
Che dire?
Questo è il suo secondo libro che leggo e l'effetto che mi fa ogni volta è dirompente. Ne sono letteralmente ipnotizzata, completamente conquistata. La forza del suo stile diretto, intenso, e la complessità dell'analisi che affida alle parole richiedono una concentrazione assoluta, ma offrono in cambio istanti di puro rapimento.
Non dirò nulla della storia, che è una storia in fondo come tante (quella di un'ossessione sessuale di un uomo avanti con gli anni per una ragazza giovane e di una bellezza numinosa e assoluta), benché con una chiusura tragica e a sorpresa.
E' difficile, però, anche solo rendere conto di tutte le sollecitazioni che Roth offre in questo romanzo, che per numero, qualità e intensità danno le vertigini, se si considera che sono concentrate in appena 113 pagine: riflessioni e analisi sulla rivoluzione sessuale, la paternità, la musica, la situazione cubana, tanto per citarne alcune. Il consueto ottovolante su cui Roth fa sedere il suo lettore.
Certo, non mi risulta facile leggere questo autore, perché è troppo sincero, troppo brutale, a tratti francamente disturbing, direbbero gli inglesi; questo suo mettere a nudo i meccanismi a volte sottili, a volte grevi, sempre primitivi, illogici, ancestrali della sessualità maschile e femminile, facendolo nel modo meno mediato, meno 'politically correct' che si possa immaginare, con una rude ma anche 'rinfrescante' mancanza di pruderie e giri di parole, e spesso con un'ironia graffiante e irresistibile, è sempre l'equivalente di un pugno nello stomaco: molto stimolante, sempre salutare, ma estremamente sconcertante.
Non manca, in questo romanzo, anche qualche barlume di intensa commozione, quando Roth dà una voce sincera e potente a quel sentimento sublime che è la vera pietà per la sofferenza umana e per la paura della morte, per l'impossibilità di difendersi dall'apparente gratuità di certi eventi e per la fragilità del corpo e della sua bellezza, destinata a sfiorire, sempre, e a volte ad essere falciata crudelmente dalla malattia.
L'animale morente cui il titolo fa riferimento siamo, come al solito, tutti noi.
Philip Roth, L'animale morente, Einaudi, Torino 2002. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
Alcune idee, dettate un po' dall'ironia un po' dalla furbizia, per non cedere alle tentazioni quando si va a casa di amici che cercano di dissuaderci dai nostri buoni propositi (un po' perché è giusto, 'vieni a casa mia a mangiare e pilucchi'... un po' perché quando si cerca di stare attenti a ciò che si mangia, spesso si fa sentire in colpa chi non ci sta e dunque si è oggetto di tentativi di 'traviamento') e tutta una sezione dedicata ai ristoranti etnici, ai piatti meno 'esiziali' da scegliere nel menu.
Più che altro, discorsi dettati dal buon senso (ma scritti da una fanciulla di una bellezza imbarazzante, che si fa fatica ad immaginare sia stata alle prese con i chili di troppo. Ma se lo dice lei, chi siamo noi per non crederle?...).
Come bonus, qualche ricetta che pare azzeccata.
Julie Andrieu, Mes secrets pour garder la ligne... sans régime, Marabout, Paris 2007.
La storia di questo cagnetto bastardo, goffo e scordinato, impulsivo e passionale, e del suo avvicinarsi al mondo, degli umani e non solo, è raccontata con grande e finissima ironia, con partecipazione, tenerezza e non un filo di sentimentalismo (facilissimo caderci dentro con tutte le scarpe quando si sceglie come proprio soggetto un batuffolo di bastardino che all'inizio della storia è così piccolo da entrare nella tasca di un cappotto).
Molti sono gli spunti intelligenti e stimolanti offerti al lettore, che lo inducono a riflettere sul rapporto con il mondo animale con cui molti di noi condividono la quotidianità, sul rischio che il nostro amore, sincero sì, ma spesso ottusamente insensibile e cieco alla reale essenza di questo mondo, lo snaturi e lo condanni ad una particolare forma di schiavitù, fatta di prigioni dorate, istinti addomesticati, sottili e spesso inconsapevoli prevaricazioni.
Chiunque viva con un animale in casa sa che genere di intensi, appassionati rapporti affettivi si sviluppino con esso, e quanto però sia facile, da parte nostra, abusare della nostra superiorità e 'costringerlo' a ripudiare in parte la propria natura, in nome dell'amore esclusivo e incondizionato che spesso prova per noi e del bisogno che ha delle nostre cure.
Il protagonista di questa storia, Truciolo, è un cane impetuoso, vivacissimo e curioso, che manifesta il suo entusiasmo per il mondo in modi spesso scomposti e inconsulti; ama appassionatamente il suo padrone, ma si rifiuta di abdicare alla propria 'diversità' e 'animalità', si ribella al tentativo umano di ridurlo ad una versione addomesticata e più gestibile di se stesso.
Si vorrebbe far qualcosa perché la storia non si avvii alla sua naturale conclusione, si vorrebbe intervenire nella scena, terribile e risolutiva, in cui tutti i nodi vengono al pettine e uomo e animale si affrontano, prendendo atto, con rabbia, della reciproca e ineluttabile incapacità di comprendersi e accettarsi realmente per quello che sono.
Invece si assiste impotenti all'unica fine possibile, sostenuti dall'asciutta commozione che l'autore riesce a trasmettere con incredibile maestrìa.
Una delle frasi più belle, a mio avviso, è proprio nell'ultima pagina:
"(...) non amiamo tanto ciò che è bello, buono e virtuoso, ma piuttosto tutto ciò che è represso, imperfetto, irrequieto, e che protesta digrignando i denti - tutto ciò che non è virtù e accondiscendenza, ma è invece imperfezione e ribellione".
Sándor Márai, Truciolo, Adelphi Edizioni, Milano 2002. Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor
In pratica, non lo so, perché l'ho acquistato da poco e non ho sperimentato nessuna delle ricette presenti.
E' un libro dove diversi alimenti vengono presentati in ordine alfabetico e per ognuno di essi vengono indicati possibili 'accordi di gusto': quale spezia va bene con il salmone fresco? Quale frutto abbinare ai fagiolini? Sta bene lo zafferano con le cozze? e via così.
A prima (distratta) lettura, il libro, che propone anche alcune ricette a esempio degli abbinamenti proposti, sembrerebbe molto ben fatto.
Rimane ovviamente il dubbio: ma se questa Julie Andrieu ha dei gusti allucinanti e le piace mangiare un'insalata di fagiolini verdi e pesche con mandorle e menta che invece fa raccapricciare i miei ospiti (ma che a me pare ottima, detto per inciso)?
Il rischio sembrerebbe scongiurato dal fatto che la Andrieu (in Italia ancora poco conosciuta, ma presto verrà tradotta per i tipi della Guido Tommasi) sa quel che dice, in genere (per es. il suo La cuisine expliquée à ma mère io lo trovo davvero ottimo, pieno di idee e di ricette).
Per me, che amo spignattare ma sono una dilettante, qualunque sia l'effettiva utilità delle indicazioni proposte, la lettura di questo libro rimane comunque una bella opportunità per una delle mie attività preferite: starmene sul divano a fantasticare di possibili ricette e relativi banchetti.
Julie Andrieu, Carnet de correspondences. Mes accords de goûts, Agnès Viénot Editions, Paris 2009.
Sarà che appunto l'autrice mi è sembrata anche troppo preoccupata di mostrarsi brillante e divertente (e ha spesso semplicemente confuso ciò che per lei corrisponde ad uno stile frizzante con una tendenza a volte esagerata e non necessaria alla volgarità gratuita), sarà soprattutto che mi aspettavo di trovare più Julia Child che Julie Powell nel libro, e sono stata, da questo punto di vista, delusa, tanto che il titolo, per me, avrebbe potuto benissimo essere 'Julie & Julie' oppure 'Julie (&, Sometimes, Very Little of Julia)'.
Se infatti trovo il personaggio di Julia Child di estremo interesse, con il suo personalissimo mix di esuberanza, energia positiva e volontà e la sua vena di folle eccentricità (a Parigi, dove il marito era stato mandato per lavoro, decise a 37 anni di imparare a cucinare e diventò quel che diventò), non posso dire altrettanto di Julie Powell, e me ne dispiaccio.
Non mi ha stupita il fatto che, proprio a poche pagine dalla fine, si racconti che l'allora 91enne Child, durante un'intervista, espresse tutto il suo dissenso circa 'il progetto' della Powell (che consisteva nella realizzazione, in un anno, di tutte le 524 ricette contenute nel celeberrimo Mastering the Art of French Cooking) e definì quest'ultima 'una villana rifatta e sboccata priva di serietà', o qualcosa del genere (non che ne volesse dir male, commenterebbe Woody Allen).
Tengo a precisare che sono molto contenta che la Powell abbia trovato, grazie a Julia Child e al suo straordinario esempio di vitalità ed entusiasmo, e grazie a questa folle idea di 'cucinare' un suo intero libro nell'arco di un anno, un motivo per abbandonare il suo squallido lavoro che la rendeva una donna frustrata e insoddisfatta e che, contestualmente, abbia anche raggiunto l'invidiabile risultato di fare soldi 'scrivendo in pigiama a Long Island City'. Mi spingo a dire che mi auguro abbia trovato anche qualcosa di più: un po' di felicità, e una maggiore autostima.
Ma se avesse evitato di raccontarlo a tutto il mondo con un libro come questo, ne sarei stata ancora più contenta.
Julie Powell, Julie & Julia. My Year of Cooking Dangerously, Back Bay Books, New York 2006.
Nel capitolo dedicato ai clienti che vengono in libreria e chiedono assurdità (come 'La principessa di Crêpes' o un'edizione del XVIII secolo di 'Madame Bovary'), ho ritrovato la mia esperienza (anni e anni fa) di commessa in una libreria, quando, per esempio, mi ritrovai davanti un ragazzo che cercava 'I dolori del giovane Walter' e il cui padre, evidentemente poco contento del fatto che il figlio perdesse tempo leggendo (o quanto meno, ci provasse...), lo spingeva piuttosto a chiedermi il numero di telefono.
Bello il ritratto di alcuni librai appassionati, come il Pierre Landry di Tulle che è 'Un libraio che legge e non un libraio che si accontenta di contare', e crea intorno a sé un piccolo centro culturale, sfidando le dure leggi della domanda e dell'offerta, o quello della libreria dell'usato di rue Duhesme, che si stupisce quando qualcuno gli chiede se legga, come se gli fosse stato chiesto se respiri o mangi.
Bello anche (benché certo non brilli per originalità) il confronto tra l'innamoramento e l'incontro con un libro che cambia la vita, anzi, che più spesso ci restituisce alla vita, con nuovo slancio, nuova curiosità, nuove energie.
Nonostante questi momenti di grazia, però, la lettura non trascina, non delizia, e si resta con la sensazione che si tratti di un'operazione editoriale furbastra e sdolcinata. Peccato.
"Il mistero più grande non è che siamo usciti per caso dalla profusione della materia e degli astri, ma è che, chiusi in questa prigione, traiamo da noi stessi immagini abbastanza potenti da negare il nostro nulla. E più ancora delle immagini, libri innumerevoli a testimoniare che l'uomo è più grande di ciò che lo schiaccia".
Paul Desalmand, Prendimi con te. Vita avventurosa di un libro giramondo, Piemme, Casale Monferrato 2009. Traduzione di Maria Moresco.