Magari corredato di foto ritraenti angoli suggestivi della città, case e giardini imbiancati di neve, i volti sorridenti dei miei gentilissimi e (assai) pazienti amici che mi hanno ospitato, i venditori e le merci dell'incredibile mercato di Place du Jeu de Bal, le stupefacenti vetrine della boutique di qualche noto maître chocolatier: di soggetti da immortalare Bruxelles ne offre in quantità.
Invece, se avete già capito dove voglio andare a parare, niente di niente - o quasi.
Non si tratta di un ristorante tipico e caratteristico, ma di uno dei tanti Au Pain Quotidien (un noto e fortunato franchising che si trova un po' ovunque, persino a Dubai, ahimé), quello del Sablon - per la precisione.
In un'atmosfera rilassata e apparentemente casuale (ma immagino frutto anche di accorti e ben pagati studi di marketing), amabilmente intrattenuta dalla mia cara amica, immersa nella suggestiva luce perlacea che penetrava nel grande locale attraverso un luminoso lucernario, ho mangiato uno dei pranzi che più mi hanno soddisfatto in vita mia: una tartine con caprino, pesto e pomodori secchi e uno stupefacente yogurt con cereali e frutti di bosco.
Non il tipico pranzo belga, ne convengo.
La macchina fotografica è rimasta per lo più a languire nella tasca interna della mia borsa, se non addirittura sul comodino della stanza degli ospiti che i miei amici mi avevano messo gentilmente a disposizione.
Se oggi ho deciso di uscirmene fuori con Bruxelles è perché ieri ho preparato per la terza volta in meno di un mese una zuppa che con quella città, e con quel pranzo, ha molto a che fare - almeno nella mia testa.
Prima di tutto perché la ricetta viene da un bel libro acquistato proprio lì, in terra belga, l'ennesimo Marabout, Soupes de saison di Anne-Catherine Bley.
(Mi sono informata e ho saputo che la signora in questione ha partorito, prima di questo, un altro libro - che presto sarà mio - sul medesimo argomento [fa questo di mestiere, d'altra parte] che si intitola Bar à soupes, barbaramente tradotto in italiano con l'agghiacciante titolo Zuppe à porter e pubblicato ovviamente dalla Guido Tommasi).
Poi perché mi vien da pensare che nel menu di un Au pain quotidien questa zuppa ci starebbe proprio bene: è un abbinamento classico ma declinato in una versione un po' fighetta, che sfiora appena appena la leziosità - almeno così mi pare.
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(per 2 persone)
3-4 porri non affetti da gigantismo
1 patata di medie dimensioni
1 cipolla
1 cucchiaio d'olio d'oliva
mezzo litro d'acqua
150 ml di panna (anche meno)
la buccia finemente grattugiata di mezza arancia non trattata
1 cucchiaio di Grand Marnier (nell'originale, di Cointreau; io avevo il Grand Marnier in casa e quello ho usato)
Lavate e tagliate il bianco dei porri a lamelle sottili.
Sbucciate e tagliate allo stesso modo anche la cipolla.
Fate appassire porri e cipolla nel cucchiaio d'olio per circa 5'.
Aggiungete la patata, sbucciata e tagliata a cubetti, e l'acqua (cui io, in realtà, aggiungo del brodo granulare di verdure; solo l'acqua mi sembra faccia un po' tristezza).
Portate a bollore, indi abbassate la fiamma e fate sobbollire dolcemente per 20'.
Nel frattempo mescolate la buccia dell'arancia alla panna e aggiungete il cucchiaio di liquore. Mettete da parte.
Quando saranno trascorsi i 20' di cui sopra, spegnete il fuoco e passate al minipimer la zuppa.
Aggiungetevi metà della panna aromatizzata.
Montate appena l'altra metà (o - se siete degli sciattoni come me - meno che appena, come si nota dalla foto, dove la panna ha l'aspetto di una schiumetta poco invitante e di dubbia provenienza, mi rendo conto; vi assicuro che è panna, comunque) e portate in tavola.
Enjoy!











