domenica 13 marzo 2011

Sunday Music: The Last Chance Texaco - Rickie Lee Jones

Anni fa ricordo che la Spia mi disse di aver cominciato ad ascoltare realmente musica solo intorno ai 18 anni.

"E prima?" gli chiesi, sconcertata.
"Mah, ascoltavo quello che capitava", mi rispose, non molto convinto e desideroso di non entrare nei particolari (e ne aveva ben donde).

Per fortuna, poi, ci ha pensato il suo amico Alberto (chiamato familiarmente Lupo) a sottoporlo ad un intensivo programma di rieducazione musicale a suon di Beatles, Rolling Stones, Crosby Still & Nash - tra i molti altri.

È quindi forse anche a lui e non solo alla Spia che devo il mio incontro con Rickie Lee Jones, una cantautrice americana che in questa casa amiamo moltissimo.

Alla fine degli anni '70 divenne famosa soprattutto per la sua tempestosa e pittoresca storia d'amore con Tom Waits, una storia di talento, genio, passione e purtroppo anche alcolismo, abbrutimento e violenza.

In tutti questi anni, Rickie Lee Jones ha combattuto - anche lei - le sue belle battaglie con le sue varie dipendenze, continuando a scrivere e cantare musica cambiando genere e look con risultati altalenanti, ma alcuni suoi lavori sono secondo me dei gioielli - a partire dal primo, Rickie Lee Jones, del 1979 - anche quando si tratta di album di cover, genere che di solito detesto (non mi piacciono nemmeno quelle di Mina, per dire) e per il quale invece mi pare quest'artista abbia un vero e proprio talento: il suo album che preferisco, in effetti, è proprio un album di cover di pezzi soprattutto jazz, Pop Pop.

Questa è tra le sue canzoni che mi piacciono di più.

È una canzone strana, che apparentemente parla di distributori di benzina e meccanici, di macchine in panne e serbatoi vuoti e pezzi di ricambio che vanno sostituiti, ma si capisce che invece parla d'altro: di quanto a volte sia difficile capire che cosa c'è che non va, anche se è indubbio che qualcosa non vada, e di come sia complicato cercare di comprendere che cosa si deve fare perché le cose vadano meglio.

Ma credo soprattutto parli di quanta paura faccia, a volte, anche solo accettare l'idea di aver bisogno d'aiuto e decidersi ad andarlo a cercare e fidarsi di chi quest'aiuto può darlo.

Io penso che sia una canzone molto autobiografica e che Rickie Lee Jones la canti con grande intensità e commozione.
Io, almeno, mi commuovo molto ogni volta che la ascolto (ma avrete capito, ormai, che io mi commuovo assai facilmente).

Buona domenica!








venerdì 11 marzo 2011

Della mancanza di tempo e memoria, di un anniversario e di una quiche di porri

"Non ho tempo, non ho tempo" sembra essere diventato, ultimamente, il mio mantra, ripetuto a ritmo martellante soprattutto in silenzio nella mia testona vuota e bacata e ogni tanto anche a voce alta, a beneficio - si fa per dire - dei poveri disgraziati che hanno la sventura di capitarmi a tiro.
E dunque oggi sarò breve (grida di giubilo dal pubblico).

Ecco qui una quiche classica, provata poco tempo fa e subito entrata a far parte del gruppo delle ricette "di famiglia": la mia famiglia, intendo, quella che compongo con la Spia - e le gatte, volendo esser precisi.

Una famiglia che proprio ieri ha compiuto 11 anni.
Possibile?
Pare di sì.

Ieri pomeriggio la Spia, offrendomi una tazza di tè verde appena fatto mi ha chiesto scusa.

"Di cosa?" ho chiesto io perplessa.
"Di essermi dimenticato" ha risposto lui.
"Di cosa?" ho richiesto io, ancora più perplessa.
"Ah, andiamo bene, te ne sei dimenticata anche tu", ha concluso lui, indeciso se essere sollevato o offeso.
Per fortuna, alla fine, ha scelto la prima possibilità e con pazienza, ridendo un po', mi ha spiegato che 11 anni fa, il 10 marzo, io e lui etc. etc.

È sicuramente bello ricordare e festeggiare le cosiddette liete ricorrenze.
Ma ancora più bello, forse, è dimenticarsene (entrambi però, se no è un disastro). 
Perché di occasioni belle per festeggiare se ne crea una - o anche più di una - ogni giorno; oppure perché si è entrambi due smemorati di Collegno e di questa condivisa condizione si ride insieme, con complicità (e un filo di preoccupazione: se siamo già così adesso e facciamo poco più di 80 anni in due che succederà tra un po'? Meglio non pensarci).

E ora, prima di cadere tutti dritti in un grande bidone di melassa o di dimenticare quello che volevamo dire, ecco la ricetta.

****

Quiche di porri da Twelve di Tessa Kiros (con qualche modifica)

per la pasta brisée:

200 gr di farina 0
100 gr di burro
1/2 cucchiaino di sale fino
acqua ghiacciata

per il ripieno: 

3-4 porri
2 cucchiai di olio d'oliva
250 ml di vino bianco
3 uova
60 gr di parmigiano reggiano, grattugiato
noce moscata
120 ml di panna liquida

Io la pasta brisée la preparo nel robot.

E questa è la procedura (di ispirazione Nigellonica): pesate il burro e la farina in una ciotola ed infilate quest'ultima nel freezer per una decina di minuti.

Passati i quali svuotatela nella coppa del robot da cucina, aggiungete il sale e avviate il motore con la funzione pulse: burro e farina devono sbriciolarsi.

A quel punto aggiungete l'acqua ghiacciata (ne tengo sempre una bottiglietta in frigorifero), cucchiaino dopo cucchiaino: fermatevi non appena vedete che la pasta comincia ad ammassarsi.
A volte prima dell'acqua aggiungo un tuorlo d'uovo; non sempre. La pasta mi sembra venir bene anche senza.

Non appena la pasta comincia a formare la cosiddetta "palla", dunque,  tiratela fuori dal robot, lavoratela molto sommariamente giusto per ammassarla, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo per almeno una mezz'oretta.

Stendetela poi tra il foglio di pellicola con la quale l'avete avvolta e un foglio di carta da forno che servirà per la cottura in bianco; adagiatela sulla tortiera, infilzatela un po' qui e un po' là con una forchetta e rimettetela in frigo per un'altra mezz'oretta, il tempo di scaldare il forno a 180°.

Indi copritela con il foglio di carta da forno, versateci sopra i fagioli secchi o quel che è e cuocetela in bianco per circa 20'-25', poi togliete la carta e i fagioli e lasciatela in forno per altri 5'-10'.

Nel frattempo lavate i porri e lavateli benissimo, perché poche altre verdure al mondo possono essere più terrose dei porri (forse solo gli spinaci): eliminate il fondo e la parte verde e tagliateli a rondelle sottili: mettete queste rondelle dentro una capace terrina piena di acqua e smuovetele graziosamente per liberarle di ogni traccia di terriccio. A volte servono due bagni. Poi scolateli in uno scolapasta.

In una padella fate scaldare l'olio, aggiungete i porri, salate, pepate e cuocete a fuoco dolce fino a quando i suddetti porri non siano appena appassiti.

Versate il vino bianco e continuate a cuocere fino alla sua quasi totale evaporazione.

A quel punto aggiungete 250 ml di acqua e proseguite la cottura di altri 10', più o meno: i porri saranno morbidi e ci sarà pochissimo liquido nella padella. 

Toglieteli dal fuoco.

In una ciotola sbattete appena le uova, aggiungete il formaggio, la panna, la noce moscata e infine i porri; amalgamate bene ed evitate di fare una frittata.

Versate il ripieno nel guscio di pasta brisée, distribuendolo bene e cercando di non farlo tracimare (io non ci riesco mai, accidenti, ma nessuno se n'è mai lamentato).

Cuocete per circa 20'-30': la superficie dovrà essere dorata e appena rassodata.

La torta è ottima non caldissima, ma ancora tiepida.

Enjoy!



 

mercoledì 9 marzo 2011

Le poesie del mercoledì: Sotto i colpi - Nelo Risi

Qualche giorno fa ho ripreso in mano un testo che portai a un esame all'università, un'antologia della poesia italiana del '900 pubblicata da Mondadori. 

Mille e passa pagine di versi e profili biografici e critica letteraria da studiare, metabolizzare, ricordare e di cui riferire.

Ogni tanto rimango basita di fronte alla quantità di informazioni, dati, stimoli da cui la mia mente in quegli anni è stata letteralmente bombardata - senza apparenti risultati: ho dimenticato gran parte di ciò che ho studiato, cosa di cui mi cruccio in modo inverosimile.

E quando ci penso, non riesco a non pensare a quella famosa battuta di Lella Costa che dice più o meno: perché ricordo per filo e per segno tutto il testo di 44 gatti in fila per 6 col resto di 2 e tutti i nomi dei figli di Al Bano e Romina Power e solo poche parole smozzicate dei capolavori della poesia studiati al liceo?

Ecco, appunto.

Mi sono sempre consolata di questa sorta di deficit della memoria pensando che però, di tutti quegli anni di studio matto e disperatissimo, qualcosa mi è rimasto: una sorta di mappatura mentale della mia biblioteca che mi consente di ritrovare in tempi di solito brevissimi il luogo fisico, cioè il libro, in cui reperire una delle tantissime informazioni che nel dettaglio sono state allegramente rimosse dai miei pochi neuroni.

Per cui, stamattina, prendendo in mano questo libro, sono andata subito a cercare questa poesia, che ricordavo essermi piaciuta moltissimo.

È di Nelo Risi, di cui, ça va sans dire, non ricordavo nulla.

Ho dunque riletto il breve profilo introduttivo alla scelta di versi che l'antologia di cui sopra proponeva e in una selva di frasi per me criptiche (Di qui anche il "gusto per la scheggia verbale ed il graffito" (Forti) e una tendenza alla specializzazione nell'epigramma che tuttavia è sempre pronto a convertirsi, per politicità immanente, in ciò che ancora Forti ha chiamato "ideogramma lirico" etc etc.  e ancora: Risi sa bene che  anche - o specialmente - il professionalismo e il compiacimento per il risultato possono essere, per un poeta, "alibi cinico della questione meridionale" - questa proprio mi sfugge...) sono venuta a sapere che è nato aMilano nel 1920 e che ha studiato medicina, che ha fatto la guerra in Russia e quando è tornato si è trasferito a Roma e che ha cominciato a scrivere poesie e a lavorare, come il fratello Dino, nel cinema.

A me basta così.
Mi basta leggere questi versi.
Il resto lo lascio ai critici - e agli studenti con più memoria di me.


****

Sotto i colpi


C'è gente che ci passa la vita
che smania di ferire:
dov'è il tallone gridano dov'è il tallone,
quasi con metodo
sordi applicati caparbi.

Sapessero
che disarmato è il cuore
dove più la corazza è alta
tutta borchie e lastre, e come sotto
è tenero l'istrice.



(da Pensieri elementari, 1961)

domenica 6 marzo 2011

Sunday Music: Franco da Catania - David Riondino

Ieri sera io e la Spia siamo andati a una festa.

C'era gente molto simpatica, interessante e garbata (persone normali, insomma, se così si può dire, anche se in questi tempi bui in cui ci tocca vivere le "persone normali" di questo genere sembrano essere in via di estinzione) ed un po' di amici cui vogliamo bene e che ci fa sempre un gran piacere vedere.

Io ho riso come un orco e mangiato e bevuto molto più di quanto avrei dovuto - la padrona di casa è una giapponese che ha imparato a cucinare come la Marietta dell'Artusi, mettendo a frutto quella determinazione da kamikaze, quella ricerca della perfezione e quella cura estrema del dettaglio che paiono essere caratteristiche imprescendibili di certo spirito nipponico. 

Ho naturalmente fatto qualche gaffe e, in un paio di occasioni, anche la figura della demente (un must, per me, nelle occasioni conviviali) e, più in generale, mi sono divertita da matti.

Per questo stamattina (benché sia lo spettro di me stessa; devo ricordarmi di non bere vino la sera, nemmeno sotto tortura) ho deciso che volevo portare qui la bella sensazione di leggera euforia che mi è rimasta appiccicata addosso da ieri sera.

Lo faccio con un video che, ogni volta che lo guardo, ha su di me effetti quasi catastrofici: mi prendono attacchi di fou rire ingovernabili - e quando rido, e rido forte, dicono che faccio addirittura un po' paura.

Si tratta di un omaggio, irriverente ma credo affettuoso, del grande David Riondino (un altro della lista dei possibili corni che potrei, nel caso, mettere alla Spia; tanto per confermarvi che in effetti i miei gusti in fatto di uomini possono essere considerati eccentrici) al grande Franco Battiato.

Franco Battiato è spesso oggetto di discussioni e arguti battibecchi tra me e la Spia, che non ne sopporta i testi astrusi e a suo giudizio pretenziosi, i motivi a volte troppo ammiccanti alla musica elettronica, la spocchia da intellettuale sofisticato e le arie da santone ("non che ne voglia dir male", commenterebbe Woody Allen).

Io l'ho invece molto amato quando ero più giovane e ancora oggi certe sue canzoni mi emozionano in modo indicibile. 
Quando la Spia me lo demolisce lo difendo a spada tratta, arrivando a sostenere tesi assurde e paradossali, ma per gioco.

Devo confessare, infatti, che non ho una grandissima simpatia per il personaggio (che mi sembra, d'altra parte, non si sforzi molto di suscitarne, ma magari mi sbaglio) e penso di essere obiettiva riguardo certi suoi lati indubbiamente "respingenti".

Detto ciò, guai a chi me lo tocca!
A meno che non si tratti, ovviamente, dell'irresistibile David Riondino, toscanaccio stralunato e dissacrante, sì, ma anche generoso e rifulgente di grande ironia e intelligenza.

D'altra parte uno che dà questa definizione dell'intellettuale - "una persona fisica, che comunica, che partecipa, che sa trasformare la sua esperienza in qualcosa che serva anche agli altri, che non trasforma il sapere in potere, che ha un'idea sentimentale del comunicare ed è alla ricerca di un nuovo linguaggio" (la citazione è presa dalla pagina a lui dedicata su Wikipedia) non può che conquistarsi il mio imperituro affetto e permettersi di fare questo e ben altro.

Buona domenica!

(se sentite in lontananza una risata da orco, non vi preoccupate: sono io).



venerdì 4 marzo 2011

Le città invisibili di Italo Calvino

La prima volta che ho letto questo libro ero all'università, e preparavo l'esame di letteratura italiana moderna e contemporanea.

In realtà non era tra i testi in programma (c'era invece Il sentiero dei nidi di ragno, ricordo), ma mi prese una tale smania di conoscere tutto quello che si poteva conoscere su Calvino che cominciai ad acquistare tutti i suoi libri e a leggerli.

Lo lessi con grande piacere, con la solita stupefatta e direi commossa ammirazione che ho sempre provato per questo gigante dall'intelligenza adamantina e spericolata.

L'ho ripreso in mano adesso, pregustando il piacere che avrei ritrovato, intatto, e anzi, aumentato dal passare del tempo - e l'ho trovato invece tra le letture più difficoltose e complesse della mia vita.

Non ho capito bene che cosa sia successo, ma non sono riuscita proprio a entrare dentro questo libro e ho passato gran parte del tempo sentendomi lasciata fuori, smarrita e sola come la piccola fiammiferaia, una sensazione non molto piacevole.

Persino le sottolineature di quella mia prima lettura non mi hanno offerto alcuna indicazione utile, per così dire.

Mi riecheggiavano nella mente certe conversazioni fatte allora, ai tempi dell'università, con amici studenti come me: tutti entusiasti di questo libro, tutti incantati, e mi chiedevo che cosa avessi potuto capire e amare, allora, di quello che oggi mi è parso tanto enigmatico e complesso ed ho capito che forse quell'entusiasmo adolescenziale doveva molto a quella sorta di ammirazione "programmatica" che da giovani a volte si sente per autori e opere di culto che "bisogna" amare - pena la condanna alla condizione di paria intellettuali.

Di sicuro esiste un momento giusto per leggere ogni libro e questo, evidentemente, non era quello giusto per questa rilettura.

Di sicuro negli anni sono assai cambiata e per quanto continui ad amare Calvino e la gran parte della sua produzione, pure sento di non avere ormai che un blando interesse per il suo lato più cerebrale e matematico e strutturalista, cui pure riconosco - chi potrebbe negarlo? - una grande, sofisticata e coltissima originalità e libertà e che tanto mi affascinava, invece, quando ero una giovane fanciulla.

Le cinque stelle, però, rimangono (avercene di Calvino!), anche solo per una delle poche pagine che mi hanno davvero emozionata e coinvolta, quella - per me meravigliosa - dedicata alla città di Raissa e per quelle poche righe a conclusione dell'intero libro, così drammaticamente attuali e vere anche adesso:

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.




Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori 1993.

mercoledì 2 marzo 2011

Le poesie del mercoledì: Natività - Natale 1992 - Michele Serra

Su aNobii, tempo fa, ho scritto questo commento a uno dei libri cui sono più affezionata, Il ragazzo mucca di Michele Serra.

Dico sempre scherzando che ci sono pochi uomini per cui mi prenderei la briga di mettere le corna a mio marito, e che tra di loro c'è sicuramente Michele Serra.

Non so, a me piace qualunque cosa dica o scriva quest'uomo, dalle sue Amache su Repubblica, ai suoi testi narrativi, alle rare sue incursioni in tv, mi sembra riesca sempre a dire ciò che penso.
Quando lo sento parlare o lo leggo, che si tratti di  un intervento spiritoso o di un'opinione meditata su un importante fatto di cronaca, è come se fossi di fronte a una versione molto più intelligente, articolata e profonda dei miei stessi sentimenti, delle mie stesse opinioni.

Mi piace questo suo riuscire ad unire sempre complessità del pensiero e fluida chiarezza dell'esposizione, quel suo tocco personalissimo che spesso è ironico e arguto, ma si fa a volte accorato e vibrante di passione senza mai essere patetico o retorico.

Mi piace che abbia sempre delle idee sue, che si sente nascono proprio da lui, distillate dalla sua propria esperienza, trasformate dal suo vissuto e non semplicemente un rimasticamento di cose sentite altrove e parzialmente metabolizzate e fatte proprie.

La verità è che più che l'amante, se proprio fosse possibile, di Michele Serra io vorrei essere la figlia.

E visto che si parla di padri e di figli, ecco la poesia di oggi.
È lunga e densa, non una poesia "da blog", sicuramente, ma se la leggerete comunque ho la presunzione di credere che non ve ne pentirete.

****

Natività
Natale 1992


Grotta ospedale, asino medico, bue infermiere
(il fiato che ho visto io era grigiastro
fiato da quarantesima emme-esse)
la madre sconquassata dalle doglie
(per una primipara circa dieci ore)
i camici inzuppati di sudore
e finalmente dalle cosce sfianche
sbuca questo tipetto sconosciuto
né rosa, né paffuto, né bello
con la testa sformata dal passaggio
dentro quel famosissimo budello
che muove il mondo, dicono, ma ora
sembra un cratere di granata. Il bambinello
è sporco di sangue, di placenta, "interiors"
una specie di fagotto sbrodolato
ridicolo, imbarazzante. La scena
più che un presepe ricorda i filmati
di Quark sul parto dello gnù.
Annichilitti tutti (madre, padre, personale
medico e paramedico, nonostante l'abitudine)
da questo arrivo irrimediabile
che sovrasta, annienta, terrorizza
perché niente può impedirgli di uscire
a questo teppistello di natura
stupratore della sua genitrice-nutrice
e la cosa più pazzesca è la felicità animale
di fronte a questo mostro imprevedibile
cieco, brutto, informe, dai gesti sconnessi
inumano, assolutamente inumano
questo astronauta delle viscere
che atterra proprio là dove ti trovi
(e anche se scappi, non hai scampo
perché lui atterra dal di dentro, il tuo dentro).
Hai un bel non credere ai marziani
ma quando lo lavano (era ora) e gli guardi le mani
i piedi, il naso e tutto il resto
ti accorgi che non sei tu, è un altro:
un implacabile alieno.
E ancora non sai che ti succhierà la vita
la maledetta blatta, diventando carino
(per giunta) in proporzione diretta
a ciò che riesce a rubarti: il tempo,
il sonno, l'amore, la protezione, il cibo
lo fanno bello, lo formano, lo crescono.
Nemmeno l'ombra di un presepe
addolcisce la vera natività
la cui sconvolgente cruenza, infine,
è proprio ciò che ti impedisce di reagire,
meravigliato come un pastorello
davanti a questo livido macello
che non ha niente di divino né di casto
e proprio niente di rasserenante.
Finalmente qualcosa che è più forte di te
questo sì, questo è decisivo
un amore impossibile da trattare
un amore coatto, obbligatorio: 
finalmente, per la prima volta nella vita
qualcosa che non è da discutere.
La nascita è nemica del dibattito
per sua natura è poco democratica.
Non è un che fare. È un fatto.
Poi viene la Chicco: per contratto. 



(da Poetastro. Poesie per incartare l'insalata, 1993)




lunedì 28 febbraio 2011

Che cosa combino nella stanza accanto: esperimenti con il rame



Di solito, se mi è possibile, preferisco dedicare le mattine ai lavori di tipo intellettuale (una parola grossa, nel mio caso, ma insomma, come si dice a Roma "famo a capisse").

Se ho qualche libro da tradurre o da leggere e studiare, è in genere di mattina che lavoro con più concentrazione e con migliori risultati.

Nel pomeriggio, invece, sento di aver bisogno non solo di far riposare i già affaticati e sparuti neuroni, ma anche di usare le mani e se non cucino (fare i cosiddetti lavori di casa è raramente un'opzione che contemplo, ahimé) passo qualche ora a lavorare con perle e perline.

Ho la fortuna di avere a disposizione due spazi ben distinti: uno studio con libri, dizionari, computer e tutto quello che può servirmi per leggere, scrivere e studiare e una stanza dove invece posso dedicarmi ai lavori manuali.

In questa stanza, negli ultimi tempi sto facendo esperimenti con il filo di rame.

Mi piacciono le sue diverse sfumature: quella brillante e aranciata che ha naturalmente e quella opaca e più scura che si ottiene semplicemente avvicinandolo a una fonte di calore (nel mio caso, il fornello della cucina) e poi usando, con mano leggera e senza troppe pretese di perfezione, della finissima carta vetrata.

Tra l'altro mi pare che in quest'ultima versione stia bene con praticamente quasi ogni colore.

Sento già che sto per piombare allegramente nel meraviglioso gorgo di una nuova ossessione...

Potete trovare questi ed altri miei esperimenti nel mio shop, proprio qui

domenica 27 febbraio 2011

Sunday Music: The Greatest - Cat Power

Io non credo sia esagerato dire che per certi artisti si può provare un sentimento di gratitudine.

Ci sono certi libri, certe immagini nate dalla fantasia, dal dolore, o dalla gioia di altri, che - lo ripeto, non è un'esagerazione - ci salvano, ci redimono, o semplicemente ci fanno toccare la bellezza del mondo, che è tanto, è tutto - mi verrebbe da dire.

Per Cat Power, anche solo per aver scritto la canzone di oggi, io provo qualcosa che assomiglia molto alla gratitudine. 
A conti fatti, lo è.

Perché questa canzone mi assomiglia molto.

Parla di qualcuno che è costretto ad arrendersi, che è obbligato a liberarsi dell'illusione di essere forte, perfetto, in grado di sopportare qualunque peso e prova, convinto di avere un cervello, come dice un verso, capace di "spiegare qualunque sentimento".

Parla di qualcuno che è costretto ad accettare la propria debolezza, la propria fragilità e che vede la propria armatura di ferro andare in pezzi, cadere a terra, nella polvere, trascinata via dalle acque in piena.

La canzone non lo dice, ma io sento chiaramente che questa spoliazione, questo ritrovarsi nudi, senza corazza, senza quella presunzione di poter dominare con la razionalità la complessa materia dei propri e degli altrui sentimenti, è la prima condizione per potersi ritrovare e per sentirsi più leggeri, e autentici e fedeli a se stessi.

E da lì, per trovare, finalmente, gli altri.

Vi auguro una splendida domenica!









venerdì 25 febbraio 2011

Di modi piacevoli di passare il tempo, di processi mentali erratici e dell'ennesima torta al cioccolato

L'ho detto tante volte: sfogliare ricettari è uno dei modi di passare il tempo che amo di più.

In genere mi siedo al tavolo della cucina, magari con una tazza di tè verde, e con in mente un ingrediente cerco ricette.

La ricerca, che comincia in modo mirato, fatalmente e quasi subito comincia a prendere vie eccentriche e deraglia: di rimando in rimando mi ritrovo circondata da decine di libri, a leggere ricette che con l'idea originale non hanno niente a che fare.

Ma in fondo è sempre stato questo il mio modo di studiare o leggere: non riesco a non creare connessioni (a volte chiare solo a me), a farmi sedurre da intuizioni nate sul momento e dalla voglia di verificarle.

Dunque non vi sorprenderà sapere che mi sono imbattuta in questo dolce mentre cercavo tutt'altro; in effetti volevo cucinare un cavolo rosso.

Faccio fatica a ricostruire i passaggi che mi hanno portato da un cavolo rosso ad una torta natalizia al cioccolato, per non dire che li ignoro del tutto.

Ma nella vita mi pare che accada spesso: che ci si imbatta in qualcosa o in qualcuno in modo apparentemente casuale, seguendo percorsi che appaiono erratici ed imprevedibili, in realtà obbedendo a qualche misterioso e impellente desiderio di imbattercisi.

Io almeno la penso così - e tanto più riferendomi a questa torta, che è diventata LA torta di quest'inverno.

Non è poi, in fondo, il discorso che si faceva a proposito della bellissima Amore a prima vista di Wisława Szymborska?



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Christmas-spiced chocolate cake da Nigella Christmas di Nigella Lawson (con diverse e sostanziali modifiche)


(per una tortiera di 23 cm di diametro)

150 gr di cioccolata fondente
150 gr di burro
4 cucchiaini di caffè solubile
4 uova
150 gr di zucchero
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
100 gr di farina di mandorle
1 cucchiaino di cannella in polvere
un pizzico di chiodi di garofano in polvere
buccia finemente grattugiata di un'arancia

per il topping:

il succo di un'arancia
15 gr di burro
1 cucchiaio di zucchero
1/4 di cucchiaino di cannella in polvere
50 gr di mandorle a lamelle


Preriscaldate il forno a 180°.
Imburrate e infarinate la tortiera.

A bagnomaria sciogliete il burro, il cioccolato e i 4 cucchiaini di caffè liofilizzato e mettete da parte.

Montate le uova, lo zucchero e l'estratto di vaniglia fino ad ottenere un composto bianco e spumoso.

Con mano leggera aggiungete la farina di mandorle, le spezie, la buccia grattugiata dell'arancia.
Versate il composto nella tortiera e fate cuocere per circa 35'-40': tenete presente che si tratta di una torta morbida, dunque il famoso stecchino non potrà uscire del tutto pulito.

Tirate fuori dal forno la torta e lasciatela raffreddare su una gratella.

Nel frattempo, in un padellino, tostate appena la mandorle a lamella e mettete da parte.

In un pentolino fate invece scaldare il succo dell'arancia, il burro, lo zucchero e la cannella.
Cuocete per circa 1 minuto, poi aggiungete le mandorle e mescolate.

Versate tutto sopra la torta, che nel frattempo sarà leggermente collassata al centro - niente paura, va bene così.

Servite, eventualmente, con della panna montata aromatizzata con del Cointreau.

Enjoy!

(Dimenticavo: se usate il succo di un'arancia rossa, le mandorle del topping finiranno per assumere una sottile sfumatura rosata che una mia amica ha dichiarato essere "très chic").


mercoledì 23 febbraio 2011

Le poesie del mercoledì: Amore a prima vista - Wisława Szymborska

In un post di qualche tempo fa, ricordate?,  ho riportato una poesia di Wisława Szymborska.

La mia lettura della bella edizione dell'Adelphi che raccoglie tutti i volumi da lei finora pubblicati prosegue, a spizzichi e bocconi, l'unica modalità - pare - che per me vada bene di leggere poesia. 

Ma quelli di oggi sono versi che conosco e che amo da tempo.

Mi piace immensamente l'idea che un incontro possa essere in qualche modo il prodotto di una sorta di benevola congiura cui partecipa nientemeno che il cosmo tutto.

Che esista un armonioso e sapiente disegno che ci porta ad avvicinarci, senza che ce ne accorgiamo, a quelle mani, a quel profilo - e non a un altro.

E come non convincersi, guardando quegli occhi e ascoltando quella voce, che non fossimo destinati da sempre, prima o poi, ad incontrarli e ad amarli?


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Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano - 
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via 
da una spalla a un'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.


(da La fine e l'inizio, 1993)




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Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), a cura di Pietro Marchesani, Adelphi 2009.


domenica 20 febbraio 2011

Sunday Music: Signora Bovary - Francesco Guccini

Il mio fidanzato di quando ero al liceo (quello con velleità da pianista che dormiva beati sonni davanti ai film francesi) frequentava un gruppo assai eterogeneo di gente; penso di aver incontrato poche persone in vita mia circondate, come lo era lui, da una massa di conoscenti tanto disparati.

Credo che ciò dipendesse dalla sua concezione molto elastica dell'amicizia che io, sedicenne legnosa ed estremista, trovavo inconcepibile e indifendibile.

Sosteneva, in sostanza, che fosse meglio avere amicizie diversificate, con le quali condividere solo alcune attività: con Tizio, per esempio, si andava al cinema; con Caio in palestra; con Sempronio si parlava di politica, mentre di libri era più interessante discorrere con Pinco Pallino etc etc. 

Seguendo con inflessibilità questo principio, si era creato negli anni una rete di rapporti piuttosto superficiali ma che soddisfacevano ogni suo bisogno di condivisione. 
L'importante era non mescolare le carte, non pretendere di affrontare con Caio l'analisi della situazione politica italiana o di trascinare Pinco Pallino in palestra: insomma, non chiedere troppo e non farsi chiedere troppo.


Io trovavo assurda questa, per così dire, compartimentazione delle amicizie: mi sembrava il prodotto di un opportunismo e di una superficialità agghiaccianti, soprattutto perché di quelle persone raramente il mio fidanzato aveva vera stima.
Questo sistema, però, per lui funzionava alla perfezione e gli garantiva quel che più gli stava a cuore: una quasi continua disponibilità di compagnia (era una persona che aveva quasi un timor panico della solitudine e che non amava indulgere in qualunque forma di introspezione).

Venendo da una buona famiglia, frequentava tutto un giro di giovani rampolli della Roma bene eredi di primari, notai, antiquari con cui ogni tanto organizzava feste in qualche magnifico attico o settimane bianche in località alla moda.


Aveva, però, anche la passione per la moto e dunque diversi giorni alla settimana si incontrava con un gruppo di centauri, tra i quali molti erano i figuri semi-loschi (per non dire mezzi criminali, dato che passavano gran parte del loro tempo a truccare moto e motorini o a ricrearne di nuovi con pezzi sottratti nottetempo ad altri) con cui si divertiva a fare su e giù, con la moto, lungo la strada tutta curve che dalla collina dell'osservatorio astronomico scende fino alla piazza dove si trova il nuovo palazzo di Giustizia.


Ogni pomeriggio, poi, portava a spasso il suo chow chow e si ritrovava in una piazzetta del quartiere insieme ad altri cinomuniti, un gruppo che in parte coincideva con quello dei già citati centauri e in parte con quello dei tifosi della Roma (con cui, ovviamente, andava allo stadio o guardava le partite in televisione), ma non del tutto.

Infine, dilettandosi col pianoforte, frequentava un giro di musicisti in erba, quelli che io chiamavo con un certo disprezzo "i maniaci" o "gli autistici": per lo più silenziosi e poco comunicativi, si risvegliavano solo ed esclusivamente quando si parlava di musica e quando cominciavano non la finivano più. Impossibile discorrere con loro di qualsiasi altra cosa.


Per quanto maniaci e autistici, io preferivo senz'altro i musicisti ai giovani rampolli, ai centauri, ai cinomuniti,  e soprattutto ai tifosi della Roma: quanto meno, a frequentarli, c'era da conoscere e da ascoltare - non sempre, ma spesso - bella musica.

Devo a una serata a casa di uno di loro, un elemento singolarissimo e a modo suo affascinante (un certo Fabrizio, grande virtuoso della chitarra che soffriva di vari e misteriosissimi disturbi psicosomatici ed era lunatico oltre ogni dire - cioè molto più di me) il mio primo incontro con questa canzone di Francesco Guccini.

Io amo molto il Guccini irriverente e clownesco, creatore di divertissements irresistibili (penso ad esempio a I fichi o a La fiera di San Lazzaro) e amo anche quello irruento ed energico, il violento e indignato castigatore dei suoi grandi classici che ancora oggi infiammano le folle dei suoi concerti.

Ma quello che preferisco è senz'altro il Guccini che canta le storie piccole di un'umanità spesso strozzata dalla solitudine o dall'infelicità, che si arrabatta a sopportare la fatica di vivere giorno dopo giorno una vita dagli orizzonti fatalmente limitati; un'umanità per la quale Guccini mi sembra sappia trovare sempre parole di rara delicatezza e tatto e poesia e provare vera, fraterna e misericordiosa comprensione.

Buona domenica!









mercoledì 16 febbraio 2011

Le poesie del mercoledì: Emily Dickinson

Da qualche giorno leggo le poesie di Emily Dickinson.

Le leggo dopo pranzo, quando in casa regna una strana atmosfera sospesa: la Spia e le gatte sonnecchiano, ognuno nel suo posto preferito per la siesta pomeridiana ed io sono sola, e in silenzio.

Non credo si possa restare indifferenti ai versi di Emily Dickinson.
Hanno una tale qualità di originalità, unicità, individualità che non li si può leggere scrollandoseli poi di dosso come se niente fosse.


Non voglio dire che debbano piacere a tutti, anzi (di cosa si potrebbe dire una cosa del genere, tra l'altro?).


Ho letto alcune sue poesie che mi hanno lasciata frastornata e confusa: non ho capito, non ho sentito che cosa volessero esprimere.
Pure, ho capito e sentito benissimo che sono il frutto di una sensibilità potente, originalissima, irripetibile (cosa che forse si potrebbe dire di ogni sensibilità; pure, pare evidente che per alcune ciò sia più vero).

Anche così, non capendo e non sentendo, la suggestione delle loro parole è stata intensa e mi è sembrato di scorgere, di sfuggita, un bagliore, il riflesso fuggevole e ipnotico di qualche strano reame cui finora non ho avuto accesso e della cui esistenza e misteriosa, straniata bellezza, però, non posso dubitare.


E certo, il personaggio Emily Dickinson non può non colpire e sedurre.
Che cosa spinge una giovane donna a chiudersi in una stanza e a non uscirne che in un paio di occasioni in circa 30 anni?


Quale disciplina, quale feroce desiderio di essere fedeli a se stessi possono indurre a fare una scelta tanto drastica, tanto estrema, tanto assurda - in fondo?
Oppure, quale paura del mondo, quale impossibilità, quale fragilità estrema e irredimibile?

Pure, dalla sua stanza chiusa, Emily Dickinson visse a modo suo un'esistenza piena: non solo una vita interiore e creativa di rara potenza e intensità, ma anche una vita di relazione, di scambio e di comunicazione con gli altri.


Mi chiedevo, ieri pomeriggio: non avrà mai sentito la tentazione di abbandonare quel suo eremo in cui nessuno l'aveva confinata? Di venir meno alla sua scelta optando per una vita meno estrema, più incline al compromesso?Non avrà mai sentito pesarle addosso come un macigno la solitudine?


Poi ho letto questa poesia e mi è sembrato di avere avuto una risposta.


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Sola, non posso essere -
poiché schiere - mi visitano -
compagnia senza traccia -
che elude chiavi -


Non hanno vesti, né nomi - 
non almanacchi - né climi -
ma case diffuse
come gnomi - 


Il loro venire, è annunciato
da messaggeri interiori - 
il loro andare - non lo è -
poiché non vanno mai -




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Emily Dickinson, Poesie, a cura di Massimo Bacigalupo, Mondadori 1995.



lunedì 14 febbraio 2011

Che cosa combino nella stanza accanto: una collana rossa

È cosa risaputa che io abbia inclinazioni animiste, che tenda cioè a credere che anche gli oggetti abbiano una loro sensibilità (ne ho parlato, per esempio, qui). 


È una cosa che mi viene dall'infanzia, da quando trovavo grande conforto nell'immaginare che - per esempio - il tavolo, la sedia, la vecchia radio a cassettone che era nella mia camera, il giradischi arancione e la tazza della colazione fossero, invece che semplici oggetti muti e indifferenti, miei alleati ed amici.

Intrattenevo con loro lunghe e per lo più silenziose conversazioni, attribuendogli sentimenti e idiosincrasie e persino una certa libertà d'azione (come quella volta che il pentolino del latte cadde "inspiegabilmente" dalla credenza: non era stato sistemato al posto giusto e non era a suo agio lì dove si trovava, tutto qui).


Mi facevano molta pena tutti gli oggetti che per qualche ragione mi sembravano esclusi o emarginati, magari perché spaiati: l'ultimo cucchiaino da caffè di un vecchio servizio ormai andato perso; l'unico bottone di madreperla sopravvissuto ad una camicia che da tempo era stata trasformata in straccio per la polvere; un vecchio orecchino di mia sorella che aveva perso il gemello chissà dove. 


Tendevo a conservare tutti questi derelitti in qualche mia scatolina segreta, tutti insieme, perché si facessero compagnia e si sentissero meno infelici - secondo il ben noto principio del "mal comune etc etc" - che oggi, detto per inciso, mi lascia piuttosto perplessa, ma che da bambina trovavo giustissimo.

A dire il vero non sono cambiata molto da questo punto di vista.

Sebbene sia diventata più selettiva nel mio accumulare oggetti apparentemente inutili (per non dire che son diventata spietata nell'eliminarli), pure ho una particolare predilezione per gli "spaiati".

Nella vetrina rossa dove conservo tutti i materiali che uso per fare i miei orecchini, ce ne sono molti di questi cani sciolti: rimasugli e avanzi di altre realizzazioni cui non ho trovato ancora un utilizzo e che rimangono lì, in qualche bustina o scatolina - ho un debole per i contenitori di ogni foggia e misura - in attesa di poter diventare parte di qualcosa.

Qualche giorno fa, dunque, mi sono accorta che avevo voglia di fare qualcosa di rosso, una collana per la precisione, proprio utilizzando molti di questi "orfanelli" e alcune perline di vetro rosse che un tempo erano infilate in una collana con una lunga storia: ricordate l'amico ritardatario della tragicomica cena di questo post? Ecco, quella collana me la portò lui da Damasco, ma poi mi si ruppe (la storia non è in effetti poi tanto lunga, a ben pensarci).

Volevo che fosse una collana asimmetrica e un po' bislacca, che portasse anche nella forma l'impronta di tutti i suoi elementi spaiati e singoli.

Ci ho messo un bel po' per arrivare a un risultato che mi soddisfacesse, ma alla fine, ieri pomeriggio, credo di esserci riuscita.

Ora,  guardandola adagiata sul mio collo, mi sento un po' come una benefattrice: non più sole, tutte queste perline si fanno una bella compagnia, e grazie a me.

Adesso mi piacerebbe trovarle un nome a questa collana: è da almeno una settimana che ci parlo, sarà prima o poi il caso di darglielo.


Magari potete pensarci voi.
Nel frattempo, la potete trovare ovviamente qui.

domenica 13 febbraio 2011

Sunday Music: La banda dell'ortica - Enzo Jannacci

La Spia mi prende spesso in giro perché, lui escluso -  ovviamente - in fatto di uomini ho gusti, a suo parere, piuttosto eccentrici.

In effetti, chi mi conosce conosce anche la mia passione per alcuni rappresentanti del sesso maschile che notoriamente non rientrano nelle classifiche degli uomini più desiderabili del pianeta.

Nella mia personale lista, infatti, ai primi posti non si piazzano né Johnny Depp (per quanto...) né tanto meno Brad Pitt, ma nemmeno il già più simpatico George Clooney.

Non starò qui a far l'elenco degli uomini improbabili che popolano la mia fantasia, molti dei quali, tra l'altro, deceduti (ho un debole per gli attori del vecchio cinema americano). Posso dirvi, però, che Enzo Jannacci è uno di questi (e questo vi dirà molto e vi indurrà a pensare che, tutto sommato, la Spia ha forse dei buoni motivi per rimanere perplesso di fronte ai gusti della donna che lo ha scelto come suo compagno) e quando canta questa canzone, poi, lo trovo assolutamente irresistibile.

Trovo irresistibile la sua ironia stralunata, la sua pudica tenerezza, quel suo modo di fare che lo fa sempre assomigliare a qualcuno appena caduto qui sulla terra da qualche pianeta lontano e assurdo, e quella spudorata e scatenata goffaggine nel modo di muoversi sul palco mentre canta a squarciagola. 

Ogni volta che lo vedo in tv o lo sento cantare, mi viene in mente un'espressione che trovo bellissima, che la suocera usa per descrivere qualcuno che le sta molto simpatico ma l'è minga trop giüst, e anzi, proprio per questo le piace: è un sacramento di uno.

Posso essere anche di pessimo umore o arrabbiata con lui; la Spia lo sa che basta che da dietro gli occhiali mi sorrida e accenni a canticchiare "perché a vederci non vedeva un'autobotte, però sentirci ghe sentiva un accident" e può chiedermi (quasi) qualunque cosa.

Buona domenica! 
(Ci vediamo in piazza?)