martedì 31 maggio 2011

Di alcune ragioni per festeggiare e di un buon modo di farlo o di un crumble alle albicocche

Buongiorno!

Un buongiorno davvero. Un giorno nuovo, di quasi estate, un giorno importante e soprattutto un giorno felice.

Ieri mi sono commossa, una cosa che mi succede spesso negli ultimi tempi. Con l'età i miei dotti lacrimali devono esser diventati ipersensibili, non so. 

Fatto sta che mi ritrovo spesso con gli occhi lucidi, e per motivi molto diversi; ma quasi sempre c'entra un sentimento strano, difficile da spiegare a parole.

Lo ha fatto per me, senza saperlo e tanti anni fa, Brunella Gasperini - autrice milanese da me molto amata e ancora poco conosciuta e sottovalutata - nel suo libro per me più bello, Una donna e altri animali, tenero e divertito omaggio - come si evince dal titolo - a tutti gli animali che hanno vissuto con la sua famiglia (e sono stati tanti). 

Tra gli amatissimi cani della sua infanzia c'era il Baffo, morto sulle montagne da vero partigiano insieme a tutti e quattro i fratelli maschi della Gasperini, l'unico in grado di sedare le frequenti risse che scoppiavano tra due dei suoi amatissimi "padroni", Fabio ed Ettore.

Guardando il Baffo aver ragione di quel viluppo umano di braccia e di gambe, "la gran coda fremente, la lingua penzoloni nel sorriso", la Gasperini spesso piangeva.
"Ma perché piangi, ochina?" chiedeva maternamente mia sorella.
"Non piango" rispondevo felice, gli occhi pieni di lacrime. Lacrime di eccitazione, di sollievo, di tifo sportivo, non so dire. So che dopo l'infanzia, una sola volta nella vita mi son venute le lacrime agli occhi in quel modo: quando abbiamo vinto il referendum sul divorzio.
Ecco, le lacrime che mi sono venute agli occhi ieri pomeriggio, quando ho aperto la pagina di Repubblica on line e ho capito che Pisapia ce l'aveva fatta, erano proprio di questo genere: di eccitazione, di sollievo e anche di tifo sportivo.

Chi capita da queste parti sa bene quanto io sia legata a Milano, quanto affetto provi per quella città e per alcune persone che la abitano, e non sarà sorpreso dunque di vedermi scrivere queste righe.

Stamattina sono qui, a festeggiare. A modo mio, ovviamente, cioè con qualcosa da mangiare, una ricetta che mi sembra molto adatta, per diverse ragioni.

Prima di tutto perché è un dolce, che per me è sempre il cibo celebrativo per eccellenza (insieme all'arrosto).
Poi perché è con le albicocche, che stanno per diventare frutta di stagione - manca davvero poco - e sono arancioni.
Infine perché è del caro Stefano, che a Milano vive e lavora, e di quella Milano che piace a me è parte e anche un po' incarnazione: una Milano che ai miei occhi ha sempre saputo essere una città seria ma aperta anche all'ironia, pragmatica ma non arida, con un senso sano e dignitoso e contadino, direi,  dell'etica e della decenza, capace di distinguere con lucido realismo la sostanza dai lustrini usati per abbellire il nulla o peggio, il brutto, il cattivo, l'indecente.

A quella città che c'è sempre stata e ha patito, sempre più disgustata e indignata, le manifestazioni via via più grottesche e volgari e proterve di un certo modo di intendere la politica e l'amministrazione della cosa pubblica e i rapporti umani, quella città che si è espressa attraverso un uomo nuovo come Giuliano Pisapia, che della gentilezza, della mitezza, della ricerca del dialogo e della ragionevolezza ha fatto i suoi punti di forza, quella città cui ha appartenuto e cui ha dato voce anche l'amata Brunella Gasperini (che se non fosse morta già da tanto tempo oggi sarebbe, ne sono certa, felice come me), offro simbolicamente questo crumble di albicocche e mandorle.

(P.S. Quella Milano che spero non sia respinta dall'orrida foto di questo post, sempre per il discorso della sostanza e dei lustrini etc etc. Almeno spero).

****

Crumble con albicocche e mandorle da English Puddings di Stefano Arturi  (praticamente verbatim)

(per 4-6 persone)

24 albicocche, tagliate a metà e snocciolate
1 cucchiaio di essenza naturale di vaniglia
2 cucchiai di zucchero

per il crumble mix

125 gr di farina
80 gr di zucchero (io ho usato il golden caster sugar del commercio equo e solidale)
un pizzico di sale
la buccia di un limone grattugiata
120 gr di mandorle tostate e tritate grossolanamente
150 gr di burro freddo a pezzetti

Preparate il crumble mix nel robot da cucina: mettete tutti gli ingredienti nella coppa e azionate brevemente (usate la funzione pulse) fino ad ottenere delle belle briciolone. 
Travasate il mix in una ciotola e mettete in freezer per 10' circa.

Preriscaldate il forno a 200° e imburrate una tortiera in cui le albicocche possano essere disposte in un unico strato.
Versateci sopra la vaniglia, spolverizzate con i 2 cucchiai di zucchero e distribuite qualche fiocchetto di burro.

Versate il crumble mix sulle albicocche, aiutandovi con un cucchiaio per far sì che il composto le ricopra interamente e uniformemente (attenzione ai bordi, che devono essere ben "sigillati").

Cuocete in forno per 20' poi portate la temperatura a 180° e proseguite la cottura per altri 20': il dolce deve essere ben dorato.

Tirate fuori il crumble e fatelo riposare per un quarto d'ora prima di servirlo: il topping nel frattempo si farà croccante.

Stefano dice: "Un inglese si offende se gli offrite il crumble senza la custard, io preferisco crème fraîche o yogurt greco scolato"
Io invece amo mangiarlo con panna fresca appena montata.

Evvivaaaaaa!

venerdì 20 maggio 2011

Di piloti automatici, di piccole accortezze e di una torta all'ananas

Ora, è evidente che in questa casa si continui a cucinare, e tutti i giorni, due volte al giorno.

Però, sempre per il discorso che facevo nel post precedente, sembra che ultimamente non ci sia più il tempo, per me, di dedicarmi ad una delle attività che in assoluto mi piacciono di più: sfogliare riviste e libri di cucina e farmi ispirare da qualche novità.

E dunque cucino con il pilota automatico, attingendo a quell'archivio esclusivamente mentale ("ah, allora siamo a cavallo", potrebbe commentare la Spia) in cui sono raccolte tutte le ricette che conosco e faccio da anni e potrei riprodurre praticamente ad occhi chiusi e a testa in giù, tanto per rendere l'idea.

Unica eccezione, ultimamente, questa torta all'ananas.

Un'eccezione per modo di dire, perché in realtà non è una ricetta nuovissima: è stata già testata e con risultati ambivalenti anni fa, nella mia cucina africana.
L'ambivalenza del risultato fu dovuta al fatto che innegabilmente la torta ci piacque, ma che gran parte del caramello speziato che la ricopriva fuoriuscì dalla tortiera durante la cottura e si sparse sul fondo del forno, creando uno strato bruciato della stessa durezza del granito e appiccicoso come l'asfalto che si scioglie in estate.

Sinceramente non ricordo come riuscii a ripulire quell'inferno: dev'essere stata un'esperienza talmente traumatizzante da indurre il mio inconscio a rimuoverla, perché venissero preservati un minimo equilibrio mentale e la voglia, in un futuro forse non troppo lontano, di riprovare l'esperienza.

Ci ho messo circa 6 anni per avere il coraggio di rifare questa torta e devo dire che nessun evento catastrofico e infausto si è abbattuto sulla mia cucina e sulla mia fragile psiche.
Per scongiurare il delirio è bastata qualche piccola accortezza, e del tipo - come dire - intuitivo, che cioè non richiede particolari elucubrazioni o lampi di genio.

Devo ricordarmi che spesso nella vita basta davvero solo questo: è un pensiero molto confortante. 

****

Pineapple, cinnamon & allspice cake da Falling Cloudberries di Tessa Kiros (con sostanziali modifiche che riguardano la quantità di burro e zucchero, nella versione originale per me stupefacenti, ecco)

(per una tortiera di 24 cm di diametro, possibilmente a cerniera)

miscela di spezie

5 chiodi di garofano
1 stecca di cannella
1/2 cucchiaino di allspice (una spezia giamaicana: io non l'avevo e, in modo del tutto arbitrario, ho invece aggiunto una grattata di pepe nero, una di noce moscata e un pizzico di zenzero in polvere)
la scorza di mezzo limone

sciroppo

succo di un'arancia
60 gr di burro
70 gr di zucchero di canna (io ho usato il Mascobado del commercio equo)
1 ananas fresco (io ho usato un ananas in scatola, scolato del suo succo: ho usato le fette necessarie a ricoprire il fondo della tortiera)

per la torta

125 gr di burro
125 gr di zucchero di canna
3 uova
250 gr di farina 0
2 cucchiaini di lievito per dolci
185 ml di latte


Preriscaldate il forno a 200°, mettete le spezie in un macinaspezie e poi tenetele da parte, foderate la tortiera con un foglio di carta di alluminio facendolo ben aderire alle pareti e al fondo; avvolgete anche l'esterno della tortiera con un secondo foglio di alluminio.

Preparate lo sciroppo: in un pentolino mettete il succo d'arancia, il burro, lo zucchero e 1/2 cucchiaino delle spezie che avete preparato e portate a bollore. 
Abbassate la fiamma e fate sobbolire fino a quando lo sciroppo non sia leggermente ispessito.

Se usate l'ananas fresco pulitelo e tagliatelo a fette; se siete degli sciattoni pigri come me aprite la lattina di ananas in scatola e scolate le fette: disponetele sul fondo della tortiera in un solo strato, cercando di creare - se siete degli esteti - anche qualcosa che potrebbe assomigliare a un disegno decorativo: con l'ananas non è difficile, se ci sono riuscita io ci può riuscire chiunque, forse anche le mie gatte.

Indi montate con le fruste elettriche il burro fino a ridurlo in crema, aggiungete lo zucchero, poi la farina e il lievito setacciati insieme. 
Aggiungete il latte, mescolate.
In ultimo, unite mezzo cucchiaino di spezie e amalgamate.

Versate sulle fette di ananas nella tortiera lo sciroppo che avete fatto bollire, poi l'impasto della torta.

Cuocete in forno per circa 10', poi riducete la temperatura a 180° e proseguite la cottura per circa 1 ora e 10': la torta dovrà essere bella dorata e il solito stecchino dovrà uscire asciutto.

Togliete la torta dal forno, aspettate che si raffreddi un poco, poi rovesciatela con grazia e disinvoltura sul piatto in cui la servirete, rimuovendo ovviamente il fondo della tortiera e il foglio di carta d'alluminio: attenzione perchè lo sciroppo sarà liquido e moooolto caldo - ve lo dico perché, come  si suol dire, ho già dato.

La torta è ottima con del gelato alla crema; alla Spia, però, piace così com'è.

Enjoy!

mercoledì 18 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: I nomi delle strade di Nino Pedretti

Da diverso tempo sto meditando di rinegoziare - se così si può dire - il mio rapporto con il mondo della rete.

Ci sono molte occasioni in cui mi sento sopraffatta dalla considerevole mole di messaggi cui rispondere, blog da leggere, post da scrivere e mi chiedo se tutto questo bell'affannarsi dietro lo schermo del pc non possa e non debba essere in qualche modo ridimensionato.

So bene che son discorsi che si sentono fare da più parti e proprio per questo motivo rivendico il diritto di farli anche io: mi chiedo cioè, e so non trattarsi di una domanda originale, come sia possibile che nel giro di una manciata di anni la mia vita sia stata così tanto assorbita (felicemente assorbita, per lo più) da questo magico e in parte inquietante mondo della blogosfera.

Ultimamente prevale un certo qual sbigottimento di fronte a questa domanda e anche la tentazione, come dicevo in apertura di post, di ridimensionare - e in modo drastico - la porzione di tempo, energie, attenzione e cura che giornalmente dedico a questo mondo.

Perché sento il bisogno di fare altro, anche.

Per esempio di muover le gambe e di muovere le mani, e non solo sopra intorno accanto a questa tastiera; di avere più ore a disposizione per leggere libri invece che pagine web (per quanto interessanti, divertenti, serie, profonde, stimolanti, ricche di suggestioni e di idee esse possano essere) e soprattutto per parlare con chi nella mia vita ha una voce reale  e non solo "virtuale" e anche, in allegro sovrappiù, un corpo e una presenza fisica di cui godere con tutti i sensi.

Proprio in questi giorni, però, mentre nel mio testone mi rigiravo simili riflessioni, ho avuto anche l'ennesima riprova di quanto questo mondo, quello virtuale della rete,  possa anche essere, e spessissimo sia, veicolo e mezzo di begli incontri, di grandi scoperte, di nuove prospettive da cui guardare al mondo: tutte cose di cui si ha sempre bisogno, io credo - o quanto meno di cui io ho sempre bisogno - ed allora tutte le riflessioni di cui sopra si sono di nuovo offuscate e ingarbugliate e complicate e sono state dunque rimandate ad altro momento.

La cara Tiziana mi ha fatto scoprire, proprio qualche giorno fa, un poeta a me del tutto ignoto, che lei stessa ha scoperto grazie al blog di Paolo Nori.

Il poeta è Nino Pedretti, romagnolo di Santarcangelo, nato nel 1923 e morto nel 1981, autore di liriche in dialetto.
Paolo Nori, nel suo blog, ne ha presentate alcune e Tiziana me le ha segnalate, cosa di cui le sono molto grata.

Quelle scelte da Tiziana mi sono piaciute tutte (e ho già deciso di recuperare il volume dell'Einaudi che raccoglie i versi di Pedretti, benché non abbia capito se si tratti dell'opera omnia o solo di una selezione), ma in particolar modo mi ha colpito questa, che vi riporto oggi.

Mi piace, di questa poesia, il tono colloquiale, quotidiano e casalingo - ormai lo sapete, queste sono le atmosfere che più sento mie e nelle quali mi riconosco con maggiore slancio - e quell'immagine finale che mi parla di un modo di stare al mondo apparentemente semplice e facile e non complicato, ma che è in realtà un modo che richiede una precisa scelta, e un impegno e una certa costanza e il desiderio di non perdere mai di vista l'essenziale, il necessario, e di goderne, con grazia, consapevolezza, riconoscenza e naturalezza.

Una bellissima lezione, che cerco di fare mia giorno dopo giorno.

****

I nomi delle strade


Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.


(da Al vòusi, Einaudi 2007)

domenica 15 maggio 2011

Sunday Music: Sparring partner - Paolo Conte

Ogni volta che ascolto Paolo Conte mi chiedo come si possa non amarlo.

Dal punto di vista musicale, è vero, non posso esprimere un'opinione meditata: sono un'ignorante che non sa neanche leggere le note, ascolta solo ciò che le piace e non ha una formazione musicale né tecnica né artistica, ma mi pare innegabile che l'avvocato abbia non solo uno stile tutto suo (uno stile che, è evidente, personalmente trovo irresistibile), ma crei anche musica di altissima qualità.

Quanto ai testi, vogliamo parlarne?
Con quale felice grazia quest'artista riesce a costruire una storia, un personaggio, un sogno. Ascoltando le sue canzoni ci si ritrova in balere, bar di provincia, isole dei mari del Sud, alberghi equivoci o di gran lusso: ascoltare Paolo Conte per me significa anche e soprattutto viaggiare e viaggiare in compagnia di uomini e donne straordinari, affascinanti, enigmatici, seducenti, indimenticabili.

Chi ama questo artista schivo, raffinato e al tempo stesso popolare, non può non deliziarsi poi di fronte alle sue spericolate, personalissime invenzioni linguistiche: qualche mese fa la cara Grazia ha dedicato uno dei suoi elegantissimi e divertentissimi post alle famose "caramelle alascane" di Boogie

E anche non volendo parlare della passione giocosa e dadaista che evidentemente Conte ha per le parole e che può piacere o non piacere, non è comunque straordinariamente attraente la soffusa malinconia che avvolge quasi ogni pezzo e fa da contraltare ad un intelligente, spesso perfido e sottile umorismo? 

A me, per esempio,  basta ascoltare quella strofa de La ricostruzione del Mocambo, quella che dice:

Ora convivo con un'austriaca
ci siamo comprati un tinello maròn
ma la sera tra noi non c'è quasi dialogo
io non parlo il tedesco, scusami, pardon.

per sentirmi immediatamente di ottimo umore.

Anche nella canzone di oggi, scelta quasi per caso solo perché ultimamente ne sono quasi ossessionata, non è una meraviglia quella "calma tigrata e segreta"? Quante associazioni, suggestioni, immagini, ricordi evocano queste parole misteriose, parole accostate in modo inedito e inaudito che però, non appena siano cantate dalla voce roca e strascicata di Conte, diventano effettivamente perfette nel descrivere un momento, un'immagine, una sensazione, al punto che ci si trova a sorprendersi del perché nessuno mai, prima di lui, abbia pensato proprio a quelle parole per descrivere proprio quella cosa lì.

E poi, da quando ho sentito per la prima volta questa canzone, sogno di dire a qualcuno: "Sei un macaco senza storia". 
Lo so che non è cosa gentile da dirsi, ma non posso fare a meno di immaginarmi pronunciare questa frase, con voce roca e indifferente e gli occhi bistrati parzialmente offuscati dal fumo di una sigaretta infilata in un lunghissimo bocchino di lacca cinese: una maliarda in perfetto stile Paolo Conte. 

Buona domenica!





mercoledì 11 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: da Poesie per un gatto di Vivian Lamarque

Ultimamente, nelle mie mensili esplorazioni degli scaffali di libri di poesia delle biblioteche di Firenze, mi sono imbattuta in due volumi interessanti.

Il primo è Poesie per un gatto, di Vivian Lamarque, un volumetto che raccoglie poche decine di brevi componimenti scritti, indovinate?, per un gatto, il suo Ignazio (nome bellissimo per un felino, io trovo, anche se ahimé inevitabilmente associabile a un tristo figuro ben noto per le sue intemperanze linguistiche e non solo).

Ho detto altrove quanto sia affezionata a questa poetessa e dunque non mi ripeterò; anche se questo volume che al momento è qui, sulla mia scrivania, accanto al portatile, per certi versi - è proprio il caso di dirlo - mi ha delusa: benché la voce sia indubitabilmente quella di Vivian Lamarque (una voce che, lo ripeto, amo moltissimo), non tutte le poesie mi sono sembrate felici, scritte in stato di grazia, e ho avuto a volte l'impressione che esse siano in buona parte il frutto di un contratto editoriale, un'impressione in genere sgradevole per un lettore, di qualunque libro o autore si parli, ché si sente di leggere non il distillato di un'esperienza umana ma il risultato - magari anche di qualità - di quello che prima di tutto è e rimane un affare economico.

Detto ciò, vi ho trovato nondimeno alcune chicche: sono per lo più componimenti brevi brevi, che probabilmente non diranno granché ai lettori non gattari (con i quali mi scuso e ai quali do appuntamento, se vorranno, ad altro post), dialoghi teneri e buffi tra un'umana e il felino che si degna di condividere con lei una casa e un'esistenza.

Chi ha la ventura di avere questo stesso destino - quello cioè di ospitare un gatto in casa propria o, per meglio dire, di essere ospitato nella casa di un gatto, perché è così che stanno realmente le cose, siamo noi gli ospiti e lui il grazioso padrone di casa - non potrà non sorridere leggendo simili versi e magari, preso da irresistibile empito di tenerezza, si alzerà dalla poltrona e andrà a carezzare una certa testolina grigia e morbidissima, mollemente e elegantemente appoggiata su un cuscino blu, ricevendo in cambio, nel migliore dei casi, un breve verso di benevola accondiscendenza, come a dire "Mi fa piacere tu venga qui ad omaggiarmi, com'è giusto che sia, ma ora, per cortesia, vorrei tornare a riposare", e nel peggiore uno sguardo di muta, interrogativa indifferenza (adesso mi è andata bene, la gatta Linda ha apprezzato l'omaggio).

Trattandosi di poesiuole brevi brevi ve ne propongo un piccolo assaggio.

****

Nottetempo ho innaffiato
un assetato balcone altrui furtivamente.
Mi osservi serio
disapprovi palesemente.  

**** 

Sei quasi commovente 
quando mi segui per niente
quando ti sposti di stanza
solo perché io mi sposto di stanza
devi allora da capo cercare
nuovo luogo e modo di fare ciambella
una nuova posizione
è questo il tuo discreto modo
di dare dedizione.

****

Ipnotizzato da annoiata passione
fissi da ore la lavatrice in funzione
è la tua televisione.


****

E l'altro libro? Ne parliamo la prossima volta.


Vivian Lamarque, Poesie per un gatto, Mondadori 2007.




domenica 8 maggio 2011

Sunday Music: No Pressure over Cappuccino - Alanis Morissette

Non posso non ascoltare questa canzone di Alanis Morissette (e le altre contenute nel bel cd da cui è tratta, registrato durante un suo concerto acustico per MTV) senza pensare agli anni che io e la Spia abbiamo trascorso a Cipro.

Sono stati anni per certi versi difficili e per altri eccitanti, sicuramente strani, in cui abbiamo visto luoghi, conosciuto persone e fatto molte cose che non avevamo mai visto, conosciuto e fatto, con l'entusiasmo e la curiosità, ma anche l'ansia e la paura (e a volte il terrore, diciamolo), delle prime volte. Sono stati anni formativi,  sotto tutti i punti di vista, forse gli anni più importanti per me, quelli in cui ho cominciato a capire chi sono, che cosa voglio, di che cosa ho davvero bisogno.
   
Nella mia memoria associo quegli anni, soprattutto i primi, ad un mio personale senso di inadeguatezza provato di fronte praticamente a qualunque nuova esperienza. 
Ricordo per esempio quanto sia stato paralizzante, all'inizio, ritrovarmi in un luogo in cui nessuno, a parte la Spia, parlava la mia lingua e quanta fatica abbia dovuto fare per imparare a comunicare e a esprimermi per essere in grado di ascoltare e capire il mondo intorno a me e perché quel mondo potesse, a sua volta, ascoltarmi e capirmi.

Allora era forse troppo presto per esserne consapevole, ma più tardi ho riconosciuto il grande dono che mi è stato fatto in quegli anni: essere obbligata ad uscire dal mio piccolo mondo per ritrovarmi catapultata in un altro, estraneo e sconosciuto, essermi sentita tanto inadeguata di fronte a tutto quel nuovo, è stato proprio ciò che mi ha spinto a crescere, ad ampliare i miei orizzonti (umani, culturali, intellettuali), ad acquisire conoscenze che non avevo e che oggi sono la mia gioia, ad aprire il guscio in cui avevo vissuto fino ad allora, a cominciare ad essere la persona che voglio e posso essere.

La ragazza che in un pomeriggio rovente di giugno lasciò quell'isola era molto diversa da quella che, quattro anni prima, ci era arrivata; insieme a un marito appena sposato, tre gatti e un imprecisato numero di valigie e borse, portava con sé anche un prezioso bagaglio: l'esaltante consapevolezza che la fragilità può diventare un punto di forza, che una mancanza può trasformarsi in stimolo costruttivo e creativo e che la vita non si ferma mai e noi con lei.

Non credo che sia andata così, ma nel mio ricordo quella ragazza, mentre si avviava sulla pista di decollo, pronta a volare dall'altra parte del pianeta, canticchiava proprio i versi di questa canzone.




mercoledì 4 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: Pio di Primo Levi (e un pensiero di Marguerite Yourcenar)

Anche oggi una poesia di Primo Levi che amo molto, in cui si dà voce al mondo "altro", non umano, ma animale.

Stavolta a parlare non è un mollusco, ma un bue, e nelle sue parole risuona l'ironia dolente di Levi, quella sua brusca, malinconica sensibilità - di cui parlavo la volta scorsa, qui - che avvertiva con chiarezza il dolore della vita, la sofferenza che pare connaturata ad ogni esistenza. Una sofferenza che non esclude la possibilità di gioia, redenzione, senso, ma è alle sue spalle, sempre, e a volte pare offuscarla quasi del tutto, fatalmente.

Questo bue che parla è uno dei tanti animali sacrificati all'appetito dell'uomo e ridotti a carne da mangiare. Nelle sue parole c'è soprattutto lo sdegno feroce ma impotente di chi si è visto, oltre che macellato, snaturato e violentato nella sua più intima essenza; l'effetto tragicomico della prima parte della poesia nasce proprio dall'indignazione di un essere vivente che, per natura libero e possente, è stato non solo ucciso, ma anche trasformato, per svenevole sentimentalismo, in un emblema bucolico di bontà e arrendevolezza. 
Come a dire, oltre al danno la beffa.

Leggendo questa poesia non ho potuto fare a meno di ripensare ad un brano di un libro cui sono affezionatissima, in modo morboso e quasi feticistico, Ad occhi aperti, una lunga intervista che Matthieu Galey ha fatto a Marguerite Yourcenar nel 1980 (in Italia pubblicato da Bompiani), un libro preziosissimo per chiunque voglia avvicinarsi a questa straordinaria scrittrice, una gioia da leggere, una miniera di riflessioni, spunti, meditazioni, storie (poi, magari, consiglio anche di leggere la biografia sulla Yourcenar di Josyane Savigneau, edita da Einaudi, per riequilibrare l'immagine un po' troppo perfetta e agiografica che si tende a farsi di lei leggendo il libro di Galey)

Ma per tornare a questo brano, ve lo riporto qui, prima della poesia di Levi, perché mi sembra sia il suo miglior commento.

Come mai questo interesse per gli animali?
 (...) È già un grande arricchimento accorgersi che la vita non è contenuta soltanto nella forma in cui noi siamo abituati a vivere, che si possono avere delle ali al posto delle braccia, degli occhi otticamente meglio dei nostri, delle branchie invece dei polmoni. Poi c'è il mistero delle migrazioni e delle comunicazioni animali, la genialità di certe specie (il cervello del delfino che è uguale al nostro ma capta certamente, del mondo, un'immagine diversa da quella che ce ne facciamo noi), il modo in cui l'animale si è adattato, nel corso di milioni di secoli, ad ambienti naturali in perpetuo mutamento, e ancora si adatta, o si rifiuta di farlo e muore, a un mondo che noi abbiamo guastato.
Inoltre, c'è sempre, per me, quell'aspetto sconvolgente dell'animale che non possiede niente, tranne la propria vita che così spesso gli prendiamo. C'è quell'immensa libertà dell'animale, chiuso sì nei limiti della sua specie, ma che vive esclusivamente la sua realtà di essere, senza tutto il falso che noi aggiungiamo alla sensazione di esistere. Per questo la sofferenza degli animali mi commuove tanto. Come la sofferenza dei bambini: vi sento l'orrore del tutto particolare del coinvolgere nei nostri errori, nelle nostre follie, degli esseri totalmente innocenti. Quando ci arriva addosso qualche calamità possiamo sempre dire a noi stessi che abbiamo la nostra intelligenza per trarci d'impaccio e, fino a un certo punto, è vero; possiamo sempre dirci, ed è pure tristemente vero, che siamo di fatto implicati, che tutti abbiamo, fino a un certo punto, fatto del male, o l'abbiamo lasciato fare, che è ancora peggio. Mentre rispondere con la brutalità alla totale innocenza del bambino o dell'animale, che non capisce che cosa gli stiamo facendo, è un crimine veramente ripugnante.

Ed ora ecco la poesia.

****

Pio

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramicelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m'inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m'han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
Il mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt! Inaudita violenza
La violenza di farmi nonviolento.

18 maggio 1984


(da Ad ora incerta, 1984)



domenica 1 maggio 2011

Sunday Music: La storia - Francesco De Gregori

Per questa domenica ho cercato a lungo una canzone che parlasse di lavoro.

In un momento oscuro come questo, in cui il lavoro è ancora - nel migliore dei casi - spesso uno strumento di asservimento invece che di liberazione e - nel peggiore - un lusso che non ci si può permettere, volevo una canzone che parlasse soprattutto del suo lato salvifico, del senso pieno che può dare a una vita intera quando venga svolto con responsabilità, onestà e magari, se si è fortunati, anche con passione e amore, di quanto esso possa dare all'individuo la misura di sé, delle proprie capacità, dei propri talenti e l'inebriante consapevolezza di dare il proprio contributo, unico, insostituibile, prezioso alla realtà di tutti.

Ma per quanto mi sia sforzata, non mi è venuta in mente nessuna canzone che facesse al caso e, anzi, invito chiunque passi di qui a suggerire, segnalare, indicare: ne sarò felice.

Mi tornavano in mente, però,  L'abbigliamento del fuochista e La ragazza e la miniera di Francesco De Gregori, due perle che parlano entrambe di emigrazione, la nostra, quella che appartiene alla storia recentissima di questo paese (anche se adesso c'è chi ha la sfrontatezza di essersene dimenticato e di respingere non solo chi viene qui a cercar lavoro - come abbiamo fatto noi per un secolo in altri paesi - ma anche chi scappa da violenze, guerre, tirannie folli e disumane, negandogli così non il diritto ad una vita migliore, ma il diritto alla vita tout court) e parlano anche di lavoro, ma di quello duro e pesante e ingrato che strema il fisico e avvilisce lo spirito e non aiuta chi lo svolge ad avere un senso di sé, a dire con pacato orgoglio: "Questo è il mio lavoro, questo sono io".

E allora, rigirandomi nel testone queste riflessioni sull'emigrazione e il lavoro, mi è venuta in mente quest'altra gemma di De Gregori, forse una delle sue canzoni più belle - ma quante ce ne sono! - che con il lavoro e con questo giorno in cui si vuole celebrarlo sembra non entrarci  niente e invece c'entra eccome, e lo dice subito, nel primo verso.

Quel verso in cui si dice che la storia siamo noi, perché noi siamo la nostra storia - individuale, personale, familiare - ma siamo anche la storia di tutti gli altri, e che è una pia illusione o un prodotto della nostra malafede convincerci del contrario e sentire dunque di avere il diritto di  disinteressarci di ciò che accade intorno e attraverso di noi.

E allora in questa domenica in cui si parlerà di lavoro, e si urleranno e canteranno parole sacrosante di protesta, e si cercherà di non dimenticarsi che il lavoro è un diritto, come quello alla casa e all'istruzione e a una vita dignitosa in cui si possano esprimere le proprie idee e il proprio dissenso in modo civile, e che ci sono battaglie che sono davvero di tutti, nessuno si senta escluso, mi sembra proprio che questa canzone sia perfetta.

Buona domenica e buon lavoro a tutti.









mercoledì 27 aprile 2011

Le poesie del mercoledì: Meleagrina di Primo Levi

Ci sono poche cose che  mi piacciono di più che incontrare un nuovo autore e iniziare a conoscerlo: comincio da un libro - non sempre il primo, non sempre il suo più noto - e da lì parto per la mia missione esplorativa. 

Di solito, se è possibile, mi piace farmi un'idea leggendo prima qualche testo autobiografico: raccolte di lettere e diari sono da sempre tra i miei testi preferiti. Sono mattoni preziosi nella costruzione del ritratto di un autore ancora sconosciuto.

Quale immagine avrei avuto, per esempio, della mia cara Virginia Woolf se mi fossi limitata a ricostruirla sulla base dei suoi romanzi e dei suoi racconti? La lettura del suo ponderoso epistolario (in Italia pubblicato da Einaudi, che però si è fermato al penultimo volume - e l'ultimo? Se qualcuno dell'Einaudi capitasse per sbaglio da queste parti potrebbe dirmi dov'è finito l'ultimo?) e di parte dei suoi diari mi ha consentito, invece, di avere altre prospettive sulla sua incandescente personalità.

Dopo, in ordine di preferenza, sempre se possibile, ci sono tutti i testi d'occasione: piccoli saggi, raccolte di articoli, spesso fonti utilissime di informazioni circa i gusti e gli interessi di un autore. E se si tratta poi di recensioni o saggi letterari sono felicissima: poche pagine sono più rivelatrici circa i processi creativi di uno scrittore di quelle in cui quest'ultimo discetta dei processi creativi altrui.

Quando scopro un nuovo autore, me ne innamoro sempre un po' e divento un po' maniaca: cerco di reperire ogni suo libro, lo leggo, ci penso su, ne parlo, tormento chiunque mi capiti a tiro leggendogli estratti che mi hanno colpito (la Spia, lo immaginerete, è spesso la mia prima vittima).

Adesso è il momento di Primo Levi.

Non sapevo che mi sarebbe piaciuto così tanto. 
Un uomo di scienza prestato alla letteratura: aveva tutto per interessarmi poco.

Invece, come spesso accade, i fatti mi hanno smentito.
Primo Levi mi piace tantissimo.
Mi piacciono la sua secchezza, la sua scrittura precisa e senza sbavature.
Mi piace il misurato pudore col quale ogni tanto si apre al sentimento, all'elegia, alla tenerezza.
Mi piace la lucidità con la quale ha vissuto e gestito la propria storia e il proprio ingombrante e disumano passato.
Mi piacciono soprattutto la dirittura morale, la compostezza, la sobrietà e la serietà che si respirano nelle sue pagine e che non escludono l'ironia, la leggerezza, un certo senso dell'umorismo.

Non sapevo che avesse scritto poesie; non ce lo si aspetterebbe da un autore come lui.
E in effetti neanche lui, in un certo senso, si aspettava di scriverne.
Ecco che cosa ha affermato al riguardo:
In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un'idea o un'immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell'arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l'eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all'anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.
Tra le molte sue che mi piacciono, ho scelto questa, perché - e alcuni di voi lo sanno - ho da sempre la certezza che anche altri esseri viventi, non solo noi, abbiano sentimenti, ricordi, emozioni e questo pensiero, sebbene a volte abbia moltiplicato le ragioni di certe mie tristezze e malinconie,  mi ha anche spesso confortato e rallegrato.

****

Meleagrina*

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,
Che cosa sai di queste mie membra molli
Fuori del loro sapore? Eppure
Percepiscono il fresco e il tiepido,
E in seno all'acqua impurezza e purezza;
Si tendono e distendono, obbedienti
A muti intimi ritmi,
Godono il cibo e gemono la loro fame
Come le tue, straniero dalle movenze pronte.
E se, murata fra le mie valve pietrose,
Avessi come te memoria e senso,
E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?
Ti rassomiglio più che tu non creda,
Condannata a secernere secernere
Lacrime sperma madreperla e perla.
Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,
Giorno su giorno la rivesto in silenzio.

30 settembre 1983

(da Ad ora incerta, 1984)

* la meleagrina è un mollusco

domenica 17 aprile 2011

Sunday Music: Dancing in the Dark - Bruce Springsteen

Tra i cavalli di battaglia della Spia c'è l'invettiva contro gli anni '80, considerati il decennio horribilis che ha segnato la nostra generazione - eravamo adolescenti allora - producendo tra le peggiori manifestazioni dello spirito e della creatività che la storia ricordi.

Basti pensare a che razza di moda andasse allora per farsi velocemente un'idea di che tipo di atmosfera cominciasse a circolare: per i giovanissimi quella dei "paninari" e per i giovani quella degli "yuppies" con tutto il correlato di idee e valori - se così si può dire - che anche un paio di scarpe o un determinato paio di pantaloni possono esprimere.

Una cultura - di nuovo, se così si può dire - che faceva dell'apparire, dello sfoggio, della superficie glitterata e smaltata a nascondere il nulla i propri capisaldi.

Sociologi e intellettuali fanno risalire a quel decennio l'inizio dello sfacelo, dell'imbarbarimento in cui ci troviamo oggi: anni in cui il debito pubblico lievitò mostruosamente, la cultura cominciò ad asservirsi ai dettami beceri e grezzi di certa televisione, e divenne figo essere ricchi e ignoranti, furbi e volgari, disinteressati alla politica e orgogliosamente alieni da qualsiasi impegno sociale.

Qualche pomeriggio fa, mentre camminavamo sul cavalcavia di Campo di Marte, e la Spia ha cominciato la sua invettiva, gli ho proposto di fare un gioco nuovo: cercare qualcosa che di quegli anni potesse essere salvato.

All'inizio non è stato facile; ci venivano in mente solo cose stupide e orrende: i piumini della Moncler - che sono tornati di moda proprio recentemente, tra l'altro, e la cosa non mi stupisce: tout se tient - i cinepanettoni - è cominciata allora l'orrida piena dei film dementi per Natale - gli scaldamuscoli in colori fluo, i capelli fonati e cotonati etc etc.

Poi, però, con un po' di impegno, qualcosa abbiamo trovato: la Spia si è ricordato, per esempio, che una delle sue squadre preferite, l'Anderlecht, nel 1982 vinse la Coppa Uefa (in quell'anno l'Italia vinse i mondiali, ma la Spia, non solo calcisticamente, è violentemente antipatriottico); insieme ci siamo accorti che uno dei nostri registi preferiti, Woody Allen - da molti anni, ahimè, probabilmente rapito dagli alieni e sostituito da un clone - per tutto il decennio ha sfornato film bellissimi (Hannah e le sue sorelle, Radio Days, Zelig, Un'altra donna, solo per citarne alcuni); nel 1987 è stato pubblicato Il bar sotto il mare di Stefano Benni etc etc.

La musica ci ha messo un po' in difficoltà, ma poi ci siamo ripresi anche lì: a me è venuta in mente anche questa canzone (1984), bellissima, di Bruce Springsteen.

La prima volta che vidi questo video avevo 12 anni e probabilmente i primi ormoni in subbuglio: trovai la canzone strepitosa e lui bellissimo (un mio amichetto di scuola, cui piaciucchiavo,  mi disse indispettito che Springsteen è un mezzo nano, ma la cosa mi turbò il giusto) e sognai di essere la deliziosa fanciulla che alla fine del video the Boss chiama sul palco per ballare con lui: so benissimo che se una cosa del genere fosse davvero successa, piuttosto che salire su un palco davanti a migliaia di persone mi sarei fatta staccare la testa, ma sognare che potesse accadere era molto dolce lo stesso.

Mi piace anche che questo capolavoro si intitoli Dancing in the Dark e che parli di una generazione che si ribella alla vita spenta e convenzionale che gli adulti vorrebbero imporle, anche se questa ribellione consiste soltanto nel ballare avvolti dalle tenebre.

A me sembra di buon auspicio ascoltarla oggi.
Spero lo sia anche per voi.

Buona domenica!

(Dimenticavo: la Spia ed io siamo curiosi di sapere che cosa salvereste voi degli anni '80: qualunque cosa vi venga in mente, anche ricordi personali; anzi, ci auguriamo che abbiate soprattutto quelli) 







venerdì 15 aprile 2011

Di un ritrovato amore per la primavera e di una torta rustica con fave e ricotta

Proprio qualche giorno fa scrivevo a una mia amica che non ho mai amato molto la primavera, preferendole di gran lunga l'autunno; la primavera mi ha sempre messo addosso una grande malinconia, benché la cosa possa sembrare strana e inopportuna.

Quest'anno mi sembra invece di aver trovato in lei una dolcezza e un'allegria che negli anni passati non avevo scorto; forse perché amo molto vedere il mio piccolo balcone tutto in festa, con le piantine aromatiche rigogliose e vibranti dopo un inverno di foglioline stentate e pallide, la fragola sempre più esuberante, i gelsomini carichi di gemme tenerissime pronte a sbocciare, l'edera - che amo moltissimo - tutta un tripudio di foglioline microscopiche di un verde che non so descrivere.

E allora forse ho capito che cosa mi mancava per apprezzare questa stagione dell'anno: mi mancava il prendermi cura di un piccolo, piccolissimo pezzo di natura. Impossibile non farsi contagiare dall'esplosione di vitalità cui si assiste. Anche una sola piantina, quando venga curata e seguita, aiuta a riconciliarsi con le stagioni, con il ritmo naturale delle cose e di questa terra.

Ed ho capito anche che cosa tanto mi immalinconisse e mi rattristasse nella primavera, nelle sue giornate infinite e nei suoi lunghi tramonti: l'eccesso di bellezza, se così si può dire, da cui probabilmente mi sentivo esclusa e di cui sicuramente non mi sentivo degna.

Ora questi sentimenti da piccola fiammiferaia si fanno sempre più fievoli (e credo dipenda dal fatto che sto invecchiando, per fortuna) e sempre più si rafforza, invece, il senso di stupore e di allegra gratitudine che provo nell'accorgermi che, nel mio piccolo-piccolissimo, partecipo anche io di questa incommensurabile e variegata bellezza, che comprende tutto, anche il mio goffo ed inesperto prendermi cura di quattro piantine su un balcone di città.

E allora, per festeggiare questa riconciliazione con la stagione in corso, niente di meglio che fare con gli amici una bella passeggiata a Monte Ceceri - sopra Firenze, vicino Fiesole -  immersi nel profumo inebriante dei glicini e dei lillà e poi, dopo essersi beati di bellezza e verde, stendere la giacca a vento sull'erba e consumare un picnic a base di pecorino, uova sode, salumi e una torta rustica che mi è piaciuta molto.

La ricetta viene dall'ultimo speciale de La cucina italiana - quello sui piatti da preparare in anticipo. 

La suocera è grande estimatrice di questa pubblicazione e ogni volta che la vado a trovare mi piace sfogliare la sua collezione, vecchi numeri degli anni '60 e '70 con foto agghiaccianti e ricette elaboratissime, ed ogni volta lei mi dice: "Ah con La cucina italiana non si sbaglia mai: le ricette sono perfette; almeno credo, io non ne ho mai seguita una".
Come ho detto altrove, è cuoca strepitosa ma sommamente anarchica.

Io non sono affatto anarchica in cucina,  ma qualche modifica l'ho apportata anch'io.
I tempi di cottura, poi, sono risultati completamente sballati, ma quello, si sa, è un dato dei più sfuggenti: ogni forno ha il suo temperamento e le sue manie.

Non fatevi scoraggiare dalla lunghezza della ricetta: non si tratta di un piatto complicato, è solo che io sono prolissa. 

****


Crostata con fave e ricotta infornata (con piccole modifiche)

(per 8 persone)

per la pasta frolla (con queste dosi ve ne avanzerà un po'; poco male, la mettete nel freezer e potete usarla per una minitorta rustica un'altra volta):
400 gr di farina 0
160 gr di burro
1 uovo e 1 tuorlo
sale
3 cucchiai di acqua ghiacciata

per il ripieno: 
250 gr fave sbollentate e pelate (vedi più avanti *)
250 gr di ricotta infornata (la seconda volta ho usato normale ricotta di pecora e credo vada benissimo anche lei)
150 gr di pecorino o di qualunque formaggio vi ispiri e dobbiate usare perché in frigo da un po' (nella ricetta originale: fontina)
50 gr di salame (io ne ho usato uno piccante)
2 uova
sale e pepe

Preparate la pasta frolla mettendo burro, farina e sale nella coppa del robot.
Azionate fino ad ottenere delle briciole, poi aggiungete il tuorlo e l'uovo intero e gradualmente l'acqua (ce ne potrà volere un po' meno o un po' di più; regolatevi voi).

Fermate il motore quando il composto comincia a fare la palla: tiratelo fuori e lavoratelo per compattarlo; dividetelo in due panetti - uno più grande uno più piccolo - avvolgetelo nella pellicola e mettetelo in frigorifero per almeno un'oretta.

Indi prendete il panetto più grande, stendetelo col mattarello e adagiatelo su una tortiera di 24 cm di diametro: lasciate che la pasta superi di gran lunga il bordo (potete sempre tagliare l'esubero dopo e ricordatevi che mai come in questo caso vale l'adagio melius abundare quam deficere: non c'è niente di peggio che ritrovarsi con il guscio di pasta frolla che si ritira e non riesce a contenere il ripieno), accertatevi che aderisca bene lungo le pareti della tortiera, copritela con carta da forno e fagioli e cuocetela in forno già caldo a 190° per 40'; poi togliete la carta e i fagioli e rimettete a cuocere per circa 30'. La pasta deve essere di un bel dorato.
(Altra parentesi: la suocera mi ha detto "Io la cottura in bianco non la faccio mai con la carta e i fagioli! Basta curarla un po' e la pasta può cuocere anche senza!". Vero: la seconda volta ho cotto la pasta nuda per circa 30' a 190° senza problemi, anzi; ma sono rimasta nelle vicinanze del forno).

* Nel frattempo avrete sbollentato le fave.
Per averne 250 gr dovrete averne comprate circa un chilo (un po' più, un po' meno).
Mettetele a bagno in acqua bollente per circa 5', poi scolatele, passatele velocemente sotto l'acqua fredda e trovate una Spia entusiasta e collaborativa (o rassegnata) che con un coltellino e la pazienza di un'orsolina le liberi dalla loro buccia (grazie a Stefano Arturi, che nel suo Pausa pranzo, a beneficio di quelli, come me, caduti dal pero, spiega con dovizia di particolari tutte queste cose che altri libri invece danno per scontate).

Mettete le fave sbucciate nella coppa del robot da cucina insieme alla ricotta, al pecorino (o alla fontina o al formaggio che avrete usato) già grattugiato e alle uova. Azionate brevemente, poi trasferite in una terrina, aggiungete il salame a dadini, assaggiate e condite con sale e pepe (con moderazione: è un ripieno piuttosto saporito).

Trasferite il composto nel guscio di pasta già cotto, poi decorate con avanzi di pasta tagliati a striscioline: io sono un impiastro di proporzioni bibliche in questi lavoretti - e si vede: nella foto i bordi della torta sembrano essere stati rosicchiati dai topi -  e mi faccio assistere dalla Spia che invece, con mia grande invidia, li fa con calma e serenità zen.

Secondo la ricetta originale andrebbe tutto in forno a 180° (ricordatevi di abbassare la temperatura, che prima era di 200°) per 25'.
Nel mio, di forno, ce ne sono voluti esattamente il doppio: 50'.

Ma il risultato vale davvero la pena.

Mangiate a temperatura ambiente, possibilmente con buoni amici, in una bella mattinata primaverile piena di sole e profumata di glicini, e con un buon bicchiere di vino bianco fate un brindisi alla bella stagione.

Enjoy!


mercoledì 13 aprile 2011

Le poesie del mercoledì: l'epigrafe di Adriana Zarri

La poesia di oggi non poteva che essere questa, io credo.

La riporto qui, a parziale conclusione del discorso iniziato nell'ultimo post sul bel libro di Adriana Zarri.

Di questa poesia esistono varie versioni, leggermente diverse da quella che ho trovato nel libro: più lunghe, più articolate.
Io però preferisco quest'ultima, con la sua aria provvisoria, spontanea, incompleta.

Ma prima vi copio questo brano, che concludeva Erba della mia erba, il libro pubblicato da Adriana Zarri nel 1978 e ora riproposto nel volume dell'Einaudi di cui vi parlavo la volta scorsa.

Se ora volessi chiudere con un congedo edificante vi potrei dire: "Ricordatevi che, in una cascina, in mezzo alla campagna, c'è un'eremita che prega". Ma mi parrebbe estremamente pletorico. Sento il bisogno di semplificare, di ridurre all'essenza: spoglio, nudo, un osso. Lasciamo cadere l'eremitismo, il monachesimo, la cascina, la campagna, perfino la preghiera. Preferisco dire che vivo: mi sembra più semplice e più ricco perchè la vita comprende la preghiera, e forse la preghiera comprende la vita ed è la vita stessa. E non è necessario ricordarmi; ma, se mai, i termini sono questi: "In una casa c'è una persona che vive". E non è poi quello che diciamo sempre quando ci chiedono: "In quella casa chi ci abita?" e noi rispondiamo: "C'è Tizio; ci abita Caio". 
 Quanto narrare per concludere con quasi nulla, quasi una banalità! E sbiadiscono tutte le strutture: anche quelle più care, quelle che mi hanno portato e che mi portano, che mi fanno esser chi sono e come sono ma non dissimile, nella profondità, da ogni uomo che vive, che lavora, studia, s'interroga, si tormenta... e tutto questo ripiegarsi e complicarsi è per scoprire la semplicità.
Sono un'eremita come potrei essere una suora, o una moglie o un padre; vivo in una cascina di campagna come potrei vivere in un monastero o in un appartamento di città; faccio la scrittrice come potrei fare la sarta. Niente importa perché tutto è importante nella medesima maniera.
 Ormai s'è fatto scuro e io accendo la luce. Si vede, fin dalla strada, la luce del Molinasso. Anch'io rischiaro debolmente il buio come ogni finestra che s'accende di notte. Uno passa, vede quei piccoli punti luminosi e pensa che c'è una casa, un uomo, una vita. "In una casa c'è una persona che vive".

Ed ora, ecco la poesia:


Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori turchini e rossi
e con ali di uccelli.

...

E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un'epigrafe d'erba.

E dirà 
che ho vissuto,
che ho atteso,
che attendo.

...

lunedì 11 aprile 2011

Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri

Era da molto tempo che aspettavo di leggere un libro come questo, un libro che mi è parso aver risposto ad una mia confusa ma al tempo stesso fortissima richiesta, a un mio bisogno prepotente ma in parte inarticolato e poco chiaro, persino a me stessa; un bisogno che si è chiarito gradualmente, man mano che procedevo nella lettura (segno per me che questo è davvero un libro speciale - almeno per me - perché anche questo dovrebbe fare un libro, chiarirci a noi stessi e offrirci ciò di cui siamo in cerca, anche se non lo sappiamo).

Queste pagine parlano di una scelta di vita coraggiosa, inusuale, e non solo perché estrema, ma perché fedele, fedelissima, alla voce interiore e all'essenza più profonda e più vera di chi l'ha compiuta. 

Procedendo nella sua lettura, ho compreso che in questo momento ho bisogno di esempi positivi, di storie che mi confermino nell'opinione che vivere una vita a misura propria è possibile. 
Difficile, magari; impegnativo, senz'altro, ma possibile. 
E bellissimo. 

Perché chi fa questa scelta e poi la porta avanti trova non solo se stesso ma anche la bellezza, la poesia, la dolcezza dell'esistenza, anche se da fuori la sua vita può apparire rude, difficile, complicata, sacrificata; trova la pace.

Ci sono pagine bellissime, ispirate e piene di grazia, incentrate su questo punto, sulla differenza sostanziale che c'è tra pace e quieto vivere, pagine in cui la Zarri offre il distillato di quelle che, si sente, sono state meditazioni approfondite, sofferte, individualissime e originali, portate avanti durante i lunghi anni di vita eremitica, una vita che non ha escluso il contatto con il mondo, ma anzi lo ha potenziato, approfondito, sublimato, condensato.

Sentite qui:
Io resto quindi assai dubbiosa di fronte a certi facili umanesimi, a certi incontrastati amori per le cose, a certi idilliaci rapporti col mondo e con gli uomini... Mi sanno tanto di accomodamento umano, di dilettantismo cristiano. Il nostro è un amore conteso e crocifisso, che ha sperimentato la tentazione di spegnersi e ha seppellito il relativo per l'Assoluto. Finché un giorno ha compreso che, nell'Assoluto, il relativo ci sta dentro e che gli amori possono essere l'Amore. Ma questo giorno non è immediato e facile: di solito viene dato dopo anni - spesso decenni, talora tutta una vita - di faticoso annegamento dell'istintualità: anche di quella innocente, ma mai subito libera. Il vero amore per il mondo è l'amore di Abramo per Isacco restituito da Dio: un amore di ritorno, dopo l'esilio della spogliazione.

Ci sono, poi, pagine di grande bellezza sulla natura, vista attraverso gli occhi di un essere umano che ha saputo comprenderne e accettarne le manifestazioni più dure e inclementi e celebrarne quelle più dolci e suggestive: la tenerezza di un pulcino appena nato; lo specialissimo, sublime rapporto di rispetto e d'amore che può esserci con un animale col quale si divida la casa e la vita; la perfezione fragile ma insieme di incandescente splendore di una rosa appena fiorita; la dolcezza di una vita vissuta in armonia con le stagioni e col tempo.
 
E ce ne sono molte, ovviamente, sul rapporto con Dio che, benché io non sia credente,  mi hanno commossa e deliziata quasi fino alle lacrime: perché in queste pagine soprattutto si sente con immediata nettezza quanto libera fosse questa donna, quanto profonda e intensa e vissuta sia stata la sua vita spirituale, scevra com'è stata di ogni dogmatismo, libera di ogni preconcetto, pregiudizio, ossequio alla dottrina (e non si dimentichi che la Zarri è stata finissima e carismatica, anche se contestata ed eterodossa, teologa), quanto dolce e nutriente sia stato per lei il quotidiano incontro con quel suo Dio "domestico", "casalingo" che sa parlare e manifestarsi, a chi voglia ascoltarlo e incontrarlo, adeguandosi umilmente "alle nostre intime stagioni".

Completa il libro un bello scritto di Rossana Rossanda, che, pur nelle ovvie e inconciliabili diversità, di Adriana Zarri fu amica e che seppe vedere e riconoscere in lei luci e ombre: le sue parole ci restituiscono il ritratto di un essere umano che fu contraddittorio e imperfetto, di una donna che scelse la povertà ma non rinunciò mai alla bellezza, che visse nella semplicità ma senza isterismi, rifuggendo da ogni fanatismo ed eccesso rigorista (bellissimo, ad esempio, quel breve saggio che è un vero e proprio elogio della poltrona), che delle tre virtù cardinali "ne aveva in sovrabbondanza due, fede e speranza, mentre frequentava a modo suo la carità, il suo amore essendo tutto per Dio e qualche grande causa, ma poco incline alla sofferenza dei singoli, che in verità non ha nulla di splendido" e il cui "bisogno di solitudine veniva anche, credo, da una inconfessata aristocrazia del modo di essere".

Una lettura a cui tornare, sicuramente: con gratitudine e grande gioia. 

 
Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi 2011.