domenica 31 luglio 2011

Pollice verde di Ippolito Pizzetti

Fino a qualche mese fa ignoravo chi fosse Ippolito Pizzetti e quale grande e infelice lacuna fosse questa.

Poi, grazie ad un'amica, c'è stato questo incontro, seguito da un improvviso innamoramento.

E l'ho capito subito che Ippolito Pizzetti mi sarebbe piaciuto, fin dalle prime pagine di questo libro, che raccoglie alcuni dei tanti articoli di giardinaggio da lui scritti per l'Espresso e per altre riviste e quotidiani.

Mi è piaciuto prima di tutto il fatto che Pizzetti avesse capito relativamente tardi quale grande passione avesse per il mondo delle piante e che gli si fosse avvicinato gradualmente, in un percorso assolutamente non lineare, partendo da una cattedra di assistente di Natalino Sapegno all'Università La Sapienza e passando per molto lavoro editoriale (svolto in molteplici ruoli: come traduttore, come direttore di collane, come consulente).

L'amore per il verde si fece in Pizzetti prima interesse per la storia dei giardini (e bellissime sono le pagine dedicate a quelli tedeschi o quelle in cui racconta la storia dei Kew Gardens a Londra, dove si recava in pellegrinaggio come gli antichi Greci a Delfi, secondo una sua felice espressione), poi passione progettuale: pur senza avere una formazione tecnica, divenne in poco tempo un famoso e apprezzatissimo architetto di giardini - la laurea in architettura gli fu data, honoris causa, solo nel 2004, tre anni prima della sua morte.  

In questo libro si trovano molti consigli pratici su come coltivare cosa e dove: consigli presentati in poche, spicce istruzioni, oppure, al contrario, nascosti in divagazioni dal vasto respiro elegiaco, in meditazioni filosofiche, in invettive amarissime.

Soprattutto si trovano bellissime pagine di prosa (e tra tutte, le più belle per me sono quelle de L'incontro con l'indeterminato o di Oziorrinco è morto), piene di passione, impeto, ironia, sarcasmo, trasudanti raffinata e ampia, metabolizzata cultura, ma anche soffuse di nostalgiche memorie d'infanzia, pervase di una tenerezza ruvida e accorata per quella natura sempre più violentata dall'uomo, sempre meno compresa, sempre più considerata aliena.

Qui, come e quando posso, cerco di dare delle informazioni: su piante sconosciute, sul modo di coltivarle, su come reagiscono in giardino.
Ma chi segue i miei scritti sa bene che non è questo soltanto che mi spinge a scrivere; ma i mille modi, le mille aperture da trovare nel rapporto con la natura, che per moltissimi è andato perduto, o non è mai esistito: riuscire a indicarlo anche agli altri. Non è un rapporto facile, come non è facile nessun rapporto, umano o non umano che sia; ma è uno di quelli, per me almeno, che rendono la vita degna di esser vissuta; e che mi sono altrettanto necessari per esistere dell'aria e dell'acqua. Sono incapace di sentirmi, nella mia natura di uomo, come qualcosa di staccato dal mondo vegetale e animale.

Se Ippolito Pizzetti mi avesse conosciuta, mi avrebbe sicuramente trovata insopportabile: mi sono infatti riconosciuta in pieno nel ritratto, tra il patetico e il ridicolo, dell'aspirante giardiniere da balcone, ignorantissimo e tremebondo, che desidera, spasmodicamente desidera, sviluppare un qualche contatto affettuoso con quel mondo vegetale che insieme lo attira e lo inquieta, e che però è terrorizzato, pressoché costantemente terrorizzato, dalla possibilità di provocare ogni genere di disastro, perché con quel mondo non ha sviluppato fino ad ora la minima confidenza, e dunque è pieno di quesiti angosciosi su come avvicinarglisi.
Per esempio quanto, come e quando bisogna innaffiare le piante?

Di solito le domande di questo genere mi imbarazzano (quando non mi irritano) perché mi rendo conto che il mio interlocutore è (in quel momento almeno) le mille miglia lontano dall'aver capito come le piante vadano accostate; che si tratta di una persona, poveretta, impacciata, tutta legata, non libera affatto, timorosa nel proprio rapporto con la natura e mi auguro in cuor mio che il praticare le sue quattro piante possa in qualche modo indicarle la via.

Sì, in queste poche righe ci sono tutta, hélas
Faccio parte di quel numero di esseri umani che in mezzo alla natura (che sia un bosco, un giardino o le piante in vaso di un balcone) sono presi sì da incantamento, ma insieme da ansia e inquietudine e timori ancestrali.

Perché noi (...) entriamo nel bosco, e lo vediamo carico di ombre, di bronchi, di ramaglie; l'erta è piena di ostacoli e di sassi, il prato impedisce il cammino coi rovi e con le spine, e dovunque l'angue minaccioso attende in agguato; e poi quant'altri pericoli ci sovrastano, tutto intorno è materia indistinta, il male peggiore è l'indistinto che regna sovrano; non sappiamo i nomi, non sappiamo le forme, ci mancano le parole, precipitiamo nel pozzo della non cultura.

Manca però, a questo mio fedele ritratto, la fiducia incrollabile e forse idiota nella possibilità di diventare, un giorno, un essere umano meno a disagio a contatto con la natura, meno spaventato all'idea di ucciderla per colpa della propria ignoranza. 

Con un simile maestro, e con tutti quelli che incontrerò per la via (sto ovviamente accumulando una piccola biblioteca sull'argomento), credo di avere buone speranze.


Ippolito Pizzetti, Pollice verde, BUR 2006.

sabato 23 luglio 2011

Di vacanze (già fatte), di un'estate clemente e di muffins ai mirtilli

Ma come si sta bene in questi giorni a Firenze!

Aria fresca, nuvole a schermare il sole e a dare tregua a chi, invece di spassarsela al mare o in montagna, è in città.

Dopo una breve e quasi paradisiaca vacanza nelle campagne tra Siena e Grosseto (il "quasi" è dovuto ad un incontro notturno e ravvicinato, nella camera dell'agriturismo in cui dormivamo, con alcuni ragnoni che mi hanno terrorizzato; lo sapete, sì, che sono un'aracnofobica di fama mondiale), allietata dall'ottima compagnia di carissimi amici - e anche dall'abbondanza di buon cibo e buon vino con cui ci siamo deliziati giorno e notte - io e la Spia siamo tornati, come si suol dire, alla base.

Ben felici di tornarci, tra l'altro. 
Entrambi amiamo trascorrere il mese di agosto in città, tranquilli tranquilli a fare ognuno le proprie robine.

Il cortile interno (quello della quercia di cui parlavo qui) è silenzioso: ogni tanto si sente qualcuno ascoltare musica o parlare al telefono, ma per lo più le nostre giornate sono soprattutto accompagnate dal cinguettìo degli uccelli e dal miagolìo di qualche gattone dei paraggi.

Un'estate serena e non proprio rovente: proprio ciò di cui sento di aver bisogno.

Si può persino usare il forno senza morire di caldo - non che il caldo mi abbia mai dissuasa dal cuocere arrosti o torte anche in piena canicola, a ben pensarci - e magari, approfittando di alcuni strepitosi mirtilli acquistati con gli amici del GAS, preparare in quattro e quattr'otto una bella teglia di muffins per la colazione della Spia (io, dopo gli ozi senesi - e soprattutto dopo i diversi chili di pecorino e gli svariati metri di salsicce e salamini transitati per le mie budelline papere - meglio che me ne stia a dieta).


****

Blueberry and Almond Muffins da Rachel's Food for Living di Rachel Allen (con qualche modifica)


per 12 muffins

200 gr di farina 0
1 cucchiaino abbondante di lievito
1 cucchiaino di cannella
50 gr di farina di mandorle
125 gr di zucchero di canna (io uso il Golden Caster Sugar del commercio equo)
200 ml di latticello (io l'ho sostituito con la stessa quantità di latte alla quale ho unito il succo di mezzo limone, facendo, in sostanza, il soured milk; in teoria bisognerebbe poi lasciare a riposare per una notte. In pratica, da sciattona quale io sono, non lo faccio mai)
1 uovo
50 gr di burro fuso
100 gr di mirtilli
2 cucchiai di mandorle a lamelle

Preriscaldate il forno a 200° e preparate la vostra teglia per muffins: potete imburrare e infarinare ogni cavità, oppure,  come faccio io, servirvi di pirottini di carta colorata. 
Non è molto ecologico, ne convengo, ma poche cose in cucina rischiano di farmi venire una crisi di nervi quanto imburrare e infarinare le teglie da muffins (adesso comincia forse ad esservi più chiaro il motivo per cui la Spia dice che per certi versi io sono una deragliata). 
Sulle ragioni di questa mia idiosincrasia al momento non mi sento di indagare.

In una ciotola capiente setacciate la farina e il lievito, poi unite la cannella, la farina di mandorle  e lo zucchero.

In un'altra, più piccola, versate il latticello (o lo pseudo soured milk), l'uovo e il burro fuso e amalgamate con una frusta a mano. 
Indi, come in tutte le ricette di muffins che si rispettino, versate gli ingredienti liquidi nella ciotola di quelli secchi, mescolate con una forchetta giusto per amalgamare, ma non esagerate: come dice Nigellona, più l'impasto è grumoso più i muffins saranno leggeri.
Infine, unite delicatamente i mirtilli.

Deponete cucchiaiate di impasto nei pirottini, poi distribuite sulla superficie le mandorle a lamelle e fate cuocere in forno per circa 20'.

Enjoy!



lunedì 4 luglio 2011

No alla censura

Chi ogni tanto passa di qui sa che sono state davvero rare le occasioni in cui mi sono mobilitata attraverso le pagine di questo blog. 

Un po' per carattere e per inclinazione, un po' perché questo spazio non è mai stato pensato come luogo di attivismo sociale o politico, assai di rado ho partecipato ad iniziative collettive promosse da altri bloggers o siti web.

Ma stamattina,  facendo il mio giro di letture sulla rete, mi sono imbattuta in questo post di Alberto Cane e ho sentito di dover fare qualcosa.

Molto poco, come si vede. E in parte, ad essere sincera, condivido le perplessità di cui parla lo Zio Scriba in un suo commento - oggetto di un altro post nel blog di Alberto, lo trovate qui.

Pure, ho l'impressione che sottrarsi alla possibilità di fungere da specchio o da cassa di risonanza, per quanto piccolo possa essere il mio contributo in questo senso, non sia cosa buona e giusta.

Ecco dunque il testo del post di Alberto, verbatim
Meglio di come l'ha scritto lui, io non avrei potuto. 
Vi invito a leggerlo e a diffondere almeno la notizia: forse sono la solita bella addormentata, ma io dell'intera faccenda ero completamente all'oscuro fino a stamattina - e ringrazio dunque Alberto per avermi offerto questa informazione. 
Mai come in questi casi ignoranza significa impotenza.

Buona giornata a tutti!

*****


Mercoledì 6 luglio l'AgCom voterà una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza la sentenza di alcun giudice. È una decisione gravissima, forse anche ingenerata dall'importanza che internet, e nello specifico social network e blog, ha avuto nelle recenti tornate elettorali. È una decisione di uno Stato dittatoriale e che ricorda la censura in situazioni di guerra.

Il tam tam sulla Rete sta aumentando di ritmo e di intensità e adesso anch'io mi unisco alla protesta per questa porcata.

Qualcosa si può fare, e riporto i suggerimenti di metilparaben
  • se sei un blogger scrivi un post, usando il logo che vedi qua sopra e riportando tutti i link, e diffondilo più che puoi tra quelli che conosci;
  • vai alla pagina di Agorà Digitale in cui sono raccolti tutti i link, le iniziative e le proposte dei cittadini;
  • firma e diffondi la petizione sul sito di Avaaz;
  • partecipa e invita tutti i tuoi amici a "La notte della rete": 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti.

domenica 26 giugno 2011

(Sunday Music): W il Margatania FC!

Sì, lo so, qui si bara.

Questo non è un video musicale - benché la musica ci sia, e anche di mio gusto - ma è un gioiello.

Me lo ha segnalato la Spia, che mi conosce bene e sapeva che avrei apprezzato, anche se probabilmente non si aspettava che, durante la visione di questo video, mi trasformassi in un vero e proprio idrante umano.

Ho pianto praticamente dalla prima scena fino all'ultima. Ma non vorrei fuorviarvi. Non è un video strappalacrime. O meglio: non fa questo effetto su individui adulti mediamente equilibrati, cosa che io evidentemente non sono (la parte che mi difetta sarà quella adulta o quella mediamente equilibrata?, mi chiedo. Meglio non approfondire).

Questo video racconta la storia di una squadra di calcio di bambini, che in un anno ha incassato 271 goal e ne ha segnato solo uno - ma al momento in cui è stato girato, questo traguardo non era ancora stato raggiunto.

Una squadra di bambini che sì, sono perfettamente consapevoli di aver sempre perso e si aspettano di perdere ad ogni partita (ma sono contenti quando il punteggio finale si attesta sull'11 a 0, perché ne hanno avuti altri che viaggiavano intorno al 27 a 0), ma coltivano il sogno fresco e fiducioso di segnarlo quel benedetto gol, anche uno solo. 

E si preparano a quell'evento, e continuano a giocare, con immutato entusiasmo e ottimismo e impegno, ma soprattutto con divertimento, che è forse la cosa che più mi ha commosso.

C'è da imparare molto dalla visione di questo video, io credo.

C'è da imparare da questi bambini e dagli adulti che sono loro vicini, che evidentemente sono stati capaci di trasmettere non soltanto le regole del gioco (che però non sembrano essere state assimilate del tutto, visti i risultati!), ma anche una tenerissima fiducia nella propria capacità di migliorare e un incrollabile gusto del gioco, a dispetto di ogni disfatta e sconfitta. 

Questi bambini sulla carta sono dei perdenti tragici, degli sfigati colossali e degli incapaci.
Nella realtà, sono dei veri sportivi e dei vincitori.

Concedete a questo video 10 minuti della vostra attenzione e del vostro tempo. 
Non ve ne pentirete.

Buona domenica!







giovedì 23 giugno 2011

Di piaghe d'Egitto, di audaci piccioni e di una torta di ricotta

Insomma, c'è poco da girarci intorno. 
Qui si batte la fiacca.

Il problema è che è arrivata l'estate.

"Qualche mese fa il problema era che era arrivata la primavera", qualcuno potrebbe osservare, ricordando certe mie geremiadi.
E a ragione. 

"Forse il problema è che tu hai molti problemi con molte cose diverse", potrebbe dire qualcun altro, e anche lui a ragione.

E comunque.
La primavera mi fa dormire, più o meno ovunque, e mi fa venire un po' di malinconia e di paturnie.

L'estate, invece, mi spossa. 
E mi fa venire voglia solo di leggere, ascoltare Paolo Conte e giocare a videogiochi (al momento Rise of Atlantis, una roba che dà vera dipendenza). Insomma, come direbbe mia madre, mi riduce ad una piaga d'Egitto fatta e finita.

Per fortuna, tra i suoi effetti collaterali l'estate non mi toglie la fame, per cui in questa casa si mangia, come al solito.
Ma si sperimenta poco. E quando lo si fa, raramente si ha voglia di fare qualche scatto (non che faccia una grande differenza, data la media qualità delle mie foto!).

Ma questa torta - che non è certo né una novità né una ricetta particolarmente esotica - è davvero buona e piace molto alla Spia, e non solo.

Qualche giorno fa, l'avevo appena fatta e l'avevo lasciata su una gratella, sul tavolo.

Dopo di che, un piccione particolarmente audace - o goloso, chi sa - è entrato dal balcone in cucina, è salito sul tavolo e si è abbondantemente servito della torta.

Quando la Spia, presentendo qualche disgrazia, è entrato in cucina, ha avuto una delle visioni più raccapriccianti della sua vita: un piccione - animale da lui sommamente detestato - che mangiava la SUA torta.

Ripresosi dal trauma, la Spia l'ha cacciato via a male parole e il piccione, poveretto, è volato via come un fulmine e per la paura ha dato una sonora capocciata alla porta finestra. 
Poi la Spia ha inveito contro le due gatte, che sono sempre in giro a cacciare moscerini e farfalle (mai una zanzara che sia una, mai,  accidenti a loro!) e quando c'è bisogno davvero di loro che cosa fanno? Dormono. "Vi mando a lavorare!" l'ho sentito urlare, la Spia, che è una personcina educata e parla sempre come se fosse dentro un confessionale - e quanto mi piace questa cosa di lui, benché a volte faccia una fatica del diavolo a capire che cosa dice e che cosa vuole (ma ho notato che dire "Sì, caro" risolve gran parte delle situazioni).

Insomma, non credo sia nella lista dei primi 100 motivi per cui si consiglia di fare una torta, ma nel caso voleste compiacere un piccione, sappiate che con questa potreste riuscirci con facilità.

Una parola ancora sulla ricetta, che è presa da I love cake di Trish Deseine di cui ho parlato già qui.

Ho fatto questa torta diverse volte e a parte la prima ho sempre modificato la procedura (sul libro ce n'è una a mio parere piuttosto inusuale) e anche le quantità di burro,  zucchero e ricotta. Forse la versione più equilibrata è questa di cui vi do le quantità, ma tra parentesi metto l'ultimo "modello", in cui ho aumentato considerevolmente la ricotta e ridotto ulteriormente il burro. Ovviamente tutte queste modifiche comportano variazioni nel tempo di cottura e nella consistenza della torta, che diventa più morbida, quasi fondente. Non è una torta ariosa, sappiatelo, ma umida. 


Torta di ricotta da I love cake di Trish Deseine

(per una tortiera di 20 cm di diametro)

80 gr di uvetta
100 ml di Marsala
125 gr di burro (80 gr)
125 gr di zucchero 
3 uova, separate
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
250 gr di ricotta (300)
175 gr di farina
1 cucchiaino e mezzo di lievito per dolci

Preriscaldate il forno a 180°.

In un pentolino scaldate appena il Marsala, poi metteteci l'uvetta e lasciatela riposare per circa 20'.

Nel frattempo lavorate il burro con lo zucchero fino ad avere un composto soffice.
Aggiungete i rossi delle uova, poi l'estratto di vaniglia, la ricotta e le uvette CON il Marsala (secondo la ricetta originale il Marsala si butta; orrore e abominio!, al limite lo si beve, ma buttarlo...), la farina e il lievito (entrambi setacciati).

Montate le chiare e unitele al composto che poi verserete nella teglia imburrata e infarinata.

Fate cuocere per circa 40-50' (nel mio forno più 50' che 40').

Sfornate, mettete su una gratella e lasciate raffreddare - eventualmente vigilando che nessun piccione ne approfitti per assaggiare il risultato delle vostre fatiche (si fa per dire, è facilissima!).

Servite eventualmente con zucchero a velo - cosa di cui io e la Spia non abbiamo mai sentito il bisogno: la torta è ottima anche così, nature.

Enjoy!




lunedì 13 giugno 2011

Legittimo godimento

La ricetta che oggi intendo proporvi per festeggiare il raggiungimento del quorum è davvero semplice semplice: aprite il rubinetto dell'acqua della vostra cucina, riempiteci un bicchiere, bevete.

Alla salute di tutti gli italiani, qui e all'estero, che hanno fatto tutto il possibile perché l'acqua rimanesse una risorsa per tutti, il no al nucleare una conferma - ma non si era già deciso tutto nel 1987? Altro che Viagra, questi politici dovrebbero assumere qualche pillolina di fosforo! - e la legge effettivamente uguale per tutti, ma davvero tutti, e non solo i ladri di polli o i poveri disgraziati.

Evviva!

(La foto, a mio parere bellissima, ovviamente non è mia. 

È del mio carissimo amico Claudio Santambrogio, anima eclettica e curiosa, che tra le sue attività di concertista, informatico e guida artica - avete letto bene - da qualche tempo si è appassionato alla fotografia e con risultati eclatanti.

Bellissime le foto scattate durante la sua lunga permanenza in Norvegia [Claudio ha una sorta di inquietudine nomadica che lo spinge a cambiare paese di residenza almeno una volta ogni 4-5 anni], ma io trovo magnifiche quelle "domestiche" [ma va?], semplici, essenziali, suggestive, assolutamente non costruite o artefatte, ritraenti gli oggetti quotidiani così come sono, con le loro imperfezioni e la loro sommessa poesia.

Claudio ama sperimentare soprattutto in fase di stampa, utilizzando tecniche inusuali e antiche - ad esempio usando il bianco dell'uovo.
Questa fotografia, invece, è una "stampa lith". 
Come mi ha scritto in una mail stamattina:
La stampa lith usa carta e rivelatori tradizionali b/n, ma lo sviluppo si  
effettua con un rivelatore altamente diluito: in questo modo si ottengono  
ombre scure e luci morbide.  Si può osservare un caratteristico viraggio  
del colore, dovuto ai tempi di sviluppo lunghissimi.  Viraggi creativi  
possono ulteriormente esaltare la paletta cromatica.
Trovate le sue bellissime foto, oltre ad altre notizie su di lui e sulle sue multiformi passioni e attività, nel suo sito: http://csant.info/).

domenica 12 giugno 2011

Domenica 12 e lunedì 13 giugno: si va a votare!

La vita non è né brutta né bella, ma è originale! - così diceva Italo Svevo.

Oh se aveva ragione Italo Svevo!

Questo mese di giugno me ne ha dato ampia conferma.

La faccio breve perché vi voglio bene, ma sono stata a lungo convinta che non sarei stata in Italia e non avrei votato per i referendum, e non a causa di impegni improrogabili o nobili cause, ma per una vacanza. 

Per colpa mia e dei miei pochi neuroni, che pur sapendo da tempo che il 12 e il 13 giugno si sarebbe votato, al momento giusto abbiamo disinvoltamente dimenticato questa informazione e abbiamo prenotato e comprato biglietti aerei e ferroviari per una sospiratissima e lungamente progettata vacanza a Londra.

Non voglio assumere pose melodrammatiche, ma la consapevolezza di aver dato un'ottima prova dei lati forse peggiori di me - una certa qual superficialità e una tendenza al velleitarismo - e di non poter scaricare la colpa su nessuno se non su me stessa, mi ha ridotto per quasi un mese ad una mezza larva, incline all'autoflagellazione e in preda a una profonda vergogna.

L'impossibilità di uscire dall'impasse se non a caro prezzo (economico, nel caso in cui avessi deciso di cancellare la vacanza per andare a votare; morale, nel caso in cui avessi optato per il fatalistico "E' andata così, va bene è colpa mia, ma ora comunque cerchiamo di goderci la vacanza" - che non mi sarei goduta, ovviamente) mi ha ridotto ad uno stato di pressoché totale impotenza finché la vita che, appunto come diceva Svevo, è originale, ha avuto pena di me.

Con un colpo di scena ha scompigliato le carte e mandato all'aria la vacanza. 
Stavolta non per colpa mia, ma per cause indipendenti dalla mia volontà: il che ha significato, tra le altre cose, perdere tutti quei soldi che mi sentivo in colpa a buttar via dalla finestra per andare a votare; ma dato che non l'ho deciso io, ora, il fatto di buttarli davvero via mi fa sentire leggera ed euforica.

In realtà, a ben guardare, il disagio di chi si è visto salvare per un pelo ma non per propri meriti, c'è, eccome; e il fatto che se non fosse stato per questo provvidenziale imprevisto oggi, invece di scrivere queste righe, sarei probabilmente stata in una libreria londinese, rimane comunque un fatto che lascia l'amaro in bocca; ma di riflessioni scoraggianti e avvilenti in questo mese e mezzo ne ho fatte ad abundantiam e credo di aver imparato la lezione, e bene: posso essere superficiale e una gran velleitaria (non che non lo sapessi già, sia chiaro, ma stavolta la consapevolezza è diversa): è brutto dirselo, ma è meglio farlo e, se si può, correre ai ripari.

E ora basta.
Col cuore leggero anche per avervi messo a parte dei miei psicodrammi, vi saluto: vado a votare, e invito tutti a fare altrettanto, e se possibile, invito tutti a votare sì ad ogni quesito.  Approfittiamo di queste poche occasioni di partecipazione che ancora ci sono riservate per cercare di uscire davvero dall'orrido incantesimo in cui siamo precipitati da quasi vent'anni.

Buona domenica a tutti!


lunedì 6 giugno 2011

Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa di Christopher Hitchens

Mi dispiace, forse non era il momento giusto per leggere questo libro, che mi è parso noioso e verboso.

Niente da eccepire sulla tesi: anzi, mi auguro che sempre più vengano scritti e stampati e letti testi intelligenti e onesti in difesa di una sana laicità.

Il fatto è che sono arrivata quasi a un terzo di questo libro e non vi ho trovato una notizia o uno spunto che mi abbiano sorpresa, indotta a riflettere, divertita, incuriosita. Niente.

Neanche l'ironia che l'autore sparge a piene mani è riuscita a conquistarmi: è un'ironia troppo spesso irritante, per i miei gusti, di quella che si porta dietro l'onnipresente sottotitolo "Mamma mia come sono arguto e intelligente e brillante e caustico".
Uno strazio.

Tengo a ripetere che l'autore sposa una tesi della cui bontà sono ben convinta, e da anni, dunque il mio fastidio non nasce dal vedere demolire senza troppo garbo certe mie idee, al contrario.

Per concludere, una nota per me dolentissima: qualcuno potrebbe dire al signor Mario Marchetti, che ha tradotto questo testo, che in italiano - per quanto ne sappia - si dice "pestaggio" e non "picchiaggio", "rivelatore" e non "rivelativo"?
So che il libro abbonda di simili fantasiose creazioni - altri me lo hanno detto.

Ma queste (le due più macroscopiche che ho registrato) mi sembrano più che sufficienti per farsi prendere da una crisi di sconforto di fronte alla sempre più triste situazione dell'Einaudi.


Christopher Hitchens, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, traduzione di Mario Marchetti, Einaudi 2007.

giovedì 2 giugno 2011

Che cosa combino nella stanza accanto: processi creativi erratici

Ma quanto mi piace passare i pomeriggi nella mia stanza, il tavolo da lavoro ingombro fino all'inverosimile di perle, perline, fili, pinze e tronchesini, cercando di ritrovarmi tra le mani qualcosa che mi piaccia.

A volte, ma è raro, parto con un'idea già in testa - idea che, come spesso accade, esce fuori così, inopinatamente, nei momenti meno opportuni, ultimamente soprattutto all'alba: mi sveglio e penso qualcosa tipo "Ecco come fare!" - e c'è solo da raccogliere tutti gli ingredienti necessari e mettersi al lavoro assemblandoli.

Per lo più, però, l'idea è vaghissima e magari si limita a un colore, oppure ad un particolare tipo di perla che voglio usare ma non so come e per cosa e con che cosa.

E allora il processo è tortuoso e assolutamente non lineare e a volte è questione di aggiustamenti minimi, ma necessari: quella perlina che invece di star qui è meglio stia lì o accanto a quella e non a questa, un cordino invece di un altro. 

Ma non è facile capirlo subito, o almeno non lo è per me, e a volte per fare un paio di orecchini ci metto anche una settimana di tentativi anche perché accosto, provo, faccio, sfaccio, riprovo, riaccosto, metto al collo e alle orecchie, valuto, giudico, smonto e ricomincio e nel frattempo vado in cucina, faccio merenda, vado nello studio della Spia a fare quattro chiacchiere, do l'acqua ai fiori, carezzo le gatte, cucino, parlo al telefono con qualche amica, insomma, vivo.

Vorrei avere dei processi creativi più lineari, più disciplinati, meno casuali (e soprattutto meno dispersivi e che richiedano meno tempo) ma pare per me sia assai raramente possibile. E pace, esistono problemi più seri.

Ieri pomeriggio, comunque, ho avuto una di queste "sessioni" creative intensive, a metà della quale sono dovuta uscire per andare dal ferramenta, il mio ferramenta di fiducia, dove quando arrivo i commessi fanno finta di imboscarsi perché li faccio diventare matti.

Spesso non conosco il nome di ciò che voglio, o se lo so lo so in inglese e allora cerco di descriverlo, con risultati che vanno dal surreale allo psichedelico; a volte, invece, semplicemente non so che cosa voglio e vado dal ferramenta in cerca di idee ed è in questa versione, soprattutto, che divento particolarmente molesta e nociva per i poveri commessi.

In entrambi i casi, questi commessi con me sono tanto pazienti, ma pazienti che non vi dico, e sempre molto sorridenti, di quei sorrisi che in genere si riservano alle vecchiette svaporate che si capisce non vogliono tormentare nessuno intenzionalmente, però finiscono per farlo, e con metodo, caparbietà, costanza.

E poi arriva sempre il momento in cui sfoggiando io il mio miglior sorriso chiedo "Non è che mi farebbe passare dietro il bancone che da qui non vedo bene?" e allora davanti a tutti quei cassettini pieni di robine interessanti mi sento un po' come quando sono in libreria e tutti quei libri, quella scelta quasi illimitata, mi mettono letteralmente in uno stato di frenesia euforica. 

Tantissime idee mi vengono in mente quando sono dal ferramenta e se non mi vengono (ma è raro), mi viene sicuramente il buonumore - che è persino più importante, a volte, delle idee.

Come che sia, alla fine sono tornata a casa e ho capito che cosa mancava alla collana che stava cercando di materializzarsi sul mio piano di lavoro: delle schegge di pietre dure zambiane, che ovviamente non ho preso dal ferramenta, ma che con quello che ho comprato lì e certe perle strane di vetro grigio acquistate non ricordo nemmeno dove secondo me stanno molto bene.

Eccola qui, la collana che volevo.
Una con granati per me e una con ametisti per lo shop.


martedì 31 maggio 2011

Di alcune ragioni per festeggiare e di un buon modo di farlo o di un crumble alle albicocche

Buongiorno!

Un buongiorno davvero. Un giorno nuovo, di quasi estate, un giorno importante e soprattutto un giorno felice.

Ieri mi sono commossa, una cosa che mi succede spesso negli ultimi tempi. Con l'età i miei dotti lacrimali devono esser diventati ipersensibili, non so. 

Fatto sta che mi ritrovo spesso con gli occhi lucidi, e per motivi molto diversi; ma quasi sempre c'entra un sentimento strano, difficile da spiegare a parole.

Lo ha fatto per me, senza saperlo e tanti anni fa, Brunella Gasperini - autrice milanese da me molto amata e ancora poco conosciuta e sottovalutata - nel suo libro per me più bello, Una donna e altri animali, tenero e divertito omaggio - come si evince dal titolo - a tutti gli animali che hanno vissuto con la sua famiglia (e sono stati tanti). 

Tra gli amatissimi cani della sua infanzia c'era il Baffo, morto sulle montagne da vero partigiano insieme a tutti e quattro i fratelli maschi della Gasperini, l'unico in grado di sedare le frequenti risse che scoppiavano tra due dei suoi amatissimi "padroni", Fabio ed Ettore.

Guardando il Baffo aver ragione di quel viluppo umano di braccia e di gambe, "la gran coda fremente, la lingua penzoloni nel sorriso", la Gasperini spesso piangeva.
"Ma perché piangi, ochina?" chiedeva maternamente mia sorella.
"Non piango" rispondevo felice, gli occhi pieni di lacrime. Lacrime di eccitazione, di sollievo, di tifo sportivo, non so dire. So che dopo l'infanzia, una sola volta nella vita mi son venute le lacrime agli occhi in quel modo: quando abbiamo vinto il referendum sul divorzio.
Ecco, le lacrime che mi sono venute agli occhi ieri pomeriggio, quando ho aperto la pagina di Repubblica on line e ho capito che Pisapia ce l'aveva fatta, erano proprio di questo genere: di eccitazione, di sollievo e anche di tifo sportivo.

Chi capita da queste parti sa bene quanto io sia legata a Milano, quanto affetto provi per quella città e per alcune persone che la abitano, e non sarà sorpreso dunque di vedermi scrivere queste righe.

Stamattina sono qui, a festeggiare. A modo mio, ovviamente, cioè con qualcosa da mangiare, una ricetta che mi sembra molto adatta, per diverse ragioni.

Prima di tutto perché è un dolce, che per me è sempre il cibo celebrativo per eccellenza (insieme all'arrosto).
Poi perché è con le albicocche, che stanno per diventare frutta di stagione - manca davvero poco - e sono arancioni.
Infine perché è del caro Stefano, che a Milano vive e lavora, e di quella Milano che piace a me è parte e anche un po' incarnazione: una Milano che ai miei occhi ha sempre saputo essere una città seria ma aperta anche all'ironia, pragmatica ma non arida, con un senso sano e dignitoso e contadino, direi,  dell'etica e della decenza, capace di distinguere con lucido realismo la sostanza dai lustrini usati per abbellire il nulla o peggio, il brutto, il cattivo, l'indecente.

A quella città che c'è sempre stata e ha patito, sempre più disgustata e indignata, le manifestazioni via via più grottesche e volgari e proterve di un certo modo di intendere la politica e l'amministrazione della cosa pubblica e i rapporti umani, quella città che si è espressa attraverso un uomo nuovo come Giuliano Pisapia, che della gentilezza, della mitezza, della ricerca del dialogo e della ragionevolezza ha fatto i suoi punti di forza, quella città cui ha appartenuto e cui ha dato voce anche l'amata Brunella Gasperini (che se non fosse morta già da tanto tempo oggi sarebbe, ne sono certa, felice come me), offro simbolicamente questo crumble di albicocche e mandorle.

(P.S. Quella Milano che spero non sia respinta dall'orrida foto di questo post, sempre per il discorso della sostanza e dei lustrini etc etc. Almeno spero).

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Crumble con albicocche e mandorle da English Puddings di Stefano Arturi  (praticamente verbatim)

(per 4-6 persone)

24 albicocche, tagliate a metà e snocciolate
1 cucchiaio di essenza naturale di vaniglia
2 cucchiai di zucchero

per il crumble mix

125 gr di farina
80 gr di zucchero (io ho usato il golden caster sugar del commercio equo e solidale)
un pizzico di sale
la buccia di un limone grattugiata
120 gr di mandorle tostate e tritate grossolanamente
150 gr di burro freddo a pezzetti

Preparate il crumble mix nel robot da cucina: mettete tutti gli ingredienti nella coppa e azionate brevemente (usate la funzione pulse) fino ad ottenere delle belle briciolone. 
Travasate il mix in una ciotola e mettete in freezer per 10' circa.

Preriscaldate il forno a 200° e imburrate una tortiera in cui le albicocche possano essere disposte in un unico strato.
Versateci sopra la vaniglia, spolverizzate con i 2 cucchiai di zucchero e distribuite qualche fiocchetto di burro.

Versate il crumble mix sulle albicocche, aiutandovi con un cucchiaio per far sì che il composto le ricopra interamente e uniformemente (attenzione ai bordi, che devono essere ben "sigillati").

Cuocete in forno per 20' poi portate la temperatura a 180° e proseguite la cottura per altri 20': il dolce deve essere ben dorato.

Tirate fuori il crumble e fatelo riposare per un quarto d'ora prima di servirlo: il topping nel frattempo si farà croccante.

Stefano dice: "Un inglese si offende se gli offrite il crumble senza la custard, io preferisco crème fraîche o yogurt greco scolato"
Io invece amo mangiarlo con panna fresca appena montata.

Evvivaaaaaa!

venerdì 20 maggio 2011

Di piloti automatici, di piccole accortezze e di una torta all'ananas

Ora, è evidente che in questa casa si continui a cucinare, e tutti i giorni, due volte al giorno.

Però, sempre per il discorso che facevo nel post precedente, sembra che ultimamente non ci sia più il tempo, per me, di dedicarmi ad una delle attività che in assoluto mi piacciono di più: sfogliare riviste e libri di cucina e farmi ispirare da qualche novità.

E dunque cucino con il pilota automatico, attingendo a quell'archivio esclusivamente mentale ("ah, allora siamo a cavallo", potrebbe commentare la Spia) in cui sono raccolte tutte le ricette che conosco e faccio da anni e potrei riprodurre praticamente ad occhi chiusi e a testa in giù, tanto per rendere l'idea.

Unica eccezione, ultimamente, questa torta all'ananas.

Un'eccezione per modo di dire, perché in realtà non è una ricetta nuovissima: è stata già testata e con risultati ambivalenti anni fa, nella mia cucina africana.
L'ambivalenza del risultato fu dovuta al fatto che innegabilmente la torta ci piacque, ma che gran parte del caramello speziato che la ricopriva fuoriuscì dalla tortiera durante la cottura e si sparse sul fondo del forno, creando uno strato bruciato della stessa durezza del granito e appiccicoso come l'asfalto che si scioglie in estate.

Sinceramente non ricordo come riuscii a ripulire quell'inferno: dev'essere stata un'esperienza talmente traumatizzante da indurre il mio inconscio a rimuoverla, perché venissero preservati un minimo equilibrio mentale e la voglia, in un futuro forse non troppo lontano, di riprovare l'esperienza.

Ci ho messo circa 6 anni per avere il coraggio di rifare questa torta e devo dire che nessun evento catastrofico e infausto si è abbattuto sulla mia cucina e sulla mia fragile psiche.
Per scongiurare il delirio è bastata qualche piccola accortezza, e del tipo - come dire - intuitivo, che cioè non richiede particolari elucubrazioni o lampi di genio.

Devo ricordarmi che spesso nella vita basta davvero solo questo: è un pensiero molto confortante. 

****

Pineapple, cinnamon & allspice cake da Falling Cloudberries di Tessa Kiros (con sostanziali modifiche che riguardano la quantità di burro e zucchero, nella versione originale per me stupefacenti, ecco)

(per una tortiera di 24 cm di diametro, possibilmente a cerniera)

miscela di spezie

5 chiodi di garofano
1 stecca di cannella
1/2 cucchiaino di allspice (una spezia giamaicana: io non l'avevo e, in modo del tutto arbitrario, ho invece aggiunto una grattata di pepe nero, una di noce moscata e un pizzico di zenzero in polvere)
la scorza di mezzo limone

sciroppo

succo di un'arancia
60 gr di burro
70 gr di zucchero di canna (io ho usato il Mascobado del commercio equo)
1 ananas fresco (io ho usato un ananas in scatola, scolato del suo succo: ho usato le fette necessarie a ricoprire il fondo della tortiera)

per la torta

125 gr di burro
125 gr di zucchero di canna
3 uova
250 gr di farina 0
2 cucchiaini di lievito per dolci
185 ml di latte


Preriscaldate il forno a 200°, mettete le spezie in un macinaspezie e poi tenetele da parte, foderate la tortiera con un foglio di carta di alluminio facendolo ben aderire alle pareti e al fondo; avvolgete anche l'esterno della tortiera con un secondo foglio di alluminio.

Preparate lo sciroppo: in un pentolino mettete il succo d'arancia, il burro, lo zucchero e 1/2 cucchiaino delle spezie che avete preparato e portate a bollore. 
Abbassate la fiamma e fate sobbolire fino a quando lo sciroppo non sia leggermente ispessito.

Se usate l'ananas fresco pulitelo e tagliatelo a fette; se siete degli sciattoni pigri come me aprite la lattina di ananas in scatola e scolate le fette: disponetele sul fondo della tortiera in un solo strato, cercando di creare - se siete degli esteti - anche qualcosa che potrebbe assomigliare a un disegno decorativo: con l'ananas non è difficile, se ci sono riuscita io ci può riuscire chiunque, forse anche le mie gatte.

Indi montate con le fruste elettriche il burro fino a ridurlo in crema, aggiungete lo zucchero, poi la farina e il lievito setacciati insieme. 
Aggiungete il latte, mescolate.
In ultimo, unite mezzo cucchiaino di spezie e amalgamate.

Versate sulle fette di ananas nella tortiera lo sciroppo che avete fatto bollire, poi l'impasto della torta.

Cuocete in forno per circa 10', poi riducete la temperatura a 180° e proseguite la cottura per circa 1 ora e 10': la torta dovrà essere bella dorata e il solito stecchino dovrà uscire asciutto.

Togliete la torta dal forno, aspettate che si raffreddi un poco, poi rovesciatela con grazia e disinvoltura sul piatto in cui la servirete, rimuovendo ovviamente il fondo della tortiera e il foglio di carta d'alluminio: attenzione perchè lo sciroppo sarà liquido e moooolto caldo - ve lo dico perché, come  si suol dire, ho già dato.

La torta è ottima con del gelato alla crema; alla Spia, però, piace così com'è.

Enjoy!

mercoledì 18 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: I nomi delle strade di Nino Pedretti

Da diverso tempo sto meditando di rinegoziare - se così si può dire - il mio rapporto con il mondo della rete.

Ci sono molte occasioni in cui mi sento sopraffatta dalla considerevole mole di messaggi cui rispondere, blog da leggere, post da scrivere e mi chiedo se tutto questo bell'affannarsi dietro lo schermo del pc non possa e non debba essere in qualche modo ridimensionato.

So bene che son discorsi che si sentono fare da più parti e proprio per questo motivo rivendico il diritto di farli anche io: mi chiedo cioè, e so non trattarsi di una domanda originale, come sia possibile che nel giro di una manciata di anni la mia vita sia stata così tanto assorbita (felicemente assorbita, per lo più) da questo magico e in parte inquietante mondo della blogosfera.

Ultimamente prevale un certo qual sbigottimento di fronte a questa domanda e anche la tentazione, come dicevo in apertura di post, di ridimensionare - e in modo drastico - la porzione di tempo, energie, attenzione e cura che giornalmente dedico a questo mondo.

Perché sento il bisogno di fare altro, anche.

Per esempio di muover le gambe e di muovere le mani, e non solo sopra intorno accanto a questa tastiera; di avere più ore a disposizione per leggere libri invece che pagine web (per quanto interessanti, divertenti, serie, profonde, stimolanti, ricche di suggestioni e di idee esse possano essere) e soprattutto per parlare con chi nella mia vita ha una voce reale  e non solo "virtuale" e anche, in allegro sovrappiù, un corpo e una presenza fisica di cui godere con tutti i sensi.

Proprio in questi giorni, però, mentre nel mio testone mi rigiravo simili riflessioni, ho avuto anche l'ennesima riprova di quanto questo mondo, quello virtuale della rete,  possa anche essere, e spessissimo sia, veicolo e mezzo di begli incontri, di grandi scoperte, di nuove prospettive da cui guardare al mondo: tutte cose di cui si ha sempre bisogno, io credo - o quanto meno di cui io ho sempre bisogno - ed allora tutte le riflessioni di cui sopra si sono di nuovo offuscate e ingarbugliate e complicate e sono state dunque rimandate ad altro momento.

La cara Tiziana mi ha fatto scoprire, proprio qualche giorno fa, un poeta a me del tutto ignoto, che lei stessa ha scoperto grazie al blog di Paolo Nori.

Il poeta è Nino Pedretti, romagnolo di Santarcangelo, nato nel 1923 e morto nel 1981, autore di liriche in dialetto.
Paolo Nori, nel suo blog, ne ha presentate alcune e Tiziana me le ha segnalate, cosa di cui le sono molto grata.

Quelle scelte da Tiziana mi sono piaciute tutte (e ho già deciso di recuperare il volume dell'Einaudi che raccoglie i versi di Pedretti, benché non abbia capito se si tratti dell'opera omnia o solo di una selezione), ma in particolar modo mi ha colpito questa, che vi riporto oggi.

Mi piace, di questa poesia, il tono colloquiale, quotidiano e casalingo - ormai lo sapete, queste sono le atmosfere che più sento mie e nelle quali mi riconosco con maggiore slancio - e quell'immagine finale che mi parla di un modo di stare al mondo apparentemente semplice e facile e non complicato, ma che è in realtà un modo che richiede una precisa scelta, e un impegno e una certa costanza e il desiderio di non perdere mai di vista l'essenziale, il necessario, e di goderne, con grazia, consapevolezza, riconoscenza e naturalezza.

Una bellissima lezione, che cerco di fare mia giorno dopo giorno.

****

I nomi delle strade


Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.


(da Al vòusi, Einaudi 2007)

domenica 15 maggio 2011

Sunday Music: Sparring partner - Paolo Conte

Ogni volta che ascolto Paolo Conte mi chiedo come si possa non amarlo.

Dal punto di vista musicale, è vero, non posso esprimere un'opinione meditata: sono un'ignorante che non sa neanche leggere le note, ascolta solo ciò che le piace e non ha una formazione musicale né tecnica né artistica, ma mi pare innegabile che l'avvocato abbia non solo uno stile tutto suo (uno stile che, è evidente, personalmente trovo irresistibile), ma crei anche musica di altissima qualità.

Quanto ai testi, vogliamo parlarne?
Con quale felice grazia quest'artista riesce a costruire una storia, un personaggio, un sogno. Ascoltando le sue canzoni ci si ritrova in balere, bar di provincia, isole dei mari del Sud, alberghi equivoci o di gran lusso: ascoltare Paolo Conte per me significa anche e soprattutto viaggiare e viaggiare in compagnia di uomini e donne straordinari, affascinanti, enigmatici, seducenti, indimenticabili.

Chi ama questo artista schivo, raffinato e al tempo stesso popolare, non può non deliziarsi poi di fronte alle sue spericolate, personalissime invenzioni linguistiche: qualche mese fa la cara Grazia ha dedicato uno dei suoi elegantissimi e divertentissimi post alle famose "caramelle alascane" di Boogie

E anche non volendo parlare della passione giocosa e dadaista che evidentemente Conte ha per le parole e che può piacere o non piacere, non è comunque straordinariamente attraente la soffusa malinconia che avvolge quasi ogni pezzo e fa da contraltare ad un intelligente, spesso perfido e sottile umorismo? 

A me, per esempio,  basta ascoltare quella strofa de La ricostruzione del Mocambo, quella che dice:

Ora convivo con un'austriaca
ci siamo comprati un tinello maròn
ma la sera tra noi non c'è quasi dialogo
io non parlo il tedesco, scusami, pardon.

per sentirmi immediatamente di ottimo umore.

Anche nella canzone di oggi, scelta quasi per caso solo perché ultimamente ne sono quasi ossessionata, non è una meraviglia quella "calma tigrata e segreta"? Quante associazioni, suggestioni, immagini, ricordi evocano queste parole misteriose, parole accostate in modo inedito e inaudito che però, non appena siano cantate dalla voce roca e strascicata di Conte, diventano effettivamente perfette nel descrivere un momento, un'immagine, una sensazione, al punto che ci si trova a sorprendersi del perché nessuno mai, prima di lui, abbia pensato proprio a quelle parole per descrivere proprio quella cosa lì.

E poi, da quando ho sentito per la prima volta questa canzone, sogno di dire a qualcuno: "Sei un macaco senza storia". 
Lo so che non è cosa gentile da dirsi, ma non posso fare a meno di immaginarmi pronunciare questa frase, con voce roca e indifferente e gli occhi bistrati parzialmente offuscati dal fumo di una sigaretta infilata in un lunghissimo bocchino di lacca cinese: una maliarda in perfetto stile Paolo Conte. 

Buona domenica!





mercoledì 11 maggio 2011

Le poesie del mercoledì: da Poesie per un gatto di Vivian Lamarque

Ultimamente, nelle mie mensili esplorazioni degli scaffali di libri di poesia delle biblioteche di Firenze, mi sono imbattuta in due volumi interessanti.

Il primo è Poesie per un gatto, di Vivian Lamarque, un volumetto che raccoglie poche decine di brevi componimenti scritti, indovinate?, per un gatto, il suo Ignazio (nome bellissimo per un felino, io trovo, anche se ahimé inevitabilmente associabile a un tristo figuro ben noto per le sue intemperanze linguistiche e non solo).

Ho detto altrove quanto sia affezionata a questa poetessa e dunque non mi ripeterò; anche se questo volume che al momento è qui, sulla mia scrivania, accanto al portatile, per certi versi - è proprio il caso di dirlo - mi ha delusa: benché la voce sia indubitabilmente quella di Vivian Lamarque (una voce che, lo ripeto, amo moltissimo), non tutte le poesie mi sono sembrate felici, scritte in stato di grazia, e ho avuto a volte l'impressione che esse siano in buona parte il frutto di un contratto editoriale, un'impressione in genere sgradevole per un lettore, di qualunque libro o autore si parli, ché si sente di leggere non il distillato di un'esperienza umana ma il risultato - magari anche di qualità - di quello che prima di tutto è e rimane un affare economico.

Detto ciò, vi ho trovato nondimeno alcune chicche: sono per lo più componimenti brevi brevi, che probabilmente non diranno granché ai lettori non gattari (con i quali mi scuso e ai quali do appuntamento, se vorranno, ad altro post), dialoghi teneri e buffi tra un'umana e il felino che si degna di condividere con lei una casa e un'esistenza.

Chi ha la ventura di avere questo stesso destino - quello cioè di ospitare un gatto in casa propria o, per meglio dire, di essere ospitato nella casa di un gatto, perché è così che stanno realmente le cose, siamo noi gli ospiti e lui il grazioso padrone di casa - non potrà non sorridere leggendo simili versi e magari, preso da irresistibile empito di tenerezza, si alzerà dalla poltrona e andrà a carezzare una certa testolina grigia e morbidissima, mollemente e elegantemente appoggiata su un cuscino blu, ricevendo in cambio, nel migliore dei casi, un breve verso di benevola accondiscendenza, come a dire "Mi fa piacere tu venga qui ad omaggiarmi, com'è giusto che sia, ma ora, per cortesia, vorrei tornare a riposare", e nel peggiore uno sguardo di muta, interrogativa indifferenza (adesso mi è andata bene, la gatta Linda ha apprezzato l'omaggio).

Trattandosi di poesiuole brevi brevi ve ne propongo un piccolo assaggio.

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Nottetempo ho innaffiato
un assetato balcone altrui furtivamente.
Mi osservi serio
disapprovi palesemente.  

**** 

Sei quasi commovente 
quando mi segui per niente
quando ti sposti di stanza
solo perché io mi sposto di stanza
devi allora da capo cercare
nuovo luogo e modo di fare ciambella
una nuova posizione
è questo il tuo discreto modo
di dare dedizione.

****

Ipnotizzato da annoiata passione
fissi da ore la lavatrice in funzione
è la tua televisione.


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E l'altro libro? Ne parliamo la prossima volta.


Vivian Lamarque, Poesie per un gatto, Mondadori 2007.




domenica 8 maggio 2011

Sunday Music: No Pressure over Cappuccino - Alanis Morissette

Non posso non ascoltare questa canzone di Alanis Morissette (e le altre contenute nel bel cd da cui è tratta, registrato durante un suo concerto acustico per MTV) senza pensare agli anni che io e la Spia abbiamo trascorso a Cipro.

Sono stati anni per certi versi difficili e per altri eccitanti, sicuramente strani, in cui abbiamo visto luoghi, conosciuto persone e fatto molte cose che non avevamo mai visto, conosciuto e fatto, con l'entusiasmo e la curiosità, ma anche l'ansia e la paura (e a volte il terrore, diciamolo), delle prime volte. Sono stati anni formativi,  sotto tutti i punti di vista, forse gli anni più importanti per me, quelli in cui ho cominciato a capire chi sono, che cosa voglio, di che cosa ho davvero bisogno.
   
Nella mia memoria associo quegli anni, soprattutto i primi, ad un mio personale senso di inadeguatezza provato di fronte praticamente a qualunque nuova esperienza. 
Ricordo per esempio quanto sia stato paralizzante, all'inizio, ritrovarmi in un luogo in cui nessuno, a parte la Spia, parlava la mia lingua e quanta fatica abbia dovuto fare per imparare a comunicare e a esprimermi per essere in grado di ascoltare e capire il mondo intorno a me e perché quel mondo potesse, a sua volta, ascoltarmi e capirmi.

Allora era forse troppo presto per esserne consapevole, ma più tardi ho riconosciuto il grande dono che mi è stato fatto in quegli anni: essere obbligata ad uscire dal mio piccolo mondo per ritrovarmi catapultata in un altro, estraneo e sconosciuto, essermi sentita tanto inadeguata di fronte a tutto quel nuovo, è stato proprio ciò che mi ha spinto a crescere, ad ampliare i miei orizzonti (umani, culturali, intellettuali), ad acquisire conoscenze che non avevo e che oggi sono la mia gioia, ad aprire il guscio in cui avevo vissuto fino ad allora, a cominciare ad essere la persona che voglio e posso essere.

La ragazza che in un pomeriggio rovente di giugno lasciò quell'isola era molto diversa da quella che, quattro anni prima, ci era arrivata; insieme a un marito appena sposato, tre gatti e un imprecisato numero di valigie e borse, portava con sé anche un prezioso bagaglio: l'esaltante consapevolezza che la fragilità può diventare un punto di forza, che una mancanza può trasformarsi in stimolo costruttivo e creativo e che la vita non si ferma mai e noi con lei.

Non credo che sia andata così, ma nel mio ricordo quella ragazza, mentre si avviava sulla pista di decollo, pronta a volare dall'altra parte del pianeta, canticchiava proprio i versi di questa canzone.