
Come ogni estate si fa un gran parlare, nei foodblogs, della poca voglia di cucinare, soprattutto di tenere il forno acceso, perché fa caldo e ci si sente svogliati, inerti, desiderosi di accasciarsi dovunque si possa essere raggiunti dal più tenue refolo di frescura.
Il forno acceso a me non dà noia. E' in cucina, e mentre è in funzione io sono ben libera di accasciarmi altrove, aspettando che suoni il timer topomorfico di nome Ernesto.
Certo, quando si preriscalda, si sta lì e si soffre un po', va bene. Ma è un disagio contenibile, almeno per me, soprattutto tenendo ferma la mente al risultato che si produrrà alla fine. Bisogna sapersi proiettare nel futuro, lo dicono tutti. Bisogna sapersi sacrificare per il bene, anche e soprattutto qualora non sia immediato ma richieda tempo e pazienza, lo dicono in tanti: è il problema del mondo contemporaneo, pare, dominato dall'ansia della soddisfazione immediata di qualunque bisogno o desiderio si imponga alla nostra attenzione (è incredibile come, partendo da un forno, io possa arrivare, senza fatica alcuna, a pontificare su praticamente qualsiasi argomento; è preoccupante, più che incredibile...).
Ho anche comprato di recente un libro francese sulla cucina a crudo, che ho letto in vacanza segnandomi un bel po' di ricette da provare, pensando che non ci sarebbe stato momento migliore di questa estate torrida per sperimentarle. Invece, poi, ogni volta che mi metto a pensare a cosa preparare da mangiare, finisco per scegliere sempre piatti da cuocere in forno.
Ecco, è questa necessità di stare in piedi davanti al fornello che mi inquieta, soprattutto in quest'estate calda e umida, in cui ancora più penoso mi sarebbe lo stare lì a rimestare, raggiunta da bollenti sbuffate di aromatici vapori.
Dunque, all'insegna del 'semplice (o pigro, dipende dai punti di vista) è bello', qualche tempo fa ho provato questi saporiti pomodori ripieni.
Non di riso, che non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti (da piccola avrei mangiato solo i primi chicchi del ripieno, leggermente bruscati, e non riuscivo assolutamente a vincere il disgusto per il pomodoro stesso, sempre un po' acido, e reso molliccio dalla cottura... orrore), ma di pane grattato, pecorino, parmigiano ed erbe aromatiche.
Un attimo farli e un attimo mangiarli. Tra le due operazioni, circa mezz'ora di tempo da passare (possibilmente) svaccata sul divano, a leggere con i gatti una di quelle riviste femminili che ogni tanto mi compro per soddisfare una mia insana e vergognosa tendenza alla fatuità, ahimé dura a morire.
La ricetta è tratta da Twelve, di Tessa Kiros, di cui parlato a più riprese, e risulta come 'pomodori gratinati'.
La presento praticamente inalterata, ma per certi versi è solo una bozza: le varianti immaginabili sono parecchie, a partire dalla scelta delle erbe aromatiche e del formaggio.
Va da sé che non ho mai contato esattamente le foglie della menta o del basilico, così come sono sempre andata ad occhio per la quantità del prezzemolo (che più di una volta non ho messo, essendone in quel momento sprovvista); però a me fa sempre molto piacere trovarmi di fronte una ricetta scritta per filo e per segno: mi sento poi più sicura nel prendermi, eventualmente (e con cautela, ché sono pavida e fondamentalmente rispettosa di certa autorità), delle libertà nei suoi confronti.

6 pomodori grandi e maturi
3 cucchiai di prezzemolo tritato
1 spicchio d'aglio, sbucciato e tritato
10 foglie di menta
10 foglie di basilico
1 cucchiaino di origano secco
1 cucchiaio di parmigiano
1 cucchiaio di pecorino
1 cucchiaio e mezzo di pangrattato
8 cucchiai di olio di oliva
Preriscaldate il forno a 180 gradi.
Tagliate i pomodori a metà, svuotateli, tenendo da parte la polpa (e i semi, se volete; io li elimino) che sminuzzerete e metterete in una ciotola.
Disponete i pomodori in un piatto da forno, con la parte tagliata rivolta verso l'alto; salateli leggermente.
Nella ciotola con la polpa aggiungete gli altri ingredienti, 4 degli 8 cucchiai di olio, sale e pepe. Riempite con questo composto i pomodori e zigzagate con l'olio avanzato.
Fateli cuocere in forno 20-30 minuti e serviteli tiepidi, ma anche a temperatura ambiente sono ottimi (e se per questo, io li amo molto anche freddi di frigo, mangiati possibilmente in piedi, di fronte al suddetto elettrodomestico, in equilibrio con le gambe a fenicottero, ma capisco che a molti, in primis alla Spia, tutto ciò faccia orrore).
Enjoy!
Essendo rimasta senza niente da leggere in treno (orrore!), e non avendo mai letto un romanzo di Patricia Cornwell, della quale mi incuriosiva la celeberrima eroina Kay Scarpetta, ho deciso di dargli una scorsa.
Ho finito di leggerlo in meno di un giorno, perché la scrittura prende, la storia è terribile, morbosa e inquietante, e fa leva su tutti i punti deboli di gran parte di noi: la paura della morte, ma soprattutto la paura della follia, il terrore di precipitare, per caso, per sfortuna (per destino, per karma, secondo altri), nelle spire agghiaccianti di una mente deragliata, resa crudele e delirante da un dolore e da un trauma troppo grandi, indicibili e mostruosi per poter essere sopportati.
Non voglio fare una critica esaustiva dei meriti (e demeriti) di un libro come questo, né dal punto di vista letterario né da quello commerciale. Lascio ad altri il compito di occuparsi di tutto ciò.
Vorrei però dire che ho deciso che non ne leggerò mai più un altro del genere.
Perché non credo sia sano e faccia bene farsi risucchiare da atmosfere tanto raccapriccianti e atroci come quella creata ad arte dalla Cornwell, penetrare con lei nel mondo delirante e grondante sangue e follia in cui si muovono i suoi personaggi.
Mi chiedo spesso perché abbiamo bisogno di simili emozioni, di simili contatti mediati e 'protetti' con realtà che ci appaiono lontanissime e che invece, purtroppo, ci sono vicine molto più di quanto sospettiamo, tant'è vero che ne sentiamo spesso parlare nei notiziari o leggendo i giornali.
Che il volto oscuro dell'uomo ci attragga tanto e forse più di quello luminoso e sano, positivo e solare, è un dato di fatto.
Io però continuo a pensare che flirtare, anche solo in modo apparentemente innocuo e sicuro (leggendo un libro, vedendo un film), con questa ombra presente in tutti noi abbia qualcosa di malsano. Soprattutto quando essa viene presentata nelle sue vesti più cruente e spettacolari, per scuotere dal torpore della quotidianità il nostro cervello insonnolito e apparentemente aduso ad ogni nefandezza.
Che la gente acquisti libri del genere per sentire brividi di questo tipo mi lascia perplessa e avvilita. Che una scrittrice che conosce il suo mestiere debba ricorrere allo splatter per mettere un po' di pepe nelle sue storie e vendere più copie dei suoi romanzi non mi stupisce, ma mi fa tristezza. Non mi stupisce nemmeno che una miscela di questo tipo (psicologia, sangue, sesso) possa avere effetto anche su di me, facendomi leggere in meno di 24 ore un romanzo di circa 360 pagine, ansiosa di arrivare alla fine.
Di libri che investigano il mistero della crudeltà e della follia dell'uomo ce ne sono moltissimi, che anche senza sbattere sulla pagina etti di materia celebrale spappolata su copriletti o resti verminosi di cadaveri in decomposizione, dicono molto, e in modo assai più sottile e penetrante di questo romanzo della Cornwell, sull'eterna tragedia della fragilità della vita.
Voglio continuare ad affidarmi a loro.
Patricia Cornwell, Predatore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006. Traduzione di Annamaria Bivasco e Valentina Guani