domenica 8 maggio 2011

Sunday Music: No Pressure over Cappuccino - Alanis Morissette

Non posso non ascoltare questa canzone di Alanis Morissette (e le altre contenute nel bel cd da cui è tratta, registrato durante un suo concerto acustico per MTV) senza pensare agli anni che io e la Spia abbiamo trascorso a Cipro.

Sono stati anni per certi versi difficili e per altri eccitanti, sicuramente strani, in cui abbiamo visto luoghi, conosciuto persone e fatto molte cose che non avevamo mai visto, conosciuto e fatto, con l'entusiasmo e la curiosità, ma anche l'ansia e la paura (e a volte il terrore, diciamolo), delle prime volte. Sono stati anni formativi,  sotto tutti i punti di vista, forse gli anni più importanti per me, quelli in cui ho cominciato a capire chi sono, che cosa voglio, di che cosa ho davvero bisogno.
   
Nella mia memoria associo quegli anni, soprattutto i primi, ad un mio personale senso di inadeguatezza provato di fronte praticamente a qualunque nuova esperienza. 
Ricordo per esempio quanto sia stato paralizzante, all'inizio, ritrovarmi in un luogo in cui nessuno, a parte la Spia, parlava la mia lingua e quanta fatica abbia dovuto fare per imparare a comunicare e a esprimermi per essere in grado di ascoltare e capire il mondo intorno a me e perché quel mondo potesse, a sua volta, ascoltarmi e capirmi.

Allora era forse troppo presto per esserne consapevole, ma più tardi ho riconosciuto il grande dono che mi è stato fatto in quegli anni: essere obbligata ad uscire dal mio piccolo mondo per ritrovarmi catapultata in un altro, estraneo e sconosciuto, essermi sentita tanto inadeguata di fronte a tutto quel nuovo, è stato proprio ciò che mi ha spinto a crescere, ad ampliare i miei orizzonti (umani, culturali, intellettuali), ad acquisire conoscenze che non avevo e che oggi sono la mia gioia, ad aprire il guscio in cui avevo vissuto fino ad allora, a cominciare ad essere la persona che voglio e posso essere.

La ragazza che in un pomeriggio rovente di giugno lasciò quell'isola era molto diversa da quella che, quattro anni prima, ci era arrivata; insieme a un marito appena sposato, tre gatti e un imprecisato numero di valigie e borse, portava con sé anche un prezioso bagaglio: l'esaltante consapevolezza che la fragilità può diventare un punto di forza, che una mancanza può trasformarsi in stimolo costruttivo e creativo e che la vita non si ferma mai e noi con lei.

Non credo che sia andata così, ma nel mio ricordo quella ragazza, mentre si avviava sulla pista di decollo, pronta a volare dall'altra parte del pianeta, canticchiava proprio i versi di questa canzone.




mercoledì 4 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: Pio di Primo Levi (e un pensiero di Marguerite Yourcenar)

Anche oggi una poesia di Primo Levi che amo molto, in cui si dà voce al mondo "altro", non umano, ma animale.

Stavolta a parlare non è un mollusco, ma un bue, e nelle sue parole risuona l'ironia dolente di Levi, quella sua brusca, malinconica sensibilità - di cui parlavo la volta scorsa, qui - che avvertiva con chiarezza il dolore della vita, la sofferenza che pare connaturata ad ogni esistenza. Una sofferenza che non esclude la possibilità di gioia, redenzione, senso, ma è alle sue spalle, sempre, e a volte pare offuscarla quasi del tutto, fatalmente.

Questo bue che parla è uno dei tanti animali sacrificati all'appetito dell'uomo e ridotti a carne da mangiare. Nelle sue parole c'è soprattutto lo sdegno feroce ma impotente di chi si è visto, oltre che macellato, snaturato e violentato nella sua più intima essenza; l'effetto tragicomico della prima parte della poesia nasce proprio dall'indignazione di un essere vivente che, per natura libero e possente, è stato non solo ucciso, ma anche trasformato, per svenevole sentimentalismo, in un emblema bucolico di bontà e arrendevolezza. 
Come a dire, oltre al danno la beffa.

Leggendo questa poesia non ho potuto fare a meno di ripensare ad un brano di un libro cui sono affezionatissima, in modo morboso e quasi feticistico, Ad occhi aperti, una lunga intervista che Matthieu Galey ha fatto a Marguerite Yourcenar nel 1980 (in Italia pubblicato da Bompiani), un libro preziosissimo per chiunque voglia avvicinarsi a questa straordinaria scrittrice, una gioia da leggere, una miniera di riflessioni, spunti, meditazioni, storie (poi, magari, consiglio anche di leggere la biografia sulla Yourcenar di Josyane Savigneau, edita da Einaudi, per riequilibrare l'immagine un po' troppo perfetta e agiografica che si tende a farsi di lei leggendo il libro di Galey)

Ma per tornare a questo brano, ve lo riporto qui, prima della poesia di Levi, perché mi sembra sia il suo miglior commento.

Come mai questo interesse per gli animali?
 (...) È già un grande arricchimento accorgersi che la vita non è contenuta soltanto nella forma in cui noi siamo abituati a vivere, che si possono avere delle ali al posto delle braccia, degli occhi otticamente meglio dei nostri, delle branchie invece dei polmoni. Poi c'è il mistero delle migrazioni e delle comunicazioni animali, la genialità di certe specie (il cervello del delfino che è uguale al nostro ma capta certamente, del mondo, un'immagine diversa da quella che ce ne facciamo noi), il modo in cui l'animale si è adattato, nel corso di milioni di secoli, ad ambienti naturali in perpetuo mutamento, e ancora si adatta, o si rifiuta di farlo e muore, a un mondo che noi abbiamo guastato.
Inoltre, c'è sempre, per me, quell'aspetto sconvolgente dell'animale che non possiede niente, tranne la propria vita che così spesso gli prendiamo. C'è quell'immensa libertà dell'animale, chiuso sì nei limiti della sua specie, ma che vive esclusivamente la sua realtà di essere, senza tutto il falso che noi aggiungiamo alla sensazione di esistere. Per questo la sofferenza degli animali mi commuove tanto. Come la sofferenza dei bambini: vi sento l'orrore del tutto particolare del coinvolgere nei nostri errori, nelle nostre follie, degli esseri totalmente innocenti. Quando ci arriva addosso qualche calamità possiamo sempre dire a noi stessi che abbiamo la nostra intelligenza per trarci d'impaccio e, fino a un certo punto, è vero; possiamo sempre dirci, ed è pure tristemente vero, che siamo di fatto implicati, che tutti abbiamo, fino a un certo punto, fatto del male, o l'abbiamo lasciato fare, che è ancora peggio. Mentre rispondere con la brutalità alla totale innocenza del bambino o dell'animale, che non capisce che cosa gli stiamo facendo, è un crimine veramente ripugnante.

Ed ora ecco la poesia.

****

Pio

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramicelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m'inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m'han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
Il mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt! Inaudita violenza
La violenza di farmi nonviolento.

18 maggio 1984


(da Ad ora incerta, 1984)



domenica 1 maggio 2011

Sunday Music: La storia - Francesco De Gregori

Per questa domenica ho cercato a lungo una canzone che parlasse di lavoro.

In un momento oscuro come questo, in cui il lavoro è ancora - nel migliore dei casi - spesso uno strumento di asservimento invece che di liberazione e - nel peggiore - un lusso che non ci si può permettere, volevo una canzone che parlasse soprattutto del suo lato salvifico, del senso pieno che può dare a una vita intera quando venga svolto con responsabilità, onestà e magari, se si è fortunati, anche con passione e amore, di quanto esso possa dare all'individuo la misura di sé, delle proprie capacità, dei propri talenti e l'inebriante consapevolezza di dare il proprio contributo, unico, insostituibile, prezioso alla realtà di tutti.

Ma per quanto mi sia sforzata, non mi è venuta in mente nessuna canzone che facesse al caso e, anzi, invito chiunque passi di qui a suggerire, segnalare, indicare: ne sarò felice.

Mi tornavano in mente, però,  L'abbigliamento del fuochista e La ragazza e la miniera di Francesco De Gregori, due perle che parlano entrambe di emigrazione, la nostra, quella che appartiene alla storia recentissima di questo paese (anche se adesso c'è chi ha la sfrontatezza di essersene dimenticato e di respingere non solo chi viene qui a cercar lavoro - come abbiamo fatto noi per un secolo in altri paesi - ma anche chi scappa da violenze, guerre, tirannie folli e disumane, negandogli così non il diritto ad una vita migliore, ma il diritto alla vita tout court) e parlano anche di lavoro, ma di quello duro e pesante e ingrato che strema il fisico e avvilisce lo spirito e non aiuta chi lo svolge ad avere un senso di sé, a dire con pacato orgoglio: "Questo è il mio lavoro, questo sono io".

E allora, rigirandomi nel testone queste riflessioni sull'emigrazione e il lavoro, mi è venuta in mente quest'altra gemma di De Gregori, forse una delle sue canzoni più belle - ma quante ce ne sono! - che con il lavoro e con questo giorno in cui si vuole celebrarlo sembra non entrarci  niente e invece c'entra eccome, e lo dice subito, nel primo verso.

Quel verso in cui si dice che la storia siamo noi, perché noi siamo la nostra storia - individuale, personale, familiare - ma siamo anche la storia di tutti gli altri, e che è una pia illusione o un prodotto della nostra malafede convincerci del contrario e sentire dunque di avere il diritto di  disinteressarci di ciò che accade intorno e attraverso di noi.

E allora in questa domenica in cui si parlerà di lavoro, e si urleranno e canteranno parole sacrosante di protesta, e si cercherà di non dimenticarsi che il lavoro è un diritto, come quello alla casa e all'istruzione e a una vita dignitosa in cui si possano esprimere le proprie idee e il proprio dissenso in modo civile, e che ci sono battaglie che sono davvero di tutti, nessuno si senta escluso, mi sembra proprio che questa canzone sia perfetta.

Buona domenica e buon lavoro a tutti.









mercoledì 27 aprile 2011

Le poesie del mercoledì: Meleagrina di Primo Levi

Ci sono poche cose che  mi piacciono di più che incontrare un nuovo autore e iniziare a conoscerlo: comincio da un libro - non sempre il primo, non sempre il suo più noto - e da lì parto per la mia missione esplorativa. 

Di solito, se è possibile, mi piace farmi un'idea leggendo prima qualche testo autobiografico: raccolte di lettere e diari sono da sempre tra i miei testi preferiti. Sono mattoni preziosi nella costruzione del ritratto di un autore ancora sconosciuto.

Quale immagine avrei avuto, per esempio, della mia cara Virginia Woolf se mi fossi limitata a ricostruirla sulla base dei suoi romanzi e dei suoi racconti? La lettura del suo ponderoso epistolario (in Italia pubblicato da Einaudi, che però si è fermato al penultimo volume - e l'ultimo? Se qualcuno dell'Einaudi capitasse per sbaglio da queste parti potrebbe dirmi dov'è finito l'ultimo?) e di parte dei suoi diari mi ha consentito, invece, di avere altre prospettive sulla sua incandescente personalità.

Dopo, in ordine di preferenza, sempre se possibile, ci sono tutti i testi d'occasione: piccoli saggi, raccolte di articoli, spesso fonti utilissime di informazioni circa i gusti e gli interessi di un autore. E se si tratta poi di recensioni o saggi letterari sono felicissima: poche pagine sono più rivelatrici circa i processi creativi di uno scrittore di quelle in cui quest'ultimo discetta dei processi creativi altrui.

Quando scopro un nuovo autore, me ne innamoro sempre un po' e divento un po' maniaca: cerco di reperire ogni suo libro, lo leggo, ci penso su, ne parlo, tormento chiunque mi capiti a tiro leggendogli estratti che mi hanno colpito (la Spia, lo immaginerete, è spesso la mia prima vittima).

Adesso è il momento di Primo Levi.

Non sapevo che mi sarebbe piaciuto così tanto. 
Un uomo di scienza prestato alla letteratura: aveva tutto per interessarmi poco.

Invece, come spesso accade, i fatti mi hanno smentito.
Primo Levi mi piace tantissimo.
Mi piacciono la sua secchezza, la sua scrittura precisa e senza sbavature.
Mi piace il misurato pudore col quale ogni tanto si apre al sentimento, all'elegia, alla tenerezza.
Mi piace la lucidità con la quale ha vissuto e gestito la propria storia e il proprio ingombrante e disumano passato.
Mi piacciono soprattutto la dirittura morale, la compostezza, la sobrietà e la serietà che si respirano nelle sue pagine e che non escludono l'ironia, la leggerezza, un certo senso dell'umorismo.

Non sapevo che avesse scritto poesie; non ce lo si aspetterebbe da un autore come lui.
E in effetti neanche lui, in un certo senso, si aspettava di scriverne.
Ecco che cosa ha affermato al riguardo:
In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un'idea o un'immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell'arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l'eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all'anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.
Tra le molte sue che mi piacciono, ho scelto questa, perché - e alcuni di voi lo sanno - ho da sempre la certezza che anche altri esseri viventi, non solo noi, abbiano sentimenti, ricordi, emozioni e questo pensiero, sebbene a volte abbia moltiplicato le ragioni di certe mie tristezze e malinconie,  mi ha anche spesso confortato e rallegrato.

****

Meleagrina*

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,
Che cosa sai di queste mie membra molli
Fuori del loro sapore? Eppure
Percepiscono il fresco e il tiepido,
E in seno all'acqua impurezza e purezza;
Si tendono e distendono, obbedienti
A muti intimi ritmi,
Godono il cibo e gemono la loro fame
Come le tue, straniero dalle movenze pronte.
E se, murata fra le mie valve pietrose,
Avessi come te memoria e senso,
E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?
Ti rassomiglio più che tu non creda,
Condannata a secernere secernere
Lacrime sperma madreperla e perla.
Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,
Giorno su giorno la rivesto in silenzio.

30 settembre 1983

(da Ad ora incerta, 1984)

* la meleagrina è un mollusco

domenica 17 aprile 2011

Sunday Music: Dancing in the Dark - Bruce Springsteen

Tra i cavalli di battaglia della Spia c'è l'invettiva contro gli anni '80, considerati il decennio horribilis che ha segnato la nostra generazione - eravamo adolescenti allora - producendo tra le peggiori manifestazioni dello spirito e della creatività che la storia ricordi.

Basti pensare a che razza di moda andasse allora per farsi velocemente un'idea di che tipo di atmosfera cominciasse a circolare: per i giovanissimi quella dei "paninari" e per i giovani quella degli "yuppies" con tutto il correlato di idee e valori - se così si può dire - che anche un paio di scarpe o un determinato paio di pantaloni possono esprimere.

Una cultura - di nuovo, se così si può dire - che faceva dell'apparire, dello sfoggio, della superficie glitterata e smaltata a nascondere il nulla i propri capisaldi.

Sociologi e intellettuali fanno risalire a quel decennio l'inizio dello sfacelo, dell'imbarbarimento in cui ci troviamo oggi: anni in cui il debito pubblico lievitò mostruosamente, la cultura cominciò ad asservirsi ai dettami beceri e grezzi di certa televisione, e divenne figo essere ricchi e ignoranti, furbi e volgari, disinteressati alla politica e orgogliosamente alieni da qualsiasi impegno sociale.

Qualche pomeriggio fa, mentre camminavamo sul cavalcavia di Campo di Marte, e la Spia ha cominciato la sua invettiva, gli ho proposto di fare un gioco nuovo: cercare qualcosa che di quegli anni potesse essere salvato.

All'inizio non è stato facile; ci venivano in mente solo cose stupide e orrende: i piumini della Moncler - che sono tornati di moda proprio recentemente, tra l'altro, e la cosa non mi stupisce: tout se tient - i cinepanettoni - è cominciata allora l'orrida piena dei film dementi per Natale - gli scaldamuscoli in colori fluo, i capelli fonati e cotonati etc etc.

Poi, però, con un po' di impegno, qualcosa abbiamo trovato: la Spia si è ricordato, per esempio, che una delle sue squadre preferite, l'Anderlecht, nel 1982 vinse la Coppa Uefa (in quell'anno l'Italia vinse i mondiali, ma la Spia, non solo calcisticamente, è violentemente antipatriottico); insieme ci siamo accorti che uno dei nostri registi preferiti, Woody Allen - da molti anni, ahimè, probabilmente rapito dagli alieni e sostituito da un clone - per tutto il decennio ha sfornato film bellissimi (Hannah e le sue sorelle, Radio Days, Zelig, Un'altra donna, solo per citarne alcuni); nel 1987 è stato pubblicato Il bar sotto il mare di Stefano Benni etc etc.

La musica ci ha messo un po' in difficoltà, ma poi ci siamo ripresi anche lì: a me è venuta in mente anche questa canzone (1984), bellissima, di Bruce Springsteen.

La prima volta che vidi questo video avevo 12 anni e probabilmente i primi ormoni in subbuglio: trovai la canzone strepitosa e lui bellissimo (un mio amichetto di scuola, cui piaciucchiavo,  mi disse indispettito che Springsteen è un mezzo nano, ma la cosa mi turbò il giusto) e sognai di essere la deliziosa fanciulla che alla fine del video the Boss chiama sul palco per ballare con lui: so benissimo che se una cosa del genere fosse davvero successa, piuttosto che salire su un palco davanti a migliaia di persone mi sarei fatta staccare la testa, ma sognare che potesse accadere era molto dolce lo stesso.

Mi piace anche che questo capolavoro si intitoli Dancing in the Dark e che parli di una generazione che si ribella alla vita spenta e convenzionale che gli adulti vorrebbero imporle, anche se questa ribellione consiste soltanto nel ballare avvolti dalle tenebre.

A me sembra di buon auspicio ascoltarla oggi.
Spero lo sia anche per voi.

Buona domenica!

(Dimenticavo: la Spia ed io siamo curiosi di sapere che cosa salvereste voi degli anni '80: qualunque cosa vi venga in mente, anche ricordi personali; anzi, ci auguriamo che abbiate soprattutto quelli) 







venerdì 15 aprile 2011

Di un ritrovato amore per la primavera e di una torta rustica con fave e ricotta

Proprio qualche giorno fa scrivevo a una mia amica che non ho mai amato molto la primavera, preferendole di gran lunga l'autunno; la primavera mi ha sempre messo addosso una grande malinconia, benché la cosa possa sembrare strana e inopportuna.

Quest'anno mi sembra invece di aver trovato in lei una dolcezza e un'allegria che negli anni passati non avevo scorto; forse perché amo molto vedere il mio piccolo balcone tutto in festa, con le piantine aromatiche rigogliose e vibranti dopo un inverno di foglioline stentate e pallide, la fragola sempre più esuberante, i gelsomini carichi di gemme tenerissime pronte a sbocciare, l'edera - che amo moltissimo - tutta un tripudio di foglioline microscopiche di un verde che non so descrivere.

E allora forse ho capito che cosa mi mancava per apprezzare questa stagione dell'anno: mi mancava il prendermi cura di un piccolo, piccolissimo pezzo di natura. Impossibile non farsi contagiare dall'esplosione di vitalità cui si assiste. Anche una sola piantina, quando venga curata e seguita, aiuta a riconciliarsi con le stagioni, con il ritmo naturale delle cose e di questa terra.

Ed ho capito anche che cosa tanto mi immalinconisse e mi rattristasse nella primavera, nelle sue giornate infinite e nei suoi lunghi tramonti: l'eccesso di bellezza, se così si può dire, da cui probabilmente mi sentivo esclusa e di cui sicuramente non mi sentivo degna.

Ora questi sentimenti da piccola fiammiferaia si fanno sempre più fievoli (e credo dipenda dal fatto che sto invecchiando, per fortuna) e sempre più si rafforza, invece, il senso di stupore e di allegra gratitudine che provo nell'accorgermi che, nel mio piccolo-piccolissimo, partecipo anche io di questa incommensurabile e variegata bellezza, che comprende tutto, anche il mio goffo ed inesperto prendermi cura di quattro piantine su un balcone di città.

E allora, per festeggiare questa riconciliazione con la stagione in corso, niente di meglio che fare con gli amici una bella passeggiata a Monte Ceceri - sopra Firenze, vicino Fiesole -  immersi nel profumo inebriante dei glicini e dei lillà e poi, dopo essersi beati di bellezza e verde, stendere la giacca a vento sull'erba e consumare un picnic a base di pecorino, uova sode, salumi e una torta rustica che mi è piaciuta molto.

La ricetta viene dall'ultimo speciale de La cucina italiana - quello sui piatti da preparare in anticipo. 

La suocera è grande estimatrice di questa pubblicazione e ogni volta che la vado a trovare mi piace sfogliare la sua collezione, vecchi numeri degli anni '60 e '70 con foto agghiaccianti e ricette elaboratissime, ed ogni volta lei mi dice: "Ah con La cucina italiana non si sbaglia mai: le ricette sono perfette; almeno credo, io non ne ho mai seguita una".
Come ho detto altrove, è cuoca strepitosa ma sommamente anarchica.

Io non sono affatto anarchica in cucina,  ma qualche modifica l'ho apportata anch'io.
I tempi di cottura, poi, sono risultati completamente sballati, ma quello, si sa, è un dato dei più sfuggenti: ogni forno ha il suo temperamento e le sue manie.

Non fatevi scoraggiare dalla lunghezza della ricetta: non si tratta di un piatto complicato, è solo che io sono prolissa. 

****


Crostata con fave e ricotta infornata (con piccole modifiche)

(per 8 persone)

per la pasta frolla (con queste dosi ve ne avanzerà un po'; poco male, la mettete nel freezer e potete usarla per una minitorta rustica un'altra volta):
400 gr di farina 0
160 gr di burro
1 uovo e 1 tuorlo
sale
3 cucchiai di acqua ghiacciata

per il ripieno: 
250 gr fave sbollentate e pelate (vedi più avanti *)
250 gr di ricotta infornata (la seconda volta ho usato normale ricotta di pecora e credo vada benissimo anche lei)
150 gr di pecorino o di qualunque formaggio vi ispiri e dobbiate usare perché in frigo da un po' (nella ricetta originale: fontina)
50 gr di salame (io ne ho usato uno piccante)
2 uova
sale e pepe

Preparate la pasta frolla mettendo burro, farina e sale nella coppa del robot.
Azionate fino ad ottenere delle briciole, poi aggiungete il tuorlo e l'uovo intero e gradualmente l'acqua (ce ne potrà volere un po' meno o un po' di più; regolatevi voi).

Fermate il motore quando il composto comincia a fare la palla: tiratelo fuori e lavoratelo per compattarlo; dividetelo in due panetti - uno più grande uno più piccolo - avvolgetelo nella pellicola e mettetelo in frigorifero per almeno un'oretta.

Indi prendete il panetto più grande, stendetelo col mattarello e adagiatelo su una tortiera di 24 cm di diametro: lasciate che la pasta superi di gran lunga il bordo (potete sempre tagliare l'esubero dopo e ricordatevi che mai come in questo caso vale l'adagio melius abundare quam deficere: non c'è niente di peggio che ritrovarsi con il guscio di pasta frolla che si ritira e non riesce a contenere il ripieno), accertatevi che aderisca bene lungo le pareti della tortiera, copritela con carta da forno e fagioli e cuocetela in forno già caldo a 190° per 40'; poi togliete la carta e i fagioli e rimettete a cuocere per circa 30'. La pasta deve essere di un bel dorato.
(Altra parentesi: la suocera mi ha detto "Io la cottura in bianco non la faccio mai con la carta e i fagioli! Basta curarla un po' e la pasta può cuocere anche senza!". Vero: la seconda volta ho cotto la pasta nuda per circa 30' a 190° senza problemi, anzi; ma sono rimasta nelle vicinanze del forno).

* Nel frattempo avrete sbollentato le fave.
Per averne 250 gr dovrete averne comprate circa un chilo (un po' più, un po' meno).
Mettetele a bagno in acqua bollente per circa 5', poi scolatele, passatele velocemente sotto l'acqua fredda e trovate una Spia entusiasta e collaborativa (o rassegnata) che con un coltellino e la pazienza di un'orsolina le liberi dalla loro buccia (grazie a Stefano Arturi, che nel suo Pausa pranzo, a beneficio di quelli, come me, caduti dal pero, spiega con dovizia di particolari tutte queste cose che altri libri invece danno per scontate).

Mettete le fave sbucciate nella coppa del robot da cucina insieme alla ricotta, al pecorino (o alla fontina o al formaggio che avrete usato) già grattugiato e alle uova. Azionate brevemente, poi trasferite in una terrina, aggiungete il salame a dadini, assaggiate e condite con sale e pepe (con moderazione: è un ripieno piuttosto saporito).

Trasferite il composto nel guscio di pasta già cotto, poi decorate con avanzi di pasta tagliati a striscioline: io sono un impiastro di proporzioni bibliche in questi lavoretti - e si vede: nella foto i bordi della torta sembrano essere stati rosicchiati dai topi -  e mi faccio assistere dalla Spia che invece, con mia grande invidia, li fa con calma e serenità zen.

Secondo la ricetta originale andrebbe tutto in forno a 180° (ricordatevi di abbassare la temperatura, che prima era di 200°) per 25'.
Nel mio, di forno, ce ne sono voluti esattamente il doppio: 50'.

Ma il risultato vale davvero la pena.

Mangiate a temperatura ambiente, possibilmente con buoni amici, in una bella mattinata primaverile piena di sole e profumata di glicini, e con un buon bicchiere di vino bianco fate un brindisi alla bella stagione.

Enjoy!


mercoledì 13 aprile 2011

Le poesie del mercoledì: l'epigrafe di Adriana Zarri

La poesia di oggi non poteva che essere questa, io credo.

La riporto qui, a parziale conclusione del discorso iniziato nell'ultimo post sul bel libro di Adriana Zarri.

Di questa poesia esistono varie versioni, leggermente diverse da quella che ho trovato nel libro: più lunghe, più articolate.
Io però preferisco quest'ultima, con la sua aria provvisoria, spontanea, incompleta.

Ma prima vi copio questo brano, che concludeva Erba della mia erba, il libro pubblicato da Adriana Zarri nel 1978 e ora riproposto nel volume dell'Einaudi di cui vi parlavo la volta scorsa.

Se ora volessi chiudere con un congedo edificante vi potrei dire: "Ricordatevi che, in una cascina, in mezzo alla campagna, c'è un'eremita che prega". Ma mi parrebbe estremamente pletorico. Sento il bisogno di semplificare, di ridurre all'essenza: spoglio, nudo, un osso. Lasciamo cadere l'eremitismo, il monachesimo, la cascina, la campagna, perfino la preghiera. Preferisco dire che vivo: mi sembra più semplice e più ricco perchè la vita comprende la preghiera, e forse la preghiera comprende la vita ed è la vita stessa. E non è necessario ricordarmi; ma, se mai, i termini sono questi: "In una casa c'è una persona che vive". E non è poi quello che diciamo sempre quando ci chiedono: "In quella casa chi ci abita?" e noi rispondiamo: "C'è Tizio; ci abita Caio". 
 Quanto narrare per concludere con quasi nulla, quasi una banalità! E sbiadiscono tutte le strutture: anche quelle più care, quelle che mi hanno portato e che mi portano, che mi fanno esser chi sono e come sono ma non dissimile, nella profondità, da ogni uomo che vive, che lavora, studia, s'interroga, si tormenta... e tutto questo ripiegarsi e complicarsi è per scoprire la semplicità.
Sono un'eremita come potrei essere una suora, o una moglie o un padre; vivo in una cascina di campagna come potrei vivere in un monastero o in un appartamento di città; faccio la scrittrice come potrei fare la sarta. Niente importa perché tutto è importante nella medesima maniera.
 Ormai s'è fatto scuro e io accendo la luce. Si vede, fin dalla strada, la luce del Molinasso. Anch'io rischiaro debolmente il buio come ogni finestra che s'accende di notte. Uno passa, vede quei piccoli punti luminosi e pensa che c'è una casa, un uomo, una vita. "In una casa c'è una persona che vive".

Ed ora, ecco la poesia:


Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori turchini e rossi
e con ali di uccelli.

...

E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un'epigrafe d'erba.

E dirà 
che ho vissuto,
che ho atteso,
che attendo.

...

lunedì 11 aprile 2011

Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri

Era da molto tempo che aspettavo di leggere un libro come questo, un libro che mi è parso aver risposto ad una mia confusa ma al tempo stesso fortissima richiesta, a un mio bisogno prepotente ma in parte inarticolato e poco chiaro, persino a me stessa; un bisogno che si è chiarito gradualmente, man mano che procedevo nella lettura (segno per me che questo è davvero un libro speciale - almeno per me - perché anche questo dovrebbe fare un libro, chiarirci a noi stessi e offrirci ciò di cui siamo in cerca, anche se non lo sappiamo).

Queste pagine parlano di una scelta di vita coraggiosa, inusuale, e non solo perché estrema, ma perché fedele, fedelissima, alla voce interiore e all'essenza più profonda e più vera di chi l'ha compiuta. 

Procedendo nella sua lettura, ho compreso che in questo momento ho bisogno di esempi positivi, di storie che mi confermino nell'opinione che vivere una vita a misura propria è possibile. 
Difficile, magari; impegnativo, senz'altro, ma possibile. 
E bellissimo. 

Perché chi fa questa scelta e poi la porta avanti trova non solo se stesso ma anche la bellezza, la poesia, la dolcezza dell'esistenza, anche se da fuori la sua vita può apparire rude, difficile, complicata, sacrificata; trova la pace.

Ci sono pagine bellissime, ispirate e piene di grazia, incentrate su questo punto, sulla differenza sostanziale che c'è tra pace e quieto vivere, pagine in cui la Zarri offre il distillato di quelle che, si sente, sono state meditazioni approfondite, sofferte, individualissime e originali, portate avanti durante i lunghi anni di vita eremitica, una vita che non ha escluso il contatto con il mondo, ma anzi lo ha potenziato, approfondito, sublimato, condensato.

Sentite qui:
Io resto quindi assai dubbiosa di fronte a certi facili umanesimi, a certi incontrastati amori per le cose, a certi idilliaci rapporti col mondo e con gli uomini... Mi sanno tanto di accomodamento umano, di dilettantismo cristiano. Il nostro è un amore conteso e crocifisso, che ha sperimentato la tentazione di spegnersi e ha seppellito il relativo per l'Assoluto. Finché un giorno ha compreso che, nell'Assoluto, il relativo ci sta dentro e che gli amori possono essere l'Amore. Ma questo giorno non è immediato e facile: di solito viene dato dopo anni - spesso decenni, talora tutta una vita - di faticoso annegamento dell'istintualità: anche di quella innocente, ma mai subito libera. Il vero amore per il mondo è l'amore di Abramo per Isacco restituito da Dio: un amore di ritorno, dopo l'esilio della spogliazione.

Ci sono, poi, pagine di grande bellezza sulla natura, vista attraverso gli occhi di un essere umano che ha saputo comprenderne e accettarne le manifestazioni più dure e inclementi e celebrarne quelle più dolci e suggestive: la tenerezza di un pulcino appena nato; lo specialissimo, sublime rapporto di rispetto e d'amore che può esserci con un animale col quale si divida la casa e la vita; la perfezione fragile ma insieme di incandescente splendore di una rosa appena fiorita; la dolcezza di una vita vissuta in armonia con le stagioni e col tempo.
 
E ce ne sono molte, ovviamente, sul rapporto con Dio che, benché io non sia credente,  mi hanno commossa e deliziata quasi fino alle lacrime: perché in queste pagine soprattutto si sente con immediata nettezza quanto libera fosse questa donna, quanto profonda e intensa e vissuta sia stata la sua vita spirituale, scevra com'è stata di ogni dogmatismo, libera di ogni preconcetto, pregiudizio, ossequio alla dottrina (e non si dimentichi che la Zarri è stata finissima e carismatica, anche se contestata ed eterodossa, teologa), quanto dolce e nutriente sia stato per lei il quotidiano incontro con quel suo Dio "domestico", "casalingo" che sa parlare e manifestarsi, a chi voglia ascoltarlo e incontrarlo, adeguandosi umilmente "alle nostre intime stagioni".

Completa il libro un bello scritto di Rossana Rossanda, che, pur nelle ovvie e inconciliabili diversità, di Adriana Zarri fu amica e che seppe vedere e riconoscere in lei luci e ombre: le sue parole ci restituiscono il ritratto di un essere umano che fu contraddittorio e imperfetto, di una donna che scelse la povertà ma non rinunciò mai alla bellezza, che visse nella semplicità ma senza isterismi, rifuggendo da ogni fanatismo ed eccesso rigorista (bellissimo, ad esempio, quel breve saggio che è un vero e proprio elogio della poltrona), che delle tre virtù cardinali "ne aveva in sovrabbondanza due, fede e speranza, mentre frequentava a modo suo la carità, il suo amore essendo tutto per Dio e qualche grande causa, ma poco incline alla sofferenza dei singoli, che in verità non ha nulla di splendido" e il cui "bisogno di solitudine veniva anche, credo, da una inconfessata aristocrazia del modo di essere".

Una lettura a cui tornare, sicuramente: con gratitudine e grande gioia. 

 
Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi 2011.


domenica 10 aprile 2011

Sunday Music: Gypsy - Suzanne Vega

Da molti anni, praticamente da quando è apparsa per la prima volta sulla scena musicale, ho una grande passione per Suzanne Vega.

Mi piace tutto di lei: la voce, ovviamente, le musiche che compone e soprattutto i testi, che sono sempre dei veri e propri piccoli racconti, con personaggi e scene e dialoghi e ricostruzioni di ambienti.

Mi piacciono le immagini che sceglie, a volte quotidiane e domestiche, altre volte poetiche e cariche di suggestioni provenienti dal mondo dell'arte, del mito, della favola (penso ad esempio alla bellissima The Queen and the Soldier: ogni volta che la ascolto non posso fare a meno di immaginarmi la stanza della regina, con il suo grande arazzo rosso, la finestra, la corona dalla quale le è tanto difficile separarsi).

Anni fa, ricordo di aver sentito dire a un critico musicale che Suzanne Vega era, sì, brava, anzi bravissima; ma era un po' troppo pacata, un po' troppo discreta, con uno stile troppo sofisticato ed elegante che mancava un po' di vita e di emozione e avrebbe avuto bisogno, secondo lui, di trascorrere almeno un quarto d'ora sola in una stanza con Billy Idol - non so se ve lo ricordate - per avere, come si suol dire, "una botta di vita", per diventare un po' più sanguigna e appassionata e selvaggia.

Non sono molto d'accordo, ma è vero che non sono un critico musicale. 
A me Suzanne Vega è sempre piaciuta proprio per questa sua pacatezza, per questa sua discrezione, per il suo stile sofisticato ed elegante, ma non credo affatto che la sua sia una musica priva di vita o di emozione e passione.

Basta pensare alla sua prima canzone famosa, Luka, che parla di una storia di violenza domestica su un bambino: lo fa con tatto, con delicatezza, con garbo ma anche con voce ferma, una voce che non si incrina e non si ritrae di fronte a un tema tanto odioso e lo denuncia con lo stile che le è proprio.

La canzone di oggi è forse una delle mie preferite - benché sia difficile per me dire quale sia la mia preferita, perché le amo davvero tutte.

Come racconta lei stessa nell'introduzione in questo video, è stata la prima canzone che ha scritto, nell'estate dei suoi 18 anni, per un giovane pittore di Liverpool con cui ebbe una storia d'amore: lei gli regalò questo gioiello, lui le lasciò la sua bandana (ogni commento è superfluo).

Buona domenica!




mercoledì 6 aprile 2011

Le poesie del mercoledì: Nota di geografia di Erri De Luca

Di solito non scrivo di cronaca, in questo blog.

Un po' perché non ho mai voluto dare un taglio del genere a questo spazio, che è nato soprattutto come luogo di incontro con gli altri e di condivisione di cose che appartengono, per lo più, a dimensioni che con la cronaca hanno pochissimo a che fare.
 
Poi perché nei confronti della cronaca ho un atteggiamento ambivalente che non mi fa onore: da una parte tendo a disinteressarmene, a vivere come se fossi in una bolla di vetro; dall'altra, quando, per così dire,  mi viene a cercare - ed è un bene che lo faccia, mi rendo conto, anche se poche sono le volte in cui mi fa piacere - non posso fare a meno di indignarmi e incazzarmi e deprimermi oltre ogni dire.

Poi però ti capita di imbatterti in post come questo, che rimanda a un altro post, questo,  e qualche giorno dopo ne leggi un altro, che ti emoziona terribilmente, questo, e tutti e tre parlano di cronaca di questi giorni, proprio di quella cronaca che vorresti tanto far finta non esistesse, perché è davvero dura da sopportare e da capire, ma proprio per questo chiede una presa di posizione, chiede - al di là delle orrende strumentalizzazioni che se ne fanno da ogni parte - che tu ti scuota e esca dal torpore e dica qualcosa. 

E allora io dico qualcosa, ma non con parole mie, ché quelle che sento di avere mi sembrano confuse e smozzicate e quasi incomprensibili anche a me.

Prendo a prestito quelle di Erri De Luca.

Qualche giorno fa, leggendo un suo libro di poesie (libro su cui ho delle perplessità; De Luca mi convince di più quando parla) mi sono fermata proprio all'inizio, a pagina 7, dove ho trovato queste righe:


Nota di geografia

Le coste del Mediterraneo si dividono in due,
di partenza e di arrivo, però senza pareggio:
più spiagge e più notti d'imbarco, di quelle di sbarco,
toccano Italia meno vite, di quante salirono a bordo.
A sparigliare il conto la sventura, e noi, parte di essa.
Eppure Italia è una parola aperta, piena d'aria.


(da Sola andata. Righe che vanno troppo spesso a capo, 2005)

lunedì 4 aprile 2011

Che cosa combino nella stanza accanto: semplicità e perline africane

Non ricordo più chi abbia detto che la semplicità è la più alta forma di sofisticazione, una frase che trovo molto vera ma che non mi pare sia particolarmente di moda, soprattutto negli ultimi anni e soprattutto se applicata ad alcuni ambiti.

Ma alla semplicità, quando non si sia nati con una naturale vocazione per essa (e fortunato chi ce l'ha, questa vocazione), ci si può avvicinare: la mia esperienza personale sembra dire che sia un processo, questo, che si innesca naturalmente, con il passare degli anni e soprattutto con l'aumentata consapevolezza di sé: più ci si conosce più la propria vita si semplifica più si restringe il numero delle cose di cui davvero si ha bisogno per sentirsi a proprio agio nel mondo.

Le forme semplici sono anche tra le più attraenti, per me: il quadrato, il rettangolo, il cerchio, il triangolo.

Ma riprodurle con filo di rame e pinze non è sempre altrettanto facile.

È già da parecchio tempo che, di pomeriggio, mi dedico a questo e il cestino africano sotto la mia scrivania si è riempito spesso di numerosi aborti e anche un po' della mia frustrazione.

Ultimamente, però, ho trovato in un libro delle istruzioni più chiare e mi sto sbizzarrendo, con risultati che cominciano a soddisfarmi.

Sono particolarmente affezionata agli orecchini rettangolari con le perle blu: sono perle di ceramica che un tempo facevano parte di una lunga collana acquistata al mercatino dell'artigianato che si teneva mensilmente nel quartiere in cui abitavo, quando vivevo a Lusaka.

Non ricordo come si chiamasse l'artigiano sempre sorridente che, sulla terra battuta, ogni mese sistemava su un lenzuolo le sue creature di ceramica: brocche, teiere, portasaponi, lattiere, ciotole per l'insalata, portacandele, tutti oggetti di un senso del colore squisito, di gusto a volte naïf, quasi ludico, surreale - come il portasapone a forma di vasca da bagno che rallegra, anche se un po' conciato, il mio lavandino (è sopravvissuto a due traslochi, ma non alla Spia).

Ricordo però, questo sì, quanto fosse ogni volta lusingato e sinceramente deliziato dall'apprezzamento che gli dimostravo e come ripetesse, senza alcuna leziosità, "Signora, lei è trooooooppo gentile", ridendo in quel modo timido e rispettoso che è spesso il modo di ridere degli africani davanti ai loro antichi e moderni sfruttatori e che spesso mi ha stretto il cuore di pena e di sensi di colpa.

Chissà come sarebbe contento, oggi, di vedere che ho usato le sue perle per questi orecchini.

domenica 3 aprile 2011

Sunday Music: Wuthering Heights - Kate Bush

Nel 1978, quando questa canzone è uscita ed è diventata immediatamente e incredibilmente famosa, avevo 6 anni.

Come dico spesso, non ho molti ricordi della mia infanzia, ma quei pochi che ho sono molto netti. Raramente riguardano fatti, però; più spesso si tratta di sensazioni, immagini, sentimenti, stati d'animo, sapori o profumi.

Quasi sempre c'è di mezzo quel senso del fiabesco che avevo da bambina (e che secondo la Spia ho mantenuto negli anni), l'incanto rapinoso e insieme in qualche modo struggente e sovente malinconico - ebbene sì, ero una piaga d'Egitto già da piccola - in cui mi trascinavano immagini, musiche, racconti.

Da bambina andavo pazza per questa canzone.

Ovviamente non avevo idea di che cosa parlasse e la cosa, tutto sommato, non credo fosse per me fonte di soverchio turbamento: molto del fascino che esercita ancora su di me una lingua sconosciuta sta nel poter pensare che possa farsi veicolo di qualunque pensiero o sentimento o storia io voglia.

Allora, naturalmente, non sapevo niente di Kate Bush, che ho cominciato ad ascoltare quando ero al liceo, perché piaceva molto al mio amico Andrea. 
L'ho sempre considerata un'artista tra le più geniali, ma ho sempre pensato, anche, che fosse una di quelle persone il cui numinoso talento in parte trasforma in disadattate, in parte redime e salva da possibili pericolosi deragliamenti. Magari mi sbaglio, ma ho sempre avuto l'impressione che Kate Bush abbia camminato e cammini tuttora sul filo molto sottile che separa il genio dalla follia.

Ma tornando a questa canzone, solo molti anni dopo, quando, ormai adolescente, lessi per la prima volta Cime tempestose di Emily Brontë, scoprii che proprio questo romanzo l'aveva ispirata e il mio mondo si arricchì di altre suggestioni, di altri rimandi e intrecci e richiami.

Mi piace immaginare che la bambina che ero, innamorata di queste note, avesse intuito qualcosa e presagito la seduzione che, anni dopo, avrebbe esercitato su di lei quel romanzo.

Quest'anno, che ho deciso di dedicare soprattutto alla lettura e rilettura dei classici, voglio riprenderlo in mano: sarebbe bello ritrovare tra le sue pagine la magia che incantò la mia adolescenza e la mia infanzia. 

Buona domenica! 







venerdì 1 aprile 2011

Del mio (proverbialmente assente) tempismo o di un cavolo rosso alle spezie e di una torta al cacao

Sì, lo so, è primavera, me ne sono accorta anch'io e ne ho persino scritto, ricordate?, parlando della quercia che si è ricoperta di foglie (è sempre più verde, comunque: ne scorgo i rami dalla finestra di questo studio da dove sto scrivendo ed è un vero spettacolo).

Pure, ho queste due ricette che sono decisamente invernali e di cui voglio parlare assolutamente, perché è già da un po' che aspettano il loro turno pazientemente e probabilmente si saranno anche consultate tra loro, un po' preoccupate, cercando di capire perché questo turno non sia ancora arrivato.

Mi sembra quasi di sentire le loro conversazioni:

"Ma che dici, si sarà dimenticata?"
"Ci sta, eh? È una cara ragazza, non dico di no, e avrà anche le sue belle qualità, però a me sembra che viaggi un po' su Marte, a te no?"
"Più che altro a me non pare molto organizzata. Anche in questo file dove siamo noi c'è di tutto, senti. Non la prendere come un'offesa personale, ma che c'entro io, che sono una torta al cacao con te, che sei un cavolo rosso stufato?"
"Ah be', non so se lo hai notato, ma qui è un gran calderone:  ci sono fiori, copertine di libri, quadri, animali, uomini e donne che non ho mai visto in vita mia... una confusione, una promiscuità. Se c'è lo stesso guazzabuglio nella sua testa, fattelo dire, non siamo in ottime mani".

Allora, con colpevole ritardo ecco dunque un cavolo rosso stufato e una torta al cacao e all'arancia.

Due parole ancora.

Con il gruppo d'acquisto solidale di cui facciamo parte, di cavoli rossi quest'inverno ne abbiamo avuti a tonnellate e io mi sono dovuta ingegnare per trovare un modo di farmeli piacere.
La Spia, con la sua solita cortese ma ferma inamovibilità, si è rifiutato anche solo di guardarli.
Io ho cercato di arrangiarmi.

Ho provato un'ottima ricetta di Stefano Arturi, dal suo Pausa pranzo, con vino rosso e spezie (ne riparleremo il prossimo anno), ma poi mi sono assestata su quest'altra, trovata in un libro delle edizioni Terra Nuova di Rosanna Passione dal titolo assai esplicativo ed esauriente - e lungo mezzo chilometro: Cavoli e zucche in cucina. Oltre 100 ricette attinte dalla tradizione ma anche nuove con cavoli e zucche, due preziosi ortaggi spesso trascurati nelle diete convenzionali (nella mia, no di sicuro).

Quanto alla torta, è della cara Nigellona, dalla sua ultima mastodontica - nel senso di pesante: è un tomo di ragguardevoli proporzioni - fatica, Kitchen, libro su cui sospendo il giudizio: devo ancora studiarlo per bene per potermi esprimere.
Una torta inusitatamente leggera per essere di provenienza nigellonica, cui io ho, timidamente e rispettosamente (Nigella è sempre Nigella), apportato alcune microscopiche modifiche.

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Cavolo rosso alle spezie

(per 4 persone, o una Papera sola con una Spia poco collaborativa che la costringe a cibarsene per almeno 3-4 giorni)

1 arancia
un paio di cucchiai di uvetta
1/2 cavolo rosso
2 cucchiai di olio
1 - 2 mele
60 ml di aceto di mela 
2 chiodi di garofano
cannella in polvere
noce moscata
sale e pepe

Grattate la buccia dell'arancia e mettetela da parte.

Spremete l'arancia e mettetevi in ammollo l'uvetta.

Tagliate il cavolo a striscioline molto sottili (io ho usato la mandolina) e saltatelo in padella con i due cucchiai di olio fino a quando non cominci ad ammorbidirsi.

Aggiungete le mele tagliate a dadini, la buccia d'arancia grattata, le uvette e il succo d'arancia in cui sono state ammollate, l'aceto di mela, un pizzico di sale e il pepe.

Mescolate e coprite lasciando cuocere a fuoco basso per circa 40' - ma date un'occhiata e accertatevi che ci sia sempre del liquido di cottura.

Negli ultimi 10' aggiungete le spezie.

Servite cospargendo di pinoli precedentemente tostati in un padellino antiaderente.


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Chocolate orange loaf cake

150 gr di burro a temperatura ambiente
2 cucchiai di sciroppo di zucchero (io non lo avevo ed ho usato lo sciroppo d'acero; ma la prossima volta vorrei provare con il malto d'orzo, che ho appena acquistato)
150 gr di zucchero di canna scuro (io uso il Mascobado del commercio equo)
150 gr di farina 0
1/2 cucchiaino di bicarbonato
25 gr di cacao amaro
2 uova
buccia di 2 arance e succo di 1

Preriscaldate il forno a 170° e preparate lo stampo: io ne uso uno da plumcake e mi limito a rivestirlo di carta da forno, ma se siete meno lazzaroni di me - e non è difficile esserlo - imburratelo e infarinatelo.

Con le fruste sbattete il burro con lo sciroppo e lo zucchero fino ad ottenere una crema: non aspettatevi che sia liscia e setosa, il Mascobado è uno zucchero un po' "ignorante" e non si dissolve facilmente.

In una ciotola mettete la farina, il bicarbonato e il cacao.

Aggiungete al burro e allo zucchero le 2 uova e la buccia delle 2 arance e continuate a sbattere.

Setacciate gli ingredienti secchi e aggiungeteli delicatemente, facendo in modo che non si formino grumi - orrore.

Infine, aggiungete il succo di arancia, mescolate bene - la consistenza e l'apparenza dell'impasto non saranno delle più incoraggianti, ma voi non fatevi prendere dal panico - e riempite lo stampo.

Secondo Nigellona il tempo di cottura è tra i 40 e i 50': nel mio forno ce ne sono voluti 55', ma vedete voi.

Un'ultima cosa: negli ultimi anni la mia passione per gli impasti crudi delle torte sta sicuramente peggiorando (sì lo so, è terribile, ma che cosa posso farci? Vedete bene che non riesco a nascondervi nulla, anche a rischio di perdere quel poco di credibilità che forse mi sono conquistata in questi anni) e questo è di gran lunga uno dei migliori che abbia mai assaggiato. 

Non so, magari a qualcuno può interessare quest'informazione; magari non sono la sola ad avere questa perversione, chissà...

Enjoy!