sabato 14 aprile 2012

Un altro sguardo: Cristina Dalla Valentina


Fine febbraio
Mi sono imbattuta in Cristina Dalla Valentina non ricordo nemmeno io come, probabilmente avendola più volte incrociata nel blog della cara Tiziana Rinaldi.
Ero rimasta colpita dai suoi commenti, sempre così personali, puntuali, scritti - si sentiva - con autentico calore. 
Poi ho cercato il suo blog e ho scoperto il suo mondo.

Un mondo di acquerelli, di natura soprattutto, di quella campagna e quel paesaggio veneto così  legati a una parte molto antica e molto lontana di me, quella dei miei nonni materni. 
Nei suoi canali fiancheggiati da filari di alberi ho riconosciuto, con un tuffo al cuore, lo spettacolo che vedevo tutti i giorni dalle finestre della casa dei miei nonni, durante le mie brevissime visite estive.

Ma anche un mondo di ritratti, soprattutto dei suoi cari, colti - con l'attenzione e l'affettuosa, pudica precisione che solo un volto amato ispira - in espressioni assorte, concentrate, oppure buffe, irriverenti, che guardano negli occhi chi li osserva oppure fissano qualcosa che non sappiamo e che possiamo solo immaginare.

In ogni caso, la pittura di Cristina è una pittura di sentimento, mi vien da dire; attenta al reale e al tempo stesso allusiva di altre dimensioni (penso ai suoi alberi che sembrano interagire tra loro e con noi che li osserviamo), inequivocabilmente femminile ma niente affatto svenevole o leziosa, lontana mille miglia dal cliché dell'acquerello come forma d'arte destinata alle signorine di buona famiglia di un tempo. 

I suoi boschi e i suoi campi, la sua frutta e i suoi fiori trasmettono insieme serenità e potenza, armonia e spontaneità, forza e dolcezza, danno immagine e colore allo spirito della natura che li anima, così presente sotto i nostri occhi e quotidiano e vicino e pronto, pazientemente, a mostrarsi, a comunicare - nonostante le continue, insensate violenze che spesso gli vengono inferte da noi umani - e insieme così misterioso e inafferrabile.


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Dicci qualcosa di te e che cosa fai
Mi chiamo Cristina, e sono una pittrice veronese... dipingo soprattutto con l’acquerello, che mi ha conquistato qualche anno fa e che non ho più abbandonato!

Da dove trai ispirazione?
È troppo banale dire "dalla mia vita"? Eppure è proprio così: la voglia di dipingere scaturisce per me sempre da qualcosa che vedo in prima persona, che mi colpisce per le sue qualità intrinseche, o per come si dispone nello spazio in relazione al resto: un'espressione intensa sul volto di una persona, un paesaggio evocativo, ma anche la forma e il colore degli oggetti, la luce e le ombre... ciò che mi attraversa la vista, mi arriva al cuore e mi emoziona. Potrei dire che i miei dipinti nascono contemplando le cose, facendole risuonare dentro di me.

Quando hai capito di aver trovato il tuo personale percorso creativo?
Devo ammettere che ho cercato a lungo la mia strada, provando vari percorsi, e perdendomi quasi sempre... poi ho incontrato la pittura, e ho capito che avevo trovato il mio vero cammino quando mi sono resa conto che mentre dipingevo non avevo più bisogno di altro... che dipingere soddisfaceva pienamente il mio bisogno creativo, placava la mia sete, mi lasciava tranquilla e appagata, come non erano mai riuscite a fare le altre passioni che ho seguito e che seguo tuttora (fotografia, letteratura...).

Conversazione a tre
Quali sono state (se ce ne sono state) le difficoltà che hai dovuto affrontare all'inizio? E come hai fatto a superarle?
Il mio problema maggiore è stato, ed è ancora, trovare il tempo per poter dispiegare tutto il potenziale creativo che vorrei... all'inizio, quando i miei figli erano molto piccoli, è stato molto difficile, adesso che vanno a scuola è un po' più semplice, ma comunque non mi è ancora possibile dedicarmi solo all’arte come professione esclusiva (infatti ho anche un secondo lavoro in un ufficio), e questo rende difficile trovare il tempo e soprattutto le energie necessarie... rischio sempre di trovarmi già stanca quando finalmente posso dedicarmi alla pittura, e spesso è tutto un equilibrio da cercare e ricreare ogni volta, per non perdere il filo dell'idea creativa e dell'ispirazione nonostante le mille interruzioni.
Ma questa è la mia vita, e credo che anche altri artisti abbiano questi stessi problemi... e poi da questa quotidianità traggo anche gli spunti per la mia pittura, per cui forse è anche un bene che sia così!

Hai mai dei blocchi creativi? E se sì, che cosa fai?
I blocchi creativi! Lo spauracchio di ogni artista... 
Intanto devo dire che nel tempo ho maturato l'idea che questi periodi di difficoltà nel creare, che noi viviamo come momenti sterili e di stasi, in realtà siano delle pause che ci vengono imposte dalla nostra stessa dimensione creativa. Noi vorremmo sempre essere produttivi, ma per ricaricare l'ispirazione servono anche dei periodi di rallentamento, di silenzio, di ascolto, di elaborazione interiore, direi quasi di meditazione, per permettere alla creatività di farci visita, per poter sentire la sua voce al di là delle corse quotidiane e degli innumerevoli stimoli che riceviamo.
Quindi credo che sia la nostra stessa creatività a intimarci di fermarci, di prestare attenzione, di fare silenzio dentro di noi e di non dare per scontato il suo dono.
Detto questo, i modi con cui cerco di vivere questi momenti sono appunto nella linea del rallentare i ritmi, per quanto possibile, del mettermi in ascolto, del cambiare la routine: prima di tutto allontanandomi dal computer e dal web, riposando, dormendo di più, leggendo un buon libro, trovando il tempo per una passeggiata nella natura, godendomi la compagnia dei miei cari; poi anche provando nuove tecniche pittoriche o dedicandomi alla fotografia. 
E soprattutto, cercando di credere nella mia arte al di là di ciò che sto provando in quel momento, avendo fiducia che il dono della creatività mi verrà elargito ancora, magari trasformato e arricchito.

Ritratto con bandana
C'è stata una persona che in qualche modo ti ha fatto da guida, o da modello, o ti è stata di ispirazione?
Più che ad una singola persona devo molto alla community che ho incontrato sul web: soprattutto quando un paio d’anni fa ho iniziato a condividere, timidamente e con molte incertezze, i miei lavori sul blog, mi sono stati di grande aiuto l'apprezzamento e l'incoraggiamento ricevuto attraverso visite e commenti. Sono anche nate delle amicizie più profonde, che sono state e sono ancora di fondamentale importanza per i consigli, l'appoggio, la condivisione che viene scambiata tra di noi. 
Ma il web è importante per me anche come fonte di ispirazione: attraverso i vari siti e blogs di artisti e crafters ho avuto accesso a vari tutorials, workshops on line e libri sul processo pittorico e creativo in generale, e ho potuto anche confrontarmi non solo con i grandi maestri, ma anche con modelli più raggiungibili, più a portata di mano, insomma più imitabili... e quindi elaborare un mio percorso seguendo anche le loro orme.

In genere come lavori? Come si sviluppa per te il processo creativo? Segui particolari procedure, usi particolari tecniche, hai piccoli riti?
Come dicevo prima, l'ispirazione mi viene da ciò che vedo, e che mi colpisce per la sua "necessità" di essere dipinto. 
Di solito scatto delle fotografie che mi servono come base per elaborare il dipinto, il quale spesso però prende una sua strada indipendente dagli scatti fatti. Altre volte, soprattutto per le nature morte, parto anche dagli oggetti reali posti di fronte a me.
Non uso molto gli schizzi come base di partenza, perché in genere tendo ad esaurire la voglia rappresentativa già mentre sto disegnando e dipingendo sul mio taccuino. Spesso però questi schizzi e tentativi mi servono per sperimentare una tecnica alternativa, o per tenere esercitato il collegamento tra occhio e mani.
Parto dalle foto, dicevo: e a volte l'idea nasce anche dalla manipolazione di queste foto al computer, attraverso il fotoritocco, il ritaglio, le sovrapposizioni... ancora attraverso l'osservazione e l'elaborazione di ciò che vedo, anche se in questa seconda fase in modo mediato e non più diretto.
Poi, comincio a dipingere... e qui tutto va a gambe all'aria! nel senso che poi la "musa" mi prende la mano, e mi dirige lei dove vuole, a volte anche stravolgendo i piani fatti, o magari facendomi capire che la strada da seguire è un'altra rispetto a quella che pensavo... in ogni caso, questo è il momento della libertà, in cui lasciar andare ogni preconcetto e ogni programma, e affidarsi solo al pennello e al colore.
Non ho riti particolari, ma mi piace sviluppare i dipinti in serie. Chi ha visto i miei acquerelli sa della mia passione per gli alberi e i loro "abbracci", per certe espressioni sospese dei volti, per la frutta e la verdura disposte geometricamente, per alcuni scorci della campagna intorno a casa. In questo modo ogni dipinto finito diventa una finestra aperta sul successivo, e ogni soggetto è come un amico che già conosco e che voglio però conoscere sempre di più.



Puoi descrivere brevemente il luogo in cui lavori?
Il mio angolo di pittura è nella mansarda di casa mia, e lo condivido con lo studio di mio marito. E' molto semplice, visto che consiste solo di un grande tavolo, e di scaffalature e cassetti in cui tengo tutti i miei strumenti: innanzitutto carta, acquerelli e pennelli, ma anche matite, pastelli, colori acrilici e a tempera, inchiostri, penne e pennarelli... e tanti tanti libri d'arte: manuali, cataloghi, riviste...
   
Ranuncoli
Come promuovi il tuo lavoro? Hai qualche consiglio in merito?
Per il momento sono due i campi in cui mi muovo: il web, attraverso il mio blog e il social network, dove ho l'occasione di far vedere i miei dipinti e di condividere il mio cammino creativo. Ho anche una piccola gallery sul mio blog, dove è possibile acquistare i dipinti disponibili per la vendita.
L'altro ambito è quello locale, dove sto cercando di farmi conoscere e di mostrare il mio lavoro pittorico: qui è ancora tutto agli inizi, e per il momento ho cercato di sfruttare i canali che sono alla mia portata (le relazioni personali, le conoscenze, gli ambiti lavorativi...) per mostrare i miei dipinti e per distribuire materiale informativo.
Proprio perché sono agli inizi (non sono ancora due anni che ho cominciato a vendere i miei dipinti...), i consigli per promuovere il mio lavoro li cerco soprattutto dagli altri, da amici che hanno più esperienza, o da altri artisti a cui mi ispiro, o anche consultandomi con mio marito.
Ma più che un'idea pratica vorrei consigliare un atteggiamento: l'elasticità. Cioè la capacità di cogliere le opportunità di promozione del nostro lavoro anche nei luoghi e nelle situazioni che non avremmo mai pensato, e di cambiare strategia se una certa strada non funziona.

Un progetto nel cassetto?
Vorrei esplorare una dimensione più mixed media dei miei dipinti, con l'immissione di collage, elementi tridimensionali, e l'utilizzo di colori e materiali acrilici... Ho già provato ad utilizzare gli acrilici liquidi o il gesso per lo sfondo di alcuni acquerelli. Mi piace l'effetto di texture che si ottiene e che contrasta con la stesura tradizionale del soggetto rappresentato. In questi mesi sto lavorando sul mio sketchbook in questa direzione, provando materiali alternativi.

Un sogno?
Poter fare della pittura il mio unico lavoro, dedicando ad essa tutto il mio tempo e le mie energie!

E poi...
Te, oggi, in 3 aggettivi
Più che tre aggettivi userei tre nomi: colore, luce e contemplazione.

Te, bambina, in un ricordo o un'immagine
Vi lascio questa foto di me a 7 anni: chissà cosa stavo guardando... ma mi piace pensare che sia già lo sguardo di una pittrice.

Il dono di natura che vorresti avere
Ho sempre ammirato gli scrittori, la loro capacità di narrare, di inventare storie... ecco, secondo me questo è un dono meraviglioso, che mi incanta e che vorrei tanto avere...

Forse non tutti sanno che... (qualche cosa di curioso, o di buffo, su di te)
... davanti a un sacchetto di patatine perdo ogni controllo!

Sul tuo tavolo di lavoro...
... si mescolano gli strumenti semplici di un'arte antica come l'acquerello (acqua, tubetti di colore, pennelli, carta) e le meraviglie della tecnologia di oggi, per la quale confesso una vera passione (il mio mac, due stampanti, l'ipad, la mia nikon).

Sul tuo comodino...
... ci sono i banali strumenti della vita quotidiana: la lampada da notte, la sveglia, la crema per le mani. Ma da quando ho memoria, lì riposa anche il compagno che mi ha sempre seguito nella mia vita: il libro che sto leggendo.

Nella tua borsa...
... di tutto e di più! tendo a "portarmi via la casa", come si dice... in ogni caso non manca mai la mia fedele nikon, per cogliere l'ispirazione e le immagini non appena si presentano. Ma quanti chili trascino con me ogni giorno!

Dalla tua finestra...
...un parco cittadino, che faccio finta che sia una prateria.

Temporale estivo
Prima di spegnere la luce...
...un bacio ai miei due figli, già addormentati, e a mio marito. Poi, nel silenzio, il fruscio amico delle pagine del libro...

Il tuo motto (se ne hai uno)
Mi ripeto spesso queste due frasi: "rallenta ogni volta che puoi", e "anche ad essere si impara". La seconda è dal Cavaliere inesistente di Calvino, la prima me la sono inventata io... non sarà un gran che, ma vi assicuro che serve.

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Se volete approfondire la conoscenza di Cristina (e io non posso che consigliarvelo!) questi i suoi contatti:



domenica 8 aprile 2012

Dai diamanti non nasce niente di Serena Dandini


Che questo libro l'abbia scritto proprio Serena Dandini, e non un ghost writer sottopagato, è fuor di dubbio.

Ad ogni pagina, ad ogni riga, si sente distintamente la sua voce, quella che siamo abituati ad ascoltare in programmi che, possono piacere o non piacere, ma di sicuro sono stati e sono tra i più intelligenti e guardabili che mai la tv abbia trasmesso negli ultimi 30 anni (e questo, secondo me, grazie soprattutto ai professionisti di cui la Dandini si circonda; se ha un talento questa donna, ma un talento vero, è proprio quello di saper scegliere i propri collaboratori).

A me in particolare Serena Dandini non è mai stata troppo simpatica; le riconosco un'innegabile verve, una vena lieve di spensieratezza che trovo incantevole in chiunque, ma mi irrita quel modo che ha spesso di urlare invece di parlare, il fatto che ormai si ripeta come un disco rotto - stessi gesti, stessi ammiccamenti, stessi tormentoni – e soprattutto il suo essere sempre così attenta a rispettare tutti i riferimenti culturali d'ordinanza (dai modi di dire ai gusti musicali, cinematografici, letterari, gastronomici etc.) per essere chic ma alternativa, sofisticata ma popolare, femminista ma non vetero-femminista, cosa che ai miei occhi la rende, non sempre ma spesso, un concentrato di incredibili e stancanti luoghi comuni e che, nei giorni in cui ho le paturnie, mi appare un vezzo incredibilmente snob che trovo particolarmente indigesto e mi ricorda le pastorellerie di Maria Antonietta e della sua noiosissima e annoiatissima corte (tra l'altro citata nel libro).

Ritrovare questi vezzi e questi luoghi comuni abbondantemente disseminati in 300 e passa pagine mi ha spesso indisposta e fatto alzare gli occhi al cielo; detto questo – e so di contraddirmi – Dai diamanti non nasce niente l'ho letto macinando pagine su pagine con un senso di incredibile, leggera euforia e un crescente buonumore. Sarebbe ingeneroso affermare che il merito del piacere che ho tratto da questo libro è da attribuirsi quasi esclusivamente al suo argomento (in questo momento della mia vita poche cose mi rallegrano e mi interessano di più che dedicarmi alle piante – anche nelle mie letture) e dunque non lo dirò: queste pagine nascono da una reale passione e da un sincero, autentico entusiasmo; difficile non lasciarsi gioiosamente contagiare se si condivide la stessa evidente fascinazione per la verdure che ha l'autrice.

Questo libro non è comunque un manuale di giardinaggio (rarissime e assai vaghe le indicazioni pratiche di qualunque sorta, dunque non acquistatelo se pensate di poter imparare qualcosa leggendolo), ma una raccolta di divagazioni e racconti: storie di celebri giardini, vite e gesta di fenomenali giardinieri – da Claude Monet a George Harrison, da Auguste Renoir al principe Caetani, dal mitico Peter Beales a Fabrizio De Andrè all'immancabile Vita Sackville West (con l'altrettanto immancabile riferimento a Virginia Woolf e alla di lei sorella che, vorrei dirlo alla signora Dandini, non mi risulta essere mai stata sposata con un artista di nome Ben, semmai con un critico d'arte di nome Clive Bell), più alcuni aneddoti personali più o meno interessanti; il tutto confezionato con un certo garbo e con levità, talmente tanta levità che – ne sono certa – tra qualche mese non mi resterà, di questo libro, alcun ricordo.


Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente, Rizzoli 2011.




martedì 3 aprile 2012

L'arte delle liste di Dominique Loreau

Difficile per me esprimere un giudizio su questo libro attraverso il sistema aNobiiano delle stelline; ma anche cercare di definirlo a parole mie non è impresa facile.

Pure, cimentandomici, il primo aggettivo che mi viene in mente è "pericoloso".

Per certi versi è un libro perfetto per me, per essere più precisi per quella parte di me che sogna da sempre di essere efficiente, organizzata, sempre in controllo quasi pressoché di tutto, dal contenuto del frigorifero alle vacanze, dalla programmazione delle faccende domestiche (stendiamo un velo pietoso sull'argomento, please) ai ricordi del passato, dalla collezione dei cd alla mia libreria (e benedetto sia aNobii per questo).

Perfetto, questo libro, lo è anche, e soprattutto (e qui sta il pericolo), per quel mio lato indubbiamente maniacale e morboso che ama le liste, appunto, gli elenchi, i cataloghi, i repertori, gli indici e gli archivi, e rischia di trovare soddisfazione e appagamento semplicemente nell'atto di catalogare e inventariare l'esistente, senza dover necessariamente farci i conti nella realtà dei fatti; quel lato che mi ha fatto sempre amare le biblioteche, i loro schedari cartacei compilati a mano da pazienti impiegati e consultati da studenti, professori universitari, laureandi, curiosi, il variegato mondo che popola queste meritevoli istituzioni (e che brutto che ora questi schedari siano dei freddi files da consultare utilizzando una tastiera e uno schermo, benché ovviamente ciò abbia semplificato enormemente la vita di chi vuole servirsene).

Ho da sempre l'abitudine di prendere appunti su quasi qualunque cosa e su quasi qualunque supporto: mi servo di scontrini, ricevute del bancomat, carte delle caramelle, fazzolettini del bar, dépliants, biglietti scaduti dell'autobus. Pur avendo un'agenda e molti taccuini di diverso formato e genere, difficilmente me ne servo per scriverci, preferendo loro – senza alcuna ragione intelligente, ma solo per pigrizia - tutti questi pezzetti di carta che finiscono, poi, immancabilmente, per perdersi, spiegazzati e dimenticati, nei misteriosi e inquietanti meandri della mia borsa.

Il sistema teorizzato dall'autrice per ovviare a questa incresciosa situazione (evidentemente sono in buona compagnia) è forse un po' troppo dettagliato e preciso per me, ma ragionevole se adattato alle mie possibilità e soprattutto alle mie esigenze.

E sebbene alcune liste mi siano francamente incomprensibili (“Scene di film romantici ambientati a New York sotto la neve”, “Varietà di muschio per il giardino”, “I favori che vorreste chiedere all'aldilà”, “Descrizione di un piccolo altare pieno di oggetti che rappresenti il centro del vostro io”, per citarne alcune), ce ne sono altre la cui compilazione potrebbe indubbiamente semplificarmi l'esistenza (penso a quelle riguardanti i viaggi e la preparazione della valigia, per me sempre un incubo), offrirmi prospettive inedite su questioni o problemi irrisolti, mettermi maggiormente in contatto con tutto il buono e il bello della mia vita, tenere traccia di momenti preziosi che possono rischiare di scivolare lentamente nell'oblio o quanto meno di appannarsi.

Che dire? Proverò.



Dominique Loreau, L'arte delle liste, traduzione di Ornella Ciarcià, Antonio Vallardi Editore 2012.

mercoledì 28 marzo 2012

Della sindrome della primavera, di speranze e di una torta alle mandorle

E allora dunque, la primavera è qui, già da un po'.

La cara Wenny si lamentava, qualche giorno fa, del fatto che sia arrivata troppo presto, scippandola in anticipo dell'ultimo scampolo d'inverno (e mi ha fatto morire dal ridere sbeffeggiando bonariamente i turisti, che qui a Firenze, già da un mese e mezzo, girano per il centro in infradito e canottiera; lei li chiama "nudisti"; io, tra me e me, li ho sempre appellati "gli smutandati").

Io non mi lamento troppo, anche se con la primavera ho un rapporto complesso (ne ho sproloquiato qui).

Di sicuro soffro di una sindrome primaverile, che tra i suoi effetti più vistosi e imbarazzanti ha quello di farmi addormentare praticamente ovunque e nei momenti meno opportuni (per poi lasciarmi insonne di notte, quando dovrei dormire) e di farmi essere ancora più svagata e distratta del solito.

La Spia, poveretto, che già è abituato a dirmi le cose un paio di volte - sono notoriamente sorda; o meglio, capisco fischi per fiaschi, che forse è peggio - tra poco passerà direttamente a comunicare con me attraverso grandi cartelli disegnati e vivacemente colorati, per vedere di attirare la mia attenzione e soprattutto nella speranza che io ricordi ciò che mi ha detto (ché di questi tempi io mi dimentico da qui a lì).

La quercia del cortile è un tripudio di verde tenero e fresco; nel mio balcone ci sono due nuove edere, due gerani rossi nuovi nuovi, una lavanda che sta per resuscitare (speriamo, speriamo), i miei due gelsomini che cominciano a stiracchiarsi, mentre sul balcone della cucina sono riapparsi la salvia, il timo, il basilico, la menta. L'alloro, donatomi dalla mia amica Chiara circa un anno fa, sta mettendo nuove foglioline fragili e verdissime: uno spettacolo.

Difficile però pensare che queste giornate indubbiamente magnifiche, assolate e tiepide, non nascondano una vera iattura per le nostre campagne. Non piove da non si sa più quanto e la cosa non può far piacere a nessuno.

Voglio essere ottimista, però, e credere nella possibilità di una primavera mite e un po' piovosa. 
Speriamo speriamo speriamo.

Ma non ci immalinconiamo!

La ricetta di oggi è quella di una torta davvero buona, da fare con le ultime arance della stagione (quest'anno con il gas io e la Spia ne abbiamo comprati circa 50 kg - non scherzo) e con le mandorle: una ricetta preziosa se, vittime della sindrome della primavera, ci si accorge di avere ordinato per ben due volte in meno di un mese circa 2 kg  di mandorle siciliane. 

Aspettatevi altre ricette in tema!

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Almond & Orange Cake (da Entertaining at Home, di Rachel Allen), con modifiche

(per una tortiera di 20 cm di diametro)

per la torta:

100 gr di burro, a temperatura ambiente
125 gr di zucchero (in origine 175 e semolato; io ho usato il Demerara del commercio equo che ho passato per un attimo nel tritatutto - è abbastanza grosso -)
3 uova
il succo e la scorza finemente grattugiata di un'arancia
1 cucchiaino di lievito per dolci
150 gr di mandorle tritate (in origine 100 gr + 50 di farina)

per lo sciroppo:

75 gr di zucchero a velo
il succo di un'arancia
1 cucchiaio di Cointreau o Grand Marnier (io ho usato il Grand Marnier perché quello ho in casa)

Preriscaldate il forno a 180°. Imburrate la teglia e foderatene la base con carta da forno.

Lavorate con le fruste il burro fino a quando non sia morbido. 
(Se, come me, raramente vi ricordate di tirare fuori il burro in anticipo perché sia a temperatura ambiente quando cominciate a fare una torta, ovviate al problema usando un pelapatate: ricaverete delle "strisce" sottili che si lavorano benissimo).

Aggiungete poi lo zucchero e continuate ad usare le fruste fino a quando il composto non sia soffice; poi unite le uova, uno alla volta, la scorza e il succo dell'arancia.

Con un colino setacciate il lievito (può sembrare eccessivo, ma non c'è niente di peggio che ritrovarsi sotto i denti un piccolo grumo amarognolo di lievito non setacciato), infine aggiungete le mandorle tritate.

In forno per circa 30'-40' (io metto il timer a 30' ed eventualmente do alla torta altri 5'-10', dipende da come gira al mio forno; per esser sicura, faccio comunque la prova dello stecchino, che dovrà uscire pulito): la torta sarà piuttosto scura.

Nel frattempo, preparate lo sciroppo: in un pentolino su fuoco dolce mettete lo zucchero a velo e il succo dell'arancia. Il tempo necessario perché lo zucchero si sciolga: 1'-2' minuti et voilà. Vi basta aggiungere il cucchiaio di liquore e mettere da parte.

Quando la torta è pronta, sforacchiatela giudiziosamente con lo stecchino e versateci sopra lo sciroppo.

Tiepida è molto buona (magari servita con un po' di panna appena addolcita da zucchero a velo e con un po' di Cointreau o Grand Marnier), ma anche fredda. 

Si tratta ovviamente di una torta molto umida, di quelle che si sbriciolano un po' quando le tagliate - dandovi una splendida scusa per smangiucchiarne quantità allarmanti tra una fetta e l'altra: proprio una torta di quelle che piacciono a me.


Enjoy!


lunedì 26 marzo 2012

Bugiarda no, reticente di Franca Valeri


Che Franca Valeri fosse un'attrice dotata di finissima, sottile ironia lo sapevo già.

Che fosse una donna tanto intelligente, date le premesse, lo avevo intuito, anche dalle interviste che mi è capitato di ascoltare o leggere negli anni.

Ma che potesse scrivere in modo tanto personale, originale e brillante è stata per me una vera, gradita sorpresa.

Leggendo questa sorta di autobiografia si ha davvero l'impressione di trovarsi di fronte ad un individuo assai particolare, dotato di processi emotivi ed intellettuali assolutamente unici e personali e liberi.

Si sente, in ogni pagina, il piacevole ronzio di una mente sveglia, curiosa, indipendente, adamantina, che si accompagna, in armonioso contrappunto, a una sensibilità accesa, autentica, espressa in modo pudico, sobrio, con elegante, femminilissima e a tratti burbera reticenza, appunto.

Da grande signora quale è sempre stata per nascita e temperamento, con un filo di divertito snobismo ogni tanto la Valeri snocciola qualche incontro importante con personaggi quasi mitici (la conversazione con Laurence Olivier con in mano un piatto di pasta; lo scambio di battute con Charlie Chaplin dietro il sipario di un teatro parigino), o parla con svagata, divertita leggerezza delle sue storie d'amore (dalle quali, si intuisce, ha avuto anche lei la sua dose di sofferenze e delusioni, tutte vissute – apparentemente – con intelligente ironica accettazione, appena appena velata di amarezza) o descrive con compiaciuta precisione certi suoi abiti favolosi indossati per un concerto memorabile o per le sue serate alla Scala di quand'era bambina.

Di qualunque cosa parli, la Valeri non annoia mai e spesso fa riflettere.

Ho amato moltissimo (e non poteva essere altrimenti) una breve pagina dedicata ai cani e ai gatti che le hanno sempre fatto compagnia, ritrovando nella commossa e secca sua sinteticità, l'espressione esatta e calzante del mio sentire:

“Si sappia che io parlo molto con i miei cani e gatti. Ci capiamo a dei vertici che possono sembrare folli agli increduli, ma non ai padroni dei cani. Non è semplice comprendere la portata vitale della presenza di un cane e di un gatto in casa. Vuol dire garantirsi contro la solitudine in un modo gioioso, sereno, senza paure. In questo senso l'animale ha dei poteri soprannaturali. Io lo penso.”


Franca Valeri, Bugiarda no, reticente, Einaudi 2010.


domenica 11 marzo 2012

Di pregiudizi e limiti mentali e di un gratin di cavolfiori e noci

Per il cavolfiore non ho mai avuto particolare simpatia.
Anzi, diciamola tutta e senza mezzi termini: a me il cavolfiore ha sempre fatto cordialmente ribrezzo.
Il suo odore, da cotto, mi suscita davvero brividi di disgusto.

Proprio per questo il mio programma di rieducazione alimentare (di cui ho più volte parlato)  non poteva non includere questo prezioso frutto della terra - peccato l'odore, accidenti, ma non si poteva evitarlo in qualche modo? mi chiedo.

Comunque, anni fa, quando ero vegetariana, scoprii che mangiato crudo in insalata, tagliato fine fine con una mandolina, con pezzettini di prugne secche o uvetta e mandorle tostate e condito con una vinaigrette delle più semplici, mi piaceva molto. 
Peccato che il mio colon non fosse affatto entusiasta di questa mia scoperta. 
Dopo 3 o 4 tentativi dalle conseguenze tragicomiche (più tragiche che comiche), ho capito che il cavolfiore crudo per me, anche se godibile, è veleno.

E dunque bisognava cuocerlo.
Il primo passo è stato chiaramente utilizzarlo per condirci la pasta, con una ricetta simil-siciliana: due filetti di acciuga sciolti in padella insieme a un cucchiaio d'olio e a uno spicchio d'aglio schiacciato, pane grattato, uvetta, pinoli e abbondante pecorino grattugiato (ma date un'occhiata a questa ricetta della Gaia Celiaca, molto più seria della mia).

Io, però, non sono una grande mangiatrice di pasta (eh ma quante fisime, qualcuno penserà, e a ben donde), e allora ho cercato e cercato ricette che potessero sembrarmi anche poco poco attraenti.

E alla fine ne ho trovata una: la parolina magica è stata "noci" (l'ho già detto qui che sono una frutta secca-dipendente).

La ricetta è semplice, rapida e io non posso che raccomandarvela con l'entusiasmo ingenuo e vagamente molesto del neofita (e anche con quella soddisfazione un po' idiota che provo sempre quando riesco a superare un mio pregiudizio, o un limite più che altro mentale - capita anche a voi?).

L'ho presa dal numero di gennaio di Cucina Naturale, una rivista che compro da qualche mese e che finora mi ha convinta: mi piacciono la sua attenzione ai prodotti di stagione, il suo taglio salutista ma senza estremismi, la sua spiccata predilezione per la cucina vegetariana e le preparazioni semplici. 
A me pare che sia un'alternativa valida, meno glamour e patinata ma più sobria, a Sale & Pepe (la cui lettura, per alcuni motivi che ho spiegato qui, trovo spesso imbarazzante).

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Gratin di cavolfiori, patate e porri con formaggio e noci

(per 4 persone)

1 cavolfiore da circa 700 gr
2 patate
2 porri
60 gr di formaggio grattugiato (nella ricetta originale bitto o groviera; io ho sempre usato del pecorino fresco acquistato col mio gas)
40 gr di un misto di noci, mandorle e nocciole pelate
1 spicchio d'aglio
100 ml di latte intero (nella ricetta originale parzialmente scremato)
sale, pepe bianco, noce moscata
burro per lo stampo

Preriscaldate il forno a 250°.

Tritate finemente ma senza ridurla in polvere la frutta secca e tostatela in una padella a secco.

Pulite il cavolfiore e con una mandolina o un coltello riducetelo a fettine sottili (se le cimette si sbriciolano nessun problema); fate lo stesso con le patate sbucciate e con i porri.

Cuocete al vapore le verdure per 5'-6' (ma regolatevi voi; dipende dallo spessore delle fettine in cui avete tagliato le verdure).

Strofinate lo spicchio d'aglio senza pelle sul fondo e sui bordi di una pirofila da forno di circa 25 cm di diametro; ungete poi con un poco di burro e ricoprite con le fettine di verdure. 
In teoria bisognerebbe creare degli strati ordinati e alternati di patate, porri e cavolfiori; io, che sono una nota sciattona impaziente, in genere rovescio di malagrazia le verdure un po' per volta, le sistemo alla bell'e meglio con un mestolo o la mano, poi le copro con un po' di formaggio grattugiato (lasciatene un po' per l'ultimo strato), condisco con sale, pepe bianco e noce moscata e vado avanti così fino alla fine.

Sull'ultimo strato versate il resto del formaggio, il latte e infine spolverate con il misto di frutta secca tostata.
Mettete in forno per circa 10', poi spostate la pirofila in alto e accendete il grill per 5'.

Aspettate qualche minuto prima di mangiare questo gratin, altrimenti potrete rischiare l'effetto pomodorino di Fantozzi (che io conosco bene, ché la Spia me ne dà quasi quotidianamente un'accurata e fedele interpretazione).

Enjoy!


domenica 4 marzo 2012

Sunday Music: You've Got a Friend - Lucio Dalla

Non ho mai amato particolarmente Lucio Dalla, non come ho amato e amo altri artisti.
Non è mai stato uno dei miei cantanti preferiti, anche se ci sono tante sue canzoni che mi piacciono, molto.

Da molti anni, poi,  a livello musicale non mi sembrava nemmeno più lui: forse un altro caso di quelle abduzioni aliene che secondo la Spia spiegano alcune misteriose e altrimenti inspiegabili evoluzioni di cantanti, attori, registi, scrittori che all'improvviso sembrano prendere strade assai lontane da quelle che ce li hanno fatti amare e scelgono modi di esprimersi che non sentiamo più affini alla nostra sensibilità e che sembrano tanto in contrasto con quelli di cui si sono serviti fino ad allora.

Ma cambiare è il destino di tutti, è il destino di tutto ciò che è vivo, e tant'è. 

Dell'uomo Lucio Dalla non so ovviamente nulla.
Mi ha molto colpito, però, il ritratto che ne ha fatto una persona che lo conosceva bene, Michele Serra, che lo ha dipinto come un amico con cui non ci si annoiava neanche un secondo, un artista generoso, uno di quelli che se sentiva la nuova canzone di un suo collega e la trovava bella gli telefonava per dirglielo, o che ti mandava un biglietto con su scritto il titolo di un libro nel quale, secondo lui, avresti potuto trovare delle cose interessanti per te; un uomo curioso, degli altri e del mondo, che non ha mai smesso di imparare e di appassionarsi alla vita. 

Un uomo la cui morte è ancora più dolorosa e triste perché è morto da uomo ben vivo. 
E questo non è da tutti.

Quanto a me, uno dei ricordi più dolci ed emozionanti della mia vita sentimentale è legato alla canzone che ho scelto oggi. 
Risentirla, ogni volta, significa rivivere quel momento, ritrovarmi lì, annullato lo spazio e annullato - soprattutto - il tempo.
Una magia della quale gli sarò sempre grata.

Mi piace ricordarlo così, nel giorno del suo compleanno.









mercoledì 29 febbraio 2012

Blogroll: Senza dedica

Nomen omen, così dicevano gli antichi.
Mai espressione fu più adatta per descrivere, in due parole, l'ospite di oggi, l'autrice di un blog a me carissimo, Senza dedica.

Chi abbia avuto la fortuna di imbattersi in carne ed ossa in Grazia (Zia Grazia nella sua versione aNobiiana - una zia formato tascabile, è minuta e piccina come un elfo), non potrà non essere d'accordo con me: se il nome che ci è stato dato deve esprimere la nostra più intima essenza, allora il suo è perfetto.

Di Grazia colpisce subito... la grazia, appunto, il suo incedere lieve e leggiadro nella vita, il suo entusiasmo bambino, la sua pacata ironia, la sua capacità di scorgere negli altri il meglio e di evocarlo, la sua vena malinconica sottile e mai compiaciuta di sé, la sua indubbia vocazione, il suo talento - direi - per l'amicizia.

Col tempo, leggendo il suo blog, sono arrivata però a farmi un'altra idea: che se Grazia è il nome perfetto per lei, il suo secondo nome dovrebbe essere Sheherazade.

Provate a leggere uno qualsiasi dei suoi post, uno di quelli in cui da un quadro ricostruisce una storia, una vita, un momento storico, una città, un personaggio e capirete perfettamente che cosa intendo dire.

Si leggono i suoi post e ci si trova per una decina di minuti trasportati in altri mondi, nel medioevo fiammingo o nella Bruxelles magrittiana; nella jungla notturna del Doganiere o nei mari del sud con Gauguin, gli occhi spalancati su mondi misteriosi, complessi, affascinanti, grotteschi, grondanti malinconia o intrisi di disperazione: un caleidoscopio magico che ipnotizza e seduce. 

E accanto a noi, lei, leggera come Campanellino, con la sua voce trillante e argentina e gli occhi ridenti dietro gli occhiali, investigatrice dell'immagine, affabulatrice ammaliante, pronta ad indicarci lì la posizione di una mano, là la piega di una bocca, più in là, ancora, il ricamo di una blusa e soprattutto ad abbracciare e a comprendere tutto e il contrario di tutto con l'arma irresistibile dell'ironia.

Signore e signori, chapeau.

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Una definizione del tuo blog:
Un cassetto, da dove può uscire di tutto.

Perché hai cominciato a scriverlo:
Ho cominciato come si comincia a scrivere un diario, per la necessità di fissare i ricordi e per paura che svaniscano.

Quali sono stati i primi blog che hai letto:
Il tuo quando ho cominciato a frequentare Anobii e l'ho trovato come link nella tua libreria. E mi è piaciuto tanto come modo di comunicare e condividere. Poi c'è stato Scarabooks, il blog di due miei amici che mi hanno invitato a collaborare con loro: è là che mi sono scoperta "blogger"(si fa per dire). E poi, piano piano, ho trovato gli altri: un mondo di pensieri e di amici.

Un bel ricordo della tua vita da abitante della blogsfera:
Il primo commento, quando mi sono resa conto che qualcuno mi leggeva. Un'emozione enorme che si ripete tuttora. E poi quando le amicizie nate dal blog sono diventare vere e reali.

Te, oggi, in tre aggettivi:
Oggi ? Allegra, serena, pigra.

Te bambina in un ricordo o un'immagine:
In una foto con le mie sorelle da bambine, in Toscana: tutt' e tre con i nostri vestitini migliori e con gli occhiali da sole appoggiate al cancello del giardino. La porto sempre con me.

Il momento più felice della tua vita:
Oh mamma mia ! Non so. Non vorrei essere retorica, ma quello che mi viene a mente è quando sono uscita dall'ospedale, certa di essere guarita. Era aprile, pioveva e io continuavo a pensare: "Ce l'ho fatta!" “Ce l’ho fatta”.
 
Il regalo più bello che hai ricevuto:
Uno wok, il padellone cinese, pesantissimo in ghisa che Thomas mi ha portato, trascinandoselo per tutta Europa, la prima volta che è venuto da me in Italia. Quando l'ho guardato stupefatta mi ha detto "Spero che tu non ce l'abbia". E, in effetti, non ce l'avevo. Tuttora troneggia ancora intonso (se si può dire intonso per un padellone) come una specie di totem augurale, sul frigorifero nella cucina di Bologna.

Il dono o il talento naturale che vorresti avere:
Saper cantare e ballare.

Una persona che in qualche modo ti ha formato:
Il mio professore di lettere alle scuole medie. Ci ha insegnato il piacere della lettura e il gusto dell'ironia.

Libro dell'isola deserta:
E me lo chiedi? "Guerra e Pace" di Tolstoj e , finché durano le batterie, l'Ipad con tutto il resto della libreria.

Canzone preferita:
Tante. Una per tutte: "Vieni via con me " di Paolo Conte.

Film culto:
Tanti. Due per tutti: "I quattrocento colpi" di Truffaut e "Amarcord" di Fellini.
 
Un profumo:
Ô de Lancôme, ça va sans dire.

Un oggetto:
Non saprei, in questo momento la radio, forse.

L'ultima cena del condannato:
Temo che non avrei appetito. Se proprio insistono: pane con sale e olio, la fettunta alla toscana.

Neanche con una pistola alle tempia mangeresti...
Aragoste, ostriche o tutto quello che sa troppo di mare.

Nessuno può resisterti quando in cucina...
...NON cucino: sono una pessima cuoca.

Nel tuo frigorifero non manca mai...
Insalata e scatolette Simmenthal (quando sono da sola).

Momento del giorno prediletto:
La sera.

Un bel modo di morire:
Non ne esistono, ma, se fosse possibile, senza paura.

Quando sei sovrappensiero ( gesti, tic..):
Non lo so. Di notte digrigno i denti (mi si dice).

Dalla tua finestra:
Una stradina tranquilla di un quartiere periferico di Bruxelles, la terrazza della casa di fronte.

Sulla tua scrivania:
In ufficio un ordine esagerato: sono maniaca della cancelleria e dei classificatori . A casa scrivo sul tavolo di cucina.
 
Sul tuo comodino:
La sveglia, l’orologio, le statine e l'Ipad. I libri li tengo in un cestone a terra.

Nella tua borsa:
Di tutto, non faccio altro che cercare le chiavi e gli occhiali.

L'angolo della casa che ami di più:
Il tavolo di cucina.

Il viaggio dei tuoi sogni:
Tanti, tutti quelli che non ho ancora fatto.

Da grande avresti fatto (ovvero sia: il lavoro che volevi fare da bambina):
Dicevo sempre che volevo fare la mamma. Non è andata così.

Da grande farai (ovvero sia: il lavoro che vorresti fare oggi, indipendentemente da considerazioni pratiche, realistiche ed economiche):
Mi piacerebbe continuare a fare quello che faccio ora: alternare due vite, il lavoro e la casalinghitudine, la vita di coppia e la solitudine, l'Italia e il Belgio. Spero che duri.

Il tuo motto (se ne hai uno):
"Nessuno ci toglierà quello che abbiamo ballato".

sabato 25 febbraio 2012

Di interrogativi notturni, di amici di casa e di un'altra zuppa (con carote e mele)

Qualche giorno fa mi chiedevo che piega stia prendendo questo blog: a guardare i post pubblicati negli ultimi tempi, non ho fatto che parlare di altri blog, ogni tanto di qualche libro e poi solo di sbrode (per esempio qui, qui e qui).

Non avrei mai immaginato di poter dedicare tanti post a delle minestre (o zuppe, o vellutate? Qualcuno sa per caso quale sia il termine più adatto? Si può definire vellutata qualunque minestra venga poi passata finemente al minipimer? Ci credete se vi dico che questo è il genere di interrogativi con cui mi intrattengo spesso quando mi capita di svegliarmi nel cuore della notte? - e mi capita di sovente).

E mi chiedevo quanto possa essere interessante un blog in cui si trovano, per lo più, ricette tanto poco esotiche o particolari. 
Poi ho pensato che in effetti questo è ciò che mangio, più o meno tutti i giorni, e che questo blog non è mai stato concepito se non come un'onesta finestra sulla mia vita, su quelli che sono i miei interessi (la lettura, la musica, la poesia, la creazione di bigiotteria, il mondo della rete e i suoi interessantissimi abitanti) e le mie abitudini, le mie esperienze e le riflessioni che esse generano nel mio testone piumato di pennuta.

E dunque così è.
Anche oggi vi beccate un'altra sbroda, ma di quelle proprio minime - quelle cui sono più interessata negli ultimi tempi. Quelle che appartengono alla categoria "salvavita", in un certo senso, che si fanno con ingredienti che si trovano in casa quando è circa una settimana che non fate la spesa e non avete nessuna voglia di andarla a fare ma volete comunque evitare di morire di inedia.

E la cosa sorprendente, mi ripeto, è che spesso queste sbrode minimaliste sono molto buone, ma buone davvero e non generano quel sottile disagio che si sente quando che ci si accorge che si sta cucinando senza fantasia, senza gioia, ma solo perché bisogna nutrirsi, e dunque si raschia, metaforicamente parlando, il fondo del barile della propria creatività culinaria e della propria dispensa. 

Dirò di più. 
Questa sbroda in particolare può benissimo essere preparata anche per una cena con amici, come mi è capitato proprio ieri sera, senza far sentire i convitati ospiti di serie B, ma anzi, al contrario, facendoli sentire ospiti della categoria de luxe, quella che comprende, almeno per me, gli amici di casa.

L'elemento che le dà questa patente di "cibo-per-cene-con-amici" è la spolverata finale di anacardi tostati: un ingrediente che, lo ammetto, non compare nella lista dei fondamentali della dispensa, generalmente, ma nella mia c'è praticamente sempre. È vero però che poche persone sono quanto me frutta secca-dipendenti.

Come che sia, date una chance a questa sbroda. Non ve ne pentirete. 
E osatela anche per una cena con amici. 
Vi potrà capitare di sentirvi dire, come mi è capitato ieri sera: "Che buona questa minestra, proprio quello che mi ci voleva!".

Esattamente il genere di frase che scalda il cuore di qualunque padrona di casa.

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Minestra/vellutata/zuppa o quel che è (cioè una sbroda) di carote, mele e anacardi (da The Cranks Recipe Book)

per 6 persone

1 cipolla
1 patata
350-400 gr di carote
1 mela, piuttosto grossa (io ho usato quel che avevo in casa, dunque una piccola annurca e 3/4 di una Steinem - l'altro quarto se l'è rubato la Spia che passava di lì)
1-2 cucchiai di olio extravergine d'oliva (nella ricetta originale 50 gr di burro)
1 litro circa di brodo vegetale (vedi dopo)
sale e pepe
una manciata di anacardi (fate a occhio, io non li peso mai)

Pulite la cipolla e tagliatela a pezzi; mettetela con l'olio nella pentola in cui cucinerete la zuppa  e fatela appassire lentamente, magari con un po' di sale, per evitare che si attacchi.

Nel frattempo pulite e tagliate a pezzi la patata e aggiungetela alla cipolla.

Poi passate alle carote: stesso trattamento, pulite e tagliate a rondelle e poi nella pentola.

Infine aggiungete la mela, sbucciata e tagliata a dadi.

Lasciate insaporire per qualche minuto, dopo di che aggiungete il brodo vegetale, portate a bollore, abbassate il fuoco (io lo metto praticamente al minimo), coprite e lasciate sobbollire per circa 30'.

Passate poi al minipimer, aggiustando di sale e di pepe se volete (io non lo metto quasi mai) ed aggiungendo eventualmente altro brodo vegetale caldo se vi sembra che la zuppa sia troppo sostenuta.
Prima di servire, tostate a secco in un padellino gli anacardi e metteteli in un grazioso ciotolino che porterete in tavola e dal quale ognuno si servirà come e quanto crede.

Se posso esprimere il mio modesto parere, gli anacardi sono un ingrediente essenziale che non dovrebbe essere assolutamente trascurato: non mi fanno simpatia quelle ricette che prevedono le guarnizioni finali, spesso con ingredienti "leziosi"; ma qui si parla di un elemento davvero imprescindibile del gusto finale di questa zuppa, datemi retta.

Enjoy!