest'uomo.
Ed ora basta con gli sdilinquimenti e parliamo di cose serie.
Della ricetta che segue, le dosi per il
topping sono quelle di
Home Cooking, di
Rachel Allen; per la frutta, invece, di solito non seguo una ricetta precisa e improvviso molto in base a quella che ho (è anche un ottimo modo di utilizzarne di moribonda). Costante è invece l'uso dello zucchero di canna Mascobado del commercio equo e solidale e di abbondante cannella (più altre spezie) per condirla.
Crumble di pere e mele2-3 pere (dipende dalla grandezza)2-3 mele (come sopra)3 cucchiai di zucchero Mascobado (ma assaggiate ed eventualmente aggiungetene un quarto)2 cucchiaini di cannellaun pizzico di noce moscata, pepe nero, chiodi di garofano, cardamomo in polvereper il topping:
75 gr. di burro tagliato a cubetti (tagliatelo a cubetti per davvero, anche se è un po' una rottura; vi faciliterà le cose poi)150 gr. di farina75 gr. di zucchero di canna leggero (io uso il Golden Caster del commercio equo)
[qualche altro ingrediente che in base al ghiribizzo del momento posso decidere all'ultimo minuto di aggiungere: 50 gr. di cioccolato fondente a scaglie, qualche mandorla o noce grossolanamente tagliata]

Preriscaldate il forno a 180° e imburrate appena una tortiera (io ne ho usata una rettangolare di ceramica 20 x 26).
Sbucciate e tagliate a dadi le mele e le pere. Mettetele in una terrina e conditele con lo zucchero e le spezie. Lasciatele lì per un attimo e dedicatevi al
topping.
Mettete in un'altra terrina capace la farina e il burro e cominciate a mescolarli sfregando bene con la punta dei polpastrelli. Come è ben noto non bisogna esagerare con lo sfregamento: il burro non si deve sciogliere, ma amalgamare alla farina, creando un composto che abbia la consistenza di grosse e irregolari briciole (
crumbs, appunto). Aggiungete anche lo zucchero e mescolate.
Versate la frutta condita con i suoi succhi nella tortiera imburrata (se volete usare anche la cioccolata e le noci o le mandorle distribuitecele sopra) e poi, aiutandovi con un cucchiaio, ricopritela con il
topping. Vi sembrerà tantissimo e mi maledirete perché ve ne ho fatto preparare una tonnellata. Abbiate fiducia e schiacciatelo ben bene con il dorso del cucchiaio.
Fate cuocere per circa 35'-40', trascorsi i quali tirate fuori il crumble dal forno e osservatelo. Se vi appare pallido come una damigella di qualche secolo fa, accendete il grill e mettetecelo sotto per 5'-10': non lasciate incustodita la vostra damigella, vigilate su di lei come il più zelante degli chaperons.
Servitela (la damigella) incipriata di zucchero a velo (mai provato) oppure, opzione che preferisco, con panna appena appena montata o gelato alla crema.
Enjoy!
(P.S. Attendo l'arrivo delle albicocche per preparare il crumble con albicocche e mandorle del caro
Stefano Arturi, che voglio fare da un po'. Ne riparleremo. Nel frattempo, se vi va, andate a dargli un'occhiata a pag. 145 del suo
English Puddings, Guido Tommasi Editore, 2005.)