domenica 9 agosto 2009

Del sapersi sacrificare (un po') e di pomodori gratinati


Come ogni estate si fa un gran parlare, nei foodblogs, della poca voglia di cucinare, soprattutto di tenere il forno acceso, perché fa caldo e ci si sente svogliati, inerti, desiderosi di accasciarsi dovunque si possa essere raggiunti dal più tenue refolo di frescura.

Il forno acceso a me non dà noia. E' in cucina, e mentre è in funzione io sono ben libera di accasciarmi altrove, aspettando che suoni il timer topomorfico di nome Ernesto.

Certo, quando si preriscalda, si sta lì e si soffre un po', va bene. Ma è un disagio contenibile, almeno per me, soprattutto tenendo ferma la mente al risultato che si produrrà alla fine. Bisogna sapersi proiettare nel futuro, lo dicono tutti. Bisogna sapersi sacrificare per il bene, anche e soprattutto qualora non sia immediato ma richieda tempo e pazienza, lo dicono in tanti: è il problema del mondo contemporaneo, pare, dominato dall'ansia della soddisfazione immediata di qualunque bisogno o desiderio si imponga alla nostra attenzione (è incredibile come, partendo da un forno, io possa arrivare, senza fatica alcuna, a pontificare su praticamente qualsiasi argomento; è preoccupante, più che incredibile...).

Ho anche comprato di recente un libro francese sulla cucina a crudo, che ho letto in vacanza segnandomi un bel po' di ricette da provare, pensando che non ci sarebbe stato momento migliore di questa estate torrida per sperimentarle. Invece, poi, ogni volta che mi metto a pensare a cosa preparare da mangiare, finisco per scegliere sempre piatti da cuocere in forno.

Dietro questa mia predilezione c'è dunque la convinzione che, la maggior parte delle volte, quando si mette qualcosa in forno (a parte alcune preparazioni particolari) la si dimentica lì, mentre, quando si cuoce qualcosa sul fornello, viene richiesta una certa partecipazione attiva, che si tratti di mescolare ogni tanto o in continuazione.

Ecco, è questa necessità di stare in piedi davanti al fornello che mi inquieta, soprattutto in quest'estate calda e umida, in cui ancora più penoso mi sarebbe lo stare lì a rimestare, raggiunta da bollenti sbuffate di aromatici vapori.

Dunque, all'insegna del 'semplice (o pigro, dipende dai punti di vista) è bello', qualche tempo fa ho provato questi saporiti pomodori ripieni.

Non di riso, che non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti (da piccola avrei mangiato solo i primi chicchi del ripieno, leggermente bruscati, e non riuscivo assolutamente a vincere il disgusto per il pomodoro stesso, sempre un po' acido, e reso molliccio dalla cottura... orrore), ma di pane grattato, pecorino, parmigiano ed erbe aromatiche.

Un attimo farli e un attimo mangiarli. Tra le due operazioni, circa mezz'ora di tempo da passare (possibilmente) svaccata sul divano, a leggere con i gatti una di quelle riviste femminili che ogni tanto mi compro per soddisfare una mia insana e vergognosa tendenza alla fatuità, ahimé dura a morire.

La ricetta è tratta da Twelve, di Tessa Kiros, di cui parlato a più riprese, e risulta come 'pomodori gratinati'.
La presento praticamente inalterata, ma per certi versi è solo una bozza: le varianti immaginabili sono parecchie, a partire dalla scelta delle erbe aromatiche e del formaggio.

Va da sé che non ho mai contato esattamente le foglie della menta o del basilico, così come sono sempre andata ad occhio per la quantità del prezzemolo (che più di una volta non ho messo, essendone in quel momento sprovvista); però a me fa sempre molto piacere trovarmi di fronte una ricetta scritta per filo e per segno: mi sento poi più sicura nel prendermi, eventualmente (e con cautela, ché sono pavida e fondamentalmente rispettosa di certa autorità), delle libertà nei suoi confronti.

per 6 persone:

6 pomodori grandi e maturi
3 cucchiai di prezzemolo tritato
1 spicchio d'aglio, sbucciato e tritato
10 foglie di menta
10 foglie di basilico
1 cucchiaino di origano secco
1 cucchiaio di parmigiano
1 cucchiaio di pecorino
1 cucchiaio e mezzo di pangrattato
8 cucchiai di olio di oliva

Preriscaldate il forno a 180 gradi.

Tagliate i pomodori a metà, svuotateli, tenendo da parte la polpa (e i semi, se volete; io li elimino) che sminuzzerete e metterete in una ciotola.

Disponete i pomodori in un piatto da forno, con la parte tagliata rivolta verso l'alto; salateli leggermente.

Nella ciotola con la polpa aggiungete gli altri ingredienti, 4 degli 8 cucchiai di olio, sale e pepe. Riempite con questo composto i pomodori e zigzagate con l'olio avanzato.

Fateli cuocere in forno 20-30 minuti e serviteli tiepidi, ma anche a temperatura ambiente sono ottimi (e se per questo, io li amo molto anche freddi di frigo, mangiati possibilmente in piedi, di fronte al suddetto elettrodomestico, in equilibrio con le gambe a fenicottero, ma capisco che a molti, in primis alla Spia, tutto ciò faccia orrore).

Enjoy!


domenica 2 agosto 2009

Delle vacanze, di animali in via di estinzione e di una notte a Santorini


Durante le vacanze, il pensiero di questo blog, fermo al 5 di luglio, mi faceva sentire a disagio, come fossi stata una madre snaturata che aveva abbandonato la sua creatura.

Ho letto in giro qua e là di bloggers che, un po' scusandosi e un po' quasi compiacendosene, affermavano di volersi 'disintossicare' dalla blogosfera, e dunque salutavano i loro lettori con post scritti con un piede in casa e uno fuori, nelle pause tra una valigia da sfare ed una da riempire, pregustando settimane di assoluta astinenza telematica e, anzi, rivendicando il loro diritto a staccare la spina, ad abbandonare il loro blog.

Io non ho sentito di dovermi disintossicare. Non so se questo dipenda dal fatto che della blogosfera sono una cittadina in fondo 'eccentrica', nel senso proprio del termine, cioè piuttosto lontana dal nucleo incandescente e attivo di questa enorme e multiforme galassia. Molto dipenderà dal fatto che questo mio 'salotto' (o, per essere più precisi, questo mio tinello con cucina) è frequentato da poche persone, e non mi ritrovo dunque a gestire decine e decine di commenti, il che, immagino, deve essere a volte faticoso e vagamente opprimente. Sta di fatto, però, che sebbene passi ore ed ore davanti al pc (per lavoro e per altro), non ho mai avuto sentimenti ambivalenti nei confronti di questo mio scalcagnatissimo blog: l'ho creato e lo tengo in vita fondamentalmente perché mi piace scrivere, e perché mi piace l'idea di poter condividere qualcosa che mi interessa e che potrebbe interessare ad altre persone (e senza dubbio per quella forma di narcisismo assai diffuso nel mondo contemporaneo per cui si ritiene in effetti, o meglio ci si illude, anche nella propria piccolezza, di essere in qualche modo di un qualche interesse per qualcuno, là fuori).

Il silenzio è stato dovuto alla banalissima ragione che non ho pensato neanche un minuto all'eventualità di portare con me questo portatile dal quale scrivo, benché probabilmente avrei potuto utilizzarlo, almeno nella prima metà delle mie vacanze. E non per la volontà di 'staccare', ma perché avevo paura di romperlo, perderlo, danneggiarlo in qualche modo (sia mai). Nessuna pausa di riflessione, nessuna disintossicazione, nessuna astinenza purificatrice.
Temo ciò mi renda assai patetica e banale, ma tant'è.

Detto ciò, delle mie vacanze, trascorse con amici e in luoghi assai diversi tra loro (la campagna tra Siena e Grosseto prima, un'isola greca poi), mi rimangono bei ricordi, un po' di abbronzatura (assai poca, essendomi sempre ricoperta di vari strati di crema solare protezione 40), dolci memorie di pantegrueliche mangiate in Toscana e di sobrie ma saporitissime cene a base di tsatsiki e insalate greche poi, e alcune riflessioni che sono nate in me la notte che ho dovuto trascorrere a Santorini, da dove il giorno dopo io e la Spia siamo ripartiti per Milano.

Non ci ero mai stata a Santorini, e ci ho trascorso una tra le notti più strane, difficili e - a modo suo - interessanti della mia vita.

Eravamo in una stanza di un alberghetto microscopico (e dall'aria vagamente equivoca e abusiva, con i mobili raccogliticci e il vasetto con i fiori finti sul comodino, il boiler antidiluviano in bagno e il televisore portatile in cima all'armadio per mancanza di spazio altrove), gestito da due anziane sorelle di qualche paese dell'Europa dell'est, arrampicato su quella costa che si affaccia direttamente sulla baia dominata dalla caldera, dunque nel pieno della movida santoriniana, in mezzo a locali notturni e ristoranti che hanno continuato a rigurgitare musica a tutta volume e cocktails colorati e alcolicissimi per i loro clienti per tutta la notte.

Non ho dormito niente, con la Spia che aveva i tappi nelle orecchie e russava per la stanchezza come un facocero nella savana, e fuori tutta Santorini che impazzava e faceva di tutto per stonarsi e dimenticare malinconie, incertezze e problemi. Io i tappi non li ho messi perché avevo paura di non sentire la sveglia il giorno dopo (quando si dice l'idiozia...).

In quella notte solitaria e affollatissima ho fatto parecchie riflessioni. Alcune assai deprimenti. Altre invece no. Ho pensato che con quell’ansia di stonarsi di musica e alcolici, con quell'euforia coatta e quelle promiscuità passeggere e adrenaliniche, io non ho mai avuto niente a che fare (se non in una fase transitoria quando ero in seconda liceo, e l’ho vissuta con quel distacco e quel lieve, annoiato disgusto che la 17enne snob e imbottita di libri che ero doveva ostentare per ogni esperienza estrema e potenzialmente pericolosa) e tanto meno ho a che fare adesso.

Ho pensato che, di questi tempi, la maggior parte delle persone, in quella notte folle e resa ottusa dall’alcol e dalla musica a tutta volume, si sarebbe trovata perfettamente a suo agio, mentre io, lì, al riparo in quella cameretta un po’ squallida affacciata sulla caldera illuminata da uno spicchio di luna, mi sentivo sotto assedio e in preda ad un angoscioso senso di straniamento, come se fossi stata un animale raro di cui esistono pochi esemplari al mondo, minacciato da un'imminente estinzione.

Volevo svegliare la Spia e dirgli queste cose, e sentire che cosa ne pensava lui, e farmi rassicurare (o più probabilmente avere la conferma delle mie lugubri riflessioni), ma dormiva ed era stanchissimo e non ho avuto cuore di interrompere il suo sonno (benché abbia cercato di filmarlo con la digitale per documentare, finalmente, i suoi russamenti selvaggi, cui lui non crede, anche se esistono testimonianze diverse e da almeno due decenni che confermano la sua tendenza a russare come il suddetto facocero, cosa che ovviamente lui nega. Non ci sono riuscita, però. Non era destino, evidentemente).

Allora sono rimasta lì, sola, gli occhi aperti nel buio, sentendo nella pancia il rimbombo attutito e ossessivo di orridi pezzi da discoteca, e le risate e le urla di una folla nottambula di gente disperatamente desiderosa di divertirsi, e dopo un po’ l’ansia e la solitudine che mi attanagliavano si sono placate, naturalmente.

Dico naturalmente perché per me è sempre così. Gira e rigira, nei momenti veri di spaesamento e solitudine e angoscia, mi ritrovo sola, o meglio, voglio ritrovarmi sola. Per poter forse essere capace di uscirne con le mie forze, o per sentire che sono in grado di farlo e senza dover imporre a nessuno il fardello pesante e ingrato di angosce non proprie ma 'riflesse', e sostituirlo con la condivisione, molto meno ingrata e molto meno onerosa, a esperienza conclusa, delle riflessioni che essa ha generato in me. Allora sì, mi piace cercare gli altri, e sono anche disposta, a volte, a svegliarli, per condividere la gioia di essere riemersa dal buio di una notte insonne e travagliata, provata forse, ma ancora viva e tutta intera.

E quando la calma ha preso il sopravvento ho capito che sì, il mondo forse sarà anche come quella notte a Santorini, rumoroso, artificioso, stonato e intontito dalle droghe e dall'alcol e dalla paura di affrontare il presente e ancora di più il domani, e che io sentirò sempre di non appartenere del tutto a questo tempo in cui mi trovo a vivere.

Però non sono l'unico rappresentante superstite di una razza in via di estinzione. Altri esemplari come me mi sono vicini. E con loro posso condividere ciò che mi sta a cuore e che quotidianamente, con ostinazione e pazienza, salvo, o tento di salvare, dall’abbrutimento e dall’ottundimento in cui si cerca di farci vivere.

E tra questi esemplari ci sono anche quelle anime pie che passano da questo blog e trovano il tempo, nelle loro giornate convulse e difficili, di leggere ciò che ho voglia di scrivere.

E allora grazie, e bentornati a tutti.

Predatore di Patricia Cornwell


Mia suocera è, come me, una sostenitrice della filosofia del 'ravattone', l'arte, cioè di riciclare e riutilizzare oggetti scartati da altri. Dunque, di tanto in tanto, fruga nella pattumiera della carta del suo condominio alla ricerca di riviste per sua madre, vecchi cataloghi dell'Ikea da far ritagliare alla nipotina e qualche libro per sé o per altri.
Immagino dunque che questa sia l'origine della incongrua apparizione di questo romanzo nella sua libreria. Dico incongrua perché conosco bene i suoi gusti e so per certo che per lei un libro giallo può essere solo di Agatha Christie.
Essendo rimasta senza niente da leggere in treno (orrore!), e non avendo mai letto un romanzo di Patricia Cornwell, della quale mi incuriosiva la celeberrima eroina Kay Scarpetta, ho deciso di dargli una scorsa.
Ho finito di leggerlo in meno di un giorno, perché la scrittura prende, la storia è terribile, morbosa e inquietante, e fa leva su tutti i punti deboli di gran parte di noi: la paura della morte, ma soprattutto la paura della follia, il terrore di precipitare, per caso, per sfortuna (per destino, per karma, secondo altri), nelle spire agghiaccianti di una mente deragliata, resa crudele e delirante da un dolore e da un trauma troppo grandi, indicibili e mostruosi per poter essere sopportati.
Non voglio fare una critica esaustiva dei meriti (e demeriti) di un libro come questo, né dal punto di vista letterario né da quello commerciale. Lascio ad altri il compito di occuparsi di tutto ciò.
Vorrei però dire che ho deciso che non ne leggerò mai più un altro del genere.
Perché non credo sia sano e faccia bene farsi risucchiare da atmosfere tanto raccapriccianti e atroci come quella creata ad arte dalla Cornwell, penetrare con lei nel mondo delirante e grondante sangue e follia in cui si muovono i suoi personaggi.
Mi chiedo spesso perché abbiamo bisogno di simili emozioni, di simili contatti mediati e 'protetti' con realtà che ci appaiono lontanissime e che invece, purtroppo, ci sono vicine molto più di quanto sospettiamo, tant'è vero che ne sentiamo spesso parlare nei notiziari o leggendo i giornali.
Che il volto oscuro dell'uomo ci attragga tanto e forse più di quello luminoso e sano, positivo e solare, è un dato di fatto.
Io però continuo a pensare che flirtare, anche solo in modo apparentemente innocuo e sicuro (leggendo un libro, vedendo un film), con questa ombra presente in tutti noi abbia qualcosa di malsano. Soprattutto quando essa viene presentata nelle sue vesti più cruente e spettacolari, per scuotere dal torpore della quotidianità il nostro cervello insonnolito e apparentemente aduso ad ogni nefandezza.
Che la gente acquisti libri del genere per sentire brividi di questo tipo mi lascia perplessa e avvilita. Che una scrittrice che conosce il suo mestiere debba ricorrere allo splatter per mettere un po' di pepe nelle sue storie e vendere più copie dei suoi romanzi non mi stupisce, ma mi fa tristezza. Non mi stupisce nemmeno che una miscela di questo tipo (psicologia, sangue, sesso) possa avere effetto anche su di me, facendomi leggere in meno di 24 ore un romanzo di circa 360 pagine, ansiosa di arrivare alla fine.
Di libri che investigano il mistero della crudeltà e della follia dell'uomo ce ne sono moltissimi, che anche senza sbattere sulla pagina etti di materia celebrale spappolata su copriletti o resti verminosi di cadaveri in decomposizione, dicono molto, e in modo assai più sottile e penetrante di questo romanzo della Cornwell, sull'eterna tragedia della fragilità della vita.
Voglio continuare ad affidarmi a loro.

Patricia Cornwell, Predatore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006. Traduzione di Annamaria Bivasco e Valentina Guani

domenica 5 luglio 2009

Prendimi con te di Paul Desalmand


Che dire?
Librino esile, che si legge velocemente e lascia insoddisfatti, benché vi siano delle pagini godibili, non prive di arguzia e delicatezza.
Nel capitolo dedicato ai clienti che vengono in libreria e chiedono assurdità (come 'La principessa di Crêpes' o un'edizione del XVIII secolo di 'Madame Bovary'), ho ritrovato la mia esperienza (anni e anni fa) di commessa in una libreria, quando, per esempio, mi ritrovai davanti un ragazzo che cercava 'I dolori del giovane Walter' e il cui padre, evidentemente poco contento del fatto che il figlio perdesse tempo leggendo (o quanto meno, ci provasse...), lo spingeva piuttosto a chiedermi il numero di telefono.
Bello il ritratto di alcuni librai appassionati, come il Pierre Landry di Tulle che è 'Un libraio che legge e non un libraio che si accontenta di contare', e crea intorno a sé un piccolo centro culturale, sfidando le dure leggi della domanda e dell'offerta, o quello della libreria dell'usato di rue Duhesme, che si stupisce quando qualcuno gli chiede se legga, come se gli fosse stato chiesto se respiri o mangi.
Bello anche (benché certo non brilli per originalità) il confronto tra l'innamoramento e l'incontro con un libro che cambia la vita, anzi, che più spesso ci restituisce alla vita, con nuovo slancio, nuova curiosità, nuove energie.
Nonostante questi momenti di grazia, però, la lettura non trascina, non delizia, e si resta con la sensazione che si tratti di un'operazione editoriale furbastra e sdolcinata. Peccato.
"Il mistero più grande non è che siamo usciti per caso dalla profusione della materia e degli astri, ma è che, chiusi in questa prigione, traiamo da noi stessi immagini abbastanza potenti da negare il nostro nulla. E più ancora delle immagini, libri innumerevoli a testimoniare che l'uomo è più grande di ciò che lo schiaccia".

Paul Desalmand, Prendimi con te. Vita avventurosa di un libro giramondo, Piemme, Casale Monferrato 2009. Traduzione di Maria Moresco.

venerdì 3 luglio 2009

L'animale morente di Philip Roth


Scrivevo ieri alla mia amica Sandra che avevo iniziato a leggere questo libro a letto, l'altra sera, con gli occhi semichiusi dalla stanchezza. Dopo cinque minuti ero sveglia come un grillo, avrei potuto andare avanti per almeno un'altra ora e mezzo, e forse anche di più.

Sempre a Sandra scrivevo che se Roth assomiglia anche lontanamente al suo David Keplesh deve essere un uomo che delle donne fa strame, così ossessionato dalla bellezza femminile, così schiavo della propria sensualità e insieme così distaccato e chirurgico nell'analisi delle proprie pulsioni. Da mettere letteralmente i brividi.

Questo è il suo secondo libro che leggo e l'effetto che mi fa ogni volta è dirompente. Ne sono letteralmente ipnotizzata, completamente conquistata. La forza del suo stile diretto, intenso, e la complessità dell'analisi che affida alle parole richiedono una concentrazione assoluta, ma offrono in cambio istanti di puro rapimento.

Non dirò nulla della storia, che è una storia in fondo come tante (quella di un'ossessione sessuale di un uomo avanti con gli anni per una ragazza giovane e di una bellezza numinosa e assoluta), benché con una chiusura tragica e a sorpresa.

E' difficile, però, anche solo rendere conto di tutte le sollecitazioni che Roth offre in questo romanzo, che per numero, qualità e intensità danno le vertigini, se si considera che sono concentrate in appena 113 pagine: riflessioni e analisi sulla rivoluzione sessuale, la paternità, la musica, la situazione cubana, tanto per citarne alcune. Il consueto ottovolante su cui Roth fa sedere il suo lettore.

Certo, non mi risulta facile leggere questo autore, perché è troppo sincero, troppo brutale, a tratti francamente disturbing, direbbero gli inglesi; questo suo mettere a nudo i meccanismi a volte sottili, a volte grevi, sempre primitivi, illogici, ancestrali della sessualità maschile e femminile, facendolo nel modo meno mediato, meno 'politically correct' che si possa immaginare, con una rude ma anche 'rinfrescante' mancanza di pruderie e giri di parole, e spesso con un'ironia graffiante e irresistibile, è sempre l'equivalente di un pugno nello stomaco: molto stimolante, sempre salutare, ma estremamente sconcertante.

Non manca, in questo romanzo, anche qualche barlume di intensa commozione, quando Roth dà una voce sincera e potente a quel sentimento sublime che è la vera pietà per la sofferenza umana e per la paura della morte, per l'impossibilità di difendersi dall'apparente gratuità di certi eventi e per la fragilità del corpo e della sua bellezza, destinata a sfiorire, sempre, e a volte ad essere falciata crudelmente dalla malattia.

L'animale morente cui il titolo fa riferimento siamo, come al solito, tutti noi.


Philip Roth, L'animale morente, Einaudi, Torino 2002. Traduzione di Vincenzo Mantovani.


giovedì 2 luglio 2009

Mes secrets pour garder la ligne... sans régime di Julie Andrieu


Niente che non si sapesse già (non saltare la colazione, mangiare poco ma di tutto, non rinunciare ai condimenti ma usarli con parsimonia, concedersi una tantum qualche sfizio per non intristirsi ed abboffarsi, poi, alla prima occasione, di qualche immonda schifezza ipercalorica), ma documentato, scritto con chiarezza, e da qualcuno che sembra davvero avere una grande,autentica passione per la cucina.

Alcune idee, dettate un po' dall'ironia un po' dalla furbizia, per non cedere alle tentazioni quando si va a casa di amici che cercano di dissuaderci dai nostri buoni propositi (un po' perché è giusto, 'vieni a casa mia a mangiare e pilucchi'... un po' perché quando si cerca di stare attenti a ciò che si mangia, spesso si fa sentire in colpa chi non ci sta e dunque si è oggetto di tentativi di 'traviamento') e tutta una sezione dedicata ai ristoranti etnici, ai piatti meno 'esiziali' da scegliere nel menu.

Più che altro, discorsi dettati dal buon senso (ma scritti da una fanciulla di una bellezza imbarazzante, che si fa fatica ad immaginare sia stata alle prese con i chili di troppo. Ma se lo dice lei, chi siamo noi per non crederle?...).

Come bonus, qualche ricetta che pare azzeccata.


Julie Andrieu, Mes secrets pour garder la ligne... sans régime, Marabout, Paris 2007.

mercoledì 1 luglio 2009

Nel giardino del diavolo di Stewart Lee Allen


Un altro di quei libri che è partito con tutti i numeri perché io lo leggessi divorandomelo nella prima metà e poi centellinandomelo nella seconda, per procrastinare il più possibile il momento in cui sarei arrivata alla sua ultima pagina.
Invece, niente. L'ho letto svogliatamente, solo di rado godendomi le spigolature raccontate dall'autore.
Non so bene a cosa attribuire il mio scarso entusiasmo. Forse al fatto che alla fine il libro risulta essere un affastellarsi, spesso poco coeso, di notiziole, aneddoti, curiosità che si ammassano l'una sull'altra, lasciando di sé debolissime tracce nella memoria (quanto meno nella mia, che non è delle migliori, va detto per onestà).
Di circa 294 pagine di libro, al momento, quel che mi è rimasto impresso è stata l'immagine di Verlaine che, nei fumi dell'assenzio, dà fuoco ai capelli della moglie.
Un po' poco...

Stewart Lee Allen, Nel giardino del diavolo. Storia lussuriosa dei cibi proibiti, Feltrinelli, Milano2007. Traduzione di Maurizio Migliaccio

domenica 28 giugno 2009

Della diversità di stile, o di alcune frittelle di zucchine e di un cheesecake al limone

Qualche sera fa, la Spia ed io abbiamo avuto a cena una coppia di amici che ci piacciono molto.

Erano mesi che pregustavamo questa cena, senza esagerare: i nostri amici sono persone impegnate e con due bei pargoli, dunque la loro è una vita complicata e 'a incastro', e anche una serata in compagnia necessita di un bel po' di organizzazione, senza contare che un raffreddore o un mal di pancia all'ultimo minuto possono far saltare un appuntamento preso anche con lauto anticipo.

Per l'occasione, ho preparato, tra le altre cose, un piatto che è un po' un mio cavallo di battaglia, una di quelle ricette che fai e rifai perché ti piacciono, in primis, e perché sono semplici e mettono d'accordo quasi sempre quasi tutti: le courgette fritters, o frittelle di zucchine, della Nigellona, che trovate in Forever Summer.

Per me sono ottime fatte almeno qualche ora prima di essere servite, e riscaldate dolcemente al forno per un po' prima di essere portate in tavola. Il giorno dopo, però, sono ancora più buone, anche e soprattutto a temperatura ambiente.

Per dessert, invece, ho provato il cheesecake al limone di Delia Smith, tratto dal suo Delia's Complete Cookery Course.

La Smith è una signora per certi versi inquietante, dall'età indefinibile, con una pettinatura rigida come se fosse fatta di cartapesta (quella che a casa mia si chiamerebbe, senza tanti giri di parole, "alla Playmobil") ed un sorriso tirato e molto poco spontaneo. Rappresenta un po' un'istituzione per le donne inglesi, perché ha insegnato a cucinare ad almeno due, se non tre, generazioni di figlie di Albione. Molte di loro hanno proprio questo libro (il più classico dei classici della Smith) nelle loro cucine; una delle mie insegnanti, la cara vecchia Jill, lo aveva ricevuto in regalo dalla futura suocera (e non aveva fatto mai neanche finta di sfogliarlo, teneva a precisare con una certa allegra e orgogliosa insolenza!)

Come mi ha fatto giustamente notare una volta il buon Stefano Arturi (grande e finissimo conoscitore di cuochi e cuoche e libri, oltre che di cucina), è meglio non affidarsi alla Smith se si vuole imparare a fare qualche piatto 'etnico' (che sia indiano, o thailandese o... italiano, sì), ma per certe preparazioni di base e per quella cucina che si può definire britannica, questa cuoca rappresenta ancora un punto fermo.

Nigella Lawson in cucina è estrema, priva molto spesso di qualsiasi finezza, con un debole ammesso con compiacimento per il kitsch e gli eccessi, e uno stile gastronomico sovente improvvisato e un po' 'alla Dio ti strafulmini' (altra espressione della mia famiglia): quando cucina straparla, ciancia per ore e con frasi barocche di consistenze e colori dei cibi, ammicca alla telecamera, indulge in amenità, lecca l'impasto dei muffins, ne versa metà sul tavolo, ne lascia un quarto nella terrina, si scompiglia tutta, si agita davanti al forno con il suo corpo ingombrante e giunonico, ripete sempre che non ha pazienza, che non ha manualità, che è goffa (in effetti, lo è).

Delia Smith, invece, è tutto l'opposto: misurata, calibrata, equilibrata, sempre perfetta. In una cucina asettica come una sala operatoria, probabilmente ricostruita in studio, con una finestra dalla quale si intravede un prato curatissimo e patinato, versa con precisione millimetrica l'impasto nella tortiera, pulisce diligentemente la terrina con l'apposita spatola, è algida, non ammicca a niente e a nessuno, si limita a sorridere quel tanto. Dà le dosi, gli ingredienti, spiega passo passo che cosa bisogna fare, lo mostra con diligenza, con pazienza, come una maestra con degli allievi un po' tonti.

Sono due stili completamente diversi. Sono due modi differenti di cucinare e di fare televisione. Entrambi, temo, artefatti, e frutto di una precisa scelta d'immagine e di marketing (figli, tra l'altro, di due diversi decenni).
Ma tant'è.
Accontentiamoci delle loro ricette. E' già tanto.

Ecco allora le frittelle di zucchine:

per 4 persone:

circa 400 gr. di zucchine
2-3 cipolline
125 gr. di feta
prezzemolo e menta freschi
1/2 cucchiaio di menta secca
1/2 cucchiaino di paprika
70 gr. di farina
sale e pepe
2 uova, leggermente sbattute
olio

Grattugiate le zucchine con la grattugia a 4 lati (io uso la parte fine), mettetele dentro un canovaccio, strizzatele in modo da eliminare quasi tutta l'acqua di vegetazione (non usate il vostro canovaccio preferito, se ne avete uno: io uso quello con su Cocco Bill, regalo della nonna Bice - la mitica nonna della Spia, con un sicuro e ineguagliato gusto, benché del tutto inconsapevole, per il kitsch e il trash, inesausta frequentatrice di mercatini rionali e discount).

In una terrina capiente tagliate a rondelle le cipolline, sbriciolate la feta, tagliate a striscioline il prezzemolo e la menta, aggiungete quella secca e la paprika, poi la farina e condite con sale e pepe. Unite poi le uova e infine le zucchine grattugiate.

Scaldate qualche cucchiaio di olio in una padellona bella capiente e versatevi cucchiaiate non troppo grandi di composto, schiacciandole un po' con una paletta, perché si assottiglino e cuociano meglio. Dovranno cuocere più o meno due minuti per lato, o finché non siano belle dorate. Servite con spicchi di limone, se volete.

Ed ecco, invece, il cheesecake:

per una tortiera a cerniera di 20 cm. di diametro, col fondo coperto da carta da forno e i lati leggermente unti (di burro o di olio)

per la base:

110 gr. di biscotti digestive, sbriciolati
50 gr. di burro fuso

per il ripieno:

350 gr. di formaggio fresco (tipo Philadelphia)
4 fogli di gelatina (più o meno 8 gr.)
2 tuorli
60 gr. di zucchero
buccia grattugiata e succo di 2 limoni
150 ml. di panna

Unite il burro fuso ai digestive, spalmate il composto sul fondo della tortiera, premendo bene con un cucchiaio e cercando di creare uno strato il più uniforme possibile. Mettete in frigo.

Seguite le istruzioni per l'utilizzo dei fogli di gelatina: in genere va messa per una decina di minuti in una ciotola con dell'acqua fredda. Poi la si strizza leggermente e la si mette in un pentolino, per farla sciogliere completamente a fuoco dolcissimo. Ho notato, però, che quella che ho usato io tendeva a solidificarsi di nuovo molto velocemente, quindi fate attenzione, aggiungetela al composto subito dopo averla resa liquida nel pentolino, versandola con un colino, in modo da evitare che eventuali grumi finiscano nella crema (sia mai).

Per la crema, giustappunto: io l'ho preparata nel robot da cucina.
Mettete nella coppa il formaggio fresco, le uova e lo zucchero e avviate il motore; poi aggiungete la buccia e il succo dei due limoni. Con il motore acceso, unite la gelatina (attraverso il colino). Montate la panna, non troppo: deve essere soda ma non rigida, ancora morbida ma con consistenza. Aggiungetela al composto e azionate per pochi secondi, giusto per amalgamare.
Versate sulla base di biscotti, coprite con la pellicola e rimettete in frigo per almeno 3 ore, dice la Smith.

Visto che quella sera faceva caldo, l'ho tirato fuori 5 minuti prima di servirlo.

Era perfetto e delicatissimo, e i nostri amici ne sono stati entusiasti. Anche se il lato estetico, come al solito, lasciava un po' a desiderare. Non so, i miei dolci vengono sempre un po' pericolanti, hanno sempre l'aria precaria, come se stessero per implodere o crollare o franare su un fianco da un momento all'altro.

Ne ho di strada da fare per avvicinarmi, anche minimamente, alla perfezione assoluta della Smith (non che ci tenga particolarmente, però, anzi...).

Enjoy!


Nigella Lawson, Forever Summer, Chatto & Windus, London 2002.

Delia Smith, Delia's Complete Cookery Course, BBC Books, London 2005 (1978)
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martedì 23 giugno 2009

Una donna diversa di Anne Tyler

Mi trovo in grande difficoltà nello scrivere qualcosa su questo libro.
E' strano, perché ci sono tutti gli ingredienti tipici della Tyler che mi sono sempre piaciuti e che ho sempre considerato essere i suoi punti di forza e i motivi del fascino che la sua scrittura e il suo mondo esercitano sempre su di me.
C'è la storia di una grande famiglia di 'bizzarri', con i suoi tipi 'alla Tyler', un po' spostati, un po' folli, tutto sommati innocui, ma chiusi nella loro bolla, fondamentalmente dei disadattati alla vita, apparentemente incapaci di lasciarsi andare a qualunque emozione autentica e forte e ad uscire dal loro piccolo mondo autoreferenziale per entrare nella realtà degli altri (e chi lo fa davvero, o almeno tenta di farlo, è destinato a morire, o a vivere solo, a vivere una vita di stenti, a conoscere lo squallore, la miseria, o almeno l'incomprensione degli altri membri della famiglia, la distanza da loro, un garbato, sommesso, ma fermissimo ostracismo che tutto il clan, stringendo un patto silenzioso, decide di imporre a colui o colei che ha 'sfidato' la famiglia pretendendo di vivere a modo suo).
C'è una bella casa di famiglia, vecchia e un po' sgarrupata , dove si consumano quelle cene e quei pranzi complicati durante i quali, tra un discorso sul tempo e le solite banalità sui vicini, si comunicano notizie sgradevoli, si prendono decisioni impopolari, si creano conflitti, rotture, riappacificazioni...
C'è anche la storia d'amore lunga una vita, tra un uomo inquieto e gentile, brutale e distante, affettuoso e disarmante e la donna che lo ama anche se gli vorrebbe spaccare la faccia, che lo ama suo malgrado, con ostinazione, con la stessa, invariata intensità da quando ha 16 anni a quando ne ha 65 e oltre, nonostante lui la allontani dall'amatissima famiglia, la trascini per mezza America facendole fare una vita precaria in case squallide e transitorie, le impedisca di mettere radici e di sentire veramente suoi un luogo, una comunità, un gruppo di amici.
C'è la consueta attenzione discreta ma intensa per i sentimenti, la capacità dell'autrice di delineare, con poche parole, scenari sentimentali nei quali ognuno può riconoscersi.
Insomma, c'è tutto quello che dovrebbe esserci per piacermi.
Invece sono arrivata alla fine di questo romanzo con fatica, spesso reprimendo a stento sbadigli annoiati, con la sensazione sgradevole di non essere riuscita ad 'entrare' nella storia, senza sentire nessun trasporto emotivo per nessuno dei personaggi, nemmeno per Justine, la donna del titolo, che pure è tratteggiata con finezza ed è il genere di personaggio che trovo umanamente interessante.
Forse il problema di questo romanzo è che è troppo 'alla Tyler'. Sembra proprio che l'autrice, prima di scriverlo, si sia presa dieci minuti e si sia chiesta: "Vediamo un po', quali sono le caratteristiche principali che fanno dei miei romanzi i miei romanzi?" e, individuatole, le abbia tutte, ma proprio tutte, coscienziosamente riproposte in questo.
C'è una generale sensazione di inautenticità, ecco, di artificiosità, di creazione fatta col famoso bilancino: un po' di questo, un po' di quello, che non manchi niente alla ricetta.
E' questa ruffianeria (ma elegante, nient'affatto sfacciata, anch'essa 'alla Tyler') che mi ha impedito di godermi il romanzo e mi ha lasciato, alla fine, con la sensazione spiacevole di aver perso tempo: qualcosa che non bisognerebbe mai ritrovarsi a provare, quando si parla di libri.

Anne Tyler, Una donna diversa, Ugo Guanda Editore, Parma 2006. Traduzione di Laura Pignatti

martedì 16 giugno 2009

Del cantare troppo presto vittoria. Una doverosa postilla

Moby Dick mi ha beffata ancora...

Le croccanti meringhe di ieri, stamane, appena infilate in bocca, si sono trasformate in enormi, gommose caramellone...

Forse ho tardato troppo a riporle in un barattolo sottovuoto, esponendole al calore e all'umidità mentre con la macchina fotografica immortalavo, insieme a loro, la mia ingenua presunzione di esser venuta finalmente a capo di questa caccia infinita?

O la pecca sta da qualche altra parte?

Me lo aspettavo, però...

Di nuovo in caccia.

lunedì 15 giugno 2009

Del raccogliere le sfide, dell'infanzia perduta, o delle meringhe


In cucina ognuno ha la sua Moby Dick. Una ricetta che ci elude, ci sfugge, che continuiamo a riprodurre senza mai riuscire ad ottenere realmente il risultato cui aspiriamo, con cui intratteniamo uno strano rapporto fatto di desiderio e anche di rancore.

Non importa quanto bene ci vengano altre cose, magari ben più complicate.
Il ricordo di altre soddisfazioni non aiuta a dimenticare che invece, confrontati per l'ennesima volta con l'ennesimo tentativo di riuscire, si è fallito miseramente, come sempre.

Invano si consultano spasmodicamente tutti i libri di cucina di cui si dispone; si interrogano la mamma, le zie, la nonna, la migliore amica, la vicina di casa, la panettiera, la signora seduta accanto a noi dal parrucchiere, cercando di carpire i loro segreti, i loro trucchi infallibili, nello sforzo di comprendere dove sbagliamo, dov'è che si crea il guasto, qual è il punto in cui deviamo dalla retta via, magari senza accorgercene. Ed è doppiamente frustrante, poi, dopo esserci illusi di aver finalmente capito la natura del nostro errore, evitarlo e ritrovarci, ancora una volta, davanti ad un disastro, magari diverso, ma altrettanto umiliante.

Per anni, la mia Moby Dick sono state le meringhe.

Premetto che non ci faccio follie, neanche per quelle perfette della mia mamma, un capolavoro di ingegneria culinaria, se così posso dire. Perfette cupolette tutte uguali con in cima un aggraziato ricciolo, leggere come piume, farinose il giusto, sempre di una straordinaria, elegantissima e severa sfumatura avorio, come il raffinato, sobrio abito da sposa di una grande sartoria del centro.

Ricordo che le faceva, da casalinga accorta e costretta da un bilancio familiare sempre al limite della precarietà ad evitare come la peste qualunque forma di spreco, quando le avanzavano le chiare dopo aver usato i tuorli per fare la pasta all'uovo.
Le montava con le sue fruste Moulinex acquistate subito dopo sposata, e tutta la cucina odorava di zucchero vanigliato (l'odore che più associo alla mia mamma, insieme a quello della buccia del limone che usava per profumare la crema).

Io ero lì, accanto a lei, seduta sulla sediolina di paglia e legno dove tutti noi fratelli ci siamo seduti, posto cui aveva diritto chi aveva l'onore, la sera dopo cena, di macinare il caffè in chicchi acquistato alla torrefazione Sant'Eustachio, usando il macinino in legno della nonna Olga (in questo consisteva l'onore).
Era mia madre a decidere a chi toccasse ogni sera di sedersi lì, con le ginocchia a stringere il macinino, facendo attenzione a non pizzicarsi la morbida carne delle cosce tra la sedia e il fondo del bell'oggetto appartenuto alla nonna.

Ero lì, in realtà poco interessata a ciò che mia madre faceva, ma desiderosa di approfittare di un'occasione rara: quando montava le chiare, per un momento lei si fermava e ci si poteva parlare un po'; altrimenti era sempre un muoversi indaffarato per tutta casa: impossibile farci il benché minimo discorso, attrarre per non più di un minuto la sua attenzione.

Il mio incaponirmi nel tentativo di riprodurre quelle meravigliose meringhe materne risale esclusivamente a questa sensazione di precaria ma intensa intimità con lei (arrivava poi sempre qualcuno o qualcosa ad interromperla).
Si cucina anche e soprattutto per ritrovare un'atmosfera, un sentimento, una persona amata, oltre che un gusto e un aroma. Almeno questo è valido per me.

Negli anni la mia testardaggine ha prodotto risultati che non esiterei a definire interessanti: c'è stata quella volta in cui le meringhe si sono fuse nel forno fino a creare un unico, sottile strato di materia gommosa e opalescente, che ricordava in modo inquietante gli orologi di Dalì; un'altra, invece, sono collassate su loro stesse, rompendosi tutte lungo una stessa linea di frattura, più o meno a 1/3 della loro altezza; poi è stata la volta delle meringhe fatte di cristallo, bellissime a vedersi ma impossibili a mangiarsi: non appena le ho sollevate con ogni precauzione dalla teglia mi si sono sbriciolate trasformandosi in una polvere beige madreperlata; e di quelle che fuori erano quasi brune e dentro praticamente crude, ancora collose di bianco d'uovo.

Ma oggi, proprio come la mia mamma e come tutte le casalinghe assennate, per utilizzare delle chiare (avanzo di un gelato alla crema di cui parlerò prossimamente), mi sono di nuovo cimentata e, stranamente, sono emersa dall'ennesima sfida soddisfatta.

Certo, sulla superficie di molte appaiono buchini vari, e non ho ancora capito se mi piaccia la consistenza chewy, come dicono gli inglesi, leggermente gommosa che hanno (voluta e desiderata, vista l'aggiunta dell'aceto e della maizena); probabilmente preferisco quella farinosa ma asciutta delle meringhe materne. Ma nell'attesa (forse eterna) di giungere a quei livelli di perfezione, mi pare che quello di oggi sia un ottimo risultato, raggiunto senza troppi patemi.
Non vedo l'ora di chiamare stasera la mia mamma per raccontarle, trionfante, della mia impresa.

Ovviamente l'uso della siringa con la quale produrre quei serici e lucidi mucchietti di glassa è qualcosa che ogni volta mi fa quasi perdere il lume della ragione, ma non sono l'unica ad avere un rapporto quanto meno conflittuale (per non dire nevrotico) con questo accessorio da cucina: una cuoca grandissima come Sophie Grigson preferisce, per i miei stessi motivi, utilizzare due cucchiai da minestra, che impegna in una sorta di coreografia, modellando la meringa fino a creare delle forme perfette, leggermente allungate. Non possedendo, ahimé, altrettanta manualità, opto sempre per il male (si fa per dire) minore e combatto la mia piccola battaglia con la siringa.

Di solito finisco per spalmare meringa un po' ovunque, dal piano della cucina ai vicini fornelli, dal grembiule ai capelli agli occhiali, e a spararne parte anche sui muri (e una volta anche su un gatto di passaggio, la golosissima Linda che, lungi dal sentirsene offesa, si è leccata ringraziandomi con sonori ron ron).

Anche oggi non sono stata da meno. Alla fine avevo le mani appiccicose e sporche e la cucina era un delirio, ma sulle due placche da forno erano disposti dei graziosi affarini, alcuni dei quali effettivamente somiglianti a delle meringhe.

La ricetta di oggi l'ho presa da Modern Classics Book 2 di Donna Hay, di cui vi ho parlato anche qui. Personalmente la trovo un'altra conferma (per altro per me superflua) dell'affidabilità delle sue ricette.

per circa 45 meringhe:

4 chiare d'uovo (150 ml) (la Hay consiglia di misurarle accuratamente cosa che, secondo lei, assicura la perfetta riuscita della meringa)
225 gr. di zucchero (io ho usato un bellissimo zucchero di canna, fine e dorato, del commercio equo e solidale)
2 cucchiaini di maizena
1 cucchiaino di aceto bianco (io ho usato dell'aceto di mele)

Preriscaldate il forno a 150°.
In una ciotola perfettamente pulita e asciutta cominciate a montare con le fruste le chiare d'uovo (cui si può aggiungere il tradizionale pizzico di sale) e continuate fino a quando non siano 'a neve ferma'.

Aggiungete poi gradualmente lo zucchero, sempre montando con le fruste, piano piano, senza fretta. Intrattenetevi in solitarie meditazioni o mentali colloqui con la vostra mamma nel frattempo (o con chi volete), non abbiate premura.

Quando tutto lo zucchero sarà stato incorporato perfettamente, aggiungete i due cucchiaini di maizena e quello di aceto e date un'ultima montata con le fruste, perché tutto sia amalgamato.

Foderate due leccarde con carta da forno e disponetevi mentalmente alla creazione delle meringhe: utilizzate la siringa o i due cucchiai. Scegliete voi di che morte morire. Se invece vi piace dedicarvi a questo genere di attività, godetevi l'istante, rifinite ogni meringa come se foste un ebanista: la vostra cura e la vostra attenzione non potranno che giovare al risultato finale.

Mettete nel forno ventilato per circa 30', trascorsi i quali spegnete tutto, lasciando dentro le meringhe, fino a quando non siano completamente asciutte.

Mangiatele appaiate e 'cementate' da una ganache al cioccolato, sbriciolatene alcune in una tazzina di gelato, fatene un sol boccone con un bel ciuffo di panna montata sopra, oppure gustatevele da sole, nature.

Qualunque sia la vostra scelta, mentre assaporate l'esterno croccante e leggerissimo che rivela poi l'interno morbido, zuccherino e leggermente gommoso, sentitevi avvolti dalle materne attenzioni cui ogni essere umano ha diritto, le uniche cui possiate sempre e ragionevolmente aspirare: quelle che scegliete di concedere a voi stessi.

Enjoy!

domenica 14 giugno 2009

Truciolo di Sándor Márai

Ho letto anni fa questo libro, prestatomi da una conoscente, e ne serbavo un bel ricordo. Quando l'ho visto in biblioteca non ho resistito alla tentazione di rileggerlo e non sono stata delusa.

La storia di questo cagnetto bastardo, goffo e scordinato, impulsivo e passionale, e del suo avvicinarsi al mondo, degli umani e non solo, è raccontata con grande e finissima ironia, con partecipazione, tenerezza e non un filo di sentimentalismo (facilissimo caderci dentro con tutte le scarpe quando si sceglie come proprio soggetto un batuffolo di bastardino che all'inizio della storia è così piccolo da entrare nella tasca di un cappotto).

Molti sono gli spunti intelligenti e stimolanti offerti al lettore, che lo inducono a riflettere sul rapporto con il mondo animale con cui molti di noi condividono la quotidianità, sul rischio che il nostro amore, sincero sì, ma spesso ottusamente insensibile e cieco alla reale essenza di questo mondo, lo snaturi e lo condanni ad una particolare forma di schiavitù, fatta di prigioni dorate, istinti addomesticati, sottili e spesso inconsapevoli prevaricazioni.

Chiunque viva con un animale in casa sa che genere di intensi, appassionati rapporti affettivi si sviluppino con esso, e quanto però sia facile, da parte nostra, abusare della nostra superiorità e 'costringerlo' a ripudiare in parte la propria natura, in nome dell'amore esclusivo e incondizionato che spesso prova per noi e del bisogno che ha delle nostre cure.

Il protagonista di questa storia, Truciolo, è un cane impetuoso, vivacissimo e curioso, che manifesta il suo entusiasmo per il mondo in modi spesso scomposti e inconsulti; ama appassionatamente il suo padrone, ma si rifiuta di abdicare alla propria 'diversità' e 'animalità', si ribella al tentativo umano di ridurlo ad una versione addomesticata e più gestibile di se stesso.

Si vorrebbe far qualcosa perché la storia non si avvii alla sua naturale conclusione, si vorrebbe intervenire nella scena, terribile e risolutiva, in cui tutti i nodi vengono al pettine e uomo e animale si affrontano, prendendo atto, con rabbia, della reciproca e ineluttabile incapacità di comprendersi e accettarsi realmente per quello che sono.

Invece si assiste impotenti all'unica fine possibile, sostenuti dall'asciutta commozione che l'autore riesce a trasmettere con incredibile maestrìa.

Una delle frasi più belle, a mio avviso, è proprio nell'ultima pagina:

"(...) non amiamo tanto ciò che è bello, buono e virtuoso, ma piuttosto tutto ciò che è represso, imperfetto, irrequieto, e che protesta digrignando i denti - tutto ciò che non è virtù e accondiscendenza, ma è invece imperfezione e ribellione".


Sándor Márai, Truciolo, Adelphi Edizioni, Milano 2002. Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor


venerdì 12 giugno 2009

Della consolazione, del cogliere le occasioni, o di un'altra tarte tatin (alle melanzane)


Per fortuna che è finalmente arrivata la cosiddetta bella stagione. E che comincia ad essere facile e assai soddisfacente nutrirsi di sole verdure. Talmente facile e talmente soddisfacente che ritengo un delitto non approfittare tutti i giorni di questa bella abbondanza.

So di essere in controtendenza, ma a me la carne piace proprio tanto. La consumo al massimo due volte alla settimana, però mi devo controllare, mi devo ripetere a mo' di mantra che è meglio mangiarsi un bel piattone di biete con olio e limone piuttosto che un pollo arrosto o un'arista di maiale.

In estate, però, la cosa è diversa. La varietà delle verdure presenti è tale e tanta che bisogna proprio essere degli incontentabili rompiballe per non trovare qualcosa che soddisfi in pieno i propri appetiti. E la carne riesco a dimenticarmela anche per giorni e giorni, senza sentirmi deprivata o, peggio ancora, senza sentire che in fondo sto optando per pasti di 'seconda scelta', per così dire.

Una delle mie cene preferite, in estate, è una tegliona di verdure miste al forno (peperoni, cipolle, melanzane, patate, zucchine e pomodori) accompagnate da un semplicissimo cous cous; o ancora un piatto di peperoni in padella con un pezzetto di formaggio o anche solo del buon pane; zucchine trifolate con mozzarella di bufala; e che dire dell'intramontabile caprese? Cinque minuti netti e ci si conquista, a prezzi assai modici, un po' di felicità e di consolazione necessarie ad affrontare le molte brutture di questi tempi per molti versi avvilenti in cui ci tocca vivere.

Qualche giorno fa, in preda all'entusiasmo per la tatin al pomodoro, ho provato un'altra ricetta simile, che però utilizza le melanzane. L'ho trovata su un vecchio numero di Marie Claire idées un trimestrale di cucito, maglia e lavori manuali che trovo assolutamente irresistibile (utile anche per rispolverare il mio sempre agonizzante francese), le cui pagine traboccano letteralmente di quella eleganza apparentemente un po' surreale e inconsapevole (in realtà, sospetto, studiatissima e perseguita con razionale tenacia) che io associo automaticamente allo spirito d'oltralpe (insieme a tante altre e svariate caratteristiche, ai miei occhi non sempre particolarmente appetibili; ma questa, come si suol dire, è un'altra storia...).

La prima volta, seguendo la ricetta, ho utilizzato un rotolo di pasta sfoglia comprato al supermercato (non credo mi cimenterò mai nella sua realizzazione a mano, a meno che non decida di applicarmici come ad una forma di esercizio spirituale o di meditazione); la seconda ho invece preparato la pasta brisée già utilizzata per la tatin al pomodoro (per prepararla guardate qui) . In entrambi i casi il risultato è stato ottimo. Scegliete voi. Le prime due foto sono della prima tatin con pasta sfoglia, la terza è dell'esperimento con la brisée (l'occasione per papparsela è stata un'altra riunione organizzativo-godereccia del nostro GAS).

Ecco qui la ricetta, leggermente diversa dall'originale, per una tortiera di più o meno 30 cm. di diametro:

3 melanzane (io ho usato quelle lunghe, non quelle cosiddette 'globose', più tondeggianti e ciccione)
1 spicchio d'aglio
succo di limone
pomodori secchi sott'olio
50 gr. di pinoli, tostati due minuti in padella
rosmarino o timo
4 cucchiai di olio di oliva
1 cucchiaio di zucchero di canna scuro
1 rotolo di pasta sfoglia o pasta brisée.

Se decidete di usare la pasta brisée, fatela e mettetela in frigorifero.

Intanto occupatevi delle melanzane.

Lavatele, tagliatele e a fette spesse più o meno un centimetro, mettetele in un colapasta con del sale grosso e lasciatele 'spurgare' (termine orrendo) per una mezz'oretta, trascorsa la quale lavatele appena (non le inzuppate, però: usate pochissima acqua e aiutatevi con le dita per rimuovere i grani di sale), asciugatele con dello scottex o un canovaccio pulito.

In una bella padellona mettete i 4 cucchiai di olio, l'aglio tagliato a fettine sottili sottili: quando ne sentite il profumo (celestiale), aggiungete le melanzane, sale e pepe e un po' di succo di limone (non esagerate: secondo la ricetta originale bisognava aggiungere il succo di mezzo limone: io l'ho fatto la prima volta e sia io sia la Spia abbiamo avuto l'impressione che, mangiando la torta, le gengive ci si ritirassero dai denti; basta molto ma molto meno, giusto per dare un'idea di limone, regolatevi voi). Quando le melanzane sono diventate trasparenti e leggermente dorate, trasferitele in un piatto e lasciatele lì.

Intanto tirate fuori la pasta brisée (o la sfoglia) e la vostra tortiera. Ungete quest'ultima con un cucchiaino di olio, spolveratela di rosmarino o timo, aggiungete qualche pomodoro secco sott'olio sgocciolato tagliato a pezzetti con un paio di forbici (anche qui, regolatevi voi: io li adoro e tendo sempre ad usarne con magnanimità, ma tenete presente che se usate quelli secchi e molto saporiti rischiate di sentire solo loro; se invece ne usate di semi secchi e dal sapore più blando potete anche esagerare un po' come faccio io), poi i pinoli e lo zucchero di canna.

Indi cominciate a disporre le fette di melanzane seguendo un disegno concentrico. E' un lavoro meno alienante di quello da fare con i pomodorini della tarte tatin, dunque se ne può apprezzare la rilassante metodicità e monotonia (almeno, io la apprezzo: metto il pilota automatico e per qualche minuto mi astraggo nei miei deliri). Infine, coprite con la pasta, 'rimboccandone' ben bene il bordo in eccesso, ripiegandolo e comprimendolo un po'.

Se usate la pasta brisée, mettete nel forno preriscaldato a 180 gradi per 30'-40' (la pasta deve essere bella dorata); se usate quella sfoglia, il forno è meglio metterlo a 190 gradi e bisognerà attendere circa 25' (ma queste, come al solito, sono indicazioni di massima: i forni sono creature bizzarre e assolutamente uniche e singolari): anche la sfoglia dovrà essere di un bel dorato intenso e piuttosto gonfia.

Tirate fuori dal forno, lasciate raffreddare un po' la tortiera, poi, con fare deciso e disinvolto, oplà!, rovesciate la tatin sul piatto di portata e servite. In realtà, come molte torte rustiche, questa è assai più buona il giorno dopo, riscaldata in forno perché la pasta (sia brisée sia sfoglia) riprenda un po' di croccantezza. Anche se la volete mangiare subito dopo averla fatta, vi consiglio di attendere una decina di minuti: la pasta forse sarà leggermente più morbida, ma il sapore ne avrà certamente guadagnato.

Enjoy!

(Sei contenta Rita?? :-)

mercoledì 10 giugno 2009

Carnet de correspondences di Julie Andrieu

In teoria, questo è il libro di cucina che cercavo da anni e che ho trovato in una splendida libreria di Bruxelles, Tropismes (qui il link al loro sito) durante la mia recente e bella vacanza in terra belga.

In pratica, non lo so, perché l'ho acquistato da poco e non ho sperimentato nessuna delle ricette presenti.

E' un libro dove diversi alimenti vengono presentati in ordine alfabetico e per ognuno di essi vengono indicati possibili 'accordi di gusto': quale spezia va bene con il salmone fresco? Quale frutto abbinare ai fagiolini? Sta bene lo zafferano con le cozze? e via così.

A prima (distratta) lettura, il libro, che propone anche alcune ricette a esempio degli abbinamenti proposti, sembrerebbe molto ben fatto.

Rimane ovviamente il dubbio: ma se questa Julie Andrieu ha dei gusti allucinanti e le piace mangiare un'insalata di fagiolini verdi e pesche con mandorle e menta che invece fa raccapricciare i miei ospiti (ma che a me pare ottima, detto per inciso)?

Il rischio sembrerebbe scongiurato dal fatto che la Andrieu (in Italia ancora poco conosciuta, ma presto verrà tradotta per i tipi della Guido Tommasi) sa quel che dice, in genere (per es. il suo La cuisine expliquée à ma mère io lo trovo davvero ottimo, pieno di idee e di ricette).

Per me, che amo spignattare ma sono una dilettante, qualunque sia l'effettiva utilità delle indicazioni proposte, la lettura di questo libro rimane comunque una bella opportunità per una delle mie attività preferite: starmene sul divano a fantasticare di possibili ricette e relativi banchetti.


Julie Andrieu, Carnet de correspondences. Mes accords de goûts, Agnès Viénot Editions, Paris 2009.

lunedì 8 giugno 2009

Non vi lascerò orfani di Daria Bignardi

A me Daria Bignardi piace, in generale.
Non è Miss Simpatia, è vero, ha una voce a volte stridula e sgraziata ('voce di gallina', la prendevano in giro la mamma e la sorella quando si arrabbiava da piccola), però a me il suo modo un po' ruvido di fare non dispiace affatto. Lo preferisco (e di gran lunga) agli atteggiamenti ridondanti melassa e idiozia che spesso dilagano nella televisione cosiddetta di intrattenimento, per non parlare della volgarità imperante che ci viene rovesciata addosso quotidianamente. E poi la trovo intelligente e arguta, sgradevole, alle volte, ma anche tenera, benché di sfuggita e suo malgrado, come se non le andasse troppo ma non ne potesse fare a meno.
A me piace per questo. E poi perché sta al suo posto, non fa programmi che dovrebbero essere una certa cosa e invece per mancanza di idee, di attenzione, di cura risultano essere la bruttissima, la pessima copia di qualcos'altro cui aspirano senza avere il respiro, la forza, la passione per arrivarci.
Mi sono sempre piaciuti i libri autobiografici, i mémoir che parlano di famiglie, case, nonni, cugini, vacanze estive, dimore avite, fidanzati e mariti, tic, manie, modi di dire, espressioni tipiche che diventano col tempo quel 'lessico famigliare' che fa subito 'clan', che identifica chi lo usa come appartenente alla stessa galassia emotiva e sentimentale. Dunque questo Non vi lascerò orfani mi ha incuriosito subito, e quando l'ho trovato in biblioteca l'ho preso volentieri.
Nel complesso, si tratta di una lettura piacevole e a tratti decisamente divertente, condita spesso di ironia e di ruvido, burbero affetto, di pudico e intenso tormento per questo rapporto con una mamma amatissima ma il cui amore è stato pesante come un macigno.
E' un libro scritto col cuore, con grande tenerezza e nostalgia, si sente subito, con sincerità: tutti pregi, ai miei occhi. Ma è anche esile esile (e non parlo del numero delle pagine): si arriva all'ultima pagina immersi in una pacata malinconia, ma anche leggermente insoddisfatti, non del tutto appagati, ancora affamati, e tra le dita ci si ritrova poco, come se per tutto il tempo si fossero soltanto sfiorati fantasmi (e forse è proprio ciò che la Bignardi voleva, bisognerebbe chiederglielo).
Altra pecca, ai miei occhi, è che a volte lo stile di questo libro è davvero un po' troppo disinvolto, tanto da sembrare che l'autrice non l'abbia neanche riletto e l'abbia mandato in stampa così, 'senza guardare', proprio come la sua mamma faceva l'arrosto (che tra l'altro, a quanto pare, le veniva benissimo, proprio perché fatto senza star lì a penarci troppo).
Insomma, un esordio promettente. Con ampi margini di miglioramento.

Daria Bignardi, Non vi lascerò orfani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2009.