
martedì 23 giugno 2009
martedì 16 giugno 2009
Del cantare troppo presto vittoria. Una doverosa postilla
Le croccanti meringhe di ieri, stamane, appena infilate in bocca, si sono trasformate in enormi, gommose caramellone...
Forse ho tardato troppo a riporle in un barattolo sottovuoto, esponendole al calore e all'umidità mentre con la macchina fotografica immortalavo, insieme a loro, la mia ingenua presunzione di esser venuta finalmente a capo di questa caccia infinita?
O la pecca sta da qualche altra parte?
Me lo aspettavo, però...
Di nuovo in caccia.
lunedì 15 giugno 2009
Del raccogliere le sfide, dell'infanzia perduta, o delle meringhe
In cucina ognuno ha la sua Moby Dick. Una ricetta che ci elude, ci sfugge, che continuiamo a riprodurre senza mai riuscire ad ottenere realmente il risultato cui aspiriamo, con cui intratteniamo uno strano rapporto fatto di desiderio e anche di rancore.
Non importa quanto bene ci vengano altre cose, magari ben più complicate.
Il ricordo di altre soddisfazioni non aiuta a dimenticare che invece, confrontati per l'ennesima volta con l'ennesimo tentativo di riuscire, si è fallito miseramente, come sempre.
Invano si consultano spasmodicamente tutti i libri di cucina di cui si dispone; si interrogano la mamma, le zie, la nonna, la migliore amica, la vicina di casa, la panettiera, la signora seduta accanto a noi dal parrucchiere, cercando di carpire i loro segreti, i loro trucchi infallibili, nello sforzo di comprendere dove sbagliamo, dov'è che si crea il guasto, qual è il punto in cui deviamo dalla retta via, magari senza accorgercene. Ed è doppiamente frustrante, poi, dopo esserci illusi di aver finalmente capito la natura del nostro errore, evitarlo e ritrovarci, ancora una volta, davanti ad un disastro, magari diverso, ma altrettanto umiliante.
Per anni, la mia Moby Dick sono state le meringhe.
Premetto che non ci faccio follie, neanche per quelle perfette della mia mamma, un capolavoro di ingegneria culinaria, se così posso dire. Perfette cupolette tutte uguali con in cima un aggraziato ricciolo, leggere come piume, farinose il giusto, sempre di una straordinaria, elegantissima e severa sfumatura avorio, come il raffinato, sobrio abito da sposa di una grande sartoria del centro.
Ricordo che le faceva, da casalinga accorta e costretta da un bilancio familiare sempre al limite della precarietà ad evitare come la peste qualunque forma di spreco, quando le avanzavano le chiare dopo aver usato i tuorli per fare la pasta all'uovo.
Le montava con le sue fruste Moulinex acquistate subito dopo sposata, e tutta la cucina odorava di zucchero vanigliato (l'odore che più associo alla mia mamma, insieme a quello della buccia del limone che usava per profumare la crema).
Era mia madre a decidere a chi toccasse ogni sera di sedersi lì, con le ginocchia a stringere il macinino, facendo attenzione a non pizzicarsi la morbida carne delle cosce tra la sedia e il fondo del bell'oggetto appartenuto alla nonna.
Ero lì, in realtà poco interessata a ciò che mia madre faceva, ma desiderosa di approfittare di un'occasione rara: quando montava le chiare, per un momento lei si fermava e ci si poteva parlare un po'; altrimenti era sempre un muoversi indaffarato per tutta casa: impossibile farci il benché minimo discorso, attrarre per non più di un minuto la sua attenzione.
Il mio incaponirmi nel tentativo di riprodurre quelle meravigliose meringhe materne risale esclusivamente a questa sensazione di precaria ma intensa intimità con lei (arrivava poi sempre qualcuno o qualcosa ad interromperla).
Si cucina anche e soprattutto per ritrovare un'atmosfera, un sentimento, una persona amata, oltre che un gusto e un aroma. Almeno questo è valido per me.
Negli anni la mia testardaggine ha prodotto risultati che non esiterei a definire interessanti: c'è stata quella volta in cui le meringhe si sono fuse nel forno fino a creare un unico, sottile strato di materia gommosa e opalescente, che ricordava in modo inquietante gli orologi di Dalì; un'altra, invece, sono collassate su loro stesse, rompendosi tutte lungo una stessa linea di frattura, più o meno a 1/3 della loro altezza; poi è stata la volta delle meringhe fatte di cristallo, bellissime a vedersi ma impossibili a mangiarsi: non appena le ho sollevate con ogni precauzione dalla teglia mi si sono sbriciolate trasformandosi in una polvere beige madreperlata; e di quelle che fuori erano quasi brune e dentro praticamente crude, ancora collose di bianco d'uovo.
Ma oggi, proprio come la mia mamma e come tutte le casalinghe assennate, per utilizzare delle chiare (avanzo di un gelato alla crema di cui parlerò prossimamente), mi sono di nuovo cimentata e, stranamente, sono emersa dall'ennesima sfida soddisfatta.
Certo, sulla superficie di molte appaiono buchini vari, e non ho ancora capito se mi piaccia la consistenza chewy, come dicono gli inglesi, leggermente gommosa che hanno (voluta e desiderata, vista l'aggiunta dell'aceto e della maizena); probabilmente preferisco quella farinosa ma asciutta delle meringhe materne. Ma nell'attesa (forse eterna) di giungere a quei livelli di perfezione, mi pare che quello di oggi sia un ottimo risultato, raggiunto senza troppi patemi.
Non vedo l'ora di chiamare stasera la mia mamma per raccontarle, trionfante, della mia impresa.
Ovviamente l'uso della siringa con la quale produrre quei serici e lucidi mucchietti di glassa è qualcosa che ogni volta mi fa quasi perdere il lume della ragione, ma non sono l'unica ad avere un rapporto quanto meno conflittuale (per non dire nevrotico) con questo accessorio da cucina: una cuoca grandissima come Sophie Grigson preferisce, per i miei stessi motivi, utilizzare due cucchiai da minestra, che impegna in una sorta di coreografia, modellando la meringa fino a creare delle forme perfette, leggermente allungate. Non possedendo, ahimé, altrettanta manualità, opto sempre per il male (si fa per dire) minore e combatto la mia piccola battaglia con la siringa.
Anche oggi non sono stata da meno. Alla fine avevo le mani appiccicose e sporche e la cucina era un delirio, ma sulle due placche da forno erano disposti dei graziosi affarini, alcuni dei quali effettivamente somiglianti a delle meringhe.
La ricetta di oggi l'ho presa da Modern Classics Book 2 di Donna Hay, di cui vi ho parlato anche qui. Personalmente la trovo un'altra conferma (per altro per me superflua) dell'affidabilità delle sue ricette.
per circa 45 meringhe:
4 chiare d'uovo (150 ml) (la Hay consiglia di misurarle accuratamente cosa che, secondo lei, assicura la perfetta riuscita della meringa)
225 gr. di zucchero (io ho usato un bellissimo zucchero di canna, fine e dorato, del commercio equo e solidale)
2 cucchiaini di maizena
1 cucchiaino di aceto bianco (io ho usato dell'aceto di mele)
Preriscaldate il forno a 150°.
In una ciotola perfettamente pulita e asciutta cominciate a montare con le fruste le chiare d'uovo (cui si può aggiungere il tradizionale pizzico di sale) e continuate fino a quando non siano 'a neve ferma'.
Aggiungete poi gradualmente lo zucchero, sempre montando con le fruste, piano piano, senza fretta. Intrattenetevi in solitarie meditazioni o mentali colloqui con la vostra mamma nel frattempo (o con chi volete), non abbiate premura.
Quando tutto lo zucchero sarà stato incorporato perfettamente, aggiungete i due cucchiaini di maizena e quello di aceto e date un'ultima montata con le fruste, perché tutto sia amalgamato.
Foderate due leccarde con carta da forno e disponetevi mentalmente alla creazione delle meringhe: utilizzate la siringa o i due cucchiai. Scegliete voi di che morte morire. Se invece vi piace dedicarvi a questo genere di attività, godetevi l'istante, rifinite ogni meringa come se foste un ebanista: la vostra cura e la vostra attenzione non potranno che giovare al risultato finale.
Mettete nel forno ventilato per circa 30', trascorsi i quali spegnete tutto, lasciando dentro le meringhe, fino a quando non siano completamente asciutte.
Qualunque sia la vostra scelta, mentre assaporate l'esterno croccante e leggerissimo che rivela poi l'interno morbido, zuccherino e leggermente gommoso, sentitevi avvolti dalle materne attenzioni cui ogni essere umano ha diritto, le uniche cui possiate sempre e ragionevolmente aspirare: quelle che scegliete di concedere a voi stessi.
Enjoy!
domenica 14 giugno 2009
Truciolo di Sándor Márai

La storia di questo cagnetto bastardo, goffo e scordinato, impulsivo e passionale, e del suo avvicinarsi al mondo, degli umani e non solo, è raccontata con grande e finissima ironia, con partecipazione, tenerezza e non un filo di sentimentalismo (facilissimo caderci dentro con tutte le scarpe quando si sceglie come proprio soggetto un batuffolo di bastardino che all'inizio della storia è così piccolo da entrare nella tasca di un cappotto).
Molti sono gli spunti intelligenti e stimolanti offerti al lettore, che lo inducono a riflettere sul rapporto con il mondo animale con cui molti di noi condividono la quotidianità, sul rischio che il nostro amore, sincero sì, ma spesso ottusamente insensibile e cieco alla reale essenza di questo mondo, lo snaturi e lo condanni ad una particolare forma di schiavitù, fatta di prigioni dorate, istinti addomesticati, sottili e spesso inconsapevoli prevaricazioni.
Chiunque viva con un animale in casa sa che genere di intensi, appassionati rapporti affettivi si sviluppino con esso, e quanto però sia facile, da parte nostra, abusare della nostra superiorità e 'costringerlo' a ripudiare in parte la propria natura, in nome dell'amore esclusivo e incondizionato che spesso prova per noi e del bisogno che ha delle nostre cure.
Il protagonista di questa storia, Truciolo, è un cane impetuoso, vivacissimo e curioso, che manifesta il suo entusiasmo per il mondo in modi spesso scomposti e inconsulti; ama appassionatamente il suo padrone, ma si rifiuta di abdicare alla propria 'diversità' e 'animalità', si ribella al tentativo umano di ridurlo ad una versione addomesticata e più gestibile di se stesso.
Si vorrebbe far qualcosa perché la storia non si avvii alla sua naturale conclusione, si vorrebbe intervenire nella scena, terribile e risolutiva, in cui tutti i nodi vengono al pettine e uomo e animale si affrontano, prendendo atto, con rabbia, della reciproca e ineluttabile incapacità di comprendersi e accettarsi realmente per quello che sono.
Invece si assiste impotenti all'unica fine possibile, sostenuti dall'asciutta commozione che l'autore riesce a trasmettere con incredibile maestrìa.
Una delle frasi più belle, a mio avviso, è proprio nell'ultima pagina:
"(...) non amiamo tanto ciò che è bello, buono e virtuoso, ma piuttosto tutto ciò che è represso, imperfetto, irrequieto, e che protesta digrignando i denti - tutto ciò che non è virtù e accondiscendenza, ma è invece imperfezione e ribellione".
Sándor Márai, Truciolo, Adelphi Edizioni, Milano 2002. Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor
venerdì 12 giugno 2009
Della consolazione, del cogliere le occasioni, o di un'altra tarte tatin (alle melanzane)

Per fortuna che è finalmente arrivata la cosiddetta bella stagione. E che comincia ad essere facile e assai soddisfacente nutrirsi di sole verdure. Talmente facile e talmente soddisfacente che ritengo un delitto non approfittare tutti i giorni di questa bella abbondanza.
So di essere in controtendenza, ma a me la carne piace proprio tanto. La consumo al massimo due volte alla settimana, però mi devo controllare, mi devo ripetere a mo' di mantra che è meglio mangiarsi un bel piattone di biete con olio e limone piuttosto che un pollo arrosto o un'arista di maiale.
In estate, però, la cosa è diversa. La varietà delle verdure presenti è tale e tanta che bisogna proprio essere degli incontentabili rompiballe per non trovare qualcosa che soddisfi in pieno i propri appetiti. E la carne riesco a dimenticarmela anche per giorni e giorni, senza sentirmi deprivata o, peggio ancora, senza sentire che in fondo sto optando per pasti di 'seconda scelta', per così dire.
Una delle mie cene preferite, in estate, è una tegliona di verdure miste al forno (peperoni, cipolle, melanzane, patate, zucchine e pomodori) accompagnate da un semplicissimo cous cous; o ancora un piatto di peperoni in padella con un pezzetto di formaggio o anche solo del buon pane; zucchine trifolate con mozzarella di bufala; e che dire dell'intramontabile caprese? Cinque minuti netti e ci si conquista, a prezzi assai modici, un po' di felicità e di consolazione necessarie ad affrontare le molte brutture di questi tempi per molti versi avvilenti in cui ci tocca vivere.
Qualche giorno fa, in preda all'entusiasmo per la tatin al pomodoro, ho provato un'altra ricetta simile, che però utilizza le melanzane. L'ho trovata su un vecchio numero di Marie Claire idées un trimestrale di cucito, maglia e lavori manuali che trovo assolutamente irresistibile (utile anche per rispolverare il mio sempre agonizzante francese), le cui pagine traboccano letteralmente di quella eleganza apparentemente un po' surreale e inconsapevole (in realtà, sospetto, studiatissima e perseguita con razionale tenacia) che io associo automaticamente allo spirito d'oltralpe (insieme a tante altre e svariate caratteristiche, ai miei occhi non sempre particolarmente appetibili; ma questa, come si suol dire, è un'altra storia...).
La prima volta, seguendo la ricetta, ho utilizzato un rotolo di pasta sfoglia comprato al supermercato (non credo mi cimenterò mai nella sua realizzazione a mano, a meno che non decida di applicarmici come ad una forma di esercizio spirituale o di meditazione); la seconda ho invece preparato la pasta brisée già utilizzata per la tatin al pomodoro (per prepararla guardate qui) . In entrambi i casi il risultato è stato ottimo. Scegliete voi. Le prime due foto sono della prima tatin con pasta sfoglia, la terza è dell'esperimento con la brisée (l'occasione per papparsela è stata un'altra riunione organizzativo-godereccia del nostro GAS).

3 melanzane (io ho usato quelle lunghe, non quelle cosiddette 'globose', più tondeggianti e ciccione)
1 spicchio d'aglio
succo di limone
pomodori secchi sott'olio
50 gr. di pinoli, tostati due minuti in padella
rosmarino o timo
4 cucchiai di olio di oliva
1 cucchiaio di zucchero di canna scuro
1 rotolo di pasta sfoglia o pasta brisée.
Se decidete di usare la pasta brisée, fatela e mettetela in frigorifero.
Intanto occupatevi delle melanzane.
Lavatele, tagliatele e a fette spesse più o meno un centimetro, mettetele in un colapasta con del sale grosso e lasciatele 'spurgare' (termine orrendo) per una mezz'oretta, trascorsa la quale lavatele appena (non le inzuppate, però: usate pochissima acqua e aiutatevi con le dita per rimuovere i grani di sale), asciugatele con dello scottex o un canovaccio pulito.
In una bella padellona mettete i 4 cucchiai di olio, l'aglio tagliato a fettine sottili sottili: quando ne sentite il profumo (celestiale), aggiungete le melanzane, sale e pepe e un po' di succo di limone (non esagerate: secondo la ricetta originale bisognava aggiungere il succo di mezzo limone: io l'ho fatto la prima volta e sia io sia la Spia abbiamo avuto l'impressione che, mangiando la torta, le gengive ci si ritirassero dai denti; basta molto ma molto meno, giusto per dare un'idea di limone, regolatevi voi). Quando le melanzane sono diventate trasparenti e leggermente dorate, trasferitele in un piatto e lasciatele lì.
Intanto tirate fuori la pasta brisée (o la sfoglia) e la vostra tortiera. Ungete quest'ultima con un cucchiaino di olio, spolveratela di rosmarino o timo, aggiungete qualche pomodoro secco sott'olio sgocciolato tagliato a pezzetti con un paio di forbici (anche qui, regolatevi voi: io li adoro e tendo sempre ad usarne con magnanimità, ma tenete presente che se usate quelli secchi e molto saporiti rischiate di sentire solo loro; se invece ne usate di semi secchi e dal sapore più blando potete anche esagerare un po' come faccio io), poi i pinoli e lo zucchero di canna.
Se usate la pasta brisée, mettete nel forno preriscaldato a 180 gradi per 30'-40' (la pasta deve essere bella dorata); se usate quella sfoglia, il forno è meglio metterlo a 190 gradi e bisognerà attendere circa 25' (ma queste, come al solito, sono indicazioni di massima: i forni sono creature bizzarre e assolutamente uniche e singolari): anche la sfoglia dovrà essere di un bel dorato intenso e piuttosto gonfia.
Tirate fuori dal forno, lasciate raffreddare un po' la tortiera, poi, con fare deciso e disinvolto, oplà!, rovesciate la tatin sul piatto di portata e servite. In realtà, come molte torte rustiche, questa è assai più buona il giorno dopo, riscaldata in forno perché la pasta (sia brisée sia sfoglia) riprenda un po' di croccantezza. Anche se la volete mangiare subito dopo averla fatta, vi consiglio di attendere una decina di minuti: la pasta forse sarà leggermente più morbida, ma il sapore ne avrà certamente guadagnato.
Enjoy!
(Sei contenta Rita?? :-)
mercoledì 10 giugno 2009
Carnet de correspondences di Julie Andrieu

In pratica, non lo so, perché l'ho acquistato da poco e non ho sperimentato nessuna delle ricette presenti.
E' un libro dove diversi alimenti vengono presentati in ordine alfabetico e per ognuno di essi vengono indicati possibili 'accordi di gusto': quale spezia va bene con il salmone fresco? Quale frutto abbinare ai fagiolini? Sta bene lo zafferano con le cozze? e via così.
A prima (distratta) lettura, il libro, che propone anche alcune ricette a esempio degli abbinamenti proposti, sembrerebbe molto ben fatto.
Rimane ovviamente il dubbio: ma se questa Julie Andrieu ha dei gusti allucinanti e le piace mangiare un'insalata di fagiolini verdi e pesche con mandorle e menta che invece fa raccapricciare i miei ospiti (ma che a me pare ottima, detto per inciso)?
Il rischio sembrerebbe scongiurato dal fatto che la Andrieu (in Italia ancora poco conosciuta, ma presto verrà tradotta per i tipi della Guido Tommasi) sa quel che dice, in genere (per es. il suo La cuisine expliquée à ma mère io lo trovo davvero ottimo, pieno di idee e di ricette).
Per me, che amo spignattare ma sono una dilettante, qualunque sia l'effettiva utilità delle indicazioni proposte, la lettura di questo libro rimane comunque una bella opportunità per una delle mie attività preferite: starmene sul divano a fantasticare di possibili ricette e relativi banchetti.
Julie Andrieu, Carnet de correspondences. Mes accords de goûts, Agnès Viénot Editions, Paris 2009.
lunedì 8 giugno 2009
Non vi lascerò orfani di Daria Bignardi

Non è Miss Simpatia, è vero, ha una voce a volte stridula e sgraziata ('voce di gallina', la prendevano in giro la mamma e la sorella quando si arrabbiava da piccola), però a me il suo modo un po' ruvido di fare non dispiace affatto. Lo preferisco (e di gran lunga) agli atteggiamenti ridondanti melassa e idiozia che spesso dilagano nella televisione cosiddetta di intrattenimento, per non parlare della volgarità imperante che ci viene rovesciata addosso quotidianamente. E poi la trovo intelligente e arguta, sgradevole, alle volte, ma anche tenera, benché di sfuggita e suo malgrado, come se non le andasse troppo ma non ne potesse fare a meno.
A me piace per questo. E poi perché sta al suo posto, non fa programmi che dovrebbero essere una certa cosa e invece per mancanza di idee, di attenzione, di cura risultano essere la bruttissima, la pessima copia di qualcos'altro cui aspirano senza avere il respiro, la forza, la passione per arrivarci.
Mi sono sempre piaciuti i libri autobiografici, i mémoir che parlano di famiglie, case, nonni, cugini, vacanze estive, dimore avite, fidanzati e mariti, tic, manie, modi di dire, espressioni tipiche che diventano col tempo quel 'lessico famigliare' che fa subito 'clan', che identifica chi lo usa come appartenente alla stessa galassia emotiva e sentimentale. Dunque questo Non vi lascerò orfani mi ha incuriosito subito, e quando l'ho trovato in biblioteca l'ho preso volentieri.
Nel complesso, si tratta di una lettura piacevole e a tratti decisamente divertente, condita spesso di ironia e di ruvido, burbero affetto, di pudico e intenso tormento per questo rapporto con una mamma amatissima ma il cui amore è stato pesante come un macigno.
E' un libro scritto col cuore, con grande tenerezza e nostalgia, si sente subito, con sincerità: tutti pregi, ai miei occhi. Ma è anche esile esile (e non parlo del numero delle pagine): si arriva all'ultima pagina immersi in una pacata malinconia, ma anche leggermente insoddisfatti, non del tutto appagati, ancora affamati, e tra le dita ci si ritrova poco, come se per tutto il tempo si fossero soltanto sfiorati fantasmi (e forse è proprio ciò che la Bignardi voleva, bisognerebbe chiederglielo).
Altra pecca, ai miei occhi, è che a volte lo stile di questo libro è davvero un po' troppo disinvolto, tanto da sembrare che l'autrice non l'abbia neanche riletto e l'abbia mandato in stampa così, 'senza guardare', proprio come la sua mamma faceva l'arrosto (che tra l'altro, a quanto pare, le veniva benissimo, proprio perché fatto senza star lì a penarci troppo).
Insomma, un esordio promettente. Con ampi margini di miglioramento.
Daria Bignardi, Non vi lascerò orfani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2009.
venerdì 29 maggio 2009
Del mantenere le promesse: una torta rustica e una mousse al cioccolato da paura
Avevo accennato, tre post fa, alla torta con la feta e le erbe e alla mousse al cioccolato e cannella che ho preparato per la famosa sera del GAS.
Ecco allora le due ricette, la prima tratta da Cakes maison, di Ilona Chovancova (pubblicato in Italia da Guido Tommasi): preziosa miniera di idee e di abbinamenti interessanti (la torta con le pere disidratate, il cioccolato e le noci, per esempio, è una roba spaziale).
3 uova
10 cl di latte
10 cl di olio (d'oliva nell'originale, io ho usato dell'olio di girasole, ma non ditelo a mia madre)
100 gr. di groviera grattugiato
200 gr. di feta
erbette fresche (io uso sempre la menta, il basilico, il prezzemolo, l'erba cipollina, il timo, la maggiorana)
2 cucchiaini di lievito
Preriscaldate il forno a 180 gradi.
Tagliate la feta a dadi e tritate le erbette senza dannarvi troppo.
Sbattete appena le uova con l'olio e il latte. Aggiungete la farina, il groviera, la feta e le erbette. Sale e pepe. Infine, il lievito.
Versate il composto in una teglia da plumcake imburrata e infarinata e infilatela nel forno. Tiratela fuori dopo circa 50 minuti.
E' divina. E semplicissima.
E' della mia Nigellona, e la trovate in Nigella Bites. Se avete un frullatore sarà un gioco da ragazzi.
Le dosi sono inusitatamente modeste, per essere una ricetta di Nigella. E difatti vi confesso che mi sono chiesta spesso il motivo di tanta morigeratezza. Comunque, niente vi impedisce di giocare con le quantità. Io lo faccio regolarmente. La mousse si conserva ottimamente (ammesso che riesca ad avanzarne un po', a me non è mai successo).
per 8 persone:
175 gr. cioccolata fondente (io spesso arrotondo e uso 200 gr.)
150 ml panna
100 ml latte
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/2 cucchiaino di cannella (Nigellona prescrive 1/4 di cucchiaino di allspice, o pimento)
1 uovo
Grattugiate bene la cioccolata e mettetela nel frullatore.
Scaldate il latte e la panna fino al punto di bollore. Togliete subito il pentolino dal fuoco, aggiungete la vaniglia e la cannella e versate il tutto nella coppa del frullatore. Aspettate 30 secondi. Azionatelo per altri 30 secondi. Rompete l'uovo e versatelo nel frullatore. Azionate di nuovo per 45 secondi.
Versate la mousse in 8 tazzine da caffè e mettete in frigo per qualche ora (6?).
Sarà setosa e vellutata e voi vi sentirete un genio della cucina.
Enjoy!
Julie & Julia di Julie Powell

Devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di più da questo libro, la cui lettura, nonostante lo stile fin troppo brioso della Powell, mi è risultata spesso di una noia mortale.
Sarà che appunto l'autrice mi è sembrata anche troppo preoccupata di mostrarsi brillante e divertente (e ha spesso semplicemente confuso ciò che per lei corrisponde ad uno stile frizzante con una tendenza a volte esagerata e non necessaria alla volgarità gratuita), sarà soprattutto che mi aspettavo di trovare più Julia Child che Julie Powell nel libro, e sono stata, da questo punto di vista, delusa, tanto che il titolo, per me, avrebbe potuto benissimo essere 'Julie & Julie' oppure 'Julie (&, Sometimes, Very Little of Julia)'.
Se infatti trovo il personaggio di Julia Child di estremo interesse, con il suo personalissimo mix di esuberanza, energia positiva e volontà e la sua vena di folle eccentricità (a Parigi, dove il marito era stato mandato per lavoro, decise a 37 anni di imparare a cucinare e diventò quel che diventò), non posso dire altrettanto di Julie Powell, e me ne dispiaccio.
Non mi ha stupita il fatto che, proprio a poche pagine dalla fine, si racconti che l'allora 91enne Child, durante un'intervista, espresse tutto il suo dissenso circa 'il progetto' della Powell (che consisteva nella realizzazione, in un anno, di tutte le 524 ricette contenute nel celeberrimo Mastering the Art of French Cooking) e definì quest'ultima 'una villana rifatta e sboccata priva di serietà', o qualcosa del genere (non che ne volesse dir male, commenterebbe Woody Allen).
Tengo a precisare che sono molto contenta che la Powell abbia trovato, grazie a Julia Child e al suo straordinario esempio di vitalità ed entusiasmo, e grazie a questa folle idea di 'cucinare' un suo intero libro nell'arco di un anno, un motivo per abbandonare il suo squallido lavoro che la rendeva una donna frustrata e insoddisfatta e che, contestualmente, abbia anche raggiunto l'invidiabile risultato di fare soldi 'scrivendo in pigiama a Long Island City'. Mi spingo a dire che mi auguro abbia trovato anche qualcosa di più: un po' di felicità, e una maggiore autostima.
Ma se avesse evitato di raccontarlo a tutto il mondo con un libro come questo, ne sarei stata ancora più contenta.
Julie Powell, Julie & Julia. My Year of Cooking Dangerously, Back Bay Books, New York 2006.
mercoledì 27 maggio 2009
To the Lighthouse di Virginia Woolf

E' difficile condensare in poche righe il caleidoscopio di emozioni, riflessioni, intuizioni, illuminazioni che si sono succedute dentro di me durante la rilettura di questo romanzo di Virginia Woolf, da sempre considerato il più autobiografico ed uno dei suoi capolavori, e a ragione.
Riflettendoci dopo averlo completato, la scrittrice si rese conto (ne parlò nel diario) che, scrivendolo, aveva fatto ciò che gli analisti aiutano i propri pazienti a fare: questo libro è infatti una stupefacente opera di investigazione emotiva del passato, nel tentativo di liberarsi dell'ossessionante presenza dei fantasmi dei propri genitori e allo stesso tempo un tributo amorevole, benché complesso e ambivalente, a queste due figure per molti versi eccezionali e di straordinario fascino.
Mr. e Mrs. Ramsay sono infatti due appassionati e puntuali ritratti di Leslie Stephen e Julia Jackson (padre e madre della Woolf) e la stessa Virginia si rifrange in alcune figure del libro: Cam, James, Lily.
Il romanzo è anche una commovente rievocazione delle lunghe e incantate estati a St. Ives, cittadina della Cornovaglia dove, per tutta la sua infanzia, la scrittrice trascorse con la sua famiglia le vacanze, il luogo che per lei rimase il più bello al mondo e in cui, come affermò a più riprese in seguito, si era sentita più felice e più appagata.

Illuminanti, al riguardo, le parti dedicate al personaggio di Lily Briscoe, la pittrice alla quale è affidato il compito di esprimere gran parte delle perplessità, dei tormenti, delle estasi provate dalla Woolf nel suo lungo viaggio alla scoperta della propria personalissima voce artistica.
Un capolavoro.
(Ringrazio Titti che, invitandomi a parlarne ieri sera alla riunione del suo gruppo di lettura, mi ha dato la possibilità, la scusa, il pretesto per rileggerlo, per l'ennesima volta).
venerdì 22 maggio 2009
Del vincere i propri pregiudizi, della caciara, o di una tarte tatin al pomodoro
Se c'è una cosa che davvero mi piace è avere per casa gente che mi piace (ma va? Lapalisse mi fa un baffo).
Sono stata una fanciulla selvatica e ombrosa, che rifuggiva le comitive, i gruppi, le adunate chiassose, le feste piene di imbucati mai visti né sentiti, nelle quali invece sguazzavano pienamente a loro agio molti dei miei (pochi) amici. Anche adesso, tra tutte queste possibilità e una cena con 6 persone che, sedute intorno a un tavolo, con Miles Davis di sottofondo, si guardano negli occhi e hanno il modo di scambiarsi opinioni e storie (e anche semplici cazzate, a volte le mie preferite) senza dover urlare per farsi sentire e senza interferire con altre cinque conversazioni diverse, preferisco senz'altro 'la seconda che hai detto'.
Un duro apprendistato sociale, l'essere stata costretta, per quasi dieci anni, a passare una buona parte del mio tempo frequentando feste da 300 persone (con molte delle quali, avendo potuto scegliere, non sarei andata nemmeno a prendere un caffè al bar, e pochissime delle quali mi ispiravano la benché minima curiosità), mi ha spogliato in parte di una timidezza al limite del patologico, che in situazioni simili mi condannava in passato a un silenzio minerale o, per reazione, ad una logorrea compulsiva altrettanto patologica (entrambi i fenomeni essendo accompagnati da furiosi attacchi di colite), e quindi il contatto con le persone, soprattutto se nuove, e anche se numerose, non mi spaventa più come un tempo.
Ultimamente, sto dunque cominciando a vincere una serie di pregiudizi riguardo ai 'gruppi': quando essi siano formati da persone che condividono idee e gusti simili, una comune concezione della decenza, dell'educazione e del rispetto reciproco, e magari anche un bel progetto, io, nei gruppi, vi dirò, mi ci butto a pesce (anacoluto manzoniano che lèvate!).
Dice: eh, grazie, e dove si trovano 'sti gruppi? Si trovano, rispondo io. Bisogna cercarli, però.
Qualche sera fa, io e il compagno della mia vita abbiamo ospitato in casa nostra una piccola folla eterogenea di persone con le quali stiamo dando vita ad un GAS , un gruppo d'acquisto solidale, vale a dire un insieme di individui che cercano di svincolarsi da certo consumismo inconsapevole e drogato, e scelgono invece di acquistare e consumare il più possibile secondo coscienza, privilegiando i rapporti (umani, prima che economici) con piccoli produttori locali, in modo da incidere il meno possibile sul pianeta con le proprie abitudini d'acquisto, sostenendo con il loro contributo agricoltori che hanno scelto di coltivare la terra non usando pesticidi e prodotti chimici, riscoprendo varietà e tecniche antiche, o allevatori che trattano gli animali con umanità e rispetto, e magari si fanno anche promotori di lodevoli iniziative di reinserimento sociale o portano avanti altri progetti di valore etico.
Il nostro GAS è solo all'inizio, e come tutte le creature che si affacciano alla vita ribolle di energia primordiale ed entusiasmo, ma è anche esposto ad ogni genere di errore e capitombolo. Ben vengano, però, gli incidenti di percorso: se fatti in buona fede e per inesperienza, non sono che buoni maestri (ammesso che si sia disposti ad imparare da essi).
Una delle cose che più mi entusiasma di questa esperienza è che la solidarietà cui allude la S dell'acronimo GAS non si applica soltanto ai produttori e al pianeta, ma anche agli stessi partecipanti del gruppo, che si impegnano a gestire tutti insieme il progetto, in modo democratico, assolutamente paritario e libero. Per tirar fuori un po' di retorica (ma di sacrosanta verità) : da ognuno secondo le proprie possibilità, ad ognuno secondo le proprie esigenze. Spero ardentemente che questo sia lo spirito che sempre animerà questa bizzarra creatura della nostra comune aspirazione ad uno stile di vita più sostenibile. Al momento, pare proprio che sia così, e la cosa non può che rendermi assai felice.
Per ora, siamo ancora in una fase di esplorazione: stiamo cercando produttori coi quali avviare un rapporto di collaborazione reciprocamente fruttuoso, e abbiamo fatto i nostri primi ordini, per vedere come ci troviamo. Per me è molto eccitante andare alla scoperta di un mondo cui non mi ero mai avvicinata prima d'ora e, certo, Firenze è una città che offre strumenti e spazi perché questa scoperta avvenga nel modo migliore possibile.
Per lo più, fino ad adesso, questo GAS è stato un felice pretesto per ritrovarci tutti insieme, conoscerci, socializzare, discutere e, soprattutto, mangiare e bere come dei forsennati. Tutte lodevolissime e sommamente desiderabili attività, soprattutto se condivise con persone simpatiche e con le quali ci si trova in sintonia. Se qualcuno ci immagina come un circolo di virtuosi (mi viene in mente la congregazione religiosa che si riunisce per celebrare il compleanno del fondatore ne 'Il pranzo di Babette') si sbaglia di grosso: per ora assomigliamo di più a una banda di crapuloni, di quelli ritratti nel famoso banchetto di Trimalcione di petroniana memoria.
L'altra sera, dunque, è stato il nostro turno di ospitare i nostri amici del GAS. La serata ha presto preso una piega godereccia, giungendo a un notevole livello di simpatica caciara e ilarità (complice anche un po' di vino), con il citofono che suonava e gente che girava per casa parlando di riso e arance biologiche, detersivi naturali e fornitori o semplicemente scherzava e rideva. Io e la mia Spia ci siamo ad un certo punto guardati, al di sopra della confusione, la musica, le risate, e silenziosamente ci siamo entrambi detti quanto ci piacesse tutto quel bailamme in casa nostra.
Ognuno ha portato qualcosa: Rosalia una splendida crostata di marmellata d'arancia, Francesca una soffice torta di mele, l'altra Francesca una saporita tortina al cioccolato e pinoli e del pane carasau, Rita una bottiglia di preziosissimo olio pugliese fatto sui terreni del suo papà, Chiara una saporitissima panzanella, Louena del vino rosso.
(Per la cronaca, le torte salate erano due: ce n'era anche una con la feta e le erbe, di cui scriverò prossimamente; e c'era anche una mousse al cioccolato della mia Nigellona, la cui ricetta merita di essere divulgata e divenire patrimonio comune dell'umanità).
Ed ecco qui la sua splendida tarte tatin à la tomate, che i miei amici del GAS si sono spazzolati nel giro di un nanosecondo. Vi assicuro che vale la pena di provarla.
per una tortiera di circa 28 cm. di diametro:
per la pasta brisée:
200 gr. di farina
1/2 cucchiaino di sale fino
125 gr. di burro, tagliato a cubetti
1 uovo, leggermente sbattuto
acqua ghiacciata
per il ripieno:
olio extra vergine d'oliva
1 kg. di pomodori (di quelli non troppo acquosi, se possibile)
sale e pepe
erbe varie secche (io ho usato maggiorana e origano, e del timo fresco)
4 cucchiai di pesto (io ho usato quello fatto dalla Spia, ottimo, ma la ricetta prevedeva originariamente la stessa quantità di tapenade o pasta d'olive e, in alternativa, del pesto)
170 gr. di caprino
qualche foglia di basilico
Cominciate con la pasta brisée.
Schiaffate i primi tre ingredienti nella coppa del robot da cucina, azionatelo fino a quando essi non siano stati ridotti in briciole. Aggiungete quindi l'uovo e aspettate che la pasta cominci a fare massa. Se il composto dovesse essere troppo asciutto (di solito non lo è), aggiungete, cautamente e cucchiaino dopo cucchiaino, l'acqua gelata, fino ad ottenere la consistenza giusta.
Estraete l'impasto dal robot, dategli una forma di palla e avvolgetelo nella plastica (dopo averlo leggermente schiacciato). Lasciatelo riposare in frigorifero per una mezz'ora.
Dopo aver lavato i pomodori, tagliateli a metà e liberateli il più possibile dei semi e dell'acqua di vegetazione. Adesso armatevi di santa pazienza. Dopo aver oliato leggermente la tortiera che userete, cominciate a disporvi i mezzi pomodori, con la parte tagliata rivolta verso l'alto, creando un disegno concentrico. Alla fine vi sentirete un po' come un certosino alienato, ma vi assicuro che l'effetto visivo che otterrete con questa prova di pazienza varrà la rottura di disporre ogni pomodorino al suo posto. Potete anche ammassarli un po', perché con la cottura inevitabilmente si raggrinziranno come dei vecchietti. Condite con sale e pepe, le vostre erbette e un bel giro d'olio. Quindi ponete la tortiera in forno preriscaldato a 180 gradi per 30', passati i quali, tiratela fuori (lasciando il forno acceso).
Intanto avrete tolto dal frigo la pasta brisée; stendetela fino a che sia diventata ampia abbastanza da ricoprire la tortiera: bucherellatene la superficie con i rebbi di una forchetta (quanto mi piace dirlo), e spalmateci sopra il pesto (o la tapenade), lasciando circa 3 cm di bordo libero.
Lasciate raffreddare la tarte tatin per 10' su una gratella, quindi prendete un bel piattone di portata, i vostri guanti da forno e, con la calma e tranquillità di cui sopra (qui il mio panico arriva a dei livelli terribili), rovesciatevi sopra la tarte (preferibilmente senza scottarvi o versarvi parte dei succhi bollenti dei pomodori nella scollatura, come pare sia successo a qualcuno...).
Quando la servirete (anche a temperatura ambiente è splendida, certo la pasta brisée un po' si ammolla, ma vi assicuro, è splendida anche così, e chi la mangerà avrà le lacrime agli occhi per la commozione e la gratitudine, e sarete solo voi a tormentarvi per questa inezia...), cospargetela di foglioline di basilico e godetevi i mugolii riconoscenti dei vostri commensali.
Enjoy!
Del prendere una tranvata. Un'errata corrige
Le 'stoviglie color nostalgia' citate nel post sulle pere al vino vengono ovviamente dalla bellissima Incontro (dall'album Radici, del 1972) e non da La signorina Felicita, alla quale invece io le avevo associate, memore di quel bellissimo verso in cui Gozzano celebra gli occhi della suddetta signorina, 'con l'iride azzurro di un azzurro di stoviglia', proprio il colore della mia teiera.
Sempre Paola, forse per timore di avermi messa in imbarazzo, mi ha però segnalato il link ad un sito in cui si può leggere uno studio (che pare piuttosto serio e documentato) condotto proprio sui richiami e le suggestioni gozzaniane nella poetica di Guccini (se siete curiosi, andate pure qui).
Insomma, ho preso una tranvata, ma qualcun altro, evidentemente, ha fatto prima di me lo stesso collegamento.
Solo che io l'ho fatto inconsapevolmente e per difetto di neuroni, mentre Andrea Sanfilippo (l'autore del saggio cui accennavo prima) lo ha sviluppato in modo puntuale e consapevole.
Una bella differenza!
mercoledì 13 maggio 2009
Della compassione, dell'animismo, o di due pere al vino
Dopo le mele al forno, un'altra ricetta di frutta cotta.
Stavolta a far da cavia è stato un paio di pere Kaiser, comprate per sbaglio dalla Spia, che languivano malinconicamente nella fruttiera sul micro-tavolo della cucina.
Non so voi, ma io sono sempre stata un'animista: ho sempre pensato che tutto il mondo intorno a me, tutto, avesse emozioni e sentimenti; un'anima, appunto.
Da piccola ogni cosa aveva per me una personalità, e desideri, opinioni, gusti, ricordi, e una vita sua, proprio come me. E quasi ad ogni cosa davo un nome.
Era sicuramente un modo di rendere più umano e meno minaccioso un mondo nel quale, per la maggior parte del tempo, non mi sentivo particolarmente né a mio agio né al sicuro. Quando si dà un nome a qualcosa, si instaura con esso un rapporto personale, affettuoso, si intrecciano conversazioni, si raccontano storie; insomma, non si è soli.
Questo legame segreto e appassionato con le cose ancora esiste per me, benché l'urgenza e la necessità che gli erano sottesi quando ero più piccola siano diminuite (e siano defluite, in parte, nella mia divorante passione per la lettura); è alimentato e mantenuto in vita da questo mio insopprimibile impulso a sviluppare una relazione emotiva con il mondo, tanto più se è quello apparentemente muto e opaco di certi esseri viventi che però, sprovvisti di mezzi di comunicazione 'evidenti' come possono essere quelli di gran parte degli animali, sembrano essere condannati a un'assoluta e irredimibile solitudine (penso agli alberi, alle piante, ma anche ai sassi, all'acqua), e implica una particolare attenzione agli oggetti, soprattutto quelli che uso quotidianamente.
So che mi espongo alla vostra perplessità (se non alla vostra compassione), ma non posso tacere il fatto che intesso vere e proprie conversazioni con il forno o il frigorifero, soprattutto quando li 'accudisco', e che ogni mattina, quando riempio d'acqua la mia piccola teiera celeste (comprata perché mi ha fatto subito pensare alle 'stoviglie color nostalgia' di Gozzano, grande cantore delle cose), mentalmente le rivolgo quasi sovrappensiero un saluto, come si fa con un coinquilino cui ci unisca un vincolo di lunga consuetudine, e dopo averla usata la lavo amorevolmente, con attenzione, come fosse un essere sensibile al caldo dell'acqua e agli urti involontari che posso farle subire (sia mai) riponendola sullo scolapiatti.
Che il mondo degli oggetti apparentemente inanimati abbia una sua sensibilità è un necessario corollario al mio animismo.
Da piccola ero capace di disperarmi ogni volta che perdevo qualche cosa di mio: la gomma da cancellare a forma di fetta d'anguria, l'orribile cerchietto rosa con due piccole campanelle, la molletta verde persa in qualche gioco e per la quale, quella sera, piansi fino ad addormentarmi, immaginandola terrorizzata, nel buio notturno di un giardinetto, confusa tra la ghiaia e soffocata da qualche cartaccia.
Non era tanto il dover fare a meno di lei a farmi soffrire, quanto la pena che sentivo al pensiero del suo essere abbandonata all'indifferenza di un mondo in cui non ci sarei stata più io a usarla tutti i giorni, a bearmi della sua vernice metallizzata, a mostrarla orgogliosa alle amichette di scuola, a riporla amorevolmente ogni sera sul mobile dietro il mio letto. Era il suo essere destinata all'invisibilità, all'anonimato, alla solitudine a straziarmi. Era il suo essere ormai privata di uno sguardo affettuoso che la riconoscesse (il mio) a farmela tanto compatire . Per ogni pezzo di spago, temperino, cappuccio di bic e sorpresina dell'ovetto kinder persi, ho avuto il mio lutto, inesprimibile e incomunicabile.
La vista allora di due pere Kaiser (ed eccoci qui di ritorno! lo so, divago, divago... sempre stata così), già acquistate per sbaglio (e quindi probabilmente inclini a deprimersi) e lasciate lì a immalinconirsi nella consapevolezza di non essere desiderate, mi ha spinto a sfogliare i miei libri, alla ricerca di una ricetta che potesse sottrarle ad un futuro avvilente.
Ed eccole qui, le due pere che nessuno voleva, trasformate in due imperatrici da un bagno in un profumato sciroppo liquoroso e speziato! Che bontà! (E che sollievo per me! Che peso dal cuore mi sono tolta...).

Se ovunque leggerete che le sue ricette sono praticamente foolproof, credeteci. Lo sono. Impeccabili (e ahimé spesso caloriche quasi a livelli nigellonici, ma si tratta di un trascurabile dettaglio...).
E poi questo è un libro bellissimo, di quelli da sfogliare sul divano quando non abbiamo voglia di nulla in particolare e nulla ci soddisfa, e stiamo lì un po' uggiosi, malmostosi e inclini a rompere i coglioni a chiunque abbia la sventura di capitarci sotto tiro. Buonumore recuperato in 10 secondi netti (nostro e altrui).
Ecco qui la ricetta, di una facilità commovente (o sospetta, per le nature più malfidate), riportata quasi fedelmente (ho aggiustato un po' le quantità):
250 ml. di vino rosso
250 ml. di acqua
150 gr. di zucchero
1 bastoncino di cannella
1 chiodo di garofano
2 pezzi di circa 5 cm. l'uno di buccia di arancia
3 pere, sbucciate ma ancora col picciolo
Fate sobbollire per 5 minuti, poi aggiungete le pere. Coprite e lasciate sobbollire per circa mezz'ora, rigirando ogni tanto le pere perché si colorino uniformemente e si imbibiscano del loro inebriante sciroppo.
Fatto.
Io le ho mangiate ancora un po' tiepide, accompagnate da un po' del gelato allo sciroppo d'acero del precedente post e da una pallina di gelato al cioccolato (un esperimento, parzialmente riuscito; attendo di rifarlo prima di proporlo), non prima di averle ringraziate per il piacevole fine pasto offertoci, ed esserne stata gentilmente e graziosamente ringraziata.
Enjoy!
mercoledì 6 maggio 2009
Del galateo a tavola o delle mele al forno
La frutta cotta mi ha sempre fatto una tristezza infinita, forse perché l'ho sempre associata ad una dieta da gerontocomio, a denti traballanti e gengive infiammate che non riescono più a mangiare la frutta se non ridotta ad una poltiglia.
Secondo me, Alessandro Baricco si era certamente dimenticato di lei quando diceva che due sono le cose più avvilenti che esistano, il circo e la verdura cotta.
Ripenso a quelle pere o a quelle mele senza più forma, sbiadite, un po' acquose, che mia madre ha sempre preparato e mangiato in inverno, dopo cena, cercando di renderle un po' più attraenti con della scorza di limone grattugiata, e che ha più volte cercato di farmi mangiare, ottenendo sempre cortesi ma fermissimi rifiuti.
Le mele al forno, però, sono tutt'altra cosa. Prima che vengano sostituite da ciliegie, pesche, susine, meloni e angurie, se trovate ancora delle belle meline in giro, compratele e fatele al forno. E' un trattamento che non può che giovare a delle mele quasi al capolinea.
E queste poi sono profumatissime, invitanti, soprattutto se accompagnate da un facilissimo gelato allo sciroppo d'acero (niente panico, non c'è bisogno di avere una gelatiera; sono richieste, però, un po' di pazienza e di attenzione).
Questo dessert mi è venuto in mente qualche sera fa. Io e il compagno della mia vita avevamo a cena un conoscente che, per quel poco che abbiamo visto, è piuttosto tradizionalista in fatto di cibo. Quel tipo di persona che considera un'insalata di spinaci con le noci un filino troppo esotica per i suoi gusti.
Per di più, per quanto la cosa possa sembrare inaudita (quantomeno a me), non ama il cioccolato.
Il nostro ospite, che durante tutta la cena non aveva mostrato nessun tipo di apprezzamento per ciò che mangiava (pur servendosi due o tre volte), dopo aver assaggiato queste mele si è lasciato sfuggire un 'Buono', appena pronunciato tra i denti.
La ricetta (sia del gelato, sia delle mele) l'ho trovata in Ricordi in cucina di Tessa Kiros, di cui vi ho già parlato ad abundantiam qui e qui.
Ed ecco la ricetta, per 4 persone:
per il gelato:
250 ml di panna
125 ml di sciroppo d'acero
250 ml di latte
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
per le mele:
50 gr. di burro (io ne ho usato molto ma molto meno, giusto un po' per imburrare il piatto e qualche fiocchetto su ogni metà mela)
4 mele, tagliate a metà, scavate con l'apposito attrezzino che serve per togliere parte del torsolo e creare una piccola conca (si chiama scavameloni? svuotameloni? lo ignoro)
80 gr. di zucchero di canna leggero
1 cucchiaino di cannella
2 cucchiai di Marsala o di Porto
Ovviamente, è meglio se il gelato lo fate il giorno prima. In una ciotola versate tutti gli ingredienti e amalgamateli con un cucchiaio di legno o una piccola frusta. Versate il tutto in un contenitore con coperchio che potete mettere in freezer e... mettetelo in freezer.
Tiratelo fuori dopo 3-4 ore e dategli, come dice la mia mamma, una bella smucinata: io uso il minipimer, piano piano, in modo da rompere i cristalli di ghiaccio e rendere il gelato il più cremoso possibile (e non far fondere il motorino del minipimer, come mi è già successo qualche anno fa). Qualche volta ho usato uno sbattitore elettrico. Rimettete il gelato in freezer e ripetete la smucinata dopo un paio di ore, e un'altra volta ancora sempre dopo 2-3 ore; qualche volta me ne sono dimenticata, e non è accaduto niente di grave: il gelato era un po' meno cremoso, ma non era un blocco unico inattaccabile da tirare fuori 3 ore prima per essere capaci di scalfirne la granitica superficie.
Ed ora passate alle mele.
Accendete il forno a 180 gradi.
Imburrate appena il piatto da forno in cui metterete le mele tagliate a metà, che devono stare vicine ma comode.
Mescolate lo zucchero con la cannella e spolverate il composto sulle mele. Su ognuna di loro, un fiocchetto di burro. Bagnatele con il marsala o il porto, aggiungete 125 ml. di acqua. Mettete in forno.
Lasciatele un po' intiepidire, poi servitele accompagnate dal gelato allo sciroppo d'acero, e godetevi i meravigliati complimenti (o i sobri apprezzamenti pronunciati tra i denti, dipende dai vostri ospiti) dei fortunati mortali che avrete voluto omaggiare di questo dessert.
Enjoy!
martedì 5 maggio 2009
Della ricerca dell'eterna felicità, o di una nuova torta
La mia dolce metà, per certi versi, è un uomo che si potrebbe definire 'a basso mantenimento', riprendendo la famosa definizione di Harry in Harry ti presento Sally (anche se lì si parlava di donne e l'esempio portato era il personaggio interpretato da Ingrid Bergman in Casablanca, controllate da voi qui).
Non ha particolari esigenze dal punto di vista gastronomico. A parte alcune spiccatissime e violente idiosincrasie (peperoni, olive, insalata, aceto, gorgonzola, maionese le prime che mi vengono in mente), è aperto agli esperimenti, assaggia (anche se sospettoso e guardingo) più o meno qualunque cosa gli si metta nel piatto e, qualità per me preziosissima, esprime i suoi giudizi sempre in modo molto urbano e civile, anche quando si tratta di manifestare un netto dissenso (ricordo ancora certe terribili scenate tra i miei genitori scatenate da una nuova ricetta, e mi sento, per esserne esentata, una miracolata).
Ma se lo si vuole fare contento, se ci si vuole far perdonare per qualche cosa che si è fatto e che lo ha contrariato, è facile preparare un menu che lo ammansisca e lo renda il più disponibile degli uomini: i soliti spaghettini al pomodoro (in alternativa una teglia formato famiglia di lasagne), carne impanata con patate fritte e, per finire, una bella crostata con marmellata di more.
Devo ammettere che cucinare per un simile esemplare di uomo con l'intento di compiacerlo è a volte di una facilità quasi irritante. Si perde il gusto della sfida, la soddisfazione di vedergli affiorare un bel sorriso di gradimento, di sentirlo mugolare con la bocca piena un bel 'mmm...' di apprezzamento.
Quando dunque, pur discostandomi dal noto trinomio spaghettini-carne impanata con patate fritte-crostata di more (che tra l'altro, ad onor del vero, non gli preparo quasi mai!), riesco ad azzeccare un piatto che gli piaccia al punto da diventare l'ennesima hit e mi venga dunque richiesto a cadenza settimanale ogni volta che rivolgo la fatidica domanda: "Che cosa vorresti da mangiare?", per me è un'enorme soddisfazione.
Ovviamente dopo un po' mi stufo e parto alla ricerca di una nuova ricetta; ma per lui si potrebbe continuare così all'infinito (forse con qualche leggera variazione, tipo marmellata di prugne o di arance invece che di more per la crostata, o patate al forno invece che fritte, o lasagne al pesto al posto che col ragù), alla ricerca di quella sorta di eterna e incorruttibile felicità che, ahimé, neanche in cucina a noi umani è dato conoscere.
Questa torta è una new entry e nell'ultima settimana mi è stata richiesta ben 3 volte. La ricetta è della mia cara Nigellona Lawson, ma non è presa da nessun libro*, quanto da una puntata speciale del suo Nigella Bites dedicata al Natale e intitolata, secondo lo spirito un filo narcisistico e solipsistico della mia pur adorata cuoca feticcio (guess what?), Nigella's Christmas.
175 gr. di burro (125 gr. + 50 gr.)
225 gr. di frutti di bosco surgelati
3 cucchiai di zucchero (io uso quello di canna leggero)
175 gr. di farina lievitante
175 gr. di zucchero (come sopra)
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
2 uova
la scorza di un'arancia
mandorle filettate a piacere
Fate fondere i 125 gr. di burro sul fornello, dolcemente. Con un pennello, spalmatene un po' su una tortiera di circa 24 cm. di diametro.
In un pentolino mettete i frutti di bosco, gli altri 50 gr. di burro e i 3 cucchiai di zucchero e lasciate cuocere per qualche minuto: i frutti di bosco non si devono spappolare, ma ammorbidire.
In una ciotola mettete la farina, lo zucchero, il lievito e la scorza d'arancia; aggiungete il burro fuso e amalgamate.
Ponete parte di questo composto nella tortiera, coprite con i frutti di bosco e i loro aromatici succhi e poi concludete con il resto del composto di burro, zucchero e farina. Vi sembrerà pochissimo e in effetti lo è, ma non vi dovete preoccupare: anche se non riuscirà a coprire i frutti di bosco, non importa, la cosa non ha la minima importanza.
Prima di mettere in forno preriscaldato a 160 gradi, cospargete la superficie della torta con un altro po' di zucchero di canna e con delle mandorle filettate.
Fate cuocere per un'ora. Servite con panna appena montata, o un po' di crema pasticcera, ma anche così da sola, vedrete che a questa torta non manca proprio nulla!
Enjoy!
P.S. (Ovviamente, per moooolti altri versi, la mia dolce metà è un uomo ad alto mantenimento, altissimo, oserei dire, ma questo temo valga per chiunque, vero?)
* Non è vero! Ho visto che si trova su Feast. La quantità di cranberries utilizzata è un sorprendente mezzo chilo! Ma Nigellona, si sa, è donna di eccessi.
lunedì 4 maggio 2009
Alfred e Emily di Doris Lessing

Prima di questo libro, avevo già letto Gatti molto speciali e Love, again.
Il primo non può non commuovere chi abbia sempre avuto un grande amore per i gatti, benché la Lessing parli di loro con una certa freddezza, freddezza che, ad una lettrice particolarmente ben disposta come ero io nei confronti di quel libro, è apparsa più che altro come lodevole assenza di ogni sciropposo sentimentalismo, trappola tanto frequente in cui cade chi parla dei propri animali domestici.
Love, again, invece, è un romanzo che non mi ha mai presa, per i cui personaggi non sono riuscita a sviluppare la minima curiosità, per non parlare di un po' di simpatia.
Di Alfred e Emily potrei scrivere le stesse cose.
Dopo una prima parte narrativa, in cui la Lessing immagina la vita che i suoi genitori avrebbero potuto avere se la loro esistenza non fosse stata stravolta dalla prima guerra mondiale, si passa ad una seconda parte cui la scrittrice consegna un ritratto dei suoi reali genitori: la madre, brillante ragazza di buona famiglia che per voler fare l'infermiera viene ripudiata dalla famiglia, e il padre, bello, atletico, eccellente ballerino, che la prima guerra mondiale trasformerà prima in un invalido, poi in un uomo cronicamente malato e depresso, vecchio anzitempo. I sogni di bellezza, agiatezza, intensità e passione che Alfred ed Emily sembrano concretizzare all'inizio del loro matrimonio, si infrangono uno dopo l'altro, dolorosamente, e si spengono nella vita sacrificata e durissima che insieme trascorreranno nella Rhodesia del sud, oggi Zimbabwe, a coltivare una terra difficile e a combattere una quotidiana guerra contro una natura lussureggiante e pericolosa.
La Lessing ammette senza problemi di aver sempre odiato sua madre; per questa donna che ha chiuso in un baule i suoi vecchi vestiti da sera, elegantissimi e sensuali, e insieme ad essi ha lasciato marcire e rovinarsi anche ogni suo sogno, questa figlia ha una qualche forma di lucida e distaccata comprensione, ma nessuna simpatia, nessuna pietà.
Nei confronti del padre, i sentimenti sono più ambigui; di sicuro più affine alla figlia, quest'uomo viene consegnato alle pagine come una figura tutto sommato scialba, debole, un illuso con poca presa sulla realtà, prigioniero di un passato dal quale non è mai riuscito a liberarsi.
Non so, forse sono io che faccio fatica a entrare 'in risonanza' con la scrittura e l'universo della Lessing.
Mi piacerebbe poter cambiare idea, ma per ora non c'è verso.
Mi sembra troppo fredda, troppo poco comprensiva del genere umano cui appartiene, ed io non riesco a sentire mia la realtà della quale parla.
venerdì 1 maggio 2009
Ragazza in un giardino di Anne Tyler

Elizabeth vive la sua vita in modo apparentemente casuale, come se non fosse la sua: è per caso che si ritrova nel giardino della signora Emerson di Baltimora, che ha appena licenziato il suo uomo tuttofare e che la assume con la stessa qualifica. Elizabeth la pasticciona, che a casa sua non ha combinato che guai e non ha fatto che dare preoccupazioni ai suoi genitori perché non sa che cosa fare della sua vita e non sembra preoccuparsene, diventa colei cui tutta la famiglia disfunzionale della signora Emerson si rivolge perché, materialmente e metaforicamente, metta a posto le tante cose che non funzionano, e dunque sistema maniglie, pulisce grondaie, aggiusta finestre, carica i numerosi orologi di cui il defunto signor Emerson era un appassionato collezionista (il titolo originale era infatti il ben più felice The Clock Winder), assiste agli scontri, alle scenate, alle discussioni tanto frequenti tra i fragili e complicati Emerson senza mai esprimere un giudizio, senza mai farsi coinvolgere, limitandosi ad essere sempre lì quando si ha bisogno di lei, e gradualmente si rende suo malgrado indispensabile, necessaria, legandosi a questa famiglia in un rapporto 'subìto' a volte con una rassegnazione non priva di una certa allegria, a volte con insofferenza, e anche toccando il dramma e la tragedia.
La nota su cui si chiude il romanzo è agrodolce, ed è giusto che sia così, perché è così che spesso è la vita: la serenità è un traguardo difficile da raggiungere, al quale spesso si arriva per vie tortuose e dopo molte deviazioni, false partenze e apparenti cambiamenti di rotta e, sembra suggerire la Tyler, non prima di aver sofferto e conosciuto il lato meno spensierato e solare della vita. Per il giovane Peter, il più piccolo dei fratelli Emerson, cui è affidata l'ultima immagine del romanzo, la meta del viaggio è ancora lontana.
C'è la storia di una grande famiglia di 'bizzarri', con i suoi tipi 'alla Tyler', un po' spostati, un po' folli, tutto sommati innocui, ma chiusi nella loro bolla, fondamentalmente dei disadattati alla vita, apparentemente incapaci di lasciarsi andare a qualunque emozione autentica e forte e ad uscire dal loro piccolo mondo autoreferenziale per entrare nella realtà degli altri (e chi lo fa davvero, o almeno tenta di farlo, è destinato a morire, o a vivere solo, a vivere una vita di stenti, a conoscere lo squallore, la miseria, o almeno l'incomprensione degli altri membri della famiglia, la distanza da loro, un garbato, sommesso, ma fermissimo ostracismo che tutto il clan, stringendo un patto silenzioso, decide di imporre a colui o colei che ha 'sfidato' la famiglia pretendendo di vivere a modo suo).
C'è una bella casa di famiglia, vecchia e un po' sgarrupata , dove si consumano quelle cene e quei pranzi complicati durante i quali, tra un discorso sul tempo e le solite banalità sui vicini, si comunicano notizie sgradevoli, si prendono decisioni impopolari, si creano conflitti, rotture, riappacificazioni...
C'è anche la storia d'amore lunga una vita, tra un uomo inquieto e gentile, brutale e distante, affettuoso e disarmante e la donna che lo ama anche se gli vorrebbe spaccare la faccia, che lo ama suo malgrado, con ostinazione, con la stessa, invariata intensità da quando ha 16 anni a quando ne ha 65 e oltre, nonostante lui la allontani dall'amatissima famiglia, la trascini per mezza America facendole fare una vita precaria in case squallide e transitorie, le impedisca di mettere radici e di sentire veramente suoi un luogo, una comunità, un gruppo di amici.
C'è la consueta attenzione discreta ma intensa per i sentimenti, la capacità dell'autrice di delineare, con poche parole, scenari sentimentali nei quali ognuno può riconoscersi.
Insomma, c'è tutto quello che dovrebbe esserci per piacermi.
Invece sono arrivata alla fine di questo romanzo con fatica, spesso reprimendo a stento sbadigli annoiati, con la sensazione sgradevole di non essere riuscita ad 'entrare' nella storia, senza sentire nessun trasporto emotivo per nessuno dei personaggi, nemmeno per Justine, la donna del titolo, che pure è tratteggiata con finezza ed è il genere di personaggio che trovo umanamente interessante.
Forse il problema di questo romanzo è che è troppo 'alla Tyler'. Sembra proprio che l'autrice, prima di scriverlo, si sia presa dieci minuti e si sia chiesta: "Vediamo un po', quali sono le caratteristiche principali che fanno dei miei romanzi i miei romanzi?" e, individuatole, le abbia tutte, ma proprio tutte, coscienziosamente riproposte in questo.
C'è una generale sensazione di inautenticità, ecco, di artificiosità, di creazione fatta col famoso bilancino: un po' di questo, un po' di quello, che non manchi niente alla ricetta.
E' questa ruffianeria (ma elegante, nient'affatto sfacciata, anch'essa 'alla Tyler') che mi ha impedito di godermi il romanzo e mi ha lasciato, alla fine, con la sensazione spiacevole di aver perso tempo: qualcosa che non bisognerebbe mai ritrovarsi a provare, quando si parla di libri.
Anne Tyler, Una donna diversa, Ugo Guanda Editore, Parma 2006. Traduzione di Laura Pignatti