Ciò che non si conosce, si sa, ispira a tutta prima diffidenza.
Se poi si aggiunge anche la forza della consuetudine, l'inerzia e la pigrizia che spingono a scegliere il consueto, il noto e il rassicurante, si capirà perché in quasi 37 anni di vita io non avessi mai mangiato le zucchine tonde.
Poi, una ricetta in Chocolate & Zucchini di Clotilde Dousulier (di lei e del libro ho già parlato qui) mi ha fatto venire una certa curiosità, quel sentimento che può spingere l'uomo tanto a superare gli angusti limiti del proprio orizzonte alla scoperta di nuovi mondi e nuove dimensioni, quanto ad origliare o ad attaccarsi allo spioncino della porta di casa per controllare i movimenti dei vicini sul pianerottolo.
In casa mia, le zucchine sono sempre state lunghe, e sempre cucinate negli stessi modi: con pomodoro e cipolla, una delle mie versioni preferite; a frittata o a sformato.
Ripiene, mai; ripieni erano solo i pomodori, e solo di riso.
Perché?
Bella domanda, alla quale, probabilmente, si sarebbe risposto con un esauriente e articolato "Perché è così e basta", uno dei princìpi sui quali si è basata la mia educazione e la mia vita in famiglia.
Quando ero piccola, noi figli non avevamo la benché minima possibilità di esprimere i nostri desideri riguardanti il cibo: non eravamo interpellati in occasione della spesa settimanale, nessuno ci chiedeva "Che ne dici stasera di mangiare...?" e, come mi pare di aver più spesso raccontato, i nostri gusti non venivano presi in considerazione, ad eccezione che nel giorno del nostro compleanno, in occasione del quale veniva infranta la ferrea regola che la prole, in casa nostra, non decideva niente.
Non ho mai attribuito ai miei genitori una tendenza al sadismo (l'avessi fatto, la mia vita sarebbe forse stata, in passato, più semplice), quanto un'evidente esigenza pratico-logistica (sfamare 4 figli dev'essere un po' un delirio, se è vero che spesso lo è anche sfamarne uno solo) che faceva dimenticare qualsiasi altra considerazione e una particolare ottusità che li induceva a vederci come esseri solo parzialmente umani e più appartenenti al mondo dei cuccioli degli animali e, in quanto tali, privi di qualunque diritto a sindacare le scelte genitoriali.
Per anni, per la mia festa, ho scelto il coniglio fritto alla toscana e le patatine, sempre fritte, 'a cancelletto', tagliate cioè con uno dei tanti, surreali e deliranti attrezzini di cui mio padre è sempre stato inesausto collezionista (un altro grande classico è quello che serve a fare le uova sode quadrate) e che trasformava le fette di patate in tante piccole grate: da ogni tubero se ne ricavavano forse 5 o 6, della stessa dimensione; uno spreco pazzesco, dunque, che, al di là di quell'unico giorno all'anno, non sarebbe stato tollerato per nessuna ragione.
Crescendo, mi sono accorta di quanti cibi i miei genitori non mi abbiano mai fatto assaggiare: e non parlo di piatti raffinati al di là della portata delle loro tasche (ho assaggiato le mie prime ostriche solo nel 2003, durante una vacanza in Bretagna, e un'aragosta due anni fa, a Zanzibar), o esotici (mai entrato un grano di couscous in casa nostra, per non parlare di spezie che non fossero quelle 'canoniche' pepe-noce moscata-bacche di ginepro-chiodo di garofano), ma anche di verdure peraltro abbastanza comuni, come le melanzane violette e le zucchine tonde di cui parlavo in principio.
Dunque, qualche mese fa, mentre concentratissima facevo la spesa al supermercato vicino casa, l'occhio mi è caduto su 4 belle zucchine tonde: erano perfette e sembravano quattro signore pienotte e paciose, belle lustre e serenamente mature. Mi sono ricordata di quella ricetta della Dusoulier che una parte del mio cervello aveva archiviato nella categoria: 'interessante, da provare' e le ho comprate.
Ed eccola, dunque, la ricetta, praticamente identica:
per 2 persone
4 zucchine tonde
100 gr. di bulgur
1 cipolla, tagliata finemente
cannella
peperoncino (se volete)
30 gr. caprino
menta
2 cucchiai di pinoli tostati in un padellino antiaderente
Preriscaldate il forno a 200° e ungete appena una pirofila con dell'olio di oliva.
Dopo averle lavate e asciugate, tagliate le zucchine a circa 1/3 della loro altezza.
Con una svuota meloni rimuovetene la polpa e sistematele nella pirofila. Conditele con mezzo cucchiaio di olio d'oliva, sale e pepe. Fatele cuocere per 25': devono essere morbide ma non sfatte (dovete riconoscerle, diciamo così, non interrogarvi su dove siano andate a finire le vostre belle zucchine tonde e se quella massa informe e dal colore imprecisato e poco attraente nella pirofila abbia con loro la benché remota connessione...).
Intanto, cuocete il bulgur seguendo le istruzioni sul pacchetto. Io lo preparo come il couscous: lo bagno in tanta acqua bollente quanto il suo volume (in questo caso, dunque, per 100 gr. di bulgur circa 100 ml. di acqua) e gliela lascio assorbire per 10-15'.
Nel frattempo soffriggete in poco olio d'oliva la cipolla tagliata fine e lasciatela appassire. Aggiungete la polpa delle zucchine, salate, pepate e incoperchiate (si dice?).
Dopo 5' togliete il coperchio e lasciate cuocere ancora fino a quando non sia rimasto nessun liquido di cottura (direi altri 5'). Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.
In una ciotola capiente mescolate la polpa delle zucchine cotta in padella con la cipolla, il bulgur, una punta di coltello di cannella (io tendo sempre a esagerare, perché la adoro), il peperoncino (se lo volete usare), il caprino, la menta e i pinoli tostati. Assaggiate e, se il caso, aggiustate di sale e pepe.
Riempite con questo composto le quattro zucchine, poi appoggiate su ognuna di queste signore il suo leggiadro cappellino (a me piace metterlo leggermente di sbieco, mi pare dia loro un'aria vagamente impertinente).
Rimette in forno e cuocete per circa 15'.
Sarebbe meglio servirle tiepide, non bollenti, ma anche a temperatura ambiente sono ottime.
Io, la prima volta che le ho mangiate, mi sono ritrovata immersa in interessanti riflessioni riguardo tutte le esperienze alle quali la mia pigrizia, o la mia ignoranza, ancora mi impediscono di abbandonarmi.
Mentre masticavo l'ultimo, saporito boccone, mi sono ripromessa di fare, ogni volta che me ne ricordi o ne abbia l'occasione, qualche nuova 'conoscenza', almeno in campo gastronomico.
Nella peggiore delle ipotesi, ci avrò guadagnato un mal di pancia.
Nella migliore, un piccolo assaggio di felicità sulla terra.
Mi sembra un buon affare comunque.
Enjoy!
Accanto ai ricordi personali di Pamuk, che non riguardano solo il suo affettuoso rapporto con la città, ma anche e soprattutto la sua grande e complessa famiglia, le impressioni, gli aneddoti, le memorie di illustri ospiti di Istanbul, da Balzac a Nerval a Gautier.
Su tutto, una spessa coltre di malinconica rassegnazione di fronte ad un passato sontuoso ucciso secoli fa dalle logiche crudeli della storia e un'atmosfera da purgatorio, grigia e di un'opprimente tristezza, che le belle fotografie in bianco e nero contribuiscono a rendere reale e visibile anche al lettore che a Istanbul non abbia mai messo piede.
Ogni tanto, l'ombra pallida di un sorriso e un accenno di ironia rischiarano un panorama per lo più grigio e di un'opprimente tristezza.
Da evitare se si è in profonda crisi depressiva.
Orhan Pamuk, Istanbul, Einaudi 2006. Traduzione di Şemsa Gezgin.